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martedì 2 giugno 2026

martedì 6 gennaio 2026

Interessi e spesa pubblica

 

Tra le quotidiane geremiadi di cui si dilettano i commentatori economici attivi sui principali media cartacei, una delle più ricorrenti è che non si può andare avanti con questi livelli di debito pubblico perché l’Italia “spende più in interessi che in istruzione” “quasi come per la sanità” “più che per gli investimenti in infrastrutture” e varianti sul tema.

A nessuno dei suddetti commentatori viene in mente che esiste un sistema semplicissimo per ridurre gli interessi pagati sul debito.

E’ smettere di emettere debito.

Uno Stato che controlla e gestisce la propria moneta attua la spesa pubblica semplicemente creandola (la moneta) e spendendola.

La moneta che entra in circolazione rimane, per quanti passaggi faccia, nelle tasche di qualcuno. Si crea risparmio finanziario privato. Lo Stato può ma non deve, PUO’ MA NON DEVE, PUO’ MA NON DEVE, offrire ai detentori di questo risparmio la possibilità di investirlo in titolo di debito pubblico.

La spesa per interessi, in altri termini, esiste perché lo Stato ha deciso di farla esistere. Non perché ce ne sia una necessità tecnica o economica.

La spesa per interessi esiste perché lo Stato ha deciso di non esercitare la propria funzione di emittente monetario.

Se vogliamo eliminare gli interessi sul debito pubblico, questa è la via. Tornare a esercitare quella funzione.

Il resto sono fandonie.

mercoledì 29 giugno 2022

Le tasse non finanziano la spesa pubblica ?

 

L’affermazione del titolo (senza punto interrogativo) è spesso citata da parecchi attivisti MMT, al punto da essere da alcuni considerata un punto chiave di questa scuola di pensiero economico. Ma per la verità, non saprei dire se è condivisa in questi esatti termini dai più noti economisti che si riconoscono nella Modern Monetary Theory.

Si tratta di un concetto alquanto controverso, e vale quindi la pena di chiarirlo. Perché negli esatti termini del titolo (ripeto, senza punto interrogativo: “le tasse non finanziano la spesa pubblica”) non è corretto.

Chi sostiene che le tasse NON finanziano la spesa pubblica fa implicitamente riferimento, in effetti, a un principio base della MMT. In regime di fiat money, la moneta è un monopolio pubblico ed è lo Stato a produrla e a introdurla nel sistema economico.

Per cui, se lo Stato non la introducesse, in primo luogo mediante la spesa pubblica, non ci sarebbe moneta con cui pagare le tasse – visto che la moneta è un credito fiscale: lo Stato impone il valore della moneta richiedendo che le obbligazioni d’imposta siano saldate con la moneta nazionale.

Quindi il flusso logico degli eventi è, appunto, che lo Stato prima spende e poi ritira una parte della moneta emessa con le tasse. Per cui le tasse vengono dopo la spesa, che non ha bisogno delle tasse per essere effettuata.

La deduzione che ne traggono alcuni è che se lo Stato emette moneta, non ha mai bisogno di chiederla ai cittadini per spenderla. Ma non è così.

Il punto è che quanto detto sopra fa riferimento solo all’avvio del processo. La moneta deve essere creata per essere poi spesa, certo. Se non ci fosse stata creazione di moneta, non ci sarebbe modo di prelevare tasse, vero. Ma lo Stato spende ogni anno, non una tantum. Per cui la domanda a cui rispondere è: lo Stato potrebbe abolire completamente le tasse e spendere semplicemente moneta che viene prodotta ex novo ed ex nihilo, anno dopo anno ?

Lo risposta è no, per una ragione molto semplice. In un’economia che si sviluppa, è perfettamente normale che la moneta (nel senso lato di mezzi di pagamento e di strumento che incorpora potere d’acquisto) si incrementi anno dopo anno. E lo Stato deve quindi MEDIAMENTE essere in situazione di deficit del bilancio pubblico. Altrimenti i mezzi di pagamento in circolazione si espanderebbero solo per effetto del credito privato, il che sarebbe prociclico e destabilizzante (vedi qui per una breve trattazione dell’argomento).

Ma l’economia, misurata in base al PIL, si espande mediamente, per effetto della crescita reale e dell’inflazione, di qualche punto percentuale all’anno. Non di qualche DECINA di punti percentuali.

Ne deriva che, effettivamente, lo Stato deve essere mediamente in deficit di bilancio, per immettere nell’economia moneta di pari passo con lo sviluppo del PIL nominale: quindi per qualche punto. Ma NON per qualche decina di punti.

Perché fa differenza, che il deficit pubblico medio perseguibile sia “qualche punto” e non “qualche decina” ? Ma perché la spesa pubblica non è “qualche punto” di PIL. Da Stato a Stato la situazione varia, ma si parla di percentuali di solito comprese tra il 30% e il 50%.

Per cui una situazione tipica è che per esempio, NELLA MEDIA, lo stato spenda ad esempio il 40% del PIL, raccolga in tasse il 35% e faccia deficit per il residuo 5%.

Molto banalmente, l’equazione corretta è

spesa pubblica = tasse + deficit pubblico

che poi è una semplicissima identità contabile, niente di sconvolgente - ma dato quanto detto sopra, ci fa capire che le tasse in effetti finanziano non tutta, ma la maggior parte della spesa pubblica.

Per cui, affermare è che le tasse non finanziano (neanche una parte del)la spesa pubblica è scorretto. In effetti ne finanziano la parte preponderante. E, corollario, pensare che le tasse potrebbero essere abolite è pensare qualcosa di irrealizzabile. A meno di non ridurre la spesa pubblica a pochi punti percentuali di PIL.

 

giovedì 1 agosto 2019

Spesa pubblica e luoghi comuni


Il mio interlocutore twitter @eligio68 mi invita spesso a riflettere sulla necessità di razionalizzare, efficientizzare, rendere più trasparente la spesa pubblica italiana. Ovviamente sono obiettivi di per sé condivisibili: ma aiuterebbero molto, a suo giudizio, anche l’implementazione di progetti quali i CCF / Moneta Fiscale.

Perché, secondo @eligio68 ? perché le obiezioni all’utilizzo dei CCF per rivitalizzare l’economia italiana non saranno principalmente di natura tecnica, giuridica o macroeconomica. Verteranno sul fatto che lo Stato italiano “notoriamente” spende male. Da questo, nasce una buona parte dei dubbi sull’opportunità di politiche di rilancio della spesa pubblica.

Non sono certo in disaccordo con il concetto di “spendere meglio”. Chi potrebbe esserlo ? Ma invito a riflettere su quanto sia, o non sia, dimostrato che lo spesa pubblica italiana crei problemi in quanto qualitativamente scadente.

Io lo ritengo un luogo comune. La spesa pubblica si aggira intorno agli 800 miliardi annui, di cui però circa 300 sono trasferimenti (soprattutto pensioni e interessi sul debito pubblico), che non rappresentano quindi produzione di beni e servizi e non entrano direttamente nel calcolo del PIL.

Vogliamo esaminare un paio di voci importanti tra quante compongono gli altri 500 ?

Il sistema sanitario italiano assorbe circa 110 miliardi annui, ed è sistematicamente piazzato tra i primi cinque al mondo per efficienza, nelle classifiche prodotte annualmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci giochiamo regolarmente le posizioni di vertice con Hong Kong, Singapore, Giappone, Israele e Spagna. Per intenderci, la Germania è oltre il quarantesimo posto, gli USA oltre il cinquantesimo.

La pubblica istruzione assorbe 50 miliardi all’anno. In percentuale sul PIL, spendiamo molto meno delle medie OCSE. Ma in termini qualitativi non siamo affatto sotto la media, come risulta dalle rilevazioni comparative elaborate dalle varie organizzazioni internazionali.

Gli aneddoti valgono per quello che valgono, ma a me è successo varie volte di parlare con persone residenti in Canton Ticino (inclusi cittadini elvetici) e di sentirmi dire “mio figlio / figlia l’anno prossimo va al liceo ma io l’ho iscritto /  iscritta alle scuole pubbliche in Italia. Molto meglio di quelle svizzere”.

Dov’è, insomma, tutta questa inefficienza del settore pubblico italiano ? a mio modesto avviso, appunto, è in larghissima misura un condensato di aneddoti e di luoghi comuni.

Qualcuno senz’altro obietterà che i luoghi comuni hanno comunque la loro importanza. Non ne dubito: il problema è però che non li schiodi in un paio d’anni, ma neanche in dieci o venti, per quante azioni di razionalizzazione tu intraprenda.

Ipotizziamo che l’Italia lanci un ampio programma di riqualificazione del settore pubblico. Ma senza metterci soldi in più, perché si rimane inchiodati ai vincoli dell’Eurosistema.

Quale sarà il risultato ? l’economia resterà al palo, il debito / PIL non scenderà, e la percezione generale rimarrà che il debito pubblico italiano è alto e l’economia non cresce “perché, evidentemente, si spende male”.

Partiamo invece con il progetto Moneta Fiscale / CCF, riportiamo l’economia italiana a crescere, e abbassiamo il Maastricht Debt in rapporto al PIL. Non dico che questo spazzerà via tutti i luoghi comuni. Ma probabilmente spingerà a pensare che forse in Italia non si spende poi così male. E comunque, se l’economia cresce e il debito scende, a chi importa più dei luoghi comuni ?


martedì 20 febbraio 2018

Spesa pubblica e PIL


Leggo su twitter - “Possibile che nel 2018 non ci sia ancora risposta unanime alla domanda: la spesa pubblica si somma o si sottrae dal PIL ?”

In realtà la risposta c’è, semplicemente è un po’ più articolata rispetto al semplice “si somma” o “si sottrae”.

Sul piano contabile, il PIL è la somma di consumi privati, investimenti privati, spesa pubblica, ed esportazioni nette (esportazioni meno importazioni).

Non c’è quindi alcun dubbio che a parità di ogni altra condizione, l’incremento di spesa pubblica incrementi anche il PIL.

Chi afferma che non è (necessariamente) così, dice qualcosa di sensato solo se fa riferimento agli effetti indotti.

Esiste un limite fisico di capacità del sistema economico, in un determinato momento storico, che deriva dalle persone e dagli impianti che possono essere messe al lavoro per produrre beni e servizi, e dalla qualità dell’apparato produttivo (qualità dell’organizzazione, della tecnologia, dei prodotti).

Il limite nel tempo si sposta, per effetto di innovazioni tecnologiche, miglioramenti organizzativi, investimenti che incrementano la base produttiva del paese (al netto del deterioramento fisico e dell’obsolescenza che invece la diminuiscono), variazioni demografiche. Ma in un determinato momento, il limite di capacità esiste.

Allora, se la capacità produttiva del sistema economico è sottoutilizzata, e la spesa pubblica ne incrementa l’utilizzo, la spesa pubblica incrementa il PIL.

Se invece le risorse produttive (risorse fisiche) sono già pienamente utilizzate, la spesa pubblica avrà l’effetto di riallocarle. Ci sarà meno produzione di beni e servizi da parte di operatori privati, e più produzione da parte del settore pubblico.

Poi ci sono valutazioni più complesse e incerte sulle conseguenze successive delle variazioni di spesa pubblica: a seconda di come avvengono le riallocazioni tra un tipo di spesa e un altro, ci possono essere effetti indotti, positivi o negativi, sulla capacità produttiva futura del sistema economico.

Ma se la domanda “la spesa pubblica si somma o si sottrae dal PIL ?” si riferisce all’impatto immediato, la risposta è chiara. Se mette al lavoro risorse fisiche che altrimenti restano inattive, incrementa il PIL. Altrimenti di per sé è neutrale.

Quindi l’effetto non è mai di decrementare il PIL. Mentre è di incrementarlo quando esiste un significativo sottoutilizzo delle risorse fisiche (forza lavoro e impianti). E oggi in Italia ci troviamo, senza alcun dubbio, in quest'ultima situazione.


venerdì 12 settembre 2014

Ancora sulla spesa pubblica


In merito al mio post precedente, Matteo Thomann correttamente mi faceva notare che, nel valutare l’andamento della spesa pubblica e del PIL, occorre anche tenere conto del rapporto tra i due, e del confronto dell’incidenza percentuale (della spesa sul PIL, appunto) tra i vari paesi.

Nel campione esaminato (dati Eurostat e FMI) i due paesi che hanno ridotto la spesa pubblica in termini reali:

 


Spesa pubblica (mld € costanti 2013)
2007
2013
Variazione
Germania
 
 
1.143
1.224
7,1%
Francia
1.074
1.176
9,6%
Italia
814
789
-3,0%
Spagna
425
458
7,7%
Irlanda
65
70
8,0%
Grecia
 
 
113
106
-6,0%

 

sono Italia e Grecia, ovvero quelli dove si è verificata la peggiore contrazione di PIL:

 


Variazione PIL reale
 
2013 vs 2007
Media annua
Germania
 
 
4,2%
0,7%
Francia
0,9%
0,2%
Italia
-8,7%
-1,5%
Spagna
-5,7%
-1,0%
Irlanda
-7,6%
-1,3%
Grecia
 
 
-23,6%
-4,4%

 

E’ tuttavia anche vero che il paese dove l’incidenza della spesa pubblica sul PIL è cresciuta meno, ed è comunque una delle più basse del campione, è anche quello che ha registrato l’andamento economico migliore (o, detto altrimenti, è l’unico a non essere nei guai…). Si parla naturalmente della Germania.

 


Spesa pubblica / PIL
 
2007
2013
Variazione
Germania
 
 
43,5%
44,7%
1,2%
Francia
52,6%
57,1%
4,5%
Italia
47,6%
50,6%
3,0%
Spagna
39,2%
44,8%
5,6%
Irlanda
36,7%
42,9%
6,2%
Grecia
 
 
47,5%
58,5%
11,0%

 

Ora, è molto facile prendere questi dati e saltare alla conclusione che la disciplina nel contenimento della spesa pubblica aiuta l’economia. Ma è anche molto facile confutare questa affermazione. Se Italia e Grecia hanno ridotto la spesa (in termini reali) ma nello stesso tempo la spesa pubblica è cresciuta in rapporto al PIL, questo è dovuto, banalmente, al fatto che è caduto il denominatore del rapporto.

Non abbiamo, quindi una conferma della tesi che meno spesa pubblica => più crescita. Casomai osserviamo che in una situazione di domanda depressa, la riduzione di spesa tende ad abbassare il PIL e ad aumentare il rapporto spesa pubblica / PIL, invece di ridurlo.

Naturalmente, il “miracolo tedesco” (aver superato la crisi e ottenuto una decente crescita del PIL, senza mettere in atto grossi incrementi di spesa pubblica) ha un’origine ben nota, i surplus commerciali:

 


Saldo partite
Media 2008 - 2013 (% PIL)
correnti
Germania
 
 
6,7%
Francia
-1,7%
Italia
-1,9%
Spagna
-3,9%
Irlanda
0,9%
Grecia
 
 
-8,0%

 

En passant, questa brillante prestazione della Germania implica la violazione dei trattati europei. Come è noto a molti (ma non a tutti) non esiste solo il limite del 3% per il rapporto annuo tra deficit pubblico e PIL. Esiste anche (tra le altre cose) una soglia massima del 6% per quanto attiene a surplus commerciale / PIL. La Germania viola sistematicamente questa soglia senza che questo turbi i sonni di nessuno a Bruxelles, pare.

Ma lasciamo pure da parte i trattati. La sintesi di quanto sopra è: puoi superare una pesante crisi di domanda, originata dagli eventi del 2008 (culminati nel fallimento Lehman) e puoi anche farlo senza attuare grossi incrementi di spesa pubblica e di deficit pubblico. Lo puoi fare se hai grosse eccedenze negli scambi con l’estero.

Dovrebbe essere però evidente (ma pare di no…) che le eccedenze di qualcuno sono deficit di qualcun altro. Infatti in questo periodo la Germania è stata in surplus e il resto dell’Eurozona in deficit fino al 2011. Dal 2012 in poi il deficit del resto dell’Eurozona si è, sostanzialmente, azzerato, e la Germania ha continuato a fare surplus a fronte dell’incremento di deficit commerciale da parte del resto del mondo – il che non ha mancato di suscitare lamentele da parte di asiatici e americani.

Il punto chiave è che il governo tedesco continua a ripetere che il resto dell’Eurozona può uscire dalla crisi seguendo l’esempio della Germania. E’ un'affermazione insensata per vari motivi: uno dei principali è che saldi commerciali attivi del 6-7% ottenuti da un paese di 80 milioni di persone sono tollerabili (non senza mugugni) da parte del resto del mondo. Ottenuti da un’area economica di 330 milioni di persone, no.

La crisi dell’Eurozona si risolve solo con un grande rilancio della domanda interna dell’Eurozona stessa. Il dibattito rilevante è sui meccanismi da adottare e sugli equilibri interni da tutelare. Sul piano tecnico, le soluzioni esistono.

Sul piano politico, stiamo dove stiamo… da nessuna parte, per ora.