Un recente
articolo (commentato qui) apparso su Lavoce.info, sul tema CCF, Minibot, e
Moneta Fiscale in genere, riportava la seguente sorprendente affermazione: “non
si può non rilevare che le rare esperienze internazionali di misure del genere
qui considerato si sono rivelate dei fallimenti (Germania del 1933, Argentina,
California)”.
L’affermazione è
sorprendente (lascia in effetti sbigottiti) perché denota una gravissima
mancanza di conoscenza dell’episodio “MEFO Bills”, che diede al contrario
risultati eccezionalmente positivi. I MEFO Bills sono un diretto ispiratore del
progetto CCF: se ne è parlato ampiamente in questo blog, ad esempio qui e qui.
Vale la pena però
di soffermarsi sull’episodio argentino e su quello californiano, citati anche
da qualche altro commentatore come esempi che confuterebbero, o quantomeno
creerebbero dubbi, in merito alla validità della proposta MF / CCF.
La Moneta Fiscale
consente di superare una fase di depressione dovuta a deficit di domanda
all’interno di un’economia nazionale, senza creare nuovo debito e senza dover fare affidamento su collocamenti presso i mercati finanziari. Ci sono però alcune condizioni che devono
essere rispettate affinché lo strumento MF funzioni. In particolare:
UNO, la MF in
circolazione deve essere utilizzabile per ottenere riduzioni di impegni
finanziari (in primo luogo, tasse da pagare) verso il settore pubblico, in
misura pari a una frazione limitata degli impegni stessi. Se troppa MF è
utilizzabile rispetto all’ammontare degli impegni finanziari, la MF perde di
valore. Un esempio limite per rendere il concetto: se un comune emette 100
milioni di MF utilizzabili esclusivamente per pagare multe per divieto di
sosta, e se le multe sono all’incirca 1 milione all’anno, è chiaro che il
valore di quella MF tende a zero.
DUE, una parte
delle emissioni di MF deve essere utilizzata per eliminare gli (eventuali)
deficit di competitività nei confronti dei partner commerciali: la via più
semplice è destinare quella parte delle emissioni a ridurre il cuneo fiscale. Altrimenti il maggior potere
d’acquisto in circolazione finisce per rivolgersi soprattutto alle
importazioni, sbilancia i saldi commerciali esteri e non avvia un’adeguata
ripresa produttiva ed occupazionale nel paese che emette la MF.
La condizione UNO
rende molto problematico far funzionare l’emissione di MF da parte di un ente
pubblico locale. Il motivo è semplice: solo una piccola parte della raccolta
tributaria è gestita dall’ente locale. Diventa quindi molto difficile emettere
quantità significative di MF il cui valore sia adeguatamente garantito
dall’utilizzabilità fiscale.
Questo è il
problema che ha condotto, dopo pochi mesi, all’interruzione del progetto
californiano del 2009. La California, per quanto si tratti di un’area economica
molto evoluta e di ampie dimensioni, è uno stato USA, quindi un ente locale. La
raccolta fiscale è solo in parte minore gestita dagli stati; la parte di gran
lunga predominante dei pagamenti di tasse e imposte è dovuta al governo
federale.
Nel caso argentino
del 2001, sussisteva lo stesso problema. I titoli (che erano in effetti
obbligazioni con impegno di pagamento, quindi debito, ma successivamente si
diede loro valenza fiscale, trasformandoli perciò in MF) erano emessi da
singole province della federazione argentina. Erano infatti noti con il nome di
patacones, nome che non significa
quello che a un italiano verrebbe intuitivo pensare (!) ma proviene dal fatto
che il primo emittente fu la provincia della Patagonia.
Altre province
seguirono, e si pensò effettivamente a emettere patacones nazionali. Ma qui entrava in gioco l’altro problema: dopo
anni di cambio fisso con il dollaro, le differenze cumulate di inflazione tra Argentina
e USA avevano raggiunto livelli tali che il riallineamento di competitività
necessario era nell’ordine del 200% (come poi in effetti avvenne, con la
rottura della convertibilidad e la
svalutazione del peso). Erano differenze, in altri termini, impossibili da
gestire mediante un’allocazione di CCF a riduzione del cuneo fiscale.
Il progetto MF /
CCF proposto per l’Italia non soffre di nessuna di queste due
controindicazioni. I CCF possono essere
emessi con valenza di Moneta Fiscale nazionale, utilizzabile per ridurre
qualsiasi tipo di pagamento altrimenti dovuto nei confronti di tutto il settore pubblico italiano: non
solo tributi locali ma anche e soprattutto imposte nazionali (oltre che
contribuiti sanitari e pensionistici, tariffe, canoni, ecc.).
L’ammontare di
emissioni necessario non supererà, in nessuno scenario prevedibile, una modesta frazione delle entrate lorde totali del settore pubblico.
E il
riallineamento di competitività necessario per l’Italia non è certo ai livelli
di quello argentino del 2001. Stime plausibili, formulate sia da istituzioni
finanziarie sovranazionali che da grandi banche, indicano cambi di equilibrio
(se l’Italia uscisse dall’euro) della Nuova Lira circa alla pari contro dollaro
(a fronte dell’attuale 1,15), mentre l’euro si
assesterebbe intorno a 1,30 Nuove Lire. In altri termini, è plausibile che il
riallineamento di competitività sia del 15% contro
dollaro e del 30% contro euro. Non certo del 200% e più come nel caso
argentino.
In sintesi,
nessuno dei problemi che si sono verificati in Argentina nel 2001 e in California
nel 2009 è rilevante nell’ipotesi in cui l’Italia avvii oggi un progetto MF /
CCF.