Dopo la vittoria
nelle elezioni greche del 25 gennaio scorso, il primo ministro Alexis Tsipras e
il ministro delle finanze Yanis Varoufakis stanno incontrando i loro omologhi
dei maggiori stati membri UE, nonché le autorità di Bruxelles e i vertici della
BCE a Francoforte.
E’ stata
delineato, da parte di Varoufakis, un piano che considero di grande sensatezza
e ragionevolezza.
Il debito greco
subirebbe un trattamento differenziato.
Il 20% circa sui
totali 330 miliardi di euro di debito, quindi 60-70, detenuto da investitori privati,
resterebbe in essere senza nessuna richiesta di modifica né riguardo agli
interessi né all’allungamento delle scadenze.
Tutto il resto è
detenuto dalla UE, dalla BCE e da vari stati membri dell’Eurozona. Non vengono
richiesti sconti sul valore facciale di questi debiti, ma la conversione in due
forme diverse di obbligazioni.
Una parte
diventerebbe debito perpetuo, che pagherà interessi ma di cui non verrà mai
rimborsato il capitale.
Un’altra parte
verrebbe rimborsata, con livelli di interessi e tempi di rimborso del capitale
che dipenderanno però dalla futura ripresa del PIL greco. Più l’economia
riprende e più si paga, in altri termini; e viceversa.
I dettagli della
proposta non sono ancora stati resi noti e, con ogni probabilità, sono in
effetti ancora da finalizzare dopo aver preso atto delle reazioni delle varie
controparti. Circolano ipotesi secondo le quali da tutto quando sopra la Grecia
dovrebbe ottenere alcuni miliardi all’anno di riduzione nei pagamenti per
interessi.
La Grecia ha
inoltre bisogno di immettere soldi nell’economia reale, sotto forma di maggiore
spesa pubblica e/o di riduzioni di tasse. Si parla di una riduzione nel surplus
di bilancio primario dal 4,5% del PIL all’1-1,5%.
In pratica, la
Grecia avrebbe a disposizione circa 6,5 miliardi (in più rispetto a oggi) per
effettuare manovre fiscali espansive. Con questa dotazione, si può ottenere in
realtà un risultato di crescita del PIL ancora più accentuato: ipotizzando un moltiplicatore keynesiano pari a 1,2 (ipotesi che appare prudente - il
moltiplicatore è molto alto quando un’economia recupera a partire da uno stato
di profonda depressione) la combinazione di minori tasse e minore spesa può
arrivare a 12 miliardi. Il recupero di PIL sarebbe infatti di 15 circa e il
35-40% di questo importo produrrebbe maggior gettito, per lo stato greco, pari
a 5,5 miliardi circa.
Quindi, in
sintesi: 6,5 miliardi di risorse a disposizione permettono 12 miliardi di
azione espansiva, in quanto producono 15 miliardi di recupero del PIL e 5,5
circa di maggior gettito. Il saldo tra 12 e 5,5 è, appunto, 6,5.
L’importo di 15 miliardi
di maggior PIL non è affatto trascurabile. Significa un recupero del 7,5%
rispetto ai 200 circa attuali, conseguibile con ogni probabilità non in un anno
solo, ma, plausibilmente, tra il 2015 e il 2016.
Un elemento che
i greci non dovranno trascurare è di non creare problemi ai saldi commerciali
esteri. Se la maggior domanda interna si rivolgesse in misura significativa
alle importazioni, senza effetti compensativi, il recupero di PIL sarebbe
decisamente inferiore e la Grecia riprenderebbe ad accumulare debiti verso
l’estero.
Per evitare
quanto sopra, comunque, è sufficiente destinare una parte dei 15 miliardi di
azione espansiva alla riduzione del cuneo fiscale, abbassando i costi fiscali e
contributivi che gravano sulle aziende greche. Questo determina un immediato
riallineamento di competitività e può essere regolato in modo che le maggiori
importazioni siano compensate da maggiori esportazioni nette.
Un recupero di
PIL del 7,5% equivale a una netta inversione di tendenza. La caduta di PIL
subita dalla Grecia per effetto della crisi è, tuttavia, ancora più elevata –
il 25% circa.
Per recuperare
pienamente il PIL perso, la Grecia ha due ulteriori alternative, non
incompatibili tra loro.
La prima è,
semplicemente, fare affidamento su un inversione nel clima di fiducia, sulla
propensione delle aziende a investire e delle banche a concedere credito, che
potrebbe spingere il moltiplicatore a livelli anche più alti (e forse
significativamente più alti, come si diceva) di 1,2.
La seconda, come
messo in evidenza da Pier Paolo Flammini, è di accompagnare il riassetto
macroeconomico e delle finanze pubbliche sopra descritto con l’immissione di Moneta Fiscale, sotto forma di Certificati di Credito Fiscale, di FT-Coins (che
sostanzialmente sono CCF collocati a pagamento, ma a condizioni incentivanti) o
di una combinazione delle due cose.
Un’ulteriore,
forte accelerazione della ripresa sarebbe conseguibile immettendo Moneta
Fiscale per importi non drammaticamente elevati, per esempio 5 miliardi
all’anno.
Va notato che la
Grecia si porrebbe nella situazione di cessare ogni dipendenza dal collocamento
di titoli di debito pubblico. Sarebbe sufficiente rifinanziare i 60-70 miliardi
circa di debiti verso privati, pari a poco più del 30% del PIL attuale
(percentuale destinata, in prospettiva, a scendere grazie alla ripresa). Il
surplus primario dell’1-1,5% basterebbe a pagare gli interessi, mentre
i debiti verso BCE, FMI e stati membri Eurozona saranno in parte, come detto,
trasformati in perpetui (quindi non soggetti a rimborso) e in parte rimborsati
con risorse prodotte dalla crescita del PIL (nella misura in cui ci sarà).
E rimarrà a
disposizione lo strumento della Moneta Fiscale, per accelerare il recupero di
condizioni di piena occupazione nonché per effettuare, in futuro, azioni di
stabilizzazione dell’economia nel caso di eventi congiunturali negativi: il
tutto senza dipendere dai mercati finanziari e dall’emissione di debito
soggetto a rimborso in una moneta (l’euro) di cui lo stato greco non è
emittente.
Importanti
dettagli sono, naturalmente, ancora da definire. Sarebbe però estremamente miope,
da parte di Bruxelles, di Berlino e di Francoforte, porsi in modo negativo nei
confronti di uno schema di questo tipo. Darebbe la netta sensazione di una
ripicca stizzita, da parte di persone e di istituzioni messe di fronte all’evidenza
di aver imposto alla Grecia un percorso fallimentare, rispetto al quale le
alternative esistevano ed esistono.
Ora, ieri UE, BCE e Germania hanno dato chiare indicazioni, purtroppo, di volersi arroccare
su posizioni insostenibili. Prosegue il copione di questi ultimi anni: non si
ammette di aver concepito un programma inattuabile. E si pretende di non
effettuare alcuna concessione al debitore, continuando nello stesso tempo a
imporgli condizioni di gestione della propria economia che gli impediscono di
pagare.
In fondo a
questa strada ci sono il default totale della Grecia e l’uscita “secca” dall’euro.