Visualizzazione post con etichetta Disoccupazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Disoccupazione. Mostra tutti i post

sabato 13 settembre 2025

Scegliere tra inflazione e disoccupazione ?

 

Esiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione ? veramente per abbassare una bisogna alzare l’altra ?

In realtà, a gestione corretta delle variabili macroeconomiche, no. Un eccesso di domanda che innesca conseguenze indesiderate sui prezzi equivale a dire che si sta spingendo il sistema economico a livelli superiori alla piena occupazione, quindi la domanda può essere “raffreddata” senza impatti sensibili sui livelli di impiego della forza lavoro. 

E se invece l’inflazione deriva da shock dal lato dei costi, ad esempio delle materie prime, la strategia corretta non è abbattere la domanda: è tamponare l’inflazione abbassando imposte indirette, quali ad esempio IVA e accise.

Questo a gestione corretta. Solo che il mondo non è ideale, e la gestione della macroeconomia, come di qualsiasi altra cosa, non è sempre corretta, precisa, cronometrica, impeccabile.

Però anche in un mondo non ideale, va sempre ricordato che la disoccupazione è molto più nociva dell’inflazione.

La disoccupazione è un dramma per chi la vive. Un’inflazione al 4% invece che al 2% è un fattore di modesto disordine del sistema economico, ha alcuni effetti redistributivi non gradevoli, ma certamente non è un dramma.

E’ un dramma solo se diventa estrema, se raggiunge livelli a tre, a quattro, a enne cifre. Ma questo avviene solo in circostanze estreme, non solo per un po’ di eccesso di domanda.

E’ fuori luogo citare Weimar. Per accadimenti di quel genere, serve aver perso una guerra mondiale, avere subito riparazioni di guerra pari a un multiplo del PIL, vedersi occupare una porzione del territorio in cui si concentra il 30% della produzione industriale e il 50% delle risorse minerarie.

La piena occupazione è compatibile con un’inflazione bassa e stabile. Ma se c’è da scegliere, la piena occupazione è, deve essere, l’obiettivo primario.

domenica 26 maggio 2019

La disoccupazione di massa non nasce dalla carenza di attitudini


Molti paesi dell’Eurozona, e in particolare (purtroppo per noi) l’Italia, continuano a essere afflitti da un altissimo, inaccettabile livello di disoccupazione e sottoccupazione.

Il problema potrebbe essere facilmente e rapidamente risolto immettendo potere d’acquisto nel sistema economico. Un ampliamento della spesa pubblica e una riduzione del carico fiscale stimolerebbe la domanda e di conseguenza la produzione e l’occupazione.

E non c’è da temere una risalita dell’inflazione a livelli indesiderati, perché la produzione (quindi l’offerta) salirebbe di pari passo con la domanda, appunto in quanto esiste un potenziale produttivo oggi pesantemente sottoutilizzato.

Tutto questo può essere ottenuto anche mantenendo in essere l’euro e rispettando trattati e regolamenti UE, purché venga adottato il progetto Moneta Fiscale / CCF.

Un’obiezione che viene di tanto in tanto formulata è che le persone e le aziende inattive si trovano nell’attuale situazione perché sono in grado di produrre (per citare un mio interlocutore twitter) “soltanto beni e servizi che nessuno vuole: ecco perché si deve investire in innovazione. Posso avere i soldi ma nessuno mi convincerà a comperare una TV a tubo catodico”.

Per smontare questa obiezione, è sufficiente soffermarsi su quanto è accaduto nel periodo immediatamente precedente e immediatamente successivo al fallimento Lehman Brothers, che è stato il momento chiave della crisi finanziaria mondiale 2008-2009.

Vediamo in particolare i tassi di disoccupazione USA nei mesi sottoindicati:

Marzo 2007 (minimo pre-crisi)                         4,4%
Aprile 2008                                                        5,0%
Settembre 2008 (fallimento Lehman)                6,1%
Maggio 2009                                                      9,4%
Ottobre 2009 (massimo post- Lehman)           10,0%

La disoccupazione USA è salita di 5,6 punti percentuali tra marzo 2007 e ottobre 2009, quindi in poco più di due anni e mezzo.

E circa l’80% di questo incremento – 4,4 punti percentuali – si è verificato in tredici mesi, da aprile 2008 a maggio 2009.

In quel periodo, la forza lavoro USA (persone occupate più persone attivamente alla ricerca di lavoro) era pari a circa 140 milioni. Il 4,4% di 140 fa oltre sei milioni.

E sei milioni è sicuramente una stima per difetto dei posti di lavoro persi. Come sempre avviene in condizioni di crisi, molti hanno rinunciato a cercare lavoro (date le difficoltà del contesto economico), e molti altri sono stati costretti contro la loro volontà ad accettare impieghi part-time, interinali o precari.

Ora, vi sembra plausibile che in poco più di un anno oltre sei milioni di persone, negli USA, siano improvvisamente diventate incapaci di “produrre beni e/o servizi che qualcuno voleva” ?

E’ invece accaduto, semplicemente, che la crisi del sistema creditizio ha bloccato la circolazione di potere d’acquisto, contratto ordini e produzione delle aziende, e forzato gli imprenditori a comprimere i costi.

Gli USA sono poi usciti da questa pericolosissima situazione compensando la caduta del credito privato con un’espansione dei deficit di bilancio pubblico. Il governo ha immesso nel sistema la capacità di spesa che i privati stavano riducendo.

La ragione per cui gli USA sono usciti dalla crisi (che pure era iniziata proprio nel loro paese) e l’Italia no, sta proprio nel fatto di aver esercitato un’azione anticiclica sulla domanda.

Azione anticiclica che da noi invece è stata attuata in misura molto più modesta, e a partire dal 2011, “grazie” alle regole dell’eurosistema e alle sciagurate “prescrizioni” provenienti dalla UE, è stata addirittura rovesciata, lasciando il posto a un violento intervento restrittivo sul bilancio pubblico. Quanto di più insensato si poteva concepire, in quel contesto.

La “spiegazione attitudinale” della crisi e della disoccupazione non spiega proprio niente. Le azioni di politica economica fanno invece comprendere molto bene che cosa si è sbagliato, e che cosa va corretto.

lunedì 13 novembre 2017

Se mi indebito per comprare casa


Se io (privato) accendo un mutuo per comprare casa, mi ritrovo con un debito e con un attivo (la casa). Non mi arricchisco né mi impoverisco (se ho pagato un prezzo corretto per la casa). Però ho aumentato il mio debito, il che comporta un rischio finanziario (non riuscire a pagare il debito).

Se uno Stato s’indebita per costruire un ospedale, la situazione può sembrare analoga. Il rischio finanziario dello Stato aumenta. L’operazione ha senso (o meno) purché l’attivo (l’ospedale) abbia un valore superiore al debito contratto.

Questo dal punto di vista dello Stato, inteso come pubblica amministrazione nazionale.

Ma vediamo invece le cose dal punto di vista della collettività nazionale, ipotizzando che l’ospedale venga costruito mettendo al lavoro persone, aziende, impianti italiani (senza generare, cioè, un peggioramento dei saldi commerciali esteri).

In questo caso si crea reddito per chi ha lavorato alla costruzione dell’ospedale: e il maggior reddito è pari al maggior debito dello Stato. L’impatto finanziario netto per la collettività nazionale è nullo. Ma la collettività nazionale si ritrova con un ospedale in più.

C’è, si dirà, maggior rischio finanziario per lo Stato, perché il suo debito si è incrementato. Ma questo non è più vero se lo Stato emette la moneta in cui si indebita – o se emette moneta e paga direttamente con quella persone, aziende e impianti.

In questo caso, lo Stato non assume debito che potrebbe non riuscire a rimborsare. Il problema che può sorgere è casomai quello dell’inflazione: se per costruire l’ospedale ho dovuto distogliere persone, aziende, impianti da altre attività, si produrrà una scarsità di offerta di altri beni, il che ne aumenterà i prezzi. Effetto a ciò connesso è che qualche altro bene non verrà prodotto: l’inflazione sarà in effetti la conseguenza della scarsità di risorse produttive. Avrò un ospedale in più, ma verrà a mancare qualche altro bene o servizio, e i prezzi aumenteranno.

Ma se ho costruito l’ospedale mettendo al lavoro persone, aziende, impianti che altrimenti sarebbero rimasti inattivi, non creo scarsità di offerta di nessun altro bene o servizio, e nemmeno, quindi, impatti significativi sull’inflazione.

In queste condizioni – tipiche di un contesto di forte disoccupazione e di massiccio sottoutilizzo delle risorse produttive, come oggi in Italia - costruire un ospedale utilizzando risorse produttive nazionali, pagate in moneta nazionale, porta ai seguenti risultati:

un ospedale in più

incremento dell’occupazione

incremento dei redditi della collettività nazionale

nessun incremento dell’indebitamento statale

nessun incremento del rischio finanziario dello Stato

nessun incremento indesiderato dell’inflazione.