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mercoledì 4 giugno 2014

Crescere esportando. Tutti insieme, come no.


Vito Lops su twitter si chiede:

“Chi sposa senza se e senza ma l’attuale modello economico iper-mercantile” (che, nota mia, è quello praticato dalla Germania e che tutti gli altri membri dell’Eurozona dovrebbero adottare, stando alla Commissione Europea) “sa che è impossibile che tutti i paesi abbiano CONTEMPORANEAMENTE una bilancia commerciale positiva ?”

Tanto per cambiare, Keynes nella “Teoria Generale” era stato di una chiarezza adamantina anche su questo punto.

“Se le nazioni imparassero a raggiugere la piena occupazione con le loro politiche interne, non ci sarebbero più forze economiche che mettono gli interessi di un paese contro quelli dei vicini”.

“Il commercio internazionale cesserebbe di essere quello che è, cioè un espediente disperato per mantenere l’occupazione interna spingendo le vendite all’estero e limitando gli acquisti, che – se funziona – non fa altro che spostare il problema della disoccupazione sul paese vicino che esce in condizioni peggiori dalla lotta”.

Scritto nel 1936. E nel 2014 ci ritroviamo con Olli Rehn e i suoi vaneggiamenti: “Keynes oggi non sarebbe keynesiano”.

C’è molta ironia in tutto questo. Scusate però, non riesco a trovarci niente di divertente.

domenica 29 dicembre 2013

Spagna, Italia, e il (solito) equivoco sul debito pubblico


Maurizio Gustinicchi illustra qui benissimo che la presunta ripresa dell’economia spagnola (presunta in quanto i dati macroeconomici 2013 sono di forte calo del PIL reale, un po’ meno disastroso di quello italiano, ma forte calo comunque) è in realtà tutta dovuta al fatto che la UE ha consentito un grosso sforamento del vincolo del 3% (relativo al rapporto deficit pubblico / PIL).

Vincolo al cui rispetto l’Italia è stata invece “millimetricamente” inchiodata.

Ritengo tuttavia utile commentare il cappello che il blog “Rischio Calcolato” mette in testa all’articolo, in particolare dove dice:

“La differenza tra Spagna e Italia è che loro il jolly dell’aumento debito / PIL se lo possono ancora giocare (sono sotto il 90%), noi ce lo siamo già giocato dai tempi di Craxi, Andreotti e Forlani”.

L’affermazione lascia intendere che lo sforamento è stato consentito alla Spagna (ma anche all’Irlanda, e in misura minore alla Francia) e non a noi perché il debito / PIL italiano è più alto (oltre il 130%, ormai).

Bene, può darsi che queste siano stata effettivamente le motivazioni di quanto stabilito dalle menti illuminate di Bruxelles. Ma se è così sono basate su analisi completamente sbagliate.

Se all’Italia fosse stato consentito un deficit / PIL più alto, per esempio di cinque punti percentuali (8% invece di 3%), il PIL italiano 2013 sarebbe stato nettamente più elevato.

Ipotizziamo che cinque punti di deficit in più (quindi di maggiore spesa pubblica al netto di minori tasse) si fossero tradotti in cinque punti di maggior PIL.

E’ un’ipotesi con ogni probabilità cautelativa, perché non tiene conto che, partendo da una situazione depressa, lo stimolo dato dal maggior deficit si traduce in una crescita di domanda e PIL in rapporto maggiore di 1:1. E nemmeno che il maggior PIL produce maggiori incassi fiscali, che a loro volta limitano l’incremento del deficit.

E’ anche vero, d’altra parte, che maggior domanda interna implica maggiori importazioni, che in parte riducono il beneficio sul PIL. Qui peraltro si sarebbe potuto senza difficoltà compensare l’effetto, destinando una parte delle risorse liberate dall’allentamento del vincolo deficit / PIL alla riduzione delle imposte sui costi di lavoro sostenuti dalle aziende (quindi del cuneo fiscale). Ottenendo così un almeno parziale riallineamento della competitività italiana rispetto a quella nordeuropea (tedesca in particolare).

Ma stiamo sul semplice. Diciamo maggior deficit = maggior PIL in rapporto 1:1.

Vediamo i risultati. Questi sono i dati 2013, ormai praticamente finali, per l’Italia.


PIL

 

1.557

Deficit pubblico

47

Deficit / PIL

3,0%

Debito pubblico

2.031

Debito / PIL

 

130,4%

 
E questa è la situazione, sulla base dell’ipotesi di maggior deficit che si converte 1:1 in maggior PIL, con un deficit pubblico dell’8%.
 


PIL

 

1.642

Deficit pubblico

131

Deficit / PIL

8,0%

Debito pubblico

2.116

Debito / PIL

 

128,9%

 
Sono 85 miliardi di maggior PIL. Vuol dire che invece di un calo di quasi il 2% il PIL italiano avrebbe avuto una crescita superiore al 3% (altro che il -1,3% spagnolo).

E il rapporto debito / PIL ? sarebbe stato più basso.

E’ difficile da capire tutto questo ? per il governo italiano pare di sì. Giusto l’altro ieri sentivo Emma Bonino (europeista di ferro, com’è noto) dire alla radio “d’altra parte il primo problema è il debito, il debito l’abbiamo fatto noi, non possiamo incolpare nessun altro”.

Ho cambiato canale.

Non senza ricordare che il 4 gennaio 1933 (non il 27 dicembre 2013) un signore di nome John Maynard Keynes (non Emma Bonino) pronunciava alla radio inglese (non italiana) queste parole:

“Non si potrà mai equilibrare il bilancio attraverso misure che riducono il reddito nazionale. Il ministro delle finanze non farebbe altro che inseguire la sua stessa coda. La sola speranza di equilibrare il bilancio in modo stabile e permanente passa dall’evitare l’enorme aggravio dovuto alla disoccupazione. Per questo sostengo che, anche nel caso in cui si prenda il bilancio pubblico come unico metro di giudizio, il criterio principale per giudicare se le politiche siano state o no un successo, è lo stato dell’occupazione”.

Oh, nel 1933 il debito pubblico del Regno Unito era pari a circa il 180% del PIL.

Senza contare che in una situazione di domanda pesantemente depressa, il maggior deficit potrebbe essere finanziato non da debito, ma da maggiore emissione di moneta – senza rischi di inflazione.

E, ancora, senza contare che una politica monetaria espansiva può essere attuata selettivamente anche nell’eurozona, dove serve in misura diversa (molto in alcuni paesi, meno in altri e per nulla in altri ancora), se si identificano gli strumenti adeguati.

Ma naturalmente Olli Rehn, ex scadente calciatore convertitosi in catastrofico commissario UE, mesi fa ha utilizzato le sue capacità di medium per farci sapere che “oggi nemmeno Keynes sarebbe un keynesiano”.
 
Nella migliore delle ipotesi, siamo nelle mani di un branco di incompetenti.

sabato 23 febbraio 2013

Perchè (certi) politici non cambiano mai idea

Forse non è niente di particolarmente originale ma… non guasta riflettere sui motivi per i quali i politici non ammettono i propri errori, a dispetto delle smentite che la realtà quotidiana fornisce. Dal blog di Paul Krugman, questo commento (oggi) in merito al Cancelliere dello Scacchiere (il Ministro delle Finanze) inglese George Osborne, e ai pessimi risultati delle sue politiche di austerità.

“Suppose George Osborne were to admit that austerity isn’t working. What, then, would be left of his claim to be qualified to do, well, anything? He has to stick it out until something turns up, no matter how many lives it destroys… The point is that a large part of the reason we’re locked into such a mess is careerism. And yes, that’s quite vile, if you think about it: politicians and pundits alike letting the world burn — probably unconsciously, but still — because their personal position would be hurt if they admitted to past mistakes.”

“Immaginate che George Osborne ammetta che l’austerità non sta funzionando. Che cosa rimarrebbe, allora, della sua pretesa di essere qualificato per – bè, qualsiasi cosa ? E’ costretto a sostenere la sua posizione finchè qualcosa capita, e non importa quante vite si distruggono nel frattempo… Il punto è che buona parte del motivo per cui siamo incastrati in questo disastro è il carrierismo. E sì, è alquanto ripugnante se ci pensate: politici, così come esperti, che lasciano bruciare il mondo – probabilmente in modo inconscio, ma così è – perché la loro personale posizione sarebbe danneggiata se ammettessero gli errori passati”.
 
”In modo inconscio” non ci giurerei. Per il resto, ho solo da aggiungere che quanto sopra è ancora più vero se a “George Osborne” sostituiamo per esempio “Mario Monti”, “Alberto Alesina”, “Herman Van Rompuy” o “Olli Rehn".