Maurizio
Gustinicchi illustra qui benissimo che la presunta ripresa dell’economia
spagnola (presunta in quanto i dati macroeconomici 2013 sono di forte calo del
PIL reale, un po’ meno disastroso di quello italiano, ma forte calo comunque) è
in realtà tutta dovuta al fatto che la UE ha consentito un grosso sforamento
del vincolo del 3% (relativo al rapporto deficit pubblico / PIL).
Vincolo al cui
rispetto l’Italia è stata invece “millimetricamente” inchiodata.
Ritengo tuttavia
utile commentare il cappello che il blog “Rischio Calcolato” mette in testa
all’articolo, in particolare dove dice:
“La differenza
tra Spagna e Italia è che loro il jolly dell’aumento debito / PIL se lo possono
ancora giocare (sono sotto il 90%), noi ce lo siamo già giocato dai tempi di
Craxi, Andreotti e Forlani”.
L’affermazione
lascia intendere che lo sforamento è stato consentito alla Spagna (ma anche
all’Irlanda, e in misura minore alla Francia) e non a noi perché il debito /
PIL italiano è più alto (oltre il 130%, ormai).
Bene, può darsi
che queste siano stata effettivamente le motivazioni di quanto stabilito dalle
menti illuminate di Bruxelles. Ma se è così sono basate su analisi completamente
sbagliate.
Se all’Italia
fosse stato consentito un deficit / PIL più alto, per esempio di cinque punti
percentuali (8% invece di 3%), il PIL italiano 2013 sarebbe stato nettamente
più elevato.
Ipotizziamo che
cinque punti di deficit in più (quindi di maggiore spesa pubblica al netto di
minori tasse) si fossero tradotti in cinque punti di maggior PIL.
E’ un’ipotesi
con ogni probabilità cautelativa, perché non tiene conto che, partendo da una
situazione depressa, lo stimolo dato dal maggior deficit si traduce in una
crescita di domanda e PIL in rapporto maggiore di 1:1. E nemmeno che il maggior
PIL produce maggiori incassi fiscali, che a loro volta limitano l’incremento
del deficit.
E’ anche vero,
d’altra parte, che maggior domanda interna implica maggiori importazioni, che
in parte riducono il beneficio sul PIL. Qui peraltro si sarebbe potuto senza
difficoltà compensare l’effetto, destinando una parte delle risorse liberate
dall’allentamento del vincolo deficit / PIL alla riduzione delle imposte sui
costi di lavoro sostenuti dalle aziende (quindi del cuneo fiscale). Ottenendo
così un almeno parziale riallineamento della competitività italiana rispetto a
quella nordeuropea (tedesca in particolare).
Ma stiamo sul
semplice. Diciamo maggior deficit = maggior PIL in rapporto 1:1.
Vediamo i
risultati. Questi sono i dati 2013, ormai praticamente finali, per l’Italia.
PIL
|
|
1.557
|
Deficit pubblico
|
47
|
Deficit / PIL
| |
3,0%
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Debito pubblico
|
2.031
|
Debito / PIL
|
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130,4%
|
E questa è la
situazione, sulla base dell’ipotesi di maggior deficit che si converte 1:1 in
maggior PIL, con un deficit pubblico dell’8%.
PIL
|
|
1.642
|
Deficit pubblico
|
131
|
Deficit / PIL
| |
8,0%
|
Debito pubblico
|
2.116
|
Debito / PIL
|
|
128,9%
|
Sono 85
miliardi di maggior PIL. Vuol dire che invece di un calo di quasi il 2% il PIL
italiano avrebbe avuto una crescita superiore al 3% (altro che il -1,3%
spagnolo).
E il rapporto
debito / PIL ? sarebbe stato più basso.
E’ difficile da
capire tutto questo ? per il governo italiano pare di sì. Giusto l’altro ieri
sentivo Emma Bonino (europeista di ferro, com’è noto) dire alla radio “d’altra
parte il primo problema è il debito, il debito l’abbiamo fatto noi, non possiamo
incolpare nessun altro”.
Ho cambiato
canale.
Non senza
ricordare che il 4 gennaio 1933 (non il 27 dicembre 2013) un signore di nome
John Maynard Keynes (non Emma Bonino) pronunciava alla radio inglese (non
italiana) queste parole:
“Non si potrà
mai equilibrare il bilancio attraverso misure che riducono il reddito
nazionale. Il ministro delle finanze non farebbe altro che inseguire la sua
stessa coda. La sola speranza di equilibrare il bilancio in modo stabile e
permanente passa dall’evitare l’enorme aggravio dovuto alla disoccupazione. Per
questo sostengo che, anche nel caso in cui si prenda il bilancio pubblico
come unico metro di giudizio, il criterio principale per giudicare se le
politiche siano state o no un successo, è lo stato dell’occupazione”.
Oh, nel 1933 il
debito pubblico del Regno Unito era pari a circa il 180% del PIL.
Senza contare
che in una situazione di domanda pesantemente depressa, il maggior deficit
potrebbe essere finanziato non da debito, ma da maggiore emissione di moneta –
senza rischi di inflazione.
E, ancora, senza contare
che una politica monetaria espansiva può essere attuata selettivamente anche
nell’eurozona, dove serve in misura diversa (molto in alcuni paesi, meno in
altri e per nulla in altri ancora), se si identificano gli strumenti adeguati.
Ma naturalmente
Olli Rehn, ex scadente calciatore convertitosi in catastrofico commissario UE, mesi
fa ha utilizzato le sue capacità di medium per farci sapere che “oggi nemmeno Keynes sarebbe un keynesiano”.
Nella migliore delle ipotesi, siamo nelle mani di un
branco di incompetenti.