Mario Draghi ha
annunciato che, a dicembre, la BCE valuterà possibili azioni di ampliamento del
programma di Quantitative Easing.
L’ampliamento
potrebbe consistere (eventualmente anche in combinazione) nell’estensione della
durata del programma, nell’incremento delle sue dimensioni, o nell’allargamento
della gamma di titoli che possono essere acquistati.
Su quest’ultimo
punto, circolano le ipotesi più disparate. Bond municipali o regionali. Titoli
azionari. Tra un po’ si parlerà di comprare biglietti del tram usati (commentava
Stefano Fugazzi).
Tutte queste
possibilità soffrono però del diretto che ha caratterizzato il programma di
euro-QE fin dall'origine (difetto identificato da molti commentatori parecchio tempo addietro, peraltro): sono azioni congegnate in modo tale che la liquidità
emessa resta nel circuito finanziario e non viene diretta a incrementare il
potere d’acquisto di famiglie e aziende.
L’impatto su PIL,
occupazione e prezzi è quindi del tutto insufficiente a far superare
all’Eurozona l’attuale contesto di stagnazione, depressione, disoccupazione
massiccia e inflazione troppo bassa.
Visto che la BCE è
alla ricerca di nuove tipologie di titoli da comprare, segnalo una possibilità
che sarebbe, in effetti, molto ma molto più efficace. Una serie di paesi
dell’Eurozona emettono Certificati di Credito Fiscale, e la BCE li acquista
nell’ambito del programma di QE rivisto.
Questa manovra
otterrebbe, finalmente, i risultati che la BCE si propone (l'incremento
dell’inflazione) agendo sul potere d’acquisto in circolazione e quindi
aumentando domanda, produzione e occupazione.
Naturalmente,
resta valido il principio che i CCF, non essendo debito, non entrano nel
computo dei parametri rilevanti per il Fiscal Compact, per i patti di stabilità
e per i trattati UE in genere (in particolare, deficit pubblico / PIL e debito
pubblico / PIL). Come anche la possibilità di adottare, nell’ambito del
progetto CCF, un sistema di clausole di salvaguardia non procicliche che
garantisce l’equilibrio tra incassi ed esborsi (in euro) del settore pubblico
in ogni singolo anno, senza provocare impatti recessivi sull’economia.
A scanso di
equivoci: il progetto CCF NON richiede, perché sia efficace, che i CCF emessi
vengano acquistati dalla BCE. Un titolo che può essere utilizzato per ridurre
pagamenti altrimenti dovuti alle amministrazioni pubbliche nazionali, per
tasse, imposte, contributi, o qualsiasi altra causale, ha valore a prescindere
che la BCE si proponga di acquistarlo. Il valore è già garantito
dall’accettazione da parte dello stato.
Comunque far
rientrare i CCF nei programmi di QE, pur non essendo indispensabile, certamente
non guasta. E permetterebbe tra l’altro alla BCE di affermare che i programmi
attivati hanno, finalmente, avuto pieno successo…