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lunedì 26 luglio 2021

Non esiste trade-off tra democrazia e crescita

 

Ormai da diversi anni, ma ultimamente con maggiore frequenza, sento e leggo commenti di persone appartenenti all’establishment (in posizioni più o meno rilevanti) che ruotano intorno a concetti inquietanti.

“La democrazia ha dei limiti”.

“Coniugare democrazia e sviluppo economico diventa sempre più difficile”.

“Il successo della Cina, bisogna ammetterlo, mostra che un regime autoritario è vantaggioso in termini di efficienza economica”.

E varianti sul tema.

Beh, cerchiamo di chiarire una cosa. L’ascesa economica della Cina non ha niente a che vedere con l’assenza di democrazia.

Il regime cinese non è democratico, ma l’origine del suo successo economico sta altrove:

UNO, pur essendosi aperta, almeno parzialmente, al capitalismo e all’iniziativa privata, mantiene un forte controllo statale sulle politiche di sviluppo economico e industriale.

DUE, in particolare è dotata di un rilevantissimo sistema di grandi imprese e di banche a controllo pubblico, e non ha nessuna intenzione di ridurne il perimetro.

TRE, se nei primi anni del suo decollo economico è cresciuta in larga misura grazie all’export, ne sta diventando sempre meno dipendente e sta sempre più facendo leva sulla crescita del mercato interno.

QUATTRO, naturalmente dispone della propria moneta e non ha la minima intenzione di seguire nulla di anche solo vagamente rassomigliante alle deliranti ricette euroausteriche.

Il successo economico della Cina in effetti ricorda molto il miracolo economico italiano del dopoguerra (che neanche gli oil shocks avevano interrotto, contrariamente a quanto spesso si sente dire). È un modello di economia mista, che combina l’iniziativa privata con un rilevante ruolo dello Stato.

L’assenza di democrazia non è affatto un fattore di successo economico. Se nell’Eurozona e in particolare in Italia la democrazia verrà meno, non diventeremo la Cina. In costanza delle politiche economiche euroausteriche, rimarremo un esempio di insuccesso economico E IN PIU’ faremo passi indietro in merito alle libertà politiche, di espressione, di opinione. Senza nessun beneficio e senza nessuna contropartita.

domenica 28 febbraio 2021

Cosa è opportuno fare stampando moneta

 

Gli euroausterici che interloquiscono sui vari social network, in particolare su twitter, svolgono anche alcune funzioni utili. Per esempio, aiutano a mettere in chiaro concetti che diventano evidenti… dopo la spiegazione, ma che magari non lo sono a priori.

Un esempio recente. Domanda “ma se tu sostieni che la moneta può essere prodotta senza limiti (salvo quello della disponibilità di risorse produttive) allora sei a favore di uno stato imprenditore che fa di tutto compreso scarpe e panettoni ? e se no, perché ?”

Risposta.

Lo Stato, emettendo moneta, può mobilitare tutte le risorse produttive disponibili nell’ambito del sistema economico, ed eliminare la disoccupazione.

Ma lo Stato – opinione mia, dato che non credo nel dirigismo spinto e men che meno nella collettivizzazione dell’economia – non deve fare qualsiasi cosa. Si deve occupare di infrastrutture e di beni comuni. Tipo di sanità, autostrade, difesa nazionale, ordine pubblico, protezione del territorio. Non di scarpe e panettoni.

Perché non credo nella collettivizzazione integrale dell’economia ? perché non vedo in quale parte del mondo e in quale periodo storico un modello del genere abbia mai funzionato.

Detto questo, occorre evitare disoccupazione e/o sottoccupazione delle risorse produttive. Come ? immettendo potere d’acquisto nell’economia nella misura necessaria, spendendo più di quanto si tassa: generando quindi un appropriato livello del cosiddetto deficit pubblico (livello che in media NON E' ZERO).

In parte, questa espansione va rivolta agli investimenti infrastrutturali e ai beni comuni, nel senso sopra accennato.

Ma non è appropriato che lo Stato produca scarpe e panettoni, perché quello che non è infrastruttura e che non è bene comune lo fanno meglio i privati, in un ambito di libera iniziativa. E quando necessario, l’espansione produttiva dell’economia privata può essere ottenuta non aumentando la spesa pubblica, ma riducendo le tasse.

Si delinea quindi un modello di economia mista, in cui intervento pubblico e iniziativa privata convivono, e si immettono mezzi finanziari nella misura appropriata a realizzare il pieno impiego delle risorse produttive.

E la ripartizione e le modalità degli interventi vanno decise a valle di un processo politico, impostato secondo gli schemi della democrazia rappresentativa.

Questo è quanto ho visto funzionare molto bene, in particolare in Italia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e fino all’ingresso nell’euro. E lì occorre tornare.