Tra le varie
idee che circolano, nei dibattiti sull’eurocrisi e sulle sue possibili
soluzioni, esiste quella di trasformare l’Eurozona seguendo il modello del
Bancor, proposto originariamente da John Maynard Keynes nel 1944 a Bretton
Woods.
Le linee
generali dello schema Bancor prevedono di adottare una moneta unica per un
gruppo di paesi (Keynes la vedeva applicata addirittura a livello mondiale).
L’unione monetaria deve però essere corredata da una serie di meccanismi per
prevenire e gestire in modo efficiente e simmetrico gli effetti negativi di
squilibri nei saldi commerciali e nei flussi finanziari tra le varie nazioni.
Applicato
all’Eurozona, una schema Eurobancor potrebbe funzionare come segue. I paesi
aderenti si impegnano a far transitare i flussi finanziari prodotti dagli
scambi commerciali da un’istituzione centrale – potrebbe essere la BCE, o un’altra
costituita appositamente - che svolge funzioni di “stanza di compensazione”. I
paesi che ottengono surplus commerciali hanno quindi una posizione finanziaria
attiva presso la stanza di compensazione, quelli in deficit una posizione
passiva.
Le posizioni
attive presso la stanza di compensazione non possono essere liberamente
utilizzate dal paese eccedentario, che si impegna invece a impiegarle per
acquistare beni e servizi dai paesi deficitari, in modo da riequilibrare le
posizioni e ricondurle sotto livelli prestabiliti entro un periodo temporale
prefissato. Se questo non si verifica, sono previste penalità finanziarie o
anche la possibilità, per i paesi deficitari, di “forzare” il riequilibrio introducendo
dazi o altre misure restrittive riguardo alle loro importazioni da paesi
eccedentari.
Costruito
correttamente, uno schema Bancor è sicuramente un modello di grande interesse,
in quanto spinge i vari paesi aderenti a impostare relazioni commerciali
equilibrate, armoniche e collaborative.
Tuttavia va
chiarita una cosa. Il Bancor NON è un meccanismo per risolvere il problema
della transizione dall’attuale catastrofico assetto dell’Eurozona, a un modello
corretto e funzionale. Può essere un punto d’arrivo, ma non gestisce il
“passaggio”.
Mi spiego. Oggi
a opporsi alla riforma del sistema euro sono l’Unione Europea e i paesi
eccedentari, in primo luogo la Germania. Che vuole continuare ad avere le mani
perfettamente libere nelle sviluppare politiche di tipo mercantilistico,
orientate a massimizzare i surplus commerciali, e forza i paesi meno
competitivi a cercare di riequilibrare la situazione mediante un disastroso (e
in realtà irrealizzabile) percorso di deflazione dei salari, dei consumi e
della domanda interna.
Se la Germania
non accetta un progetto di riforma modellato secondo le linee del Bancor, che
cosa abbiamo risolto ? alcuni dei suoi proponenti hanno sviluppato questa
curiosa argomentazione. Tutti gli altri principali paesi dell’Eurozona – ad
esempio Francia, Italia e Spagna – si accordano per adottare uno schema Bancor.
Lo comunicano alla Germania. A questo punto ci sarebbero due alternative: o la
Germania entra nello schema, o esce dall’euro.
L’argomentazione
non regge perché la Germania ha in realtà una terza, semplicissima opzione.
Dire: bravi, adottate questo elegantissimo schema TRA DI VOI. Noi andiamo
avanti come prima. Restiamo nell’euro e non accettiamo nessun nuovo vincolo
alle nostre politiche commerciali.
Se la Germania
non cambia posizione, non adotta cioè un approccio cooperativo, agli altri
paesi rimangono le alternative che possono essere intraprese in modo
indipendente, cioè prescindendo dall’atteggiamento tedesco.
Una è l’uscita
unilaterale dall’euro: break-up, conversione degli attuali rapporti
contrattuali e creditizi da euro a nuova moneta nazionale, e svalutazione.
L’altra, molto
più efficiente (in quanto si evitano tutti i rischi e gli “effetti collaterali”
del break-up) è la Riforma Morbida: introduzione di nuovi strumenti monetari
nazionali (quali i Certificati di Credito Fiscale) A FIANCO dell’euro.
Il Bancor è un’idea
molto interessante. Ma diventa un tema di attualità DOPO che si è risolto il
problema della transizione. Non è l’interruttore che la fa “scattare”.