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domenica 15 marzo 2026

Come innalzare il PIL nominale abolendo le pensioni

 

Volete un sistema per aumentare, con effetto immediato, il PIL italiano? per quasi 400 miliardi?

Semplicissimo.

Passo 1, abolire le pensioni.

Passo 2, assumere tutti i pensionati come dipendenti del settore pubblico. Magari facendo finta di fargli fare qualcosa.

Perché funziona? Perché la spesa pubblica per stipendi è una componente del PIL, le pensioni sono invece trasferimenti, e non entrano nel PIL.

Non vi sto a dire i benefici sui parametri di Maastricht.

martedì 27 agosto 2019

La crisi di domanda dell’economia italiana – dati 2018


Un po’ in ritardo rispetto al solito, aggiorno qui il confronto tra i principali dati macroeconomici italiani dell’ultimo anno prima della crisi Lehman – il 2007 – e il consuntivo più recente – il 2018.


Euro costanti 2018 - dati 2007 inflazionati sulla base del deflatore PIL – fonte: ISTAT

2007
2018
Variazione
Variazione %
PIL
1.836
1.757
-79
-4,3%
Consumi
1.435
1.398
-37
-2,6%
Investimenti
396
316
-80
-20,3%
Export
503
558
+55
+10,8%
Import
510
514
+4
+0,8%


Undici anni dopo (praticamente un’era geologica) il PIL reale italiano è ancora inferiore di 79 miliardi rispetto al massimo storico raggiunto nel 2007. Il 4,3% in meno.

Questa caduta si accompagna a una flessione di 37 miliardi nei consumi e di 80 per quanto riguarda gli investimenti.

A fronte di questo, l’export è invece cresciuto di 55 miliardi, pari al +10,8%. Insieme alla stagnazione delle importazioni (generata dalla debolissima domanda interna) il saldo commerciale estero è di conseguenza passato da un leggero deficit (-7 miliardi nel 2007) a un forte attivo (+51).

Per la verità +10,8% in undici anni non è esattamente una prestazione eclatante. La media è un +0,94% annuo di crescita reale delle esportazioni. Però considerato che in mezzo ci sono state la crisi finanziaria mondiale del 2008, l’acme dell’eurocrisi nel 2011-2012, e tutti i problemi connessi all’impiego di una moneta sopravvalutata per l’Italia (l’euro), il risultato dimostra, banalmente, quanto segue.

In Italia non manca la capacità di fare impresa. Non è venuta meno l’attitudine delle aziende italiane a concepire prodotti innovativi e qualitativi, né a commercializzarli con successo sui mercati di tutto il mondo.

Non è venuta meno, a una semplice condizione. Che sui mercati ci sia capacità di spesa, quindi domanda potenziale. Senza, il prodotto più innovativo, bello e utile dell’universo non si vende.

Il 10,8% di crescita in undici anni, dicevo, non è chissà che. Ma se questa modesta crescita fosse stata conseguita non solo per l’export ma per il PIL nel suo complesso, il PIL italiano 2018 sarebbe stato pari a 2.034 miliardi. Un “piccolo” delta di 277, quasi il 16%, rispetto al dato effettivo.

Si tratta di 4.600 euro di reddito medio procapite, 18.400 per una famiglia di quattro persone. All’anno, per ogni anno. Semplicemente ripristinando all’interno dell’economia italiana il potere d’acquisto che è stato scelleratamente distrutto da chi pensava che quella fosse la via corretta per conseguire il risanamento finanziario dei conti pubblici e del paese.

Immettere domanda in un sistema economico le cui risorse produttive – persone e aziende – sono fortemente sottoutilizzate non è tecnicamente difficile. Perché non è indispensabile rompere l’unione monetaria, e neanche incrementare il debito (quello vero, da rimborsare in moneta straniera).

Il problema è sempre quello, e sempre quella è la soluzione. Comunque finisca lo psicodramma dell’attuale crisi di governo.


martedì 20 febbraio 2018

Spesa pubblica e PIL


Leggo su twitter - “Possibile che nel 2018 non ci sia ancora risposta unanime alla domanda: la spesa pubblica si somma o si sottrae dal PIL ?”

In realtà la risposta c’è, semplicemente è un po’ più articolata rispetto al semplice “si somma” o “si sottrae”.

Sul piano contabile, il PIL è la somma di consumi privati, investimenti privati, spesa pubblica, ed esportazioni nette (esportazioni meno importazioni).

Non c’è quindi alcun dubbio che a parità di ogni altra condizione, l’incremento di spesa pubblica incrementi anche il PIL.

Chi afferma che non è (necessariamente) così, dice qualcosa di sensato solo se fa riferimento agli effetti indotti.

Esiste un limite fisico di capacità del sistema economico, in un determinato momento storico, che deriva dalle persone e dagli impianti che possono essere messe al lavoro per produrre beni e servizi, e dalla qualità dell’apparato produttivo (qualità dell’organizzazione, della tecnologia, dei prodotti).

Il limite nel tempo si sposta, per effetto di innovazioni tecnologiche, miglioramenti organizzativi, investimenti che incrementano la base produttiva del paese (al netto del deterioramento fisico e dell’obsolescenza che invece la diminuiscono), variazioni demografiche. Ma in un determinato momento, il limite di capacità esiste.

Allora, se la capacità produttiva del sistema economico è sottoutilizzata, e la spesa pubblica ne incrementa l’utilizzo, la spesa pubblica incrementa il PIL.

Se invece le risorse produttive (risorse fisiche) sono già pienamente utilizzate, la spesa pubblica avrà l’effetto di riallocarle. Ci sarà meno produzione di beni e servizi da parte di operatori privati, e più produzione da parte del settore pubblico.

Poi ci sono valutazioni più complesse e incerte sulle conseguenze successive delle variazioni di spesa pubblica: a seconda di come avvengono le riallocazioni tra un tipo di spesa e un altro, ci possono essere effetti indotti, positivi o negativi, sulla capacità produttiva futura del sistema economico.

Ma se la domanda “la spesa pubblica si somma o si sottrae dal PIL ?” si riferisce all’impatto immediato, la risposta è chiara. Se mette al lavoro risorse fisiche che altrimenti restano inattive, incrementa il PIL. Altrimenti di per sé è neutrale.

Quindi l’effetto non è mai di decrementare il PIL. Mentre è di incrementarlo quando esiste un significativo sottoutilizzo delle risorse fisiche (forza lavoro e impianti). E oggi in Italia ci troviamo, senza alcun dubbio, in quest'ultima situazione.


venerdì 13 maggio 2016

La sottoccupazione italiana è una crisi di domanda



In termini reali (corretti, cioè, per l’inflazione – fonte ISTAT) il PIL italiano 2015 è stato inferiore dell’8,3% rispetto al 2007 (anno di massimo storico): 1.547 miliardi di euro (a prezzi 2010) contro 1.687.

Nel medesimo periodo, le esportazioni si sono incrementate del 3,5%, passando da 455 a 471 miliardi.

Il calo della domanda interna ha causato una diminuzione delle importazioni, da 462 a 430 miliardi.

La spesa interna per consumi e investimenti, che corrisponde al PIL incrementato (o decrementato) del saldo netto tra importazioni ed esportazioni, è passata da 1.680 a 1.508 miliardi. La contrazione è stata pari al 10,2%.

Questi dati indicano con chiarezza che la crisi economica italiana non è dovuta all’incapacità delle aziende di essere competitive. Il periodo 2007-2015 è stato caratterizzato da condizioni decisamente difficili, in particolare per effetto della crisi Lehman scoppiata nel 2008, e delle gravissime conseguenze dell’Eurocrisi (soprattutto nel periodo 2012-2013).

Ciò nonostante, le esportazioni italiane sono aumentate. La caduta di PIL è stata interamente (più che interamente, in effetti) causata dalla diminuzione della domanda interna.

Se le aziende italiane hanno saputo vendere di più a Shanghai, a Città del Capo, a San Francisco, non ha senso pensare che la diminuzione di fatturato a Treviso, ad Ancona o a Potenza provenga da un calo di competitività. Semplicemente, è diminuito il potere d’acquisto interno: prima per effetto della crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, e poi per le politiche di austerità insensatamente adottate, su “raccomandazione” UE, da metà 2011 in poi.

Immettendo potere d'acquisto nel sistema economico italiano, e avendo cura (per evitare un peggioramento dei saldi commerciali esteri) di ottenere comunque un immediato incremento della competitività delle aziende (ad esempio, e principalmente, tramite una riduzione del cuneo fiscale), si stimolerà domanda, produzione e occupazione. I livelli produttivi pre-crisi potranno essere recuperati (e poi superati) nel giro di pochi anni.

Il recupero di domanda, PIL e occupazione causerà anche una ripresa degli investimenti, un miglioramento della redditività delle aziende, e la possibilità di destinare più risorse a ricerca, sviluppo e aggiornamento tecnologico. Verranno quindi meno le condizioni all'origine della stagnazione della produttività italiana, di cui la nostra economia soffre ormai da vent’anni.

E si avvierà a risanamento anche l’eccesso di crediti deterioriati che affligge il sistema bancario.