Quota 100 non
verrà rinnovata, ha detto Mario Draghi, e “sia pure gradualmente” si tornerà
alla “situazione normale”: che sarebbe, par di capire, la legge Fornero (legge
fino a dieci anni fa non era per nulla la “situazione normale”, visto che l’ha
introdotta lo scellerato governo Monti, ma transeat).
Data l’attualità
del tema, rispondo volentieri a chi (non pochi) mi ha chiesto cosa penso del
ripristino dell’età pensionabile a 67 anni (risultato finale del ritorno alla “normalità”
della Fornero).
Ne penso una
cosa molto semplice. L’età pensionabile in sé non è il punto. Il punto è se il
governo metterà in atto (o meno) politiche di pieno impiego.
Lavorare fino a
67 anni, SE (un se molto importante, ovviamente) una persona sta bene di salute,
si può.
Quello che non è
accettabile è che l’economia venga mantenuta in una condizione di domanda
artificialmente compressa e depressa. Perché la depressione economica implica che
parecchie persone perdano il lavoro a 50, 55, 60 anni, con scarsissime
prospettive di trovarne un altro.
E in queste
condizioni non avere né lavoro né pensione è un autentico dramma.
Lo Stato è un
grado di immettere nell’economia la quantità di potere d’acquisto adeguata per
assicurare il pieno impiego. Poi c’è un tema di allocazione: e se la
popolazione invecchia, è sicuramente sostenibile che questa allocazione non
possa andare ai pensionati in misura superiore a un determinato livello. Il che
implica di far lavorare la popolazione (la parte IN BUONA SALUTE fisica e
mentale, s’intende) più a lungo.
Ma di FARLA
LAVORARE a condizioni dignitose. Non di creare drammi sociali come i
trecentomila esodati di forneriana memoria.
Per cui separare
il tema delle pensioni (o qualunque altro tema di politica economica) dal
contesto in cui si trova l’Italia da un quarto di secolo (le regole deflattive
e depressive dell’Eurosistema) ci porta fuori strada.
Su QUELLE, sulle
regole, il governo deve intervenire.