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lunedì 4 maggio 2026

Lo Stato assume a spese dei privati ?

 Segnalato da Mauro Ammirati. Mi limito a un commento riguardo al quinto punto. Dire che se lo Stato assume è solo a spese dei privati, equivale ad affermare che nell'economia non si crea mai disoccupazione.

Sappiamo che non è vero. Sappiamo che il sistema economico può andare in crisi per mancanza di domanda, per carenza di capacità di spesa, e sappiamo che quando succede il deficit pubblico utilizzato in funzione anticiclica è la soluzione più efficace.



venerdì 25 febbraio 2022

Non tutti detestano Putin, e il motivo c’è

 

E vabbè, nel post precedente prevedevo che Putin non sarebbe arrivato a invadere l’Ucraina – quanto meno a breve. Previsione non particolarmente azzeccata, salvo intendere “che a breve” volesse dire “oggi no ma domani sì”.

Ciò detto, merita un commento – qualunque cosa si pensi di Putin e in qualunque modo lo si giudichi – il fatto che nonostante l’establishment e i media siano unanimi nel presentarlo come il cattivo della situazione, una parte tutt’altro che irrilevante dell’opinione pubblica (italiana, ma non solo) faccia fatica ad accettare questa rappresentazione.

In parte dipende dal fatto che la vicenda ucraina è estremamente intricata, con la conseguenza che attribuire tutti i torti o tutte le ragioni a una parte sola porta sicuramente a conclusioni scorrette.

Ma non è l’unica spiegazione, e forse neanche la principale. Un motivo forse più importante l’ha sintetizzato così Mauro Ammirati:

“Voi vi ricordate, vero, di quella volta che, per far abbassare lo spread, Putin ci costrinse a tagliare la spesa pubblica e ad innalzare l’età pensionabile ? Eh, io me la sono legata al dito”.

Il che a me ha immediatamente ricordato una famosissima frase di Cassius Clay, ai tempi non ancora Mohammed Alì, quando gli domandarono perché preferiva andare in prigione e perdere il titolo di campione del mondo invece di partire per il Vietnam (dove peraltro non l’avrebbero mandato al fronte, ma utilizzato in esibizioni per tenere alto il morale delle truppe):

No Vietcong ever called me nigger”.

Concetto poi ripreso in infinite altre occasioni, per esempio nel 1966 da un esponente del movimento per i diritti civili dei neri, Stokely Carmichael: 

Why should black folks fight a war against yellow folks so that white folks can keep a land they stole from red folks ?”

E dallo stesso Clay / Alì:

My conscience won’t let me go shoot my brother, or some darker people, or some poor, hungry people in the mud, for big, powerful America, and shoot them. For what ? They never called me nigger. They never lynched me. They never put no dogs on me. They never robbed me of my nationality, or raped or killed my mother and father… How can I shoot them poor people ? Just take me to jail”.

Perché questo ha qualcosa a che vedere con Putin e con l’Ucraina ? Perché Putin avrà tutti i difetti del mondo, ma se l’Italia si è ritrovata con l’economia devastata non è per colpa di Putin, ma di uno scellerato sistema di governance economico-monetaria: quello incentrato sull’euro e sulle sue assurde regole di funzionamento.

E, tra coloro che stanno in prima linea a sollevare (o almeno a provarci) l’opinione pubblica contro Putin, ci sono in bella evidenza, tra Bruxelles e Francoforte, i promotori di quel sistema.

Per cui, se Putin a me personalmente non ha fatto nulla, e chi si scaglia (verbalmente) contro di lui invece sì, pensare che il cattivo della situazione sia lui, o solo lui, non mi riesce né ovvio né facile.

Detto ciò, sospendo ogni giudizio su Putin in quanto mi dichiaro non sufficientemente a conoscenza dei fatti. Ma il giudizio sull’establishment europeista / eurista invece me lo sono formato con molta chiarezza. E motivi per cambiarlo non ne vedo neanche mezzo.

E d’istinto (ma proprio solo istinto non è) se l’establishment sostiene, unanime, una tesi, mi viene da pensare che la tesi opposta potrebbe avere un fondo, e magari non solo un fondo, di verità.

 

mercoledì 26 maggio 2021

Imposta di successione: perché Letta è fuori strada

 

Come al solito, Mauro Ammirati centra perfettamente il punto:

Proposte come quella di Letta sulla successione sono definite, da alcuni economisti, “effetto gocciolamento”. Il popolo prende gli avanzi dei ricchi. Ventuno secoli fa, una donna cananea chiese un miracolo a Gesù dicendogli “Eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”, Mt 15,27. C’è poco da fare, certa gente ha un concetto perverso dell’economia. Sugli avanzi lasciati al popolo, che siano gocce o briciole, non si costruisce una società giusta né un’economia solida”.

La società oggi non è giusta e l’economia non è solida, in Italia, perché i maestri di Letta – Andreatta e Prodi in primo luogo – hanno raccontato la bufala che il problema fosse l’eccesso di potere d’acquisto in circolazione, altrimenti detto il livello del debito pubblico (che equivale, ma questo loro forse non l’hanno capito, e sicuramente non l’hanno detto, a risparmio privato).

Da questi (scellerati) presupposti sono nati l’adesione all’euro e venticinque anni di politiche depressive e deflattive. Che hanno devastato l’economia italiana e creato i guai che oggi Letta pretenderebbe di risolvere, appunto, con le briciole cadute dalla tavola – con l’imposta di successione per finanziare la “dote ai diciottenni”. 

L’ho detto e lo ripeto: io non sono pregiudizialmente contrario né alle imposte patrimoniali né all’imposta di successione. Ma respingo l’ipocrisia di chi pensa di risolvere qualcosa con nuove tasse quando il problema è uscire dal loop negativo creato all’Italia dall’ossequiosa aderenza alle regole dell’Eurosistema e alle ricette di Bruxelles.

PRIMA riportiamo l’Italia al pieno impiego immettendo capacità di spesa nel sistema economico e generando produzione e occupazione. POI possiamo parlare di quali forme di tassazione siano più o meno appropriate. Ma POI.

Altrimenti siamo sempre a baloccarci con modifiche a saldo zero (o addirittura negativo: vedi la proposta di patrimoniale LEU che doveva generare 18 miliardi di maggior gettito – altrimenti detto, RIDURRE di 18 miliardi la capacità di spesa nell’ambito dell’economia nazionale) senza affrontare, anzi senza neanche menzionare, il problema VERO.

Problema vero che è il razionamento artificiale della moneta e la continua, insensata compressione della capacità di spendere e di creare lavoro, che tiene costantemente sott’acqua la nostra economia.

 

domenica 8 novembre 2020

“Sacrifici da suddividere” ? basta con le menzogne

 

Leggo sempre con grande interesse gli interventi di Mauro Ammirati su temi economici e sociali. Ci tengo a citare parola per parola, e a commentare, questo suo post, che spiega con chiarezza cristallina quale mistificazione si celi dietro alla retorica dei “sacrifici da suddividere tra la popolazione” per affrontare le conseguenze della crisi economica. Crisi aggravata (perché ovviamente c’era già prima, da molti anni) dal Covid.

E’ un argomento che ho già affrontato diverse volte, questa spero che sia l’ultima, ma, detto tra noi, non sono così fiducioso. Continuo a leggere che i costi dell’attuale crisi devono essere equamente ripartiti, che ognuno sostenga la sua parte di sacrifici, che ci vuole la “solidarietà nazionale”, perciò ognuno rinunci a qualcosa affinché si possa venire incontro alle necessità di tutti. Scoraggiante, davvero. Ciò che avvenne negli anni Settanta non l’ho letto sui libri di storia o di macroeconomia: io c’ero, quei tempi li ho vissuti e ne ricordo i fatti e gli aspetti più importanti. Fu il periodo dell’austerità, delle domeniche a piedi, delle targhe automobilistiche pari e dispari, del riscaldamento razionato e dell’inflazione a due cifre. Mai nessuno, però, che spieghi come si arrivò a quella situazione. Cos’era accaduto ? Che i paesi arabi, diversi dei quali erano (e sono tuttora) produttori di petrolio, avevano perso la guerra del Kippur contro Israele, nel 1973. E pensarono di vendicare quella sconfitta, la quarta in 25 anni, tagliando l’estrazione e la produzione del greggio, provocando l’aumento del prezzo del barile d’oro nero del 400% (non è un errore di battitura, avete letto bene: il 400%). Inevitabilmente, in tutti i paesi industrializzati ci fu un’impennata inflazionistica, c’era il terrore che la produzione e l’offerta di beni reali crollasse e che restassimo senza neppure i beni di prima necessità, così molte famiglie fecero provviste come nei tempi di guerra. Quella crisi c’era davvero, perché il petrolio mancava davvero. Metteteci pure che eravamo nella preistoria dello sfruttamento delle fonti rinnovabili, la capacità produttiva e la tecnologia avevano fatto passi da gigante nei decenni precedenti, ma non c’è paragone con i giorni nostri. Poche famiglie avevano un televisore a colori, molte non avevano manco il telefono fisso, altro che posta certificata e social network. Si fece una politica di austerità perché non si poteva fare altro, dato che nessuna politica espansiva può darti una risorsa naturale, una materia prima che non hai. Allora aveva un senso ripartire equamente e fare i sacrifici. E sebbene non avessimo la capacità produttiva di cui disponiamo oggi, nessuno morì di fame, i beni di prima necessità non mancarono a nessuno, perché l’”economia della scarsità” l’avevamo già superata da un cinquantennio. Lo ripeto: quella crisi c’era davvero, esisteva e mordeva. Questa crisi, invece, in realtà, esiste solo nei computer del ministero dell’Economia e nei modelli degli economisti. Non c’è il minimo rischio che crolli la produzione di beni essenziali, si è solo accentuata una tendenza preesistente alla pandemia, ossia la carenza di domanda. E’ una situazione che si affronta e si supera sostenendo i consumi, il potere d’acquisto delle famiglie, particolarmente, quelle dei lavoratori autonomi la cui attività è danneggiata dalle norme anti Covid. Non troverete mai degli scaffali vuoti nei negozi del XXI secolo, non può succedere. Scusate, ma quali costi dovremmo ripartire ? quali sacrifici dovremmo fare ? Ma quelli che chiedono sacrifici anche per gli statali che rapporto hanno con le sostanze inebrianti e quelle stupefacenti ? Ma possibile che uno vada in televisione, dica una corbelleria e voi gli crediate ? Abbiamo tutti un cervello. Per favore, usiamolo.

Aggiungo da parte mia solo qualche ulteriore chiarimento.

Negli anni Settanta la crisi petrolifera non aveva, in realtà, ridotto la capacità produttiva del sistema economico. Persone e impianti erano sempre quelli. Era invece aumentato drammaticamente il costo di un importante input produttivo, il petrolio.

La conseguenza ? a parità di valore aggiunto prodotto, una parte maggiore andava ai fornitori esteri della materia prima, e una parte minore rimaneva disponibile per i redditi interni al paese – retribuzioni e utili.

Il problema quindi non era di produrre di meno, ma di beneficiare di una parte ridotta dei redditi che si generavano – perché la bolletta petrolifera era salita. In questo senso, per questo motivo, c’era un sacrifico da ripartire.

Durante la crisi petrolifera, nonostante molte oscillazioni a volte anche violente, la produzione e l’occupazione continuarono a crescere. Appunto perché non c’era ragione di produrre di meno: c’era la necessità di consumare di meno a parità di produzione, per pagare il maggior costo delle materie prime. Serviva un meccanismo di razionamento dei consumi, e l’inflazione fu appunto questo meccanismo.

L’inflazione in realtà poteva anche essere evitata, se il governo e la Banca d’Italia non avessero acconsentito a far aumentare la quantità nominale di potere d’acquisto in circolazione. Ci sarebbero state, in quel caso, minori retribuzioni e minori utili delle aziende, ma senza lievitazione dei prezzi dei beni di consumo.

Invece le autorità (non solo in Italia, in effetti in tutti i paesi industrializzati) decisero di immettere maggiore quantità di moneta nell’economia, evitando politiche di tagli e di tasse. Questo salvò il livello nominale di retribuzioni e utili, lasciando che gli effetti della crisi si scaricassero sull’inflazione.

Fu una scelta saggia. Se si fosse percorsa la via della deflazione, alla crisi dovuta alla scarsità di una risorsa reale si sarebbe aggiunto il dissesto del sistema finanziario. Gli effetti sarebbero stati molto più pesanti.

La situazione odierna è completamente diversa. Dalla crisi Lehman del 2008 in poi, soffriamo di una carenza di potere d’acquisto disponibile per far sì che la domanda di beni e servizi reali sia di livello pari alla capacità produttiva del sistema economico. Questo si è aggravato per le scellerate decisioni del 2011: imporre restrizioni fiscali per cercare (inutilmente) di ridurre il livello del debito pubblico in circolazione. Cosa che nessuno sarebbe mai stato in grado d’imporre, se il debito fosse rimasto in moneta nazionale, pienamente garantito dalla potestà di emissione delle istituzioni pubbliche italiane.

Il Covid ha aggiunto un’ulteriore dimensione ai problemi economici del paese. I lockdowns hanno (almeno temporaneamente) ridotto la possibilità di produrre beni e servizi, ma hanno anche ridotto i consumi (chiusi in casa, si spende di meno, specialmente per i prodotti non strettamente essenziali).

Non c’è quindi inflazione. E non ci sono ASSOLUTAMENTE “sacrifici” da imporre o da ripartire. C’è da immettere moneta per sostenere le categorie che subiscono impatti economici dal Covid, per non crear loro ulteriori difficoltà oggi, nonchè per permettergli di evitare insolvenze e chiusure, e di tornare alla piena operatività, quando prima o poi l’emergenza sarà passata.

Se questo non avviene, è solo perché i paesi dell’Eurozona, e in particolare l’Italia, non emettono e non controllano la moneta che utilizzano. Il che crea pesanti limitazioni, condizionamenti, e imposizioni dall’esterno, per tutti i paesi che se il sistema si rompesse (e un sistema disfunzionale è costantemente a rischio di rottura) si troverebbero a scegliere tra il default e la conversione in una moneta nazionale più debole. Non per i paesi dell’area ex marco, che in caso di rottura dell’euro tornerebbero, al contrario, a usare una moneta più forte.

I primi, infatti, in assenza di una garanzia piena e incondizionata della BCE, rischiano di non riuscire a rifinanziare il debito. I secondi no. Nessuno ha problemi a sottoscrivere un bund tedesco, perché se il sistema si rompe il “rischio” è di trovarsi in tasca marchi. Una moneta più forte, non più debole.

La sintesi ? Non c’è nessuna carenza di capacità produttiva. Non c’è la necessità di imporre nessun sacrificio a nessuno. Non ha senso parlare di tagli, tasse, patrimoniali, di che cosa far pagare a chi.

C’è da METTERE soldi in tasca a famiglie e aziende.

Se questo non avviene, o avviene in misura insufficiente, il motivo è sempre quello: la scellerata decisione, presa venti e più anni fa dall’Italia, di aderire (senza alcuna necessità o utilità economica) a un'insensata unione monetaria con paesi la cui moneta era più forte della nostra.