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domenica 20 luglio 2025

La moneta legale non è moneta obbligatoria

 

I sostenitori della “moneta sana” si scagliano costantemente contro la moneta di Stato perché è “manipolabile dai politici” nonché “imposta con la violenza”.

Tra loro si annovera un consistente numero di nostalgici del gold standard o (versione aggiornata dello stesso concetto) di entusiasti del bitcoin.

Mi pare opportuno ricordare ai monetasanisti che nessuna autorità pubblica impedisce di stipulare contratti denominati in moneta non di Stato. Niente vieta di firmare contratti, anche di lavoro o di collaborazione professionale, da regolare in bitcoin, in lingotti d’oro o in barili di petrolio.

In pratica non succede quasi mai, ma non a causa di una qualche ”imposizione violenta”. E’ che utilizzare in modo massiccio una moneta diversa da quella statale è estremamente poco pratico.

Per le esigenze di funzionamento di un’economia moderna, l’utilizzo di una moneta statale è in pratica indispensabile. Alla moneta statale si possono tranquillamente affiancare strumenti di scambi alternativi (personalmente sono un grande ammiratore del WIR e del Sardex): ma in funzione complementare, non sostitutiva.

venerdì 11 novembre 2022

Giorgetti affossa la Moneta Fiscale ma anche no

 

Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti è tornato due volte a breve distanza sul tema dei crediti fiscali negoziabili.

La prima mercoledì 9 novembre scorso, in sede di audizione di fronte alle commissioni speciali congiunte Camera e Senato sulla nota di aggiornamento al NADEF.

Qui la citazione ha tutta l’aria di chiudere la porta alla Moneta Fiscale nel senso in cui la propone questo blog, senza peraltro chiarire in alcun modo con quali motivazioni:

“Dobbiamo evitare di dire che questi crediti fiscali devono circolare liberamente… anzi non dobbiamo proprio dirlo… è meglio per tutti… è meglio per lo Stato italiano in particolare”.

Il che è traducibile in “non si deve perché non si deve”. Già, ma per quale ragione ?

In precedenza Giorgetti aveva accennato, in modo un po' criptico, a "qualche osservazione da parte di soggetti esterni rispetto alla natura e alla definizione del credito d'imposta cedibile... mi fermo qui".

Oggi, venerdì 11 novembre, durante la conferenza stampa a cui ha partecipato a fianco del presidente del consiglio Giorgia Meloni, si è maggiormente dilungato:

“La cessione / cedibilità del credito d’imposta è una possibilità, non un diritto e quindi tutti coloro che in qualche modo d’ora in avanti decideranno di fare questi interventi hanno senz’altro la certezza di poterli detrarre dai loro redditi negli anni come peraltro è sempre avvenuto ma non hanno né possono avere la certezza – lo devo dire perché su questa cosa va fatta chiarezza – rispetto al fatto che possano in qualche modo trovare una banca o un’istituzione che accetti la possibilità di cedere (nota mia: in effetti, di acquistare) il credito d’imposta. Altrimenti avremmo creato una moneta, che non è stata creata”.

Notare: il secondo intervento non nega in alcun modo che il credito d’imposta possa essere ceduto. Afferma semplicemente che non c’è certezza, per chi lo detiene, di trovare una controparte che l’acquisti, in cambio di soldi o anche di beni o servizi.

Ma questa è SEMPRE stata una caratteristica del progetto CCF / MF fin dalle sue origini. Nessuno è obbligato ad accettare la cosiddetta Moneta Fiscale. La MF è utilizzabile per compensare imposte o tasse altrimenti dovute. E qui la controparte è la Pubblica Amministrazione. Per qualsiasi altro soggetto, vale il libero mercato: tu mi proponi la MF e io sono libero di accettarla o meno. Se l’accettazione fosse obbligatoria, avremmo creato moneta LEGALE, e questo violerebbe i trattati, perché nell’eurozona l’unica moneta legale è l’euro.

Si noti che il credito fiscale negoziabile non è da questo punto di vista diverso dai circuiti di compensazione multilaterale tipo Sardex. Gli aderenti al circuito utilizzano il Sardex per scambiarsi beni e servizi, ma solo perché hanno volontariamente deciso di aderirvi. A nessun non aderente può essere imposto (ci mancherebbe) di accettare Sardex.

Perché mai lo Stato italiano non dovrebbe poter effettuare (certo, su scala ben più rilevante) una forma di intervento analoga al Sardex, che è perfettamente legale ? tra l’altro nel capitale della società di gestione del progetto Sardex è entrata una finanziaria del Ministero dello Sviluppo Economico, quindi lo Stato medesimo.

 

domenica 7 novembre 2021

Le tasse danno valore alla moneta

 

Qualche commentatore esprime ancora scetticismo sul concetto espresso dalla MMT, ma prima ancora dal cartalismo, dove si afferma che una moneta ha valore nel momento in cui uno Stato impone di utilizzarla per pagare le tasse.

Dietro a questi scetticismi ci sono un paio di osservazioni errate.

In primo luogo, a volte si vede fare confusione tra due affermazioni che in realtà sono parecchio diverse.

La MMT non sostiene che “una moneta ha valore solo se lo Stato la impone per il pagamento delle tasse”.

La MMT sostiene che “l’utilizzabilità per pagare tasse attribuisce valore alla moneta”.

Dove sta la differenza ?

Nel fatto che sono sicuramente possibili monete che lo Stato non accetta per pagare tasse, ma che hanno comunque valore perché un gruppo di cittadini e aziende decide di servirsene, sulla base di un impegno contrattuale, assunto volontariamente. Vedi il caso dei circuiti di compensazione multilaterale, di cui l’esempio di maggior successo in Italia è il Sardex.

Ma questa è una via ulteriore, rispetto all’accettazione per pagare tasse, per dare valore a una moneta. Può assolutamente costituire la base di un progetto più che valido, ma con funzione complementare rispetto alla moneta di Stato, alla MONETA (accettata al fine dell’adempimento) FISCALE.

Complementare e di minor peso, per il semplice motivo che il settore pubblico è il soggetto economico più rilevante nell’ambito di qualunque Stato, dato che intermedia quote di PIL comprese tra il 30% e il 50% del totale.

In altri termini, le monete non fiscali esistono e possono benissimo funzionare, ma inevitabilmente hanno un ruolo accessorio rispetto alla moneta dello Stato, appunto perché quest’ultima è moneta fiscale.

L’altra osservazione errata è pensare che la moneta di Stato abbia valore anche o magari soprattutto perché il suo utilizzo è imposto per legge nelle transazioni tra privati.

In realtà lo Stato non impone nulla di tutto questo. Transazioni dove il corrispettivo è espresso in una moneta diversa da quella ufficiale dello Stato non sono affatto infrequenti. Se compro petrolio lo pago in dollari. Se compro un’azione giapponese la pago in yen. Un dipendente svizzero o britannico di una società con sede in Italia può benissimo negoziare un contratto dove lo stipendio è denominato in franchi o in sterline.

Ovviamente sono eccezioni rispetto alla totalità degli scambi di beni, servizi o attività finanziarie. Ma sono eccezioni rilevanti, e dimostrano l’infondatezza del presupposto.

La moneta più diffusa nell’ambito di uno Stato non può che essere quella che lo Stato accetta per onorare le obbligazioni fiscali. Non in teoria, ma in pratica, non può che essere così.

Taxes drive money. Non solo le tasse, ma fondamentalmente, prevalentemente le tasse. E questo è il presupposto del progetto CCF / Moneta Fiscale.

 

lunedì 20 febbraio 2017

CCF non convertibili


Si discute spesso in merito alla possibilità che i Certificati di Credito Fiscale vengano introdotti in forma “non convertibile”. In altri termini, i CCF verrebbero assegnati gratuitamente a una pluralità di soggetti, che però (diversamente dal progetto base) non avrebbero facoltà di cederli in cambio di euro.

Gli assegnatari potrebbero invece utilizzarli come contropartita di transazioni dirette: quindi per pagare beni e servizi, partendo dal presupposto che un ampio ventaglio di operatori economici e commerciali accetterà indifferentemente CCF o euro. Un po’ come avviene per il Sardex (vedi qui e qui) o per altre forme di moneta complementare, ma su scala molto più ampia, in quanto i CCF godrebbero della garanzia di accettazione da parte dello Stato per scontare pagamenti di imposte, tasse, o altre obbligazioni finanziarie (di qualsiasi tipo) verso il settore pubblico.

Se ne parla di frequente, ad esempio, con Stefano Sylos Labini, soprattutto sulla base della preoccupazione che l’immissione di decine di miliardi di CCF produca una forte pressione al ribasso sul valore di mercato dei titoli.

Personalmente, resto dell’opinione che i CCF dovrebbero invece essere negoziabili e cedibili, senza limitazioni, sul mercato finanziario. E questo per varie ragioni.

UNO, l’utilizzabilità fiscale dei CCF a fini fiscali costituisce un fortissimo sostegno al loro valore. Se possiedo un titolo, assegnatomi il 1° luglio 2017, che a partire dal 1° luglio 2019 sarà illimitatamente utilizzabile per scontare pagamenti alla pubblica amministrazione, non ho incentivo a spossessarmene per un valore inferiore al facciale, se non nella misura di un (presumibilmente modesto) tasso di attualizzazione.

DUE, in ogni caso, non si verifica un’immissione immediata e massiccia di titoli sul mercato. Attualmente si sta ragionando su 30 miliardi per il primo anno, da incrementare poi successivamente. Le immissioni sono scaglionate nel tempo: si parte quindi da circa 2,5 miliardi al mese. Al confronto, l’intero mercato dei titoli di Stato italiani ha come numeri di riferimento 2.200 miliardi di debito pubblico totale, e circa 500 miliardi di nuove emissioni annue (per coprire il deficit ma soprattutto per rifinanziare il debito che giunge a scadenza). Le assegnazioni di CCF spostano ben poco rispetto il volume totale delle transazioni di titoli italiani (che beninteso non sono solo i titoli di Stato, ma anche obbligazioni private, azioni, derivati, strumenti ibridi eccetera).

Ma d’altra parte, se anche fosse vero che l’immissione sul mercato dei CCF può produrre una pressione al ribasso sui prezzi,

TRE, rendendoli non convertibili in euro mediante cessione sul mercato finanziario, si costringe l’assegnatario a far conto solo sul loro utilizzo per acquisti di beni e servizi. L’ipotetico problema della pressione al ribasso sui prezzi dei titoli rientrerebbe dalla finestra, perché se pressione ci fosse, gli operatori commerciali accetterebbero i CCF solo a sconto rispetto agli euro. Con in più l’aggravante della mancanza di liquidità di CCF, che tenderebbe a ridurne il valore di mercato (di quanto è difficile prevedere, ma di sicuro l’effetto è di riduzione).

In sintesi, la non convertibilità dei CCF si propone di risolvere un problema che a mio parere non esiste, o è comunque di scarso rilievo: ma se esistesse, ne sarebbe in effetti una soluzione puramente illusoria. Lo sconto massiccio non ci sarà: ma se ci fosse, la non convertibilità non lo evita – al contrario, lo incrementa.


giovedì 12 gennaio 2017

La moneta legale è sempre moneta fiscale


Se verrà adottato il progetto Moneta Fiscale, in Italia – e probabilmente in altri paesi dell’Eurozona – circoleranno due forme di moneta: l’euro e il titolo fiscale – ovvero, un titolo utilizzabile per ridurre pagamenti altrimenti dovuti alla pubblica amministrazione, in particolare per tasse, imposte, contribuiti al sistema sanitario e pensionistico ecc.

Ho più volte affermato che la Moneta Fiscale nazionale non confligge con il monopolio di emissione della BCE. La BCE, infatti, rimarrebbe l’unico emittente di moneta ad accettazione obbligatoria in tutti i paesi dell’Eurozona, mentre la Moneta Fiscale nazionale sarà accettata su base VOLONTARIA. L’unico soggetto che si vincolerà ad accettarla sarà la pubblica amministrazione del paese emittente. Tutti gli altri ne riconosceranno il valore non perché obbligati a farlo, ma in quanto il valore stesso deriva dalla sua utilizzabilità a fini fiscali.

A ben vedere, da quando è venuta meno qualsiasi forma di convertibilità della moneta (in oro o altro), tutta la moneta legale, in qualsiasi paese, è moneta fiscale. Quando in Italia esisteva la lira, aveva valore perché in lire dovevano essere pagate le tasse.

Va notato che lo Stato tutela l’osservanza dei contratti, per cui se io vendo un bene o un servizio la legge deve garantire l’adempimento, quindi il pagamento. Ma in effetti non sempre, e non necessariamente, il contratto è stipulato nella moneta legale del paese.

Contratti e rapporti economici con contropartita in moneta diversa da quella legale del paese in cui si stipulano non sono frequentissimi, ma neanche particolarmente rari. La compravendita di azioni quotate USA è generalmente regolata in dollari, anche quando compratore e venditore sono entrambi residenti italiani. Lo stesso avviene spesso per acquisti e vendite di prodotti petroliferi, o di altre materie prime. Un cittadino svizzero o britannico che viene a lavorare in Italia per un periodo predefinito, prevedendo poi di tornare in patria, probabilmente stipula un contratto con pagamento in franchi o in sterline.

Si dice che la moneta legale in uso in Italia è l’euro, ma questo non significa che i contratti tra privati espressi in un'altra valuta non abbiano lo stesso livello di tutela giuridica.

La moneta legale in Italia è l’euro non perché i contratti in euro siano gli unici giuridicamente tutelati, ma perché le tasse devono essere pagate in euro. La moneta legale è quindi a tutti gli effetti moneta fiscale.

La Moneta Fiscale nazionale differisce dall’euro perché è riconosciuta, al fine di estinguere passività fiscali, solo nel paese di emissione, mentre l’euro lo è in tutti i 19 paesi dell’Eurozona. Quanto esisterà la Moneta Fiscale italiana potrò utilizzarla per ridurre un pagamento di imposte in Italia, ma non in Spagna, in Germania o in Slovacchia.

E’ poi concepibile l’esistenza di moneta anche in un ipotetico Stato dove non esistono le tasse. La moneta in questo caso sarebbe un’unità di conto e di compensazione degli scambi giuridicamente tutelata (in quanto lo Stato fa rispettare i contratti) anche se non utilizzabile a fini fiscali. Il WIR svizzero e il Sardex italiano (vedi anche qui)  già da alcuni anni (anzi nel caso del WIR da parecchi decenni) funzionano proprio in questo modo.

Ma questi ultimi esempi, per quanto significativi e interessanti, agiscono su scala limitata. In pratica, le tasse esistono, e la moneta fiat in qualsiasi paese del mondo è quella in cui lo Stato richiede che vengano pagate le tasse. E questa è l’origine del suo valore.


mercoledì 3 agosto 2016

Ancora sul Sardex


Ulteriori considerazioni sul Sardex, anche queste su stimolo di Stefano Sylos Labini:



UNO, il Sardex non è convertibile in euro ma accettato (da parte degli aderenti al circuito) in sostituzione dell’euro, in rapporto 1:1.

DUE, il Sardex è attribuito agli aderenti al circuito attraverso un affidamento: quindi chi è affidato per, ad esempio, 10.000 Sardex, può effettuare acquisti fino a quell’importo totale. Dovrà poi compensare questa posizione di debito vendendo beni e servizi di sua produzione sul circuito: i compratori a loro volta saldano l’acquisto utilizzando Sardex.

TRE, trascorso un anno senza che la compensazione abbia luogo, il debito in Sardex diventa debito in euro (e quindi va saldato in euro).

QUATTRO, su debiti e crediti in Sardex non si applicano interessi: in questo modo si stimola la circolazione e non l’accumulazione di Sardex.

CINQUE, l’accettazione nel circuito Sardex è subordinata, per evidenti motivi, al fatto di poter offrire beni e servizi interessanti per altri aderenti al circuito.

SEI, viene richiesto agli aderenti al circuito di avere una partita IVA.

SETTE, sempre più frequentemente individui in possesso di crediti Sardex li utilizzano anche per acquisti al dettaglio (per fare la spesa, banalmente).

OTTO, si sta verificando in modo quasi naturale un’estensione al segmento “consumer”. Chi non ha partita IVA o comunque non aderisce al circuito, magari perché non ha beni o servizi da vendere agli altri aderenti, ottiene Sardex come se fossero punti premio di un supermercato – cioè facendo acquisti in euro da aziende iscritti e ricevendo sconti, o “punti fedeltà”, in Sardex, che poi utilizza nel circuito.



Stefano commenta: “confrontando Sardex e CCF, si evidenziano alcune differenze riguardo alla natura dei due strumenti, oltre al fatto che dietro al CCF c’è l’accettazione fiscale, quindi lo Stato. Il Sardex è uno strumento microeconomico e serve essenzialmente per favorire gli scambi, mentre il CCF ha una natura macroeconomica perché fa entrare in gioco il moltiplicatore keynesiano”.



Questa considerazione è corretta, ma va anche notato che all’origine di entrambi i progetti c’è comunque un problema macro: una situazione di sottoutilizzo delle risorse produttive nell’ambito del sistema economico. Se le risorse fossero perfettamente e totalmente utilizzate, non ci sarebbe una particolare necessità né del Sardex né dei CCF.



In un contesto di domanda depressa, sia il Sardex che il CCF rimettono in modo capacità di spesa e produzione:

Il CCF, perché è un titolo con un suo valore autonomo, accettato dalla generalità degli operatori economici (perché tutti, in un modo o nell’altro, hanno da effettuare pagamenti fiscali) che viene assegnato gratuitamente a una serie di soggetti e ne incrementa la capacità di spesa.

Il Sardex, perché equivale a un affidamento creditizio erogato a soggetti che (1) hanno capacità di fornire beni e servizi interessanti per gli altri aderenti al circuito, e (2) entrano in un meccanismo che consente loro di estinguere il debito, tramite, appunto, la fornitura dei beni e servizi medesimi. Fornitura che sono in grado di effettuare appunto perché la loro capacità produttiva non è satura.


Qui un recentissimo articolo sull'argomento.

martedì 26 luglio 2016

Sardex


Sardex è l’esempio di maggior successo, in Italia, di un “circuito di compensazione multilaterale” che funziona, all’atto pratico, come una moneta parallela. Nata in Sardegna, ha “figliato” una serie di società collegate che operano nelle rispettive zone di esclusiva territoriale (Piemex in Piemonte, Linx in Lombardia, Tibex nel Lazio e altre ancora).



Sono in corso di definizione progetti, e in alcuni casi anche sperimentazioni, per sviluppare l’adozione di queste “monete” parallele regionali anche da parte di enti pubblici territoriali, quali il Comune di Roma o la Regione Lombardia.



Il Sardex è differente dai CCF in quanto non è utilizzabile per ridurre pagamenti di tasse o comunque impegni finanziari nei confronti della pubblica amministrazione (anche se non è da escludere che forme di “utilizzabilità fiscale” possano svilupparsi in futuro).



Su sollecitazione di Stefano Sylos Labini, qui di seguito trovate alcune indicazioni molto sintetiche in merito ai meccanismi di funzionamento del Sardex, quantomeno nei limiti in cui li ho capiti io. Se qualche esponente del sistema Sardex mi legge, potrà correggere e/o integrare.



D1. Come vengono assegnati i Sardex ? vale a dire, quando un’azienda aderisce al circuito ottiene crediti Sardex ?

R1. Sì, l’azienda che aderisce al circuito ottiene un affidamento, quindi un ammontare di crediti, che consente di pagare beni e servizi in Sardex (beni e servizi messi in vendita da altre aziende aderenti al circuito). Condizione perché l’affidamento resti in essere è essere adempienti all’impegno di accettare Sardex in contropartita delle PROPRIE cessioni di beni e servizi, nonché la capacità, tendenzialmente, di bilanciare nel tempo acquisti e cessioni.



D2. Il credito Sardex non è convertibile in euro, quindi che cosa gli dà valore ? Che cosa ci si può comprare ?

R2. Come detto sopra, si possono acquistare beni e servizi offerti dagli altri aderenti al circuito, che si impegnano ad accettare indifferentemente euro o Sardex, in rapporto 1:1.



D3. Dato che possono essere usati Sardex per acquistare beni o servizi senza utilizzare euro, questi ultimi si “liberano” e possono essere destinati ad altri impieghi, giusto ?

R3. Sì, anzi in effetti possono essere effettuati acquisti di beni o servizi senza possedere, o comunque senza utilizzare, neanche un euro, purché si abbia la possibilità di offrire PROPRI beni / servizi agli altri aderenti al circuito – che sono impegnati ad accettarli. Ad esempio: un ristoratore deve rinnovare gli arredi del suo locale. Entra nel circuito e viene affidato per 1.000 Sardex. Con quelli, paga il fornitore degli arredi. Il fornitore può utilizzare i Sardex per pranzare o cenare nel locale a cui ha fornito gli arredi: o, molto più probabilmente, spenderà i Sardex con altri aderenti al circuito. Alla fine, qualcuno utilizzerà i 1.000 Sardex presso il locale che ha avviato la catena di transazioni. Tutta questa catena si sviluppa senza muovere euro, alla sola condizione di avere un gruppo di soggetti che hanno capacità di produrre beni o servizi di reciproca utilità.

giovedì 18 febbraio 2016

Hjalmar Schacht e i CCF: equivoci da chiarire



Pochi giorni fa un articolo di Stefano Sylos Labini, pubblicato su Econopoly, ha ripercorso l’episodio dei MEFO bills, lo strumento monetario parallelo introdotto dal ministro dell’economia tedesco (nonché governatore della banca centrale) Hjalmar Schacht, e utilizzato con grande successo negli anni della Germania nazista.

I MEFO bills sono stati una diretta fonte di ispirazione del progetto Certificati di Credito Fiscale: se per una qualche ragione uno stato ha dei vincoli all’effettuazione di politiche espansive in un contesto di domanda depressa, vincoli che gli impediscono di emettere moneta o titoli di debito in quantità adeguata, uno strumento monetario complementare correttamente strutturato permette di superarli.

E’ quanto avvenne dal 1933 in poi, quando i vincoli a cui la Germania si trovava soggetta provenivano dal trattato di Versailles. Ed è la situazione in cui si trovano oggi molti paesi dell’Eurozona (tra cui naturalmente l’Italia) in conseguenza del trattato di Maastricht, del Fiscal Compact e in generale dei meccanismi di funzionamento dell’Eurosistema.

Con regolarità, quando si menzionano i MEFO bills, si levano voci critiche (quando non costernate…) che si chiedono come si possa prendere a ispirazione un’iniziativa di politica economica utilizzata da un regime scellerato e sanguinario, tra l’altro anche a supporto delle politiche di riarmo propedeutiche alla Seconda Guerra Mondiale.

Un secondo tipo di critica, in qualche misura connessa alla precedente, fa notare che introdurre uno strumento monetario complementare presenta il problema dell’accettazione da parte del pubblico. Che una dittatura risolve con facilità: uno stato democratico forse no, si afferma. Detto altrimenti, non abbiamo le SS a disposizione per “persuadere” chi preferisse non accettare i CCF…

Sul primo punto: ispirarsi ai MEFO bills non significa essere apologeti del nazismo. Semplicemente, si prende atto che uno strumento tecnico-economico ha funzionato molto bene in un determinato contesto, e se ne propone uno analogo per risolvere problemi sotto molti aspetti simili. Se sono miope metto gli occhiali e ci vedo bene. Questo era vero nella Germania del 1933 come nell’Italia del 2016. Il che non implica che chi porta gli occhiali oggi sia un ammiratore di Himmler (notoriamente occhialuto, e anche parecchio miope a giudicare dalle foto d’epoca…).

Sul tema dei “MEFO bills che hanno finanziato il riarmo”: en passant, va ricordato che le politiche espansive della domanda attuate in Germania a partire dal 1933 non sono state rivolte esclusivamente, e all’inizio neanche prevalentemente, alla spesa bellica.

Ma se anche fosse, questo non significa affatto che un’azione espansiva della domanda debba necessariamente passare attraverso l’incremento del budget della difesa; e nemmeno che farlo in quel modo sia più efficace – anzi. Lo sintetizza molto bene Paul Krugman:

“Nel mio ultimo post ho mostrato che l’Europa – almeno per quanto misurabile in base alla produzione industriale, e probabilmente in termini di PIL totale – sta facendo peggio, a questo punto, di quanto è avvenuto durante la Grande Depressione.

La replica che ricevo da molti è che lo cose allora erano differenti, perché l’Europa stava riarmando.

Um, e qual è l’argomentazione ?

Non c’è nulla di speciale che rende la spesa militare uno stimolo migliore di altre forme di spesa – in realtà il contrario, perché spendere in cose utili può migliorare il potenziale di crescita di lungo termine dell’economia, oltre a dare un impulso immediato. Quindi quando attribuite alla spesa militare la ripresa europea degli anni Trenta, state in effetti affermando che l’economia richiedeva una politica fiscale espansiva – e la richiedeva al punto tale che anche una spesa distruttiva aveva un effetto positivo.

Stavolta, la buona notizia è che siamo in pace. La cattiva notizia è che i leader europei, in mancanza di incentivi a rafforzare i loro eserciti, hanno dato ascolto ai profeti dell’austerità, e tagliato la spesa quando si sarebbe dovuto incrementarla. E il risultato è una depressione che è ben avviata a essere peggiore che negli anni Trenta.”

Riguardo alla seconda critica – che lo strumento monetario complementare, i MEFO bills ieri o i CCF (spero) un domani molto prossimo – richieda un atto di costrizione per essere accettato: è un’argomentazione ingenua, in realtà. Esistono, letteralmente, migliaia di tipologie di attività finanziarie – azioni, obbligazioni, valute, contratti derivati con sottostanti tassi d’interesse o commodities, opzioni, e molte altre cose ancora – che vengono costantemente scambiate.

Un CCF, un diritto a conseguire sconti fiscali, ha un valore ben determinabile sulla base dell’ammontare dei minori pagamenti alla pubblica amministrazione, di cui il titolare potrà beneficiare.

E’ un titolo il cui valore trova copertura nell’accettazione, legalmente garantita, di una controparte (la pubblica amministrazione, appunto) che intermedia quasi metà del PIL del paese emittente. Questa accettazione implica livelli di tutela giuridica e di certezza molto vicini a quelli di una banconota.

Che un titolo con queste caratteristiche sia “non accettato”, “non compreso”, “rifiutato”, “carta straccia”, in un mondo dove si transano e si scambiano strumenti finanziari di ogni tipo, dai più semplici ai più esotici (esoterici… ?) è, semplicemente, contrario all’esperienza quotidiana.

Probabilmente, agli scettici incalliti, può essere utile riflettere sul successo delle meglio organizzate iniziative di “circuito di scambio complementare”. Come il WIR svizzero, nato (non casualmente) durante la Grande Depressione, che transa annualmente beni e servizi per svariati miliardi (in un paese come la Svizzera, non certo privo di un sistema monetario efficiente…).

Oppure come il molto più recente, ma validissimo, Sardex, che in pochi anni è passato da zero a 50 milioni annui di transazioni nella sola Sardegna.

Queste monete complementari sono accettate senza nessun supporto di organismi statali. Non sono utilizzabili a compensazione di pagamenti di tasse. Traggono il loro valore semplicemente dall’impegno di accettazione da parte degli aderenti al circuito. E funzionano.