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domenica 15 marzo 2026

Come innalzare il PIL nominale abolendo le pensioni

 

Volete un sistema per aumentare, con effetto immediato, il PIL italiano? per quasi 400 miliardi?

Semplicissimo.

Passo 1, abolire le pensioni.

Passo 2, assumere tutti i pensionati come dipendenti del settore pubblico. Magari facendo finta di fargli fare qualcosa.

Perché funziona? Perché la spesa pubblica per stipendi è una componente del PIL, le pensioni sono invece trasferimenti, e non entrano nel PIL.

Non vi sto a dire i benefici sui parametri di Maastricht.

venerdì 29 ottobre 2021

Cosa penso dell’età pensionabile

 

Quota 100 non verrà rinnovata, ha detto Mario Draghi, e “sia pure gradualmente” si tornerà alla “situazione normale”: che sarebbe, par di capire, la legge Fornero (legge fino a dieci anni fa non era per nulla la “situazione normale”, visto che l’ha introdotta lo scellerato governo Monti, ma transeat).

Data l’attualità del tema, rispondo volentieri a chi (non pochi) mi ha chiesto cosa penso del ripristino dell’età pensionabile a 67 anni (risultato finale del ritorno alla “normalità” della Fornero).

Ne penso una cosa molto semplice. L’età pensionabile in sé non è il punto. Il punto è se il governo metterà in atto (o meno) politiche di pieno impiego.

Lavorare fino a 67 anni, SE (un se molto importante, ovviamente) una persona sta bene di salute, si può.

Quello che non è accettabile è che l’economia venga mantenuta in una condizione di domanda artificialmente compressa e depressa. Perché la depressione economica implica che parecchie persone perdano il lavoro a 50, 55, 60 anni, con scarsissime prospettive di trovarne un altro.

E in queste condizioni non avere né lavoro né pensione è un autentico dramma.

Lo Stato è un grado di immettere nell’economia la quantità di potere d’acquisto adeguata per assicurare il pieno impiego. Poi c’è un tema di allocazione: e se la popolazione invecchia, è sicuramente sostenibile che questa allocazione non possa andare ai pensionati in misura superiore a un determinato livello. Il che implica di far lavorare la popolazione (la parte IN BUONA SALUTE fisica e mentale, s’intende) più a lungo.

Ma di FARLA LAVORARE a condizioni dignitose. Non di creare drammi sociali come i trecentomila esodati di forneriana memoria.

Per cui separare il tema delle pensioni (o qualunque altro tema di politica economica) dal contesto in cui si trova l’Italia da un quarto di secolo (le regole deflattive e depressive dell’Eurosistema) ci porta fuori strada.

Su QUELLE, sulle regole, il governo deve intervenire.

sabato 5 gennaio 2019

Oggi faccio il qualunquista


E il mio estemporaneo qualunquismo mi conduce a non parlarvi di macroeconomia, bensì di un banale (ma non marginale) problema pensionistico nel quale è incappata mia suocera.

Normalmente, percepisce una pensione di circa 1.800 euro netti al mese, più un’indennità di accompagnamento di altri 500.

A fronte di questi 2.300 euro totali, a gennaio (esattamente due giorni fa) se ne è vista accreditare 1.500.

Mia moglie ha chiesto spiegazioni all’INPS. La decurtazione, le hanno detto, oltre che a gennaio avverrà a febbraio, per non meglio precisate “operazioni di conguaglio”.

Si può affermare, naturalmente, che 2.300 euro sono comunque una pensione superiore alla media (oltre all’indennità, peraltro, comprendono anche la reversibilità di mio suocero buonanima). Però la mia considerazione qualunquista è la seguente: possibile che non si sia riusciti (da parte dell’INPS) a chiarire meglio quanto stava per accadere, a spiegarne le motivazioni, e soprattutto a farlo sapere in anticipo ?

800 euro in meno su 2.300 non sono proprio noccioline. Per mia suocera no, ma immagino che per un bel numero di pensionati una decurtazione del genere – transitoria, d’accordo; per due mesi soltanto, va bene – faccia la differenza tra arrivare e non arrivare alla fine del mese.

Se proprio era necessario, come minimo sarebbe stato appropriato comunicarlo prima che avvenisse, per evitare di mettere qualcuno (e forse molte persone) in difficoltà. Che possono essere, in non pochi casi, difficoltà serie.


domenica 9 dicembre 2018

Ancora sulle pensioni, in sintesi


Riprendo qui e metto in evidenza il commento di un lettore al precedente articolo, per inquadrare il nocciolo della questione: gli effetti espansivi degli interventi sulle pensioni (e sui trasferimenti in genere).

“Credo derivi dalla solita confusione tra PIL effettivo e PIL potenziale, per cui se paghi la pensione al pensionato o il reddito di cittadinanza a uno che sta a casa non produci niente. Non si rendono conto che il PIL effettivo è ben al di sotto del PIL potenziale e che l’importante è che girino più soldi, detto brutalmente”.

La chiave è proprio questa. Ed è un’assurdità sostenere che non esista un fortissimo sottoutilizzo di risorse produttive nell’ambito del sistema economico. Sono del tutto cervellotici i tentativi di UE, FMI, OCSE di negare o minimizzare il fenomeno: basta ragionare brevissimamente sui dati.

Altrettanto assurdo è affermare che i trasferimenti (non solo le pensioni ma appunto anche, per esempio, il reddito di cittadinanza) verrebbe “risparmiato e non speso” nel momento in cui la propensione al consumo della popolazione italiana è vicina al 100%, com’è tipico delle fasi di depressione economica.

Esiste naturalmente una gerarchia di efficacia degli interventi di politica economica, ed è possibile e anche plausibile sostenere che il mix di azioni sarebbe ancora più proficuo se maggiormente rivolto a investimenti, spesa diretta o riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese. Se ne era parlato qui.

Ma questo è un tema che riguarda la composizione degli interventi, non il principio generale che il miglioramento dell’economia italiana richiede un’azione espansiva su domanda e capacità di spesa.