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lunedì 17 ottobre 2022

Video - Festival dell'Economia - Sole24Ore a Trento - 4 giugno 2022

Profondo cordoglio ha suscitato, alcuni mesi fa, l'improvvisa scomparsa di Jean-Paul Fitoussi. Una sua conseguenza è stata anche l'impossibilità di tenere un panel presso il Festival dell'Economia di Trento nella forma in cui lui e noi avremmo voluto: interamente dedicato, cioè, alla Moneta Fiscale.

In effetti il panel ha avuto comunque luogo, ma al fine di commemorare la figura e il pensiero del grande economista francese nella sua interezza.

Di Moneta Fiscale si è in ogni caso parlato abbastanza a lungo nella parte conclusiva, a cui si riferisce il video riportato qui sotto (ringrazio moltissimo Francesco Chini per la segnalazione).

Partecipanti Luigi Bonatti dell'Università degli Studi di Trento, Stefano Sylos Labini e il sottoscritto.

I miei interventi sono ai minuti da 10.00 a 16.30 e da 20.25 a 22.35.




domenica 1 maggio 2022

Perché a Jean-Paul Fitoussi interessava la Moneta Fiscale

 

Insieme a Stefano Sylos Labini, ho conosciuto Jean-Paul Fitoussi soltanto a fine 2021: pochi mesi, ma di intensissima interazione e confronto sul nostro Progetto Moneta Fiscale, che ha attratto il suo interesse in maniera sempre più accentuata via via che lo approfondiva.

Perché il Progetto aveva catturato il suo interesse ? perché ne aveva percepito le valenze per risolvere le disfunzioni della moneta unica europea e per trasformare l’Eurozona in un’area di sviluppo economico condiviso e solidale.

Moneta Fiscale è qualsiasi titolo o attività che possa essere utilizzato dal detentore per compensare obbligazioni finanziarie dovute al settore pubblico. È quindi un diritto a uno sconto fiscale, e può essere scambiato per ottenere beni, servizi o un corrispettivo finanziario, da controparti che lo accettino su base volontaria. Il settore pubblico nazionale si impegna ad accettarlo in compensazione (come sopra definita) ma non ad effettuare pagamenti in cash.

Per comprendere la logica del Progetto occorre sgombrare il campo da alcune affermazioni insensate che purtroppo ancora orientano (per fortuna meno che in passato) il dibattito economico. In particolare, si sente tuttora dire che il deficit e il debito del settore pubblico sono “gravami” per l’economia.

L’affermazione è sbagliata, per la ragione fondamentale che il deficit è l’eccesso della spesa del settore pubblico rispetto al prelievo fiscale. Questo eccesso di spesa, per evidenti ragioni contabili, si tramuta in saldo positivo a disposizione del settore privato. Se il pubblico spende più di quanto tassa, il privato riceve più di quanto paga: incrementa quindi i suoi redditi e i suoi risparmi.

Il deficit pubblico PUO’ rappresentare un problema ma SOLO in presenza di una di queste due situazioni: l’immissione di potere d’acquisto nell’economia crea (a) livelli di inflazione indesiderata, OPPURE (b) scompensi nei saldi commerciali esteri (il potere d’acquisto immesso dal settore pubblico defluisce verso l’estero).

L’Italia ha adottato feroci politiche di austerità nonostante NON soffrisse di nessuna di queste due situazioni: l’inflazione fino al 2021 è stata inferiore alle medie dell’Eurozona nonché ai target BCE; la NIIP (Net International Investment Position) è positiva; i saldi commerciali con l’estero sono stati, dal 2014 al 2021, eccedentari per 40-60 miliardi annui.

In tutti questi anni, in altri termini, maggiori deficit pubblici avrebbero generato un ARRICCHIMENTO per il paese. Avrebbero messo a disposizione del settore privato nazionale capacità di spesa senza alzare l’inflazione a livelli indesiderati (anzi, casomai l’avrebbero avvicinata ai target BCE), e senza creare scompensi nei conti con l’estero.

Quanto al debito pubblico, un paese che emette la sua moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare il deficit. Spende, semplicemente, accreditando le controparti tramite i suoi conti correnti presso l’istituto di emissione.

In questo modo immette risparmio finanziario nell’economia. L’emissione di debito pubblico è un servizio offerto al settore privato per impiegare, in un investimento a basso rendimento ma sostanzialmente privo di rischio, il risparmio stesso. Non ha però una necessità logica; è un evento successivo, potrebbe anche non aver luogo.

La gravissima disfunzione dell’euro consiste proprio nell’aver spossessato gli Stati membri dalla possibilità di effettuare spesa pubblica netta senza passare tramite il collocamento di debito presso i mercati finanziari; e di averli costretti ad emettere debito in una moneta di cui nessuno Stato ha il controllo.

Gli Stati hanno quindi dovuto utilizzare, come canale di finanziamento dei deficit, un debito che incorpora un rischio di default che in circostanze normali (emissione di moneta sovrana) non sarebbe esistito.

Disfunzione pesantissima, che impedisce, in varie circostanze, agli Stati di effettuare politiche economiche anticicliche. Ne segue il rischio – già visto in passato – di aggravare in modo disastroso situazioni di difficoltà che adeguate politiche anticicliche avrebbero consentito di superare rapidamente.

L’Unione Europa ha modificato la sua attitudine nei confronti della gestione della finanza pubblica degli Stati membri, perlomeno rispetto a quanto avvenuto durante la crisi dei debiti sovrani (2011-3).

Allora, si chiedeva agli Stati in difficoltà di attuare contemporaneamente riforme economiche e di ridurre i deficit pubblici. Le politiche di “consolidamento fiscale” hanno invece pesantemente aggravato la crisi, provocando cadute di PIL e accrescendo, in luogo di diminuire, il rapporto tra debito pubblico e PIL medesimo.

La UE ha riconosciuto l’errore. Il Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR), precondizione per l’accesso ai fondi del NextGenerationEU (NGEU), non prescrive riforme “e” austerità”, ma riforme “insieme a” politiche espansive.

Il problema è che la dimensione del NGEU, spesso definita “immensa”, “ciclopica”, “oceanica” e via iperboleggiando, è in realtà carente.

I mezzi finanziari messi a disposizione all’Italia vengono stimati in circa 200 miliardi. Di questi, tuttavia, 120 sono finanziamenti e incidono sul deficit: non rappresentano quindi soldi in più immessi nell’economia ma solo una fonte di approvvigionamento alternativa rispetto all’emissione di titoli di Stato.

Gli altri 80 miliardi, cosiddetti “grants” o “contributi a fondo perduto”, a fondo perduto in realtà non sono, in quanto dovranno essere compensati da futuri versamenti o tasse. Almeno temporaneamente, danno comunque un beneficio: ma insufficiente, tenuto conto che verranno resi disponibili nell’arco di 4-5 anni.

Draghi stesso è consapevole dell’insufficienza del PNRR. In più occasioni ha affermato che il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) non potrà essere riattivato in forma invariata. Ma le posizioni degli Stati membri sono antitetiche. I mediterranei vogliono un PSC più flessibile ed espansivo; i paesi del Nord ne chiedono il ripristino in termini invariati, se non più rigidi e restrittivi.

I paesi del Nord temono che un eccesso di debito pubblico di altri Stati membri possa dar luogo a eventi di default o alla spaccatura della moneta unica. Non accettano però un'illimitata e incondizionata garanzia da parte della BCE.

Il compromesso politicamente perseguibile consiste nel mantenere l’impegno alla riduzione del rapporto debito pubblico / PIL degli Stati, tenuto conto che il debito pubblico di riferimento NON include la Moneta Fiscale.

La Moneta Fiscale potrà quindi essere utilizzata per attuare le politiche espansive necessarie al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego delle risorse produttive del paese.

La Moneta Fiscale non comporta impegni di pagamento da parte dello Stato emittente, che quindi non potrà mai essere forzato da situazioni di mercato finanziario ad andare in default. L’impegno di accettazione (per compensare obblighi finanziari verso lo Stato emittente stesso) potrà sempre essere onorato.

Un'eventuale “indisciplina” di uno Stato (eccesso di emissione di Moneta Fiscale) al massimo depaupererà il valore della Moneta Fiscale di quello Stato, perché circoleranno più titoli di quanti se ne riesca a utilizzare nelle scadenze prestabilite. Ma questa eventualità (peraltro del tutto improbabile) non avrà un riflesso sull’assetto generale dell’eurosistema né forzerà la BCE o gli altri a dover intervenire per preservarne la stabilità. Resterà un problema interno allo Stato in questione.

La Moneta Fiscale potrà essere utilizzata sia per finanziare interventi di spesa pubblica (pubblico impiego, spesa sociale, investimenti, sostegno ai redditi) che per ridurre il carico fiscale effettivo (senza necessariamente ridurre tasse o imposte, bensì erogando Moneta Fiscale al contribuente).

La Moneta Fiscale può inoltre essere utilizzata come mitigante dell’inflazione, ritornata a essere un problema in seguito al dissesto delle catene di fornitura di materie prime e componenti, prodotto dalla ripartenza post Covid e aggravato poi dalla crisi ucraina.

Erogazioni di Moneta Fiscale agli utilizzatori di energia, carburanti, prodotti alimentari allevierebbero grandemente i problemi che oggi affliggono imprese e consumatori (e in maniera particolarmente sensibile le fasce sociali disagiate).

Una parte delle erogazioni di Moneta Fiscale potrà inoltre essere effettuata a beneficio dei datori di lavoro, riducendo il peso effettivo del cuneo fiscale. Le produzioni italiane diventeranno così più competitive, evitando che parte dell’effetto espansivo del progetto Moneta Fiscale si disperda in peggioramento dei saldi esteri.

Non occorre che BCE, UE o Stati membri forniscano garanzie addizionali. Si saranno create le condizioni per ridurre, gradualmente ma costantemente, il peso del debito a rischio di default rispetto a un PIL finalmente in crescita stabile. La constatazione che le macrodisfunzioni del sistema sono state finalmente risolte è adeguata per rassicurare i detentori del debito pubblico che il sistema è diventato, finalmente, stabile e affidabile.

Il progetto Moneta Fiscale è stato criticato da alcuni commentatori in quanto, si afferma, non c’è certezza che l’espansione economica prodotta dalla disponibilità di maggior potere d’acquisto produca PIL e quindi gettito fiscale lordo in misura corrispondente agli sconti fiscali, via via che questi diventano utilizzabili.

Il motivo è che l’effetto espansivo è governato dai cosiddetti “moltiplicatori fiscali”, sulla cui dimensione (come su qualsiasi manovra di politica economica) a priori si possono formulare ragionevoli ipotesi, non previsioni precise al centesimo.

Va però chiarito un equivoco: non occorre che questa equivalenza perfetta si verifichi, perché un eventuale ammanco potrebbe facilmente essere compensato incrementando gradualmente nel tempo le emissioni di Moneta Fiscale.

Ad esempio, la formulazione originaria del Progetto prevede che gli sconti fiscali che diventano via via utilizzabili (con un differimento temporale di due anni rispetto all’emissione) arrivino gradualmente a 100 miliardi di euro annui.

Gli incassi totali lordi del settore pubblico italiano sono dell’ordine di 800, e saliranno con l’espansione del PIL nominale. Emettere qualcosa più di 100 nell’anno in cui 100 di sconti fiscali vengono utilizzati significa che continuerà a esistere un’enorme differenza tra Moneta Fiscale in circolazione e incassi lordi del settore pubblico. Il rischio che le emissioni di Moneta Fiscale raggiungono livelli tali da svilirne il valore è, in pratica, infinitesimale.

La Moneta Fiscale non è un meccanismo per rompere l’euro. Risolvendone le disfunzioni, ne garantisce in effetti la continuità, oggi periodicamente revocata in dubbio.

Non è uno strumento sostitutivo, ma integrativo dell’euro. Il Progetto prevede che la circolazione di Moneta Fiscale in Italia possa raggiungere qualche centinaio di miliardi, mentre il valore totale delle attività finanziarie detenute dal settore privato nazionale è dell’ordine di 5.000 circa.

Sono queste le considerazioni che a nostro parere rendono il Progetto Moneta Fiscale un passaggio cardine per rimettere in carreggiata l’economia italiana e l’assetto dell’Eurozona. Jean-Paul Fitoussi ne ha compreso le valenze e ci ha incoraggiati nel nostro sforzo di elaborazione e di proposta.

L’ha fatto perché era un grandissimo economista e uno splendido essere umano. Perché il suo desiderio era che il nostro continente riprendesse la strada di uno sviluppo economico armonico, solidale, inclusivo, rispettoso della coesione sociale.

 

martedì 19 aprile 2022

Jean-Paul Fitoussi

 

Come un triste fulmine a ciel sereno, è giunta pochi giorni fa la notizia improvvisa della scomparsa di Jean-Paul Fitoussi.

Economista insigne e squisito gentleman, personaggio che l’establishment non poteva ignorare anche se le sue posizioni erano di critica radicale e senza sconti alla follie dell’euroausterità.

L’ho incontrato una sola volta in vita mia, a un gradevolissimo (e gustosissimo) pranzo a Roma nel settembre scorso, insieme a Stefano Sylos Labini.

L’ho incontrato una sola volta ma nelle settimane e mesi successivi siamo stati in contatto quasi quotidiano, via telefono, email e whatsapp. Jean-Paul era venuto a conoscenza del Progetto Moneta Fiscale grazie ai contatti con vari esponenti (alcuni poi fuoriusciti) del M5S, in particolare Pino Cabras e Dora di Caprio.

Jean-Paul ha letto con grande attenzione il materiale da noi predisposto in questi anni di attività, e ne abbiamo ampiamente discusso, superando dubbi, discutendo chiarimenti e miglioramenti, e quant’altro.

Si è fatto promotore di una tavola rotonda presso il Festival dell’Economia di Trento, il prossimo 4 giugno alle 9.30. Noi avremmo esposto, lui avrebbe moderato, e si stava adoperando per ottenere la partecipazione alla tavola rotonda di nomi di prim’ordine.

Saremo comunque a Trento. La tavola rotonda è confermata. Senza di lui non sarà la stessa cosa, ma quantomeno sarà un omaggio postumo in più, che si aggiunge ai tantissimi pervenuti in questi giorni (molti sinceri, moltissimi paurosamente ipocriti, da parte di politici ed alti burocrati che hanno riconosciuto il valore delle sue idee, nello stesso tempo lavorando a pieno regime per andare nella direzione opposta).

Conto che un giorno non lontano gli si possa dedicare qualcosa, anzi molto, di più: il pieno successo, la piena implementazione della Moneta Fiscale.

 

venerdì 21 gennaio 2022

La sovranità nella terra di nessuno

 

Sono molto in sintonia con questo commento di Jean-Paul Fitoussi, formulato al termine di un articolo in cui Milano Finanza gli chiedeva (unico non euroausterico, a fianco di Codogno, Cottarelli e Gros…) un’opinione sul progetto franco-italiano di riforma del patto di stabilità:

“Se vogliamo risolvere i problemi dell’Europa bisogna comunque andare oltre i contenuti tecnici e occuparci innanzitutto del problema della sovranità. È solo a questa condizione che la scelta potrebbe prevalere sulla regola e la democrazia sulla tecnocrazia”.

Qui sta il nocciolo della questione. La UE e in particolare l’Eurozona sono in una situazione infernale perché la sovranità è stata tolta agli Stati senza attribuirla a nessun’altra istituzione democratica. In altri termini, non si sa dove stia: è finita nella terra di nessuno.

Gli europeisti, perlomeno alcuni di loro, ammettono pure che è vero, ma la soluzione unica accettabile a loro avviso è “completare l’opera”, cioè realizzare l’unione politica.

Ma come è possibile realizzare un’unione politica se non c’è desiderio di arrivarci, da parte della maggioranza dei cittadini dei vari Stati ?

In particolare, non ne esiste la minima volontà in Germania. Qualcuno crede che un referendum per formare gli Stati Uniti d’Europa e farvi confluire lo Stato tedesco avrebbe la minima possibilità di successo ?

I tedeschi non lo desiderano, tra le altre cose perché le regole dell’Eurosistema per LORO non sono un problema. Sono lo Stato economicamente più forte, quindi le regole vincolano gli altri, non loro.

Chi crede in buona fede all’unità politica dovrebbe andare a propagandarla presso l’opinione pubblica IN GERMANIA. Buona fortuna.

Invece il ritornello dei nostri europeisti è “le regole sono sbagliate ma non si possono cambiare (se non con l’accordo tedesco, che non c’è, o non per quanto realmente occorre) perché non possiamo fare passi indietro sul nostro sogno di unione…”. Che per i paesi del Sud non è un sogno ma un incubo.

Si è creato uno status quo demoniaco perché l’assetto è pessimo ma c’è una convergenza di interessi tra vari soggetti, ai quali lasciarlo com’è va bene: i paesi del Nord; le grandi istituzioni finanziarie e le grandi multinazionali, che hanno un accesso privilegiato alla BCE e alla UE; e i burocrati che fanno carriera legandosi al carro dei più forti.

La Moneta Fiscale è la via per sbloccare la situazione perché ridà agli Stati il livello di autonomia necessario per far funzionare le regole, senza cambiarle e senza rompere l’euro – cosa che sarebbe estremamente complicata sul piano sia tecnico che politico.

E, giusto per rassicurare gli europeisti sinceri e in buona fede (ce ne sono): la Moneta Fiscale non impedisce di arrivare all’unione politica. Anzi, se l’assetto dell’euro cessa di essere disfunzionale, le probabilità aumentano perché si rimuove un enorme fattore d’incertezza sul destino dell’Eurozona e della UE.

Poi, che un tedesco voglia diventare concittadino di un italiano lo considero, come ho detto, molto ma molto improbabile. Ma questo è un altro discorso.

 

giovedì 3 ottobre 2013

Quattro proposte...

Il Sole 24 ore, 3 ottobre 2013: link.

Blanchard, Cattaneo, Fitoussi, Krugman... secondo me la migliore è quella di Cattaneo.

PS Avevate capito che sono un narcisista pazzesco, vero ???

PPS Sto scherzando... il problema è serio ma sdrammatizziamo un po'... :)