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mercoledì 1 luglio 2015

Referendum greco



Riflessioni. Tsipras ha negoziato per cinque mesi coerentemente al suo mandato elettorale: mettere fine all’austerità senza che la Grecia abbandonasse l’euro.
Non ha ottenuto nulla che potesse in alcun modo migliorare la situazione economica del suo paese, né che potesse essere presentato in parlamento senza provocare la spaccatura di Syriza. L’ala sinistra del suo partito l’avrebbe abbandonato, e le proposte dei creditori non sarebbero comunque state accettate.
La via CCF è lo strumento che consentirebbe di produrre la ripresa dell’economia greca pur rispettando i vincoli imposti dai creditori. Ho indicazioni attendibili che vari membri del governo greco sono al corrente di questa possibilità, o di altre equivalenti (quali i TAN di Parenteau e Andreesen).
Purtroppo, le valenze della (quasi-)Moneta parallela Fiscale non sono state sufficientemente comprese, quantomeno dalle figure chiave del governo greco. Del resto, un anno fa Varoufakis aveva proposto un altro strumento simile (gli FT-Coins) senza però capire che sono enormemente più efficaci come succedaneo monetario che come forma di finanziamento.
Ha forse anche influito il timore – ipotizza qualcuno – che la UE avrebbe comunque interpretato come una rottura l’introduzione dei CCF. Io non credo: primo perché non lo sono, secondo perché è molto più di rottura l’aver sospeso le trattative e chiamato il referendum. E anche altre azioni sviluppate negli ultimi mesi, quali gli abboccamenti con Putin.
Arrivati a questo punto, comunque, credo che gli scenari possibili nella sostanza si riducano a due.
Se il NO vince al referendum, si va direttamente (anche se il quesito referendario è sull’accettazione delle proposte dei creditori e non sull’uscita dall’euro) al Grexit. I controlli sui movimenti di capitale e la chiusura delle banche sono già in corso, quindi molte delle complicazioni che intimorivano chi rifletteva sull’eventualità del break-up sono comunque ormai un dato di fatto.
L’altra possibilità è che vinca il SI, o che si trovi all’ultimo momento una via per evitare il referendum. In entrambi i casi, si definirà un nuovo accordo con i creditori che manterrà (almeno temporaneamente) la Grecia nell’euro, ma sotto condizioni che (con qualche piccola variazione o concessione) saranno sostanzialmente le stesse che Tsipras non ha accettato di sottoporre al suo parlamento. Per approvarle, sarà quindi necessario un rimpasto della maggioranza di governo, o più probabilmente passare da nuove elezioni.
La buona notizia è che, anche in quest’ultima eventualità, la via CCF resterà comunque percorribile – dopo.
La cattiva notizia è che al governo deve arrivare qualcuno che la capisca e che la metta in atto. Non è da escludere (anzi) che se ne convinca Syriza stessa, ammesso che sia ancora, in futuro, il partito di maggioranza. Ovviamente, non è neanche certo.
Personalmente, a questo punto mi auguro che vincano i NO, e che si vada direttamente alla Grexit. Non è lo scenario che mi auguravo. Ma c’è, a questo punto, poco da temere, e moltissimo da guadagnare, per la Grecia.

venerdì 3 aprile 2015

Doppia circolazione greca: due indizi non fanno ancora una prova…


Sembravano farla, perché dopo l’articolo uscito su Reuters e citato nel post di ieri, un’altra fonte è tornata sull'argomento.

L’autore descrive, con il tono di qualcuno che ha avuto informazioni di prima mano, una riunione riservata tenuta tra esponenti del governo greco, in cui il ministro delle finanze Varoufakis ha illustrato il progetto di introduzione di una moneta complementare, con un supporto elettronico sul modello Bitcoin.

Sembrerebbe tutto molto interessante salvo che… l’articolo è stato pubblicato il 1° aprile ! e Varoufakis ha avuto cura di segnalare la circostanza, via twitter, ai suoi molti followers

Vale la pena di ricordare comunque che Varoufakis aveva già scritto un anno fa (e non era il primo aprile…) in merito a un’idea del genere. Se ne era parlato qui.

Esaminiamo (scordandoci per un attimo la data di pubblicazione dell’articolo…) i contenuti dell’idea. Si parla di assegnare supporti elettronici che erogano moneta fiscale, in forma gratuita, ai cittadini greci (facendoli invece pagare ai turisti stranieri). Si tratterebbe a tutti gli effetti di un’azione di “helicopter money”, quindi di un potente stimolo congiunto, monetario e fiscale.

E sarebbe un miglioramento importantissimo rispetto all’idea originaria di Varoufakis, che era invece di collocare gli FT-Coins a pagamento, sia pure a condizioni favorevoli. Il che ne ridurrebbe di parecchio l’efficacia.

Avrei invece perplessità in merito all’idea di utilizzare un supporto tecnologico raffinato, stile Bitcoin. Perplessità in quanto non vorrei che l’implementazione desse luogo a problemi tecnici e a lungaggini. Personalmente mi sentirei più tranquillo con un meccanismo tradizionale (alimentazione di conti bancari ad hoc, ad esempio).

Però non sono un esporto di tecnicismi digitali-monetari, e magari è tutto molto più semplice di quanto temo.

Comunque, non c’è da scervellarsi troppo a valutare la proposta. E’ tutto uno scherzo.

Forse.

giovedì 12 febbraio 2015

La Moneta Fiscale nazionale: una soluzione stabile per la Grecia e per l’Eurozona


Nel momento in cui scrivo (mattina dell’11 febbraio 2015) è aleatorio fare previsioni in merito all’esito dei complessi negoziati tra Atene, Bruxelles e Berlino. L’Eurogruppo di oggi e del summit dei vertici UE di domani daranno indicazioni, probabilmente, ancora parziali.

Lo scenario a mio avviso più probabile è che si trovi un qualche tipo d’accordo che eviterà le evoluzioni più deflagranti, quali un’uscita della Grecia dall’Eurozona e un suo default totale, o comunque massiccio, sul debito.

Se non in pochi giorni, nel giro di alcune settimane si potrebbe arrivare a concedere alla Grecia una ridefinizione del profilo di rimborso del debito (con riduzione degli interessi da pagare), l’accesso del sistema bancario a finanziamenti BCE in misura sufficiente ad allontanare il rischio di corse agli sportelli e gravi turbolenze finanziarie, e un allentamento dei vincoli fiscali.

In queste ultime ore, si parla (riguardo a quest’ultimo punto) di autorizzare la Grecia a ridurre il surplus di bilancio pubblico primario (interessi, quindi, esclusi) in misura pari all’1,5% del PIL.

Si tratterebbe di una concessione apprezzabile, ma insufficiente.

Se si permette alla Grecia di ridurre il saldo tra incassi fiscali e spesa pubblica in misura pari all’1,5% annuo, è in effetti possibile attivare un mix di maggior spesa sociale, riduzione di imposte e investimenti pubblici, probabilmente pari (in totale) al 2,5% circa. In condizioni di domanda fortemente depressa, infatti, un’iniezione di domanda e potere d’acquisto nel sistema economico produce effetti più che proporzionali. Il 2,5% di intervento espansivo alzerebbe il PIL greco del 3% circa, producendo nello stesso tempo maggior gettito fiscale in misura pari grosso modo all’1%. Il saldo tra 2,5% e 1% è pari, appunto, a 1,5%, cioè all’ipotesi di allentamento del vincolo fiscale sopra menzionata.

Stiamo quindi parlando di un intervento che innalza il PIL greco del 3% circa. In assoluto non è poco, e rappresenterebbe una significativa inversione di tendenza dopo otto anni di crisi. Ma dal 2007 a oggi il PIL greco è calato del 25%. Per recuperare questa caduta in tempi ragionevoli servono interventi molto più corposi.

Uno strumento estremamente efficace potrebbe essere costituito dalla Moneta Fiscale nazionale. Unitamente agli interventi concordati in sede UE, la Grecia potrebbe emettere Certificati di Credito Fiscale (CCF), titoli utilizzabili per pagare (a partire da due anni dopo la loro emissione) tasse, imposte e obbligazioni finanziarie verso il settore pubblico in genere.

I CCF possono essere attribuiti gratuitamente ai lavoratori, in modo da integrare il loro reddito, e contemporaneamente alle aziende, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti. Quest’ultima azione migliorerebbe istantaneamente la competitività delle aziende greche, evitando che la ripresa della domanda interna crei squilibri nei saldi commerciali esteri. Le esportazioni nette infatti aumenterebbero e questo compenserebbe la crescita dell’import che va normalmente di pari passo con una significativa ripresa dell’economia.

Quote di CCF potrebbero anche essere utilizzate per finanziare spesa sociale o investimenti pubblici.

I CCF aumenterebbero immediatamente il potere d’acquisto del ricevente. Avendo un valore certo a due anni-data (in quanto sono, a quel punto, utilizzabili per pagare tasse, in rapporto pari a un CCF per un euro) si svilupperebbe un attivo mercato finanziario, sul quale i CCF potrebbero essere ceduti contro euro con uno sconto in linea con quello di un titolo di Stato zero coupon di analoga scadenza.

L’immissione di questo ulteriore potere d’acquisto nell’economia produrrebbe una ripresa molto più forte dell’economia greca. Al momento (due anni dopo) in cui i CCF diventano utilizzabili, si viene così a creare il maggior gettito fiscale lordo che compensa l’impiego dei CCF per pagare tasse. Questo rende possibile rafforzare in misura molto significativa la ripresa, rispettando nello stesso tempo gli impegni presi con la UE a livello di saldo netto, anno per anno, tra spese e incassi pubblici in euro.

Il progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale è dettagliatamente descritto nel manifesto / appello predisposto da Biagio Bossone, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e dall’autore del presente articolo ed è anche uno degli argomenti principali trattati ne “La soluzione per l’euro – 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana” (Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, Hoepli 2014). Il manifesto e il libro trattano l’argomento Moneta Fiscale / CCF soprattutto con riferimento al caso Italia, ma ovviamente il progetto è applicabile a tutti gli stati membri dell’Eurozona.

L’introduzione di Monete Fiscali nazionali in affiancamento all’euro permetterebbe, in effetti, di dare finalmente al sistema monetario europeo un assetto stabile e sostenibile. I vari paesi potrebbero effettuare azioni espansive della domanda e migliorare la competitività delle proprie aziende senza creare nuovo indebitamento.

L’immissione di Monete Fiscali nazionali dovrebbe essere effettuata, paese per paese, con dimensioni e allocazioni mirate a riassorbire la disoccupazione nata per effetto della crisi, senza generare squilibri nei saldi commerciali esteri. Otterrebbe anche il risultato di invertire l’attuale preoccupante tendenza all’insorgere di fenomeni deflattivi nell’Eurozona. Rafforzare la domanda interna produce infatti una ripresa dei prezzi, e l’azione espansiva può essere regolata in modo da riportare l’inflazione media nei vari stati intorno all’obiettivo BCE del 2% (ma non oltre).

Tornando alla Grecia, ci sono possibilità concrete che la Moneta Fiscale possa essere utilizzata e costituisca un fattore chiave per l’avvio di una significativa e duratura ripresa ? Esistono, al riguardo, indicazioni positive.

Uno strumento molto simile ai CCF, i Tax-Anticipation Notes (TAN), è stato ad esempio concepito da Robert Parenteau, economista del Levy Institute, con il quale ha collaborato Rania Antonopoulus (attuale viceministro del lavoro).

E lo stesso ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, ha recentemente (circa un anno fa) proposto FT-Coins. Simili anch’essi ai CCF (FT sta per Future Taxes), nell’ipotesi di Varoufakis i FT-Coins sarebbero non da assegnare gratuitamente ma da collocare (sia pure a condizioni vantaggiose per l’acquirente). A mio giudizio è più efficace l’assegnazione gratuita, in quanto costituisce una vera e propria azione di “Helicopter Money”: uno stimolo congiunto fiscale-monetario, attuato a livello di singolo paese (senza bisogno, quindi, dell’intervento della BCE).

Al di là delle molte varianti tecniche che possono essere concepite, comunque, è fondamentale comprendere che le Monete Fiscali nazionali sono una via per dare flessibilità ed efficienza al sistema monetario europeo, per risolvere la crisi e per costruire un assetto stabile nel tempo. Sgombrando una volta per tutte il campo dai rischi di deflagrazione dell’Eurozona, e non solo con riferimento alla Grecia.

venerdì 6 febbraio 2015

Moneta Fiscale in Grecia: col favore delle tenebre ?


Il nuovo governo greco ha, con ogni probabilità, ben chiara in mente l'ipotesi di introdurre una forma di Moneta Fiscale parallela all’euro.

I FT-Coins proposti tempo addietro dal nuovo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, sono sostanzialmente dei “CCF a pagamento”.

E il viceministro del lavoro, Rania Antonopoulos, è in contatto con Robert Parenteau, che ha sviluppato un progetto di “Tax Anticipation Notes”, ancora più simili ai Certificati di Credito Fiscale.

C’è quindi la concreta possibilità che la Moneta Fiscale venga introdotta in Grecia in forma “sotterranea”. Non esattamente di nascosto, ma senza annunci particolarmente enfatici o spettacolari.

L’ipotesi che sto formulando è che le conversazioni relative alla ristrutturazione del debito greco si trascinino senza esito ancora per svariate settimane.

Nel frattempo, i greci introducono la Moneta Fiscale e iniziano a utilizzarla per programmi di spesa sociale, di riduzione del carico fiscale a beneficio di cittadini e aziende, di investimenti pubblici eccetera.

Anche se non si darà particolare pubblicità alla cosa, la BCE naturalmente ne verrà a conoscenza, e si possono immaginare a questo punto tre scenari.

Il primo è che la BCE di colpo “stacchi la spina” alla Grecia, dichiarando che non fornirà più liquidità in euro alle banche greche. A questo punto la Grecia esce, immediatamente e a tutti gli effetti, dall’euro: i contratti vengono ridenominati da euro a Nuove Dracme, la Moneta Fiscale in circolazione viene convertita anch’essa in Nuova Dracma, la Banca Centrale greca fornisce Nuove Dracme ai vari istituti per far fronte ai prelievi dei depositanti. La Grecia va in default sui debiti verso FMI e stati membri dell’Eurozona.

Il secondo è che ci si decida finalmente a trovare un accordo, per esempio sulla base dell’attuale proposta Syriza. Il debito greco viene ristrutturato, la Grecia si impegna a mantenere un surplus di bilancio (più basso dell’attuale) inteso come saldo positivo tra incassi e spese statali in euro, anno per anno, e continua a utilizzare la Moneta Fiscale per attuare manovre economiche espansive (in altri termini, per proseguire e ampliare le azioni di spesa sociale, investimenti e riduzioni di imposte già attivate in precedenza).

Il terzo è che la BCE e i vari paesi europei buttino il barattolo in avanti (come sono abituati a fare, del resto) senza, sostanzialmente, agire in nessun modo. La BCE continua a fornire liquidità alle banche greche, il debito non viene ristrutturato ma neanche pagato (“rimane lì”), la Grecia fa politiche espansive riducendo fino a zero l’attuale surplus di bilancio pubblico nonché con la Moneta Fiscale, e si prosegue come se nulla fosse. Almeno per un po’.

E' molto probabile che il terzo scenario sia destinato a sfociare successivamente in uno dei primi due. Ma non sarei stupito se si protraesse per un periodo non brevissimo, 12-18 mesi per esempio.

giovedì 5 febbraio 2015

La proposta Syriza


Dopo la vittoria nelle elezioni greche del 25 gennaio scorso, il primo ministro Alexis Tsipras e il ministro delle finanze Yanis Varoufakis stanno incontrando i loro omologhi dei maggiori stati membri UE, nonché le autorità di Bruxelles e i vertici della BCE a Francoforte.

E’ stata delineato, da parte di Varoufakis, un piano che considero di grande sensatezza e ragionevolezza.

Il debito greco subirebbe un trattamento differenziato.

Il 20% circa sui totali 330 miliardi di euro di debito, quindi 60-70, detenuto da investitori privati, resterebbe in essere senza nessuna richiesta di modifica né riguardo agli interessi né all’allungamento delle scadenze.

Tutto il resto è detenuto dalla UE, dalla BCE e da vari stati membri dell’Eurozona. Non vengono richiesti sconti sul valore facciale di questi debiti, ma la conversione in due forme diverse di obbligazioni.

Una parte diventerebbe debito perpetuo, che pagherà interessi ma di cui non verrà mai rimborsato il capitale.

Un’altra parte verrebbe rimborsata, con livelli di interessi e tempi di rimborso del capitale che dipenderanno però dalla futura ripresa del PIL greco. Più l’economia riprende e più si paga, in altri termini; e viceversa.

I dettagli della proposta non sono ancora stati resi noti e, con ogni probabilità, sono in effetti ancora da finalizzare dopo aver preso atto delle reazioni delle varie controparti. Circolano ipotesi secondo le quali da tutto quando sopra la Grecia dovrebbe ottenere alcuni miliardi all’anno di riduzione nei pagamenti per interessi.

La Grecia ha inoltre bisogno di immettere soldi nell’economia reale, sotto forma di maggiore spesa pubblica e/o di riduzioni di tasse. Si parla di una riduzione nel surplus di bilancio primario dal 4,5% del PIL all’1-1,5%.

In pratica, la Grecia avrebbe a disposizione circa 6,5 miliardi (in più rispetto a oggi) per effettuare manovre fiscali espansive. Con questa dotazione, si può ottenere in realtà un risultato di crescita del PIL ancora più accentuato: ipotizzando un moltiplicatore keynesiano pari a 1,2 (ipotesi che appare prudente - il moltiplicatore è molto alto quando un’economia recupera a partire da uno stato di profonda depressione) la combinazione di minori tasse e minore spesa può arrivare a 12 miliardi. Il recupero di PIL sarebbe infatti di 15 circa e il 35-40% di questo importo produrrebbe maggior gettito, per lo stato greco, pari a 5,5 miliardi circa.

Quindi, in sintesi: 6,5 miliardi di risorse a disposizione permettono 12 miliardi di azione espansiva, in quanto producono 15 miliardi di recupero del PIL e 5,5 circa di maggior gettito. Il saldo tra 12 e 5,5 è, appunto, 6,5.

L’importo di 15 miliardi di maggior PIL non è affatto trascurabile. Significa un recupero del 7,5% rispetto ai 200 circa attuali, conseguibile con ogni probabilità non in un anno solo, ma, plausibilmente, tra il 2015 e il 2016.

Un elemento che i greci non dovranno trascurare è di non creare problemi ai saldi commerciali esteri. Se la maggior domanda interna si rivolgesse in misura significativa alle importazioni, senza effetti compensativi, il recupero di PIL sarebbe decisamente inferiore e la Grecia riprenderebbe ad accumulare debiti verso l’estero.

Per evitare quanto sopra, comunque, è sufficiente destinare una parte dei 15 miliardi di azione espansiva alla riduzione del cuneo fiscale, abbassando i costi fiscali e contributivi che gravano sulle aziende greche. Questo determina un immediato riallineamento di competitività e può essere regolato in modo che le maggiori importazioni siano compensate da maggiori esportazioni nette.

Un recupero di PIL del 7,5% equivale a una netta inversione di tendenza. La caduta di PIL subita dalla Grecia per effetto della crisi è, tuttavia, ancora più elevata – il 25% circa.

Per recuperare pienamente il PIL perso, la Grecia ha due ulteriori alternative, non incompatibili tra loro.

La prima è, semplicemente, fare affidamento su un inversione nel clima di fiducia, sulla propensione delle aziende a investire e delle banche a concedere credito, che potrebbe spingere il moltiplicatore a livelli anche più alti (e forse significativamente più alti, come si diceva) di 1,2.

La seconda, come messo in evidenza da Pier Paolo Flammini, è di accompagnare il riassetto macroeconomico e delle finanze pubbliche sopra descritto con l’immissione di Moneta Fiscale, sotto forma di Certificati di Credito Fiscale, di FT-Coins (che sostanzialmente sono CCF collocati a pagamento, ma a condizioni incentivanti) o di una combinazione delle due cose.

Un’ulteriore, forte accelerazione della ripresa sarebbe conseguibile immettendo Moneta Fiscale per importi non drammaticamente elevati, per esempio 5 miliardi all’anno.

Va notato che la Grecia si porrebbe nella situazione di cessare ogni dipendenza dal collocamento di titoli di debito pubblico. Sarebbe sufficiente rifinanziare i 60-70 miliardi circa di debiti verso privati, pari a poco più del 30% del PIL attuale (percentuale destinata, in prospettiva, a scendere grazie alla ripresa). Il surplus primario dell’1-1,5% basterebbe a pagare gli interessi, mentre i debiti verso BCE, FMI e stati membri Eurozona saranno in parte, come detto, trasformati in perpetui (quindi non soggetti a rimborso) e in parte rimborsati con risorse prodotte dalla crescita del PIL (nella misura in cui ci sarà).

E rimarrà a disposizione lo strumento della Moneta Fiscale, per accelerare il recupero di condizioni di piena occupazione nonché per effettuare, in futuro, azioni di stabilizzazione dell’economia nel caso di eventi congiunturali negativi: il tutto senza dipendere dai mercati finanziari e dall’emissione di debito soggetto a rimborso in una moneta (l’euro) di cui lo stato greco non è emittente.

Importanti dettagli sono, naturalmente, ancora da definire. Sarebbe però estremamente miope, da parte di Bruxelles, di Berlino e di Francoforte, porsi in modo negativo nei confronti di uno schema di questo tipo. Darebbe la netta sensazione di una ripicca stizzita, da parte di persone e di istituzioni messe di fronte all’evidenza di aver imposto alla Grecia un percorso fallimentare, rispetto al quale le alternative esistevano ed esistono.

Ora, ieri UE, BCE e Germania hanno dato chiare indicazioni, purtroppo, di volersi arroccare su posizioni insostenibili. Prosegue il copione di questi ultimi anni: non si ammette di aver concepito un programma inattuabile. E si pretende di non effettuare alcuna concessione al debitore, continuando nello stesso tempo a imporgli condizioni di gestione della propria economia che gli impediscono di pagare.

In fondo a questa strada ci sono il default totale della Grecia e l’uscita “secca” dall’euro.

domenica 1 febbraio 2015

I FT-coins di Varoufakis


Sono da poco venuto a conoscenza di questo articolo, uscito l’anno scorso sul blog di Yanis Varoufakis, il nuovo ministro delle finanze del governo greco.

I FT-coins di cui si parla nell’articolo sono, a tutti gli effetti, dei Certificati di Credito Fiscale. Lo si intuisce già dal nome: FT sta per Future Taxes.

Come i CCF, i FT-coins sarebbero utilizzabili per pagare imposte due anni dopo l’emissione. La differenza è che Varoufakis non propone (al contrario che nello schema CCF / Moneta Fiscale) di assegnarli gratuitamente a cittadini ed aziende, ma di metterli in vendita.

In pratica, per 1.000 euro potrebbero essere acquistati FT-coins utilizzabili per pagare tasse pari a un importo di 1.500 euro, a partire da due anni dopo l’acquisto. Viene quindi riconosciuto un rendimento implicito molto elevato (50% in due anni), ma l’acquirente deve pagarli.

Questo procura risorse finanziarie (in euro) immediate allo stato emittente, ma rende l’effetto espansivo dei FT-coins sulla domanda aggregata del sistema economico molto meno significativo. A meno che (probabilmente l’idea è questa, anche se nel testo dell’articolo non mi pare che venga esplicitata) non si faccia affidamento sulla possibilità di fare deficit spending utilizzando i proventi della vendita dei FT-coins.

Un’altra controindicazione è che le assegnazioni di CCF danno benefici alla collettività dei cittadini, e inoltre possono essere strutturate (come è previsto nel progetto Moneta Fiscale) in modo da favorire le categorie disagiate (disoccupati, cassaintegrati, famiglie a basso reddito eccetera) e le aziende che creano occupazione. I FT-coins, invece, come si diceva non sono gratuiti: devono essere acquistati (sia pure a un prezzo favorevole per il compratore) e avvantaggiano quindi chi ha i mezzi finanziari per effettuare l’acquisto.

Sempre nel progetto Moneta Fiscale, i CCF, inoltre, sono in parte assegnati alle aziende in modo da ridurre il loro costo del lavoro lordo effettivo. Questo evita che l’effetto espansivo della manovra produca sbilanci nei saldi commerciali esteri, in quanto migliora la competitività del paese emittente e incrementa le esportazioni nette, dando la possibilità di compensare le maggiori importazioni causate dalla crescita della domanda interna. Lo schema FT-coins dovrebbe essere integrato, per ottenere effetti analoghi, da una riduzione del cuneo fiscale a beneficio delle aziende. Questo è possibile se, come detto sopra, i proventi delle cessioni di FT-coins sono utilizzati per fare deficit spending, e se in misura adeguata questa azione viene indirizzata anche, appunto, alla riduzione del cuneo fiscale.

In definitiva, FT-coins e CCF si assomigliano moltissimo, ma i FT-coins sono concepiti prevalentemente come una fonte di finanziamento alternativa (rispetto ai titoli di stato tradizionali) dei fabbisogni dello stato emittente.

Questa è l’unica differenza rilevante, ma è una differenza sostanziale, rispetto ai CCF. Essendo assegnati gratuitamente, i CCF sono a tutti gli effetti un’azione di “Helicopter Money”: una manovra espansiva combinata, fiscale e monetaria (o più precisamente, fiscale con finanziamento monetario).