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mercoledì 19 agosto 2015

Certificati di Credito Fiscale per un nuovo assetto dell’Eurosistema


D1. Che cosa propone il progetto CCF riguardo all’Italia ?

R1. In primo luogo, di emettere fino a un massimo di 200 miliardi annui di titoli di Stato – i Certificati di Credito Fiscale, o CCF – aventi natura non debitoria.

Per “natura non debitoria” s’intende che lo Stato italiano non si impegnerà a rimborsare questi titoli, bensì ad accettarli, a partire da due anni dopo la loro emissione, per ridurre il pagamento di tasse, imposte, contributi previdenziali e sanitari, multe eccetera: qualsiasi obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione italiana potrà essere estinta utilizzando indifferentemente CCF o euro.

 

D2. I CCF possono essere quindi essere considerati una forma di moneta ?

R2. I CCF non sono moneta legale nel senso in cui lo è l’euro. Nessun soggetto pubblico o privato è obbligato ad accettare pagamenti in CCF. Solo lo Stato emittente attribuisce al possessore di CCF la facoltà di ridurre gli impegni di pagamento altrimenti dovuti nei suoi confronti. I depositi bancari restano denominati in euro e i bilanci continuano a essere redatti in euro: l’euro resta l’unità di conto.

Pur non essendo moneta legale, peraltro, i CCF possiedono due connotati tipici della moneta. Sono una riserva di valore, in quanto il diritto a uno sgravio fiscale futuro costituisce un arricchimento patrimoniale per l’assegnatario. E sono un potenziale intermediario di scambio, in quanto, pur non esistendo un obbligo di legge, è presumibile che i CCF circolino e vengano accettati come corrispettivo di pagamento nello scambio di beni e servizi.

 

D3. Perché l’utilizzo è differito di due anni ?

R3. Perché, nel momento dell’utilizzo, i CCF a parità di condizioni riducono gli euro incassati dallo Stato italiano. Il differimento dà all’economia italiana il tempo di ottenere un significativo recupero di PIL, e quindi anche di entrate fiscali, compensando così l’effetto dell’utilizzo dei CCF quando giungeranno a maturazione.

 

D4. A chi verranno assegnati i CCF, e con quali dimensioni e tempistiche ?

R4. Il progetto attuale prevede tre destinazioni principali: le aziende private, i lavoratori e lo Stato stesso. Su 200 miliardi totali massimi all’anno, all’incirca 80 alle aziende private, 70 ai lavoratori e 50 allo Stato. Riguardo alla tempistica, le assegnazioni complessive potrebbero per esempio essere pari a 90 miliardi il primo anno del programma, aumentare a 150 il secondo e raggiungere i 200 il terzo, per poi rimanere stabili a quel livello.

Le aziende private riceveranno CCF commisurati ai costi di lavoro da esse sostenuti. E’ previsto un meccanismo a scaglioni, con maggiore incidenza percentuale sui costi pagati a lavoratori con redditi meno elevati. Per ogni 100 euro pagati in retribuzioni, imposte e contributi, l’azienda riceverà, a regime, 20 euro in CCF. Per i redditi più alti, la percentuale scenderà considerevolmente. Potranno essere previsti meccanismi incentivanti per le aziende che incrementano l’occupazione.

Per i lavoratori, il meccanismo sarà analogo, sempre a scaglioni: il lavoratore percepirà, in aggiunta a una retribuzione netta di 100 euro, 20 euro in CCF – con percentuale in discesa per i redditi alti.

 

D5. Quindi aziende e lavoratori riceveranno gratuitamente un considerevole importo di CCF. Che cosa ne faranno ?

R5. Chi non avrà esigenze finanziarie immediate, potrà mantenerli come forma di risparmio addizionale. Altrimenti potranno essere monetizzati in anticipo. Si svilupperà un attivo mercato finanziario: i CCF sono, in effetti, una categoria di titoli di Stato. Ci saranno a regime massimi 400 miliardi di CCF in circolazione (due anni di emissioni, dopo i quali le nuove assegnazioni sostituiranno quelle in scadenza).

La monetizzazione anticipata comporterà uno sconto finanziario, in quanto 100 euro di CCF equivalgono (per quanto riguarda gli impegni verso il settore pubblico italiano) a una banconota da 100 euro che non posso utilizzare se non tra due anni. Ma il valore finale è certo, addirittura più di quello di un BOT destinato a essere rimborsato in euro. Lo Stato potrebbe, infatti, andare in default sui suoi impegni di pagamento di euro, mentre il CCF avrà sempre e comunque un valore (in quanto lo Stato imporrà sempre il pagamento di tasse e imposte).

Lo sconto finanziario sarà determinato dal mercato, ma approssimativamente lo si può stimare non molto diverso da un tasso BOT a due anni.

Il compratore finale dei CCF scambiati sul mercato sarà un soggetto che avrà esigenze di pagamento nei confronti dello Stato italiano, per tasse o altro, e li utilizzerà quindi alla scadenza.

 

D6. Per quali motivo è prevista l’assegnazione di altri 50 miliardi, attribuiti direttamente allo Stato italiano medesimo ?

R6. Potranno essere utilizzati per altre forme di sostegno della domanda, quindi di spesa: integrazione di reddito alle categorie disagiate, investimenti pubblici, spesa sociale, interventi di ricostruzione in aree colpite da calamità naturali eccetera.

 

D7. Perché viene proposta un’emissione annua massima di 200 miliardi ?

R7. A causa del calo di PIL prodotto nel 2008 dalla crisi finanziaria mondiale, e ulteriormente (soprattutto dal 2012 in poi) dall’eurocrisi, il PIL italiano è fortemente inferiore al suo potenziale. Se dal 2007 in poi si fosse avuta una crescita reale media dell’1% - tasso considerato già modesto in condizioni normali – il PIL 2015 sarebbe più alto di oltre 300 miliardi. Questo è l’output gap da colmare. Una crescita media del 5% all’anno per tre anni è fattibile con la riforma proposta, e colma la maggior parte di questo deficit di PIL.

 

D8. Le assegnazioni annue massime previste però sono 200, non 300 miliardi.

R8. Sì, in quanto un’immissione di domanda nell’economia avvia una catena di eventi – il percettore di maggior reddito a sua volta in parte lo spende, aumentando il reddito di altre aziende e/o individui, eccetera. Quindi l’effetto è più che proporzionale.

 

D9. La composizione dell’intervento di 200 miliardi – 80 alle aziende private, 70 ai lavoratori, 50 in spesa pubblica – è arbitraria ?

R9. La composizione esatta sarà il frutto di decisioni politiche. E’ però fondamentale l’ordine di grandezza destinato alle aziende, in quanto occorre riallineare il costo del lavoro per unità di prodotto italiano a quello dei membri più efficienti dell’eurozona, in particolare della Germania. 80 miliardi sono il 18% circa dei costi di lavoro delle aziende private italiane, e l’attribuzione di CCF ai datori di lavoro riporta quindi la competitività italiana a livelli tedeschi, con risultati simili (anche se tramite un meccanismo differente) a quanto farebbe la “spaccatura” dell’euro e il conseguente riallineamento valutario.

Viene così meno una fonte di squilibri: senza un miglioramento della competitività italiana, buona parte del sostegno della domanda prodotto dai CCF alimenterebbe domanda di prodotti esteri, squilibrando la bilancia commerciale. In questo modo, al contrario, le aziende italiane diventeranno immediatamente più competitive, esporteranno di più, e guadagneranno mercato interno nei confronti delle importazioni.

Va notato che questo non comporta un danno significativo per la Germania, perché, in aggiunta a quanto sopra, l’Italia otterrà anche una forte ripresa economica, il che aumenterà il suo import, compreso di prodotti nordeuropei. Oggi i saldi commerciali italiani sono positivi (partite correnti attive per il 2% circa nel 2014), ma solo grazie a una domanda interna molto depressa, che limita le importazioni. Con la ripresa dell’economia, i due effetti si compenseranno – più import per la maggior domanda, maggior export netto per la maggior competitività. La bilancia commerciale italiana resterà in equilibrio, ma a livelli decisamente più alti sia di import che di export.

 

D10. Si diceva prima che le erogazioni non saranno pari a 200 miliardi fin dal primo anno, ma raggiungeranno questo livello nel corso di un triennio…

R10. E’ realistico scaglionare l’intervento nel tempo, perché la maggior domanda dovuta ai CCF stimolerà le aziende a produrre di più, ma rimettere in moto la capacità produttiva oggi inutilizzata richiede tempo. I livelli effettivi e la distribuzione temporale saranno tarati in funzione della risposta dell’economia, in modo che l’occupazione recuperi senza che l’inflazione risalga in modo eccessivo. Oggi siamo a zero inflazione e occorre ritornare al 2%.

Anche la quota destinata alle aziende (gli 80 miliardi) potrà essere regolata nel tempo, sempre con l’obiettivo di mantenere in sostanziale pareggio i saldi commerciali esteri.

 

D11. Il progetto prevede anche l’introduzione dei cosiddetti “BTP fiscali”. Di che cosa si tratta ?

R11. Sono titoli di stato con scadenze varie – anche pluriennali – che non pagano interessi e capitale in euro. Danno invece diritto, via via che interessi e capitale maturano, a ridurre per pari importo impegni finanziari verso la pubblica amministrazione. Esattamente come i CCF, appunto.

 

D12. Come verranno introdotti, e con quali finalità ?

R12. In primo luogo, nel momento in cui cominceranno le assegnazioni dei CCF, si darà la possibilità a tutti i possessori di titoli di stato “tradizionali” (BOT, CTZ, BTP, CCT eccetera) di convertirli in BTP fiscali, con scadenze più lunghe e con un tasso d’interesse più alto. Per esempio un BTP con tre anni di vita residua e cedola del 2% potrebbe essere convertito in un BTP fiscale con sei anni di vita residua e cedola del 4%. Questa opzione di conversione rimarrà esercitabile (da parte del possessore del titolo) per tutta la vita residua.

Si evita in tal modo che l’annuncio della riforma dia luogo a movimenti speculativi sui mercati finanziari. Se il mercato dovesse reagire negativamente, si potrebbe creare una pressione al ribasso nel valore nei titoli di stato in circolazione (quelli tradizionali) creando problemi, per esempio, ai bilanci degli investitori istituzionali (banche, assicurazioni eccetera) che li possiedono. Ma se un titolo di stato è sempre convertibile in BTP fiscali – quindi in un titolo che mantiene sempre, con certezza, un valore, perché è utilizzabile per pagare tasse e non ha quindi rischio di default – la pressione al ribasso sopra citata incontra una soglia.

Questa, peraltro, non è l’unica finalità. Tanti più titoli vengono convertiti in BTP fiscali, tanto più diminuisce l’ammontare di titoli di stato “tradizionali”, che possono dar luogo a default. Si riduce così la possibilità di una “crisi dello spread” come quella del 2011.

Per quanto riguarda le nuove emissioni, anch’esse dovranno avvenire, nella maggior misura possibile, mediante BTP fiscali e non emettendo titoli “tradizionali”. Il debito in euro, quello che deve essere rimborsato e quindi può dar luogo a default, deve essere ridotto il più rapidamente possibile, idealmente a zero. E’ prevedibile che sul mercato ci sia interesse per le emissioni di BTP fiscali, anche in funzione del fatto che verranno ridotte – idealmente azzerate – quelle di titoli “tradizionali”, e che i loro abituali compratori (specialmente gli investitori istituzionali italiani) dovranno reimpiegare la loro liquidità. Uno strumento d’investimento senza rischio di default è interessante per motivi analoghi a quelli che rendono appetibile un titolo di stato in moneta sovrana.

 

D13. Ma i CCF e i BTP fiscali non sono comunque debito pubblico ?

R13. No, perché lo Stato italiano li accetterà in pagamento di imposte e altre obbligazioni finanziarie nei suoi confronti, ma non dovrà mai rimborsarli. Non dovendoli rimborsare, l’emittente non potrà, quindi, mai essere forzato al default.

 

D14. Quale sarà la reazione dei partner europei ?

R14. Il progetto CCF è la via per rendere sostenibile il sistema monetario europeo (senza attuare una “transfer union”, che la Germania non accetta) ed elimina il rischio di una deflagrazione dell’Eurozona. Inoltre, non si richiede alcun contributo finanziario alla Germania, e non si convertono le attività finanziarie italiane (depositi bancari, titoli di Stato) in moneta svalutata.

 

D15. I trattati vanno riformulati ?

R15. Nella forma attuale, sono ineseguibili. D’altra parte sono stati concepiti su istanza dei paesi dell’ex area marco, che temono di doversi far carico dei debiti di uno o più paesi del sud. Il progetto CCF produce una forte ripresa economica dei paesi che lo adottano e nello stesso tempo riduce, con l’obiettivo realistico di azzerare, il debito che crea rischio di default.

 

D16. Esistono tuttavia dubbi che il progetto CCF possa essere attaccato in quanto non conforme ai trattati.

R16. Paradossalmente chi solleva questo tema afferma spesso che, essendo il progetto CCF a rischio di attacco sulla base della non conformità ai trattati… bisogna attuare il breakup ! Come se il breakup li rispettasse…

Il punto chiave è che il progetto rende possibile il conseguimento degli obiettivi economici che i trattati si prefiggono, in quanto consente sviluppo economico, occupazione, stabilità monetaria e riduce rapidamente, fino a eliminarli, i rischi di default sui debiti pubblici e i conseguenti dissesti finanziari. Al contrario, gli obiettivi dei trattati non sono conseguiti da una serie di altre azioni – l’OMT, le iniziative di sostegno intraprese dalla BCE, il QE stesso – che, a loro volta, sono attualmente oggetto di azioni legali. Si può sicuramente affermare che il progetto CCF è, rispetto a queste iniziative, almeno altrettanto conforme ai trattati, nonché enormemente più efficace per quanto attiene al raggiungimento dei loro obiettivi.

E’ importante tenere a mente che i CCF non sono debito, in quanto lo stato emittente non ha obbligazioni di rimborso. Ma non violano neanche il monopolio di emissione della BCE, che riguarda la cosiddetta “legal tender”, cioè la moneta che estingue qualsiasi tipo di obbligazione denominata in euro. I CCF emessi dallo Stato italiano non danno diritto a estinguere un’obbligazione nei confronti di un soggetto privato, italiano o estero. Solo lo stato emittente si impegna ad accettarla, a partire da due anni dopo l’emissione: e questa è l’origine del loro valore.

 

D17. Che effetti si verificano riguardo al fiscal compact ?

R17. Il fiscal compact impone un percorso accelerato di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL. Per l’Italia (ma anche per altri paesi) si tratta di obiettivi totalmente irrealistici. Tentare di conseguirli richiederebbe manovre fiscali pesantissime che abbatterebbero ulteriormente il PIL, causando l’aumento – non la riduzione - del rapporto debito / PIL.

Nelle condizioni attuali il fiscal compact è quindi ineseguibile. Il progetto CCF, d’altra parte, fornisce proprio la via per rispettarlo, appunto perché i CCF e i BTP fiscali non sono debito, in quanto non creano rischio di default. In questo modo gli obiettivi di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL sono raggiungibili. E gli interessi diventano collimanti: il debito pubblico italiano espresso in euro, che la Germania teme, un giorno, di doversi sobbarcare a seguito di un default italiano, scende rapidamente e viene sostituito da titoli non soggetti a default. Situazione enormemente più tranquilla sia per la Germania che per l’Italia.

E’ anche possibile definire una serie di clausola di salvaguardia tali per cui il paese che emette i CCF si impegna a mantenere, sempre e comunque, un saldo prestabilito tra pagamenti e incassi in euro – il 3% originariamente previsto dal trattato di Maastricht, o addirittura un saldo zero. Nel momento in cui evoluzioni negative della congiuntura, o qualsiasi altra circostanza, impedissero il raggiungimento di questi obiettivi, alcune componenti di spesa pubblica in euro potrebbero essere sostituite da (ulteriori) erogazioni di CCF; oppure, potrebbero essere introdotte o incrementate alcune forme di prelievo fiscale, compensando però il prelievo con erogazioni di CCF al contribuente; o ancora, il possessore di CCF potrebbe essere incentivato a posporne l’utilizzo, riconoscendo un incremento di valore facciale in funzione del differimento (in pratica, un tasso d’interesse).

L’utilizzo di queste opzioni avrebbe effetti assai meno prociclici rispetto ai tagli di spesa pubblica e/o alle maggiori tasse imposte attualmente dalle regole UE in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Non si avrebbero, infatti, drenaggi di potere d’acquisto, ma solo sostituzioni di una forma di attività patrimoniale (gli euro) con un’altra (i CCF).

 

D18. L’emissione di CCF non produrrà inflazione ?

R18. L’assegnazione di CCF produce un forte recupero della domanda e del PIL, ma gli effetti inflazionistici sono enormemente limitati dall’altissima quota di disoccupazione, quindi di capacità produttiva inutilizzata. Solo se l’ammontare emesso superasse i livelli che consentono il ripristino della piena occupazione si produrrebbe un eccesso d’inflazione. Va anche ricordato che, attribuendo CCF alle aziende in funzione dei loro costi di lavoro, se ne riducono i costi produttivi, con un effetto mitigante sull’inflazione. Peraltro, se un qualche modesto incremento avesse luogo, è esattamente quanto serve per riportarla dall’attuale zero (con rischio di cadere in deflazione) all’obiettivo BCE del 2%.

 

D19. Perché preferire il progetto CCF alla “spaccatura” dell’euro ?

R19. Perché è una riforma che può essere tranquillamente discussa e analizzata alla luce del sole e non una “deflagrazione” da attuare di sorpresa, in tempi rapidissimi, con rischi di panico bancario e sui mercati finanziari.

Perché non costringe la Germania a lavorare, d’improvviso, con una moneta rivalutata.

Perché non c’è svalutazione dei crediti stranieri verso l’Italia.

Perché non ci sono effetti redistributivi su aziende e banche, e contenziosi in quanto non è esattamente chiaro quali crediti e debiti si convertono in “Euro Nord” o “Nuovi Marchi”, e quali in “Euro Sud” o “Nuove Lire”.

Perché il cittadino italiano non si vede trasformare i suoi risparmi, il suo stipendio, la sua pensione, d’improvviso, in un oggetto diverso, di cui è chiaro solo che varrà di meno.

 

D20. Il progetto CCF è applicabile ad altri paesi ?

R20. Certamente: tutti i paesi dell’Eurozona che hanno oggi difficoltà, o comunque livelli di competitività inferiori a quelli tedeschi, nonché alta disoccupazione, possono introdurli (anzi è raccomandabile che lo facciano). Ciò nella misura, caso per caso, opportuna per ripristinare competitività e piena occupazione, rispettando i vincoli di inflazione stabile e moderata, e di equilibrio nei saldi commerciali esteri.

 

D21. I CCF diventeranno, a un certo punto, una vera e propria moneta circolante ?

R21. Il progetto funziona anche a prescindere che i CCF vengano utilizzati per transazioni correnti. Tuttavia è probabile che l’utilizzo quotidiano prenda piede e si incrementi. Anche senza emetterli sotto forma di monete e banconote ma usandoli per pagamenti elettronici (ad esempio via carta di credito) e come sottostante nella definizione di contratti di lavoro, affitto, compravendita, eccetera. E’ possibile che, a un certo punto, il CCF diventi a tutti gli effetti la moneta circolante principale.

 

D22. Questo significa che il progetto CCF è, di fatto, una “via morbida” per l’uscita dall’euro ?

R22. Non è scontato che lo sia, ma è effettivamente una possibilità. Per esempio, evoluzioni economiche sfavorevoli possono portare determinati paesi a emettere CCF in misura superiore al previsto (in particolare, a causa di un utilizzo frequente delle clausole di salvaguardia). In questa eventualità, si verificherebbe una perdita di valore dei CCF emessi da quello stato, che tuttavia non pregiudicherebbe il valore dell’euro. Si inflazionerebbero, in pratica, i CCF emessi dal paese, senza conseguenze per gli altri.

Questo è uno scenario, forse il più probabile, che porterebbe a quanto detto sopra, cioè a rendere la circolazione di CCF predominante, in singoli paesi, rispetto a quella degli euro. A quel punto ci sarà la possibilità (che potrà anche essere disciplinata da regole preconcordate) di trasformare i CCF in una vera e propria moneta nazionale, realizzando appunto la fuoriuscita morbida dall’Eurosistema.

In definitiva, quindi, se l’evoluzione macroeconomica è in linea con le attese, il paese che emette i CCF può mantenere in essere un sistema in cui i CCF svolgono una funzione complementare all’euro, per un periodo di tempo indefinito.
Se invece decide di utilizzare i CCF come transizione verso l’uscita totale dall’Eurosistema – o se diventa opportuno farlo perché la circolazione dei CCF finisce per essere predominante -  i CCF sono effettivamente una “via morbida” all’exit, che evita le notevoli complicazioni e incertezze connesse alla “spaccatura” dell’euro.

domenica 15 marzo 2015

Criticità giuridiche e politiche della Moneta Fiscale e vantaggi rispetto a uno scenario di break-up dell’euro


Alcune considerazioni in merito alla possibilità che il progetto Moneta Fiscale possa essere attaccato in quanto non conforme ai trattati e ai regolamenti che governano il funzionamento dell’Eurozona. Questo tema viene spesso sollevato, paradossalmente, da persone secondo le quali – dato il rischio, appunto, di non conformità ai trattati - bisogna attuare il break-up ! Come se il break-up li rispettasse…

Il punto chiave è che il progetto Moneta Fiscale rende possibile il conseguimento degli obiettivi economici che i trattati si prefiggono, in quanto consente sviluppo economico, occupazione, stabilità monetaria e riduce rapidamente, fino a eliminarli, i rischi di default sui debiti pubblici e i dissesti finanziari che ne derivano. Al contrario, questi obiettivi non sono conseguiti da una serie di altre azioni – l’OMT, le iniziative di sostegno intraprese dalla BCE, il QE stesso – che, peraltro, sono a loro volta già oggi oggetto di azioni legali. Si può sicuramente affermare che il progetto Moneta Fiscale è, rispetto a queste iniziative, almeno altrettanto conforme ai trattati, nonché enormemente più efficace per quanto attiene al raggiungimento dei loro obiettivi.

E’ importante tenere a mente che la Moneta Fiscale non è debito, in quanto lo stato emittente non ha obbligazioni di rimborso. Ma non viola neanche il monopolio di emissione della BCE, che riguarda la cosiddetta “legal tender”, cioè la moneta che estingue qualsiasi tipo di obbligazione denominata in euro. Con la Moneta Fiscale italiana non posso estinguere un’obbligazione nei confronti di un soggetto privato, italiano o estero. Solo lo stato emittente si impegna ad accettarla, a partire da due anni dopo l’emissione: è questo che dà valore alla Moneta Fiscale. In pratica, e per questo motivo, la Moneta Fiscale avrà accettazione generale. Ma al contrario dell’euro, la Moneta Fiscale non ha potere liberatorio automatico, ex lege, riguardo alle obbligazioni contratte in euro.

Altre considerazioni rilevanti riguardano il fiscal compact, trattato che impone un percorso accelerato di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL. Per l’Italia (ma anche per altri paesi) si tratta di obiettivi totalmente irrealistici. Tentare di raggiungerli mediante manovre fiscali abbatterebbe ulteriormente il PIL, impedendo la riduzione del rapporto debito / PIL e nello stesso tempo prolungando sine die la depressione economica dell’Eurozona.

Nelle condizioni attuali il fiscal compact è quindi ineseguibile. Il progetto Moneta Fiscale, d’altra parte, fornisce proprio la via per rispettarlo, a condizione che venga chiarito in maniera inequivocabile che i CCF e i BTP fiscali non sono compresi nel debito, in quanto non creano rischio di default. In questo modo gli obiettivi di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL sono raggiungibili. E gli interessi diventano collimanti: il debito pubblico italiano espresso in euro, che la Germania teme, un giorno, di doversi sobbarcare a seguito di un default italiano, scende rapidamente e viene sostituito da emissioni di moneta nazionale italiana (non soggetta a default). Situazione enormemente più tranquilla sia per la Germania che per l’Italia.

Il tema della conformità giuridica (a trattati e regolamenti) del progetto Moneta Fiscale può essere riassunto come segue. Esiste un numero vastissimo di interpretazioni di trattati e regolamenti, alcune delle quali possono costituire la base di un contenzioso. Ma esistono anche i presupposti per costruire una difesa molto solida rispetto a questi eventuali contenziosi. Se un paese intraprende la strada della Moneta Fiscale, le decisioni delle autorità competenti dovranno, ritengo, fondarsi in larga misura sul principio che si è messa in atto un’azione che incrementa fortemente la stabilità del sistema e la possibilità di conseguire gli obiettivi sostanziali (al di là di qualsiasi interpretazione formale) dei trattati.

Naturalmente è possibile immaginare, di fronte all’azione di uno Stato che introduce la Moneta Fiscale, una reazione rabbiosa della UE e della BCE, che potrebbe in teoria arrivare fino a mosse che forzano lo Stato in questione all’uscita dall’Eurozona (violando, stavolta sì, inequivocabilmente, i trattati: ma questo è il meno…). Si tratterebbe di un vero e proprio suicidio proprio per la BCE e per l’Eurozona stessa, in quanto darebbe avvio a un rapido processo di sfaldamento.

Sul piano tecnico, non ci sono elementi che impediscano la convivenza su base stabile dell’euro e della Moneta Fiscale. CCF e BTP fiscali ridanno agli stati autonomia di gestione della loro politica economica, permettono di colmare l’output gap, di portare le economie fuori dall’attuale contesto di depressione, di riallineare la competitività all’interno dell’Eurozona evitando squilibri commerciali esteri, di finanziarsi senza ricorrere a debito in moneta a rischio default (l’euro).

Si può naturalmente immaginare che l’introduzione della Moneta Fiscale da parte di vari paesi, soprattutto se di dimensione importante – Francia, Italia, Spagna – faccia venir meno la tendenza all’accentramento di potere economico su Bruxelles e Francoforte e preluda a uno scioglimento dell’Eurozona. Questo avverrebbe mediante la sempre più ampia diffusione della Moneta Fiscale, di pari passo alla marginalizzazione dell’utilizzo dell’euro.

Se questo avverrà, sarà comunque la conseguenza (più o meno consapevole) proprio delle azioni di Bruxelles e di Francoforte. Se si insiste a razionare l’emissione di euro – con meccanismi quali il fiscal compact, il contenimento dei debiti pubblici in rapporto al PIL anche in contesti di economia depressa, il pareggio di bilancio pubblico – le conseguenze possibili sono due. O l’Eurozona rimane in depressione economica, sine die. Oppure, uno strumento di natura monetaria compatibile con l’euro, ma ad esso alternativo, come la Moneta Fiscale, finisce per diventare predominante.

A qualche lettore verrà in mente la “legge di Gresham”: la moneta cattiva scaccia la buona. Ma la cosiddetta “moneta buona” è buona perché vale di più, e vale di più in quanto è (troppo) scarsa ! è “buona” perché la scarsità dà valore, ma è pessima se lo scopo è sostenere un livello di scambi che consente all’economia di funzionare correttamente. Non c’è quindi da stupirsi se lascia il posto a un’alternativa disponibile in quantità adeguate – una moneta meno buona, o “cattiva”, per quanto attiene al valore, ma molto migliore come strumento di funzionamento del sistema economico.

Vale la pena di riassumere, alla luce di quanto si menzionava all’inizio – cioè del fatto che i critici del progetto Moneta Fiscale hanno, in molti casi, in mente il break-up come percorso da attuare - i principali problemi che (rispetto a quest’ultimo scenario) l’introduzione della Moneta Fiscale evita.

UNO, è una riforma che può essere tranquillamente discussa e analizzata alla luce del sole e non una “deflagrazione” da attuare di sorpresa, in tempi rapidissimi, con rischi di panico bancario e sui mercati finanziari.

DUE, non costringe la Germania, e i paesi “core” dell’Eurozona in generale, a lavorare, d’improvviso, con una moneta rivalutata.

TRE, non c’è svalutazione dei crediti stranieri.

QUATTRO, non ci sono effetti redistributivi su aziende e banche, né contenziosi dovuti alla mancanza di chiarezza (in caso di break-up) su quali crediti e debiti si convertirebbero in “Euro Nord” o “Nuovi Marchi”, e quali in “Euro Sud” o “Nuove Lire”.

CINQUE, il cittadino italiano non si vede trasformare i suoi risparmi, il suo stipendio, la sua pensione, d’improvviso, in un oggetto diverso, di cui è chiaro solo che varrà di meno.

Riguardo ai punti DUE e TRE, spesso si afferma che i soggetti penalizzati da questi effetti collaterali del break-up in definitiva “lo meritano”, in quanto non farebbero altro che restituire una parte dei vantaggi ottenuti, in passato, grazie all’attuale assetto dell’eurosistema. Qualunque opinione si abbia al riguardo, tuttavia, siamo in presenza di un tipico caso in cui si infliggono danni a soggetti esterni (aziende “core” dell’Eurozona e creditori esteri) senza in realtà riceverne benefici. Infatti:

Punto DUE: il progetto Moneta Fiscale consente alle aziende dei paesi che lo adottano di riallineare la propria competitività con i paesi “core” mediante assegnazione di CCF in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Il break-up fa invece leva sulla svalutazione (per esempio) di un’ipotetica Nuova Lira rispetto a un Nuovo Marco. Nel caso della svalutazione, la Germania e i paesi dell’ex-area marco non perderebbero competitività solo nei confronti di chi adotta la Moneta Fiscale (effetto peraltro in larga parte compensato dalla crescita di domanda interna ottenuta da questi paesi, che implica di poter esportare di più nei loro confronti) ma anche verso tutto il resto del mondo.

Punto TRE: se l’Italia svaluta, il debito estero – supponendo che possa essere TUTTO convertito in Nuove Lire - rimane invariato rispetto al PIL. Sotto questo profilo non c’è danno per l’Italia, ma neanche beneficio. Per i creditori esteri invece c’è una perdita, senza che nessuno abbia vantaggi in contropartita: è un gioco a somma negativa. Nel caso del progetto Moneta Fiscale, questi problemi, semplicemente, non sussistono, in quanto nessun debito viene convertito né svalutato.

Riguardo al punto CINQUE, le considerazioni che vengono fatte sono che questi effetti sarebbero modesti – in quanto la svalutazione si trasla solo in parte molto marginale sull’inflazione interna, e quindi sulla perdita di potere d’acquisto di lavoratori a reddito fisso, pensionati e risparmiatori – e che adeguati meccanismi di indicizzazione potrebbe ulteriormente mitigare questi effetti. Condivido, in effetti, queste opinioni, ma faccio notare che la pubblica opinione è, in larga misura, confusa e dubbiosa rispetto all’entità degli impatti e al fatto che le azioni necessarie a ridurli sostanzialmente a zero – che sicuramente POSSONO essere attuate – verrebbero REALMENTE attuate.

In pratica, il break-up ha una serie di svantaggi che il progetto Moneta Fiscale evita. Affermare che, in parte (punti DUE e TRE), sono svantaggi “meritati” da chi li subirebbe equivale ad assumere una posizione moralisteggiante che non è di nessuna utilità pratica. E spiegare che in altri casi (punto CINQUE) sono più psicologici che effettivi espone, comunque, al rischio di non riuscire a superare dubbi e scetticismi di larga parte dell’opinione pubblica.

Mi pare che la strada con le maggiori probabilità di successo sia quella che limita al massimo danni e rischi, effettivi o percepiti, “meritati” o meno, di tutti i soggetti coinvolti: ognuno dei quali è un elemento di potenziale freno, se non di blocco totale, al successo di un progetto di portata così vasta e decisiva, come è la riforma del sistema monetario e delle politiche economiche che da esso sono determinate o condizionate.

sabato 14 marzo 2015

Intervista sulla Moneta Fiscale


D1. Che cosa propone il progetto Moneta Fiscale riguardo all’Italia ?

R1. In primo luogo, di emettere fino a un massimo di 200 miliardi annui di titoli di Stato – i Certificati di Credito Fiscale, o CCF – aventi natura monetaria e non di debito.

Per “natura monetaria” s’intende che lo Stato italiano non si impegnerà a rimborsare questi titoli, bensì ad accettarli, a partire da due anni dopo la loro emissione, a fronte del pagamento di tasse, imposte, contributi previdenziali e sanitari, multe eccetera: qualsiasi obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione italiana potrà essere estinta utilizzando indifferentemente CCF o euro.

Un CCF può quindi essere definito una forma di moneta italiana con utilizzo differito.

 

D2. Perché l’utilizzo è differito di due anni ?

R2. Perché, nel momento dell’utilizzo, i CCF a parità di condizioni riducono gli euro incassati dallo Stato italiano. Il differimento dà all’economia italiana il tempo di ottenere un significativo recupero di PIL, e quindi anche di entrate fiscali, compensando così l’effetto dell’utilizzo dei CCF quando giungeranno a maturazione.

 

D3. A chi verranno assegnati i CCF, e con quali dimensioni e tempistiche ?

R3. Il progetto attuale prevede tre destinazioni principali: le aziende private, i lavoratori e lo Stato stesso. Su 200 miliardi totali massimi all’anno, all’incirca 80 alle aziende private, 70 ai lavoratori e 50 allo Stato. Riguardo alla tempistica, le assegnazioni complessive potrebbero per esempio essere pari a 90 miliardi il primo anno del programma, aumentare a 150 il secondo e raggiungere i 200 il terzo, per poi rimanere stabili a quel livello.

Le aziende private riceveranno CCF commisurati ai costi di lavoro da esse sostenuti. E’ previsto un meccanismo a scaglioni, con maggiore incidenza percentuale sui costi pagati a lavoratori con redditi meno elevati. Per ogni 100 euro pagati in retribuzioni, imposte e contributi, l’azienda riceverà, a regime, 20 euro in CCF. Per i redditi più alti, la percentuale scenderà considerevolmente. Potranno essere previsti meccanismi incentivanti per le aziende che incrementano l’occupazione.

Per i lavoratori, il meccanismo sarà analogo, sempre a scaglioni: il lavoratore percepirà, in aggiunta a una retribuzione netta di 100 euro, 20 euro in CCF – con percentuale in discesa per i redditi alti.

 

D4. Quindi aziende e lavoratori riceveranno gratuitamente un considerevole importo di CCF, in pratica di moneta utilizzabile due anni dopo l’assegnazione originaria. Che cosa ne faranno ?

R4. Chi non avrà esigenze finanziarie immediate, potrà mantenerli come forma di risparmio addizionale. Altrimenti potranno essere monetizzati in anticipo. Si svilupperà un attivo mercato finanziario: i CCF sono, in effetti, una categoria di titoli di Stato. Ci saranno a regime massimi 400 miliardi di CCF in circolazione (due anni di emissioni, dopo i quali le nuove assegnazioni sostituiranno quelle in scadenza).

La monetizzazione anticipata comporterà uno sconto finanziario, in quanto 100 euro di CCF equivalgono (per quanto riguarda gli impegni verso il settore pubblico italiano) a una banconota da 100 euro che non posso utilizzare se non tra due anni. Ma il valore finale è certo, addirittura più di quello di un BOT destinato a essere rimborsato in euro. Lo Stato potrebbe, infatti, andare in default sui suoi impegni di pagamento di euro, mentre il CCF avrà sempre e comunque un valore.

Lo sconto finanziario sarà determinato dal mercato, ma approssimativamente lo si può stimare non molto diverso da un tasso BOT a due anni.

Il compratore finale dei CCF scambiati sul mercato sarà un soggetto che avrà esigenze di pagamento nei confronti dello Stato italiano, per tasse o altro, e li utilizzerà quindi alla scadenza.

 

D5. Per quali motivo è prevista l’assegnazione di altri 50 miliardi, attribuiti direttamente allo Stato italiano medesimo ?

R5. Potranno essere utilizzati per altre forme di sostegno della domanda, quindi di spesa: integrazione di reddito alle categorie disagiate, investimenti pubblici, spesa sociale, interventi di ricostruzione in aree colpite da calamità naturali eccetera.

 

D6. Perché viene proposta un’emissione annua massima di 200 miliardi ?

R6. A causa del calo di PIL prodotto nel 2008 dalla crisi finanziaria mondiale, e ulteriormente (soprattutto dal 2012 in poi) dall’eurocrisi, il PIL italiano è fortemente inferiore al suo potenziale. Se dal 2007 in poi si fosse avuta una crescita reale media dell’1% - tasso considerato già modesto in condizioni normali – il PIL 2015 sarebbe più alto di oltre 300 miliardi. Questo è l’output gap da colmare. Una crescita media del 5% all’anno per tre anni è fattibile con la riforma proposta, e colma la maggior parte di questo deficit di PIL.

 

D7. Le assegnazioni annue massime previste però sono 200, non 300 miliardi.

R7. Sì, in quanto un’immissione di domanda nell’economia avvia una catena di eventi – il percettore di maggior reddito a sua volta in parte lo spende, aumentando il reddito di altre aziende e/o individui, eccetera. Quindi l’effetto è più che proporzionale.

 

D8. La composizione dell’intervento di 200 miliardi – 80 alle aziende private, 70 ai lavoratori, 50 in spesa pubblica – è arbitraria ?

R8. La composizione esatta sarà il frutto di decisioni politiche. E’ però fondamentale l’ordine di grandezza destinato alle aziende, in quanto occorre riallineare il costo del lavoro per unità di prodotto italiano a quello dei membri più efficienti dell’eurozona, in particolare della Germania. 80 miliardi sono il 18% circa dei costi di lavoro delle aziende private italiane, e l’attribuzione di CCF ai datori di lavoro riporta quindi la competitività italiana a livelli tedeschi, con risultati simili (anche se tramite un meccanismo differente) a quanto farebbe la “spaccatura” dell’euro e il conseguente riallineamento valutario.

Viene così meno una fonte di squilibri: senza un miglioramento della competitività italiana, buona parte del sostegno della domanda prodotto dai CCF alimentarebbe domanda di prodotti esteri, squilibrando la bilancia commerciale. In questo modo, al contrario, le aziende italiane diventeranno immediatamente più competitive, esporteranno di più, e guadagneranno mercato interno nei confronti delle importazioni.

Va notato che questo non comporta un danno significativo per la Germania, perché in aggiunta a quanto sopra, l’Italia otterrà anche una forte ripresa economica, il che aumenterà il suo import, compreso di prodotti nordeuropei. Oggi i saldi commerciali italiani sono positivi (partite correnti attive per il 2% circa nel 2014), ma solo grazie a una domanda interna molto depressa, che limita le importazioni. Con la ripresa dell’economia, i due effetti si compenseranno – più import per la maggior domanda, maggior export netto per la maggior competitività. La bilancia commerciale italiana resterà in equilibrio, ma a livelli decisamente più alti sia di import che di export.

 

D9. Si diceva prima che le erogazioni non saranno pari a 200 miliardi fin dal primo anno, ma raggiungeranno questo livello nel corso di un triennio…

R9. E’ realistico scaglionare l’intervento nel tempo, perché la maggior domanda dovuta ai CCF stimolerà le aziende a produrre di più, ma rimettere in moto la capacità produttiva oggi inutilizzata richiede tempo. I livelli effettivi e la distribuzione temporale saranno tarati in funzione della risposta dell’economia, in modo che l’occupazione recuperi senza che l’inflazione risalga in modo eccessivo. Oggi siamo a zero inflazione e occorre ritornare al 2%.

Anche la quota destinata alle aziende (gli 80 miliardi) potrà essere regolata nel tempo, sempre con l’obiettivo di mantenere in sostanziale pareggio i saldi commerciali esteri.

 

D10. Il progetto prevede anche l’introduzione dei cosiddetti “BTP fiscali”. Di che cosa si tratta ?

R10. Sono titoli di stato con scadenze varie – anche pluriennali – che (analogamente ai CCF) non pagano interessi e capitale in euro. Interessi e capitali sono pagati in Moneta Fiscale, utilizzabile per onorare impegni finanziari verso la pubblica amministrazione. Esattamente come i CCF, appunto.

 

D11. Come verranno introdotti, e con quali finalità ?

R11. In primo luogo, al momento in cui cominceranno le assegnazioni dei CCF, si darà la possibilità a tutti i possessori di titoli di stato “tradizionali” (BOT, CTZ, BTP, CCT eccetera) di convertirli in BTP fiscali, con scadenze più lunghe e con un tasso d’interesse più alto. Per esempio un BTP con tre anni di vita residua e cedola del 2% potrebbe essere convertito in un BTP fiscale con sei anni di vita residua e cedola del 4%. Questa opzione di conversione rimarrà esercitabile (da parte del possessore del titolo) per tutta la vita residua.

Si evita in tal modo che l’annuncio della riforma dia luogo a movimenti speculativi sui mercati finanziari. Se il mercato dovesse reagire negativamente, si potrebbe creare una pressione al ribasso nel valore nei titoli di stato in circolazione (quelli tradizionali) creando problemi, per esempio, ai bilanci degli investitori istituzionali (banche, assicurazioni eccetera) che li possiedono. Ma se un titolo di stato è sempre convertibile in BTP fiscali – quindi in un titolo che mantiene sempre, con certezza, un valore, perché è utilizzabile per pagare tasse e non ha quindi rischio di default – la pressione al ribasso sopra citata incontra una soglia.

Questa, peraltro, non è l’unica finalità. Tanti più titoli vengono convertiti in BTP fiscali, tanto più diminuisce l’ammontare di titoli di stato “tradizionali”, che possono dar luogo a default. Si riduce così la possibilità di una “crisi dello spread” come quella del 2011.

Per quanto riguarda le nuove emissioni, anch’esse dovranno avvenire, nella maggior misura possibile, mediante BTP fiscali e non emettendo titoli “tradizionali”. Il debito in euro, quello che deve essere rimborsato e quindi può dar luogo a default, deve essere ridotto il più rapidamente possibile, idealmente a zero. E’ prevedibile che sul mercato ci sia interesse per le emissioni di BTP fiscali, anche in funzione del fatto che verranno ridotte – idealmente azzerate – quelle di titoli “tradizionali”, e che i loro abituali compratori (specialmente gli investitori istituzionali italiani) dovranno reimpiegare la loro liquidità. Uno strumento d’investimento senza rischio di default è interessante per motivi analoghi a quelli che rendono appetibile un titolo di stato in moneta sovrana.

 

D12. Ma i CCF e i BTP fiscali non sono comunque debito pubblico ?

R12. Sono un equivalente di moneta nazionale. Lo Stato italiano li accetterà in pagamento di imposte e altre obbligazioni finanziarie nei suoi confronti, ma non dovrà mai rimborsarli. L’emittente non li deve rimborsare in euro e quindi non potrà mai essere forzato al default.

 

D13. Quale sarà la reazione dei partner europei ?

R13. Il progetto Moneta Fiscale è la via per rendere sostenibile il sistema monetario europeo (senza attuare una “transfer union”, che la Germania non accetta) ed elimina il rischio di una deflagrazione dell’Eurozona. Inoltre, non si richiede alcun contributo finanziario alla Germania, e non si convertono le attività finanziarie italiane (depositi bancari, titoli di Stato) in una moneta destinata a svalutarsi.

 

D14. I trattati vanno riformulati ?

R14. Nella forma attuale, sono ineseguibili. D’altra parte sono stati concepiti su istanza dei paesi dell’ex area marco, che temono di doversi far carico dei debiti di uno o più paesi del sud. Il progetto Moneta Fiscale produce una forte ripresa economica dei paesi che lo adottano e nello stesso tempo riduce, con l’obiettivo realistico di azzerare, il debito che crea rischio di default.

 

D15. Esistono tuttavia dubbi che il progetto Moneta Fiscale possa essere attaccato in quanto non conforme ai trattati.

R15. Paradossalmente chi solleva questo tema afferma spesso che, essendo il progetto Moneta Fiscale a rischio di attacco sulla base della non conformità ai trattati… bisogna attuare il breakup ! Come se il breakup li rispettasse…

Il punto chiave è che il progetto rende possibile il conseguimento degli obiettivi economici che i trattati si prefiggono, in quanto consente sviluppo economico, occupazione, stabilità monetaria e riduce rapidamente, fino a eliminarli, i rischi di default sui debiti pubblici e i conseguenti dissesti finanziari. Al contrario, gli obiettivi dei trattati non sono conseguiti da una serie di altre azioni – l’OMT, le iniziative di sostegno intraprese dalla BCE, il QE stesso – che, a loro volta, sono attualmente oggetto di azioni legali. Si può sicuramente affermare che il progetto Moneta Fiscale è, rispetto a queste iniziative, almeno altrettanto conforme ai trattati, nonché enormemente più efficace per quanto attiene al raggiungimento dei loro obiettivi.

E’ importante tenere a mente che la Moneta Fiscale non è debito, in quanto lo stato emittente non ha obbligazioni di rimborso. Ma non viola neanche il monopolio di emissione della BCE, che riguarda la cosiddetta “legal tender”, cioè la moneta che estingue qualsiasi tipo di obbligazione denominata in euro. Con la Moneta Fiscale italiana non posso estinguere un’obbligazione nei confronti di un soggetto privato, italiano o estero. Solo lo stato emittente si impegna ad accettarla, a partire da due anni dopo l’emissione: e questo dà valore alla Moneta Fiscale. Ma al contrario dell’euro, la Moneta Fiscale non ha potere liberatorio automatico delle obbligazioni contratte in euro.

 

D16. Che effetti si verificano riguardo al fiscal compact ?

R16. Il fiscal compact impone un percorso accelerato di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL. Per l’Italia (ma anche per altri paesi) si tratta di obiettivi totalmente irrealistici. Richiederebbero manovre fiscali pesantissime che abbatterebbero ulteriormente il PIL, e tra l’altro impedirebbero di conseguire la riduzione del rapporto debito / PIL.

Nelle condizioni attuali il fiscal compact è quindi ineseguibile. Il progetto Moneta Fiscale, d’altra parte, fornisce proprio la via per rispettarlo, a condizione che venga chiarito in modo inequivocabile che i CCF e i BTP fiscali non sono debito, in quanto non creano rischio di default. In questo modo gli obiettivi di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL sono raggiungibili. E gli interessi diventano collimanti: il debito pubblico italiano espresso in euro, che la Germania teme, un giorno, di doversi sobbarcare a seguito di un default italiano, scende rapidamente e viene sostituito da emissioni di Moneta Fiscale italiana (non soggetta a default). Situazione enormemente più tranquilla sia per la Germania che per l’Italia.

 

D17. L’emissione di Moneta Fiscale non produrrà inflazione ?

R17. L’assegnazione di CCF produce un forte recupero della domanda e del PIL, ma gli effetti inflazionistici sono enormemente limitati dall’altissima quota di disoccupazione, quindi di capacità produttiva inutilizzata. Solo se l’ammontare emesso superasse i livelli che consentono il ripristino della piena occupazione si produrrebbe un eccesso d’inflazione. Va anche ricordato che, attribuendo CCF alle aziende in funzione dei loro costi di lavoro, se ne riducono i costi produttivi, con un effetto mitigante sull’inflazione. Peraltro, se un qualche modesto incremento avesse luogo, è esattamente quanto serve per riportarla dall’attuale zero (con rischio di cadere in deflazione) all’obiettivo BCE del 2%.

 

D18. Perché preferire il progetto Moneta Fiscale alla “spaccatura” dell’euro ?

R18. Perché è una riforma che può essere tranquillamente discussa e analizzata alla luce del sole e non una “deflagrazione” da attuare di sorpresa, in tempi rapidissimi, con rischi di panico bancario e sui mercati finanziari.

Perché non costringe la Germania a lavorare, d’improvviso, con una moneta rivalutata.

Perché non c’è svalutazione dei crediti stranieri verso l’Italia.

Perché non ci sono effetti redistributivi su aziende e banche, e contenziosi in quanto non è esattamente chiaro quali crediti e debiti si convertono in “Euro Nord” o “Nuovi Marchi”, e quali in “Euro Sud” o “Nuove Lire”.

Perché il cittadino italiano non si vede trasformare i suoi risparmi, il suo stipendio, la sua pensione, d’improvviso, in un oggetto diverso, di cui è chiaro solo che varrà di meno.

 

D19. Il progetto Moneta Fiscale è applicabile ad altri paesi ?

R19. Certamente: tutti i paesi dell’Eurozona che hanno oggi difficoltà, o comunque livelli di competitività inferiori a quelli tedeschi, nonché alta disoccupazione, possono introdurli (anzi è raccomandabile che lo facciano). Ciò nella misura, caso per caso, opportuna per ripristinare competitività e piena occupazione, rispettando i vincoli di inflazione stabile e moderata, e di equilibrio nei saldi commerciali esteri.

 

D20. I CCF diventeranno, a un certo punto, una vera e propria moneta circolante ?

R20. Il progetto funziona anche a prescindere che i CCF vengano utilizzati per transazioni correnti. Tuttavia è probabile che l’utilizzo quotidiano prenda piede e si incrementi. Anche senza emetterli sotto forma di monete e banconote ma usandoli per pagamenti elettronici (ad esempio via carta di credito) e come sottostante nella definizione di contratti di lavoro, affitto, compravendita, eccetera. E’ possibile, a un certo punto, che il CCF diventi a tutti gli effetti la moneta circolante principale.

sabato 10 gennaio 2015

Progetto Moneta Fiscale: assicurare la stabilizzazione finanziaria ed eliminare i rischi di insolvenza


Premessa

Senza cambiamenti profondi negli attuali meccanismi di conduzione delle politiche macroeconomiche, la crisi dell’eurosistema continuerà ad aggravarsi e a cronicizzarsi.

L’introduzione di una Moneta Fiscale nazionale (Certificati di Credito Fiscale / CCF) in affiancamento all’euro (in Italia e in tutti i paesi che hanno bisogno di ridurre le tasse, migliorare la competitività delle aziende, ed espandere la domanda) è in grado di risolvere le disfunzioni dell’eurosistema e di rimuovere, una volta per tutte, il dubbio che possa, prima o poi, verificarsi una rottura deflagrante della moneta unica.

Non viene richiesto, inoltre, ai paesi dell’ex area marco di accettare alti livelli di inflazione interna per riequilibrare la propria competitività rispetto al resto dell’Eurozona. Il riequilibrio di competitività dei paesi periferici avviene mediante assegnazione di Moneta Fiscale nazionale che va (in parte) a ridurre il cuneo fiscale che attualmente grava sulle loro aziende. La Germania, in particolare, non deve aumentare prezzi e salari interni: non subisce, quindi, perdite di competitività nei confronti dei paesi extra eurozona, né perdite di potere d’acquisto dei risparmi dei propri cittadini.

 

Esigenze di stabilizzazione finanziaria e di tutela dei creditori

L’attuazione del progetto Moneta Fiscale risulterà, com’è ovvio, enormemente facilitata se lo schema di riforma includerà una serie di meccanismi di tutela, che diano, ai creditori degli stati che introdurranno la Moneta Fiscale nazionale, ampie garanzie di essere rimborsati senza subire perdite né svalutazioni. Tutto ciò, fermo restando l’avvio di una forte ripresa di domanda, produzione e occupazione nell’intera Eurozona.

Nei paragrafi successivi, verranno sinteticamente delineate le principali possibili caratteristiche di questi meccanismi di tutela.

 

UNO: opzione di conversione dei titoli di Stato in circolazione in BTP fiscali

Al momento dell’introduzione della Moneta Fiscale nazionale, tutti i titolari di debito pubblico in euro ricevono un diritto d’opzione, che consente loro (senza peraltro creare alcun obbligo) di convertire i titoli in loro possesso in BTP Fiscali, cioè in titoli che pagheranno capitale e interessi in Moneta Fiscale e non in euro. I BTP Fiscali avranno scadenze più lunghe e tassi d’interesse più alti rispetto ai titoli in euro oggetto dell’opzione di conversione: per esempio tre anni in più di scadenza e un tasso maggiorato di due punti percentuali.

DUE: nel caso degli operatori finanziari istituzionali, condizionare l’assegnazione dei CCF all’esercizio dell’opzione di cui a UNO

Il progetto Moneta Fiscale prevede di assegnare gratuitamente, ogni anno, fino a un massimo di 80 miliardi di CCF ad aziende che operano sul territorio italiano, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti. Questo riduce il loro costo del lavoro effettivo e riallinea la competitività delle aziende italiane con quella degli stati più efficienti dell’Eurozona.

Circa 3 miliardi su 80 sarebbero da assegnare a società che operano nel settore bancario, finanziario e assicurativo, che sono anche grossi investitori in titoli di debito pubblico. A queste società, i CCF verrebbero assegnati solo a condizione che esercitino la conversione di titoli di Stato in euro (quelli attualmente esistenti) in BTP fiscali, sulla base di un rapporto prestabilito. Ad esempio, un CCF del valore facciale di un euro potrebbe essere assegnato per ogni 10 euro di titoli di stato convertiti. Se questo si verifica, ogni anno l’ammontare di titoli in euro diminuisce (per questo solo effetto) per un importo fino a un massimo di 30 miliardi.

 

TRE: rifinanziamento del debito pubblico in scadenza mediante BTP Fiscali

TRE, nella maggior misura possibile, lo Stato italiano riduce (se possibile azzera) le emissioni di titoli di Stato in euro, emettendo invece BTP Fiscali.

 

QUATTRO: opzione di differimento dell’utilizzo di CCF e BTP Fiscali

Nel momento in cui CCF e BTP Fiscali giungono a scadenza (cioè arriva la data in cui diventano utilizzabili per pagare tasse e per onorare qualsiasi tipo di impegno finanziario verso la pubblica amministrazione), al titolare viene offerta la possibilità di non utilizzarli immediatamente, differendone, invece, l’impiego. In questo caso, viene riconosciuta una maggiorazione del loro importo sulla base di un tasso di interesse (per esempio il 3% annuo). L’interesse viene anch’esso riconosciuto sotto forma di Moneta Fiscale.

Ad esempio, un CCF per un valore di 100, utilizzabile a partire dal 1° luglio 2018, potrebbe essere impiegato per onorare impegni finanziari verso la pubblica amministrazione pari a 103 se l’impiego si verifica, invece, il 1° luglio 2019.

 

CINQUE: impegni al pareggio di bilancio e all’attuazione del Fiscal Compact confermati ma con riferimento ai saldi netti in euro e al debito totale in euro

Viene confermato l’impegno a pareggiare il bilancio pubblico, ma con riferimento al saldo tra spese e incassi in euro. Viene altresì confermato l’impegno a ridurre il rapporto debito pubblico / PIL secondo la progressione prevista dal Fiscal Compact, precisando però che il debito pubblico è quello vero, quello cioè da rimborsare in euro: CCF e BTP fiscali, quindi, esclusi.

 

SEI: clausole di salvaguardia

Nell’ipotesi, estremamente improbabile, che tutto quanto sopra esposto non funzioni (ovvero se l’introduzione dei CCF produce effetti espansivi su domanda e PIL estremamente scarsi, e se tutte le azioni sopra descritte, da UNO a QUATTRO, falliscono o danno risultati estremamente modesti), il governo italiano attiva clausole di salvaguardia, mediante una o alcune (in combinazione) delle modalità sintetizzate qui di seguito, da SETTE a NOVE.

 

SETTE (prima possibile clausola di salvaguardia): prelievo patrimoniale compensato da erogazione di Moneta Fiscale

Viene effettuato un prelievo patrimoniale straordinario, da corrispondersi in euro, compensato però dall’erogazione di Moneta Fiscale (CCF o BTP Fiscali) per un valore effettivo sostanzialmente equivalente.

Questa azione, fermo restando che è altamente remota l’ipotesi che si arrivi effettivamente ad adottarla, è enormemente più indolore rispetto a una pura e semplice imposta patrimoniale. Per esempio, in luogo di richiedere un contributo di 15.000 euro a una famiglia con un patrimonio complessivo di 500.000, si parlerebbe di prelevare i medesimi 15.000 euro attribuendo in cambio BTP Fiscali di pari importo. In pratica, non sarebbe un’imposta patrimoniale ma un obbligo di sottoscrizione di BTP Fiscali (liquidi, negoziabili e di valore economico in linea con l’importo pagato in euro).

 

OTTO (seconda possibile clausola di salvaguardia): parziale conversione di spesa pubblica in Moneta Fiscale

Una quota di spesa pubblica viene convertita da euro a Moneta Fiscale.

Anche questa azione è nettamente meno penalizzante rispetto a un puro e semplice taglio di spesa. Ridurre ad esempio del 2,5% le retribuzioni dei dipendenti pubblici – ad esempio da 2.000 euro a 1.950 mensili – ha pesanti effetti depressivi; continuare a pagare 2.000, salvo che 1.950 rimangono in euro e 50 si convertono in Moneta Fiscale, molto ma molto meno.

 

NOVE (terza possibile clausola di salvaguardia): incrementi di tassazione compensati da erogazioni di Moneta Fiscale

In questo caso si tratterebbe, per esempio, di incrementare l’IVA di un punto percentuale, attribuendo però ai soggetti che la versano un pari importo di Moneta Fiscale nell’occasione di ogni versamento.

Va ricordato che, dopo che tra il 2011 e il 2013 l’aliquota base IVA è aumentata dal 19% al 22%, la legge di stabilità approvata a fine 2014 prevede che, tra il 2016 e il 2018, possano automaticamente scattare ulteriori incrementi, senza alcuna compensazione, fino a un massimo del 25,5%. Questi incrementi si verificherebbero in scenari di andamento negativo del deficit pubblico, presumibilmente dovuti alla mancata ripresa dell’economia, e con ogni probabilità appesantirebbero ulteriormente la domanda interna (vanificando, come è regolarmente avvenuto nel recente passato, il beneficio sul gettito).

Un incremento di tassazione da versare in euro, compensato dall’erogazione di Moneta Fiscale, consente invece, anche in questo caso, di migliorare il rapporto tra spese e incassi statali annui in euro, senza peggiorare l’andamento economico generale.

 

Situazione finale

Si delinea in definitiva una struttura di riforma in seguito alla quale:

===> L’economia italiana ottiene un poderoso rilancio.

===> La competitività delle aziende italiane migliora immediatamente, evitando che il recupero della domanda interna crei squilibri nei saldi commerciali esteri.

===> Non si verifica nessun “frantumazione” della moneta unica europea.

===> Il debito pubblico italiano espresso in euro (quello, cioè, che può dar luogo a rischi di default) viene in pochi anni ricondotto a percentuali molto più basse rispetto al PIL. Nel medio termine, si può arrivare addirittura all’azzeramento di ogni forma di debito pubblico in euro.

===> Lo stato italiano può finanziarsi senza ricorrere a incrementi di debito in euro, erogando Moneta Fiscale sia in forma di CCF che di BTP Fiscali.

===> Si garantisce un altissimo livello di tutela ai creditori, eliminando dal novero delle possibilità concrete ogni ipotesi di default o di svalutazione.
===> Non si richiede ad altri stati dell’Eurozona, in particolare alla Germania, di inflazionare prezzi e salari interni: quindi né di perdere competitività verso i paesi extra eurozona né di far subire ai propri cittadini perdite di valore dei loro risparmi.