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giovedì 21 novembre 2013

Il libro è in arrivo…

… ma (scusate il ritardo) la gestazione e le rifiniture finali sono state un po’ più lunghe del previsto.
 
Ne varrà la pena, vedrete.
 
Purtroppo si scavalla Natale e saremo in libreria, a questo punto, a inizio 2014. D’altra parte l’eurocrisi non si sarà certo risolta prima di allora.

Anzi (questa è una previsione facile) se ne parlerà ancora più di oggi.
 
Per il momento eccovi la cartella editoriale aggiornata.
 

Una soluzione per l’euro
Gli strumenti per rimettere in modo l’economia italiana
Marco Cattaneo / Giovanni Zibordi
Editore Hoepli (Milano), 2014

Prefazione di Warren Mosler
Introduzione di Biagio Bossone
 
Le cause della crisi economica sono molto più semplici e molto più facili da risolvere di quanto si creda. Risiedono in un problema di funzionamento del sistema monetario, la corrente vitale senza la quale il motore dell’economia non si avvia.
 
Paradossalmente, le politiche economiche di questi ultimi anni, soprattutto (ma non solo) in Europa, hanno prodotto un terribile circolo vizioso, per aver trascurato o dimenticato concetti in realtà noti da decenni: il paradosso della frugalità, la trappola della liquidità, gli effetti perversi dei sistemi monetari rigidi.
 
Il libro espone con chiarezza e rigore metodologico come l’ignorare questi concetti abbia generato problemi analoghi a quelli sperimentati durante la Grande Depressione; quali errori di impostazione e di gestione abbiano caratterizzato il sistema monetario europeo dall’avvento dell’euro in poi; quali riferimenti storici consentano di interpretare la realtà odierna e di identificare le soluzioni della crisi.
 
Fornisce, soprattutto, una serie di meccanismi “chiavi in mano” – i Certificati di Credito Fiscale, i Tax-Backed Bonds, il rifinanziamento del debito pubblico con titoli di natura monetaria non soggetti a default – che possono essere applicati con grande rapidità e produrre una rapida e poderosa ripresa dell’economia, in Italia così come in tutti gli altri paesi dell’Eurozona oggi in difficoltà.
 
Risolvendo, tra l’altro, i problemi strutturali del sistema monetario europeo – ma senza attuare una rottura “secca” della moneta unica.
 
E’ una proposta innovativa, supportata tuttavia da analisi teoriche, riferimenti bibliografici, esperienze storiche e dati statistici ampiamente esposti e commentati nel libro.
 
Sarebbe gravissimo prolungare l’attuale, pesante malessere dell’economia, restare inerti di fronte al deterioramento del tessuto sociale che si sta, di giorno in giorno, aggravando. E’ una situazione che si può e che si deve risolvere in fretta, per recuperare le condizioni di sviluppo e di pacifica convivenza che l’Italia e l’Europa hanno saputo costruire nella seconda metà del ventesimo secolo.

lunedì 29 luglio 2013

Quantitative Easing, di nuovo


Paul Krugman torna sull’argomento, con alcune considerazioni che si collegano a quanto s’era detto qui, e ad altre che potrete leggere nel libro.
 
In sintesi: il Quantitative Easing consiste nell’acquisto, da parte della Banca Centrale, di titoli di Stato e attività finanziarie, per immettere liquidità nell’economia nelle situazioni in cui i tassi d’interesse praticati dalla BC al sistema bancario sono scesi pressoché a zero, ma questo non basta a uscire da una situazione di trappola della liquidità e di depressione.
 
Krugman ha ragione a sostenere che il QE è figlio delle critiche della scuola monetarista di Milton Friedman alle politiche keynesiane. In pratica la posizione monetarista è: la politica fiscale (sostegno alla domanda mediante incremento della spesa o riduzione delle tasse) non è indispensabile e neanche opportuna, la politica monetaria è sufficiente a stabilizzare l'economia.
 
Normalmente una situazione di economia debole si gestisce abbassando i tassi d’interesse da parte della BC; se non è sufficiente ecco che entra in azione il QE. Che quindi svolge le funzioni, per così dire, di una “super-riduzione dei tassi”.
 
In realtà questo non è affatto sufficiente. Per quanto la BC si dia da fare a sostenere il valore di un ampio ventaglio di attività finanziarie, e quindi a ridurre i tassi d’interesse su tutte queste attività, la propensione alla spesa del pubblico (consumatori e aziende) aumenta ben poco perché il clima generale è depresso e pessimistico.
 
Se l’economia è depressa, se c’è un forte livello di disoccupazione, se non si riesce a uscire dalla trappola della liquidità, serve un’azione diretta di sostegno alla domanda.
 
Una cosa, rispetto alle argomentazioni di Krugman, è giusto aggiungerla. Le critiche monetariste alla politiche di sostegno della domanda attuate nel secondo dopoguerra partivano da una constatazione corretta. Per motivi, diciamo così, di “marketing politico”, ci si era appellati a Keynes per promuovere interventi di “deficit spending” in periodi in cui l’economia non era depressa.
 
Questo non è keynesismo. E’ riallocazione della spesa. Se faccio deficit (nel senso che aumento il delta tra spesa e tasse, aumentando la prima o abbassando le seconde) con l’economia in una situazione di domanda e occupazione normale, non ottengo benefici diretti sulla domanda e sul PIL totali.
 
Se finanzio il deficit con moneta, aumenta l’inflazione. Se lo finanzio con debito, aumento i tassi. In un modo o nell’altro, il sostegno alla domanda si vanifica perché “spiazza” altre forme di spesa.
 
Ma i monetaristi, partendo da una critica corretta (la politica fiscale è scarsamente efficace nello stimolare la domanda quando l’economia non è depressa), hanno finito per formulare un’asserzione sbagliata (la politica monetaria è sempre e comunque l’unica che serve).
 
Modeste oscillazioni del ciclo economico possono essere “normalizzate” con aumenti o diminuzioni dei tassi d’interesse, e in generale delle condizioni di accesso al credito (politica monetaria).
 
Ma quando si verifica uno dei rari eventi di depressione economica, di trappola della liquidità, la politica monetaria diventa molto poco efficace, e anche la “super-facilitazione del credito” mediante QE non ottiene gli effetti necessari sulla domanda.
 
Rari eventi, dicevo: gli anni Trenta sono stati un caso, oggi ne abbiamo un altro. E’ questa la situazione a cui si riferiva Keynes. E per uscirne (anche rapidamente) la soluzione rimane quella che proponeva lui: politiche di sostegno della domanda.

lunedì 22 luglio 2013

Le dottrine Juncker


Jean-Claude Juncker è stato per più di sette anni, fino a pochi mesi fa, il presidente dell’Eurogruppo, il comitato di coordinamento dei ministri economici dei 17 paesi che adottano l’euro come moneta.
 
Durante questo periodo è stato uno dei personaggi più visibili, insieme ai vari Barroso, Van Rompuy, Draghi, Rehn, tra le autorità europee che hanno in qualche modo gestito la crisi della moneta unica europea.
 
Prima, durante, dopo e ancora a tutt’oggi, ha ricoperto la carica di primo ministro lussemburghese (dal 1995, diciotto anni ormai).
 
Ultimamente di Juncker viene citata frequentemente una frase, tratta da un’intervista del 1999 a Der Spiegel. Così nota ormai che spesso viene etichettata come “dottrina Juncker”.
 
“Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”.
 
Presa a sé, sembra la frase di un sociopatico. Il principio è di infliggere alla popolazioni, utilizzando processi subdoli e non democratici, decisioni dagli effetti sgradevoli (molto sgradevoli), che “susciterebbero proteste e rivolte” se ne venissero capite le implicazioni.
 
Ora, può essere che Jucker sia esattamente questo – un sociopatico. Tuttavia non guasta ricordare un’altra sua frase, meno citata ultimamente ma anch’essa molto nota.
 
“Noi, capi di governo, sappiamo cosa fare, ciò che non sappiamo è come farci rieleggere dopo averlo fatto”.
 
La seconda frase dà una chiave di lettura alternativa della prima. Juncker potrebbe non essere un sociopatico.
 
Può essere invece che abbia avuto (come me) un’insegnante di lettere che gli ripeteva ad ogni occasione “nihil sine magno labore natura dedit mortalibus”.
 
Per cui Juncker, e gli altri eurocrati, sono forse genuinamente convinti che una grave crisi si risolve solo con gravi sofferenze. Se poi bisogna farle accettare alla popolazione tramite reiterate mistificazioni in merito alle conseguenze delle decisioni prese, pazienza, al termine del percorso si staglia un futuro luminoso.
 
Nella loro testa, questo è un percorso spiacevole ma necessario. Il punto, naturalmente, è che non è vero niente. Alla prof di lettere di Juncker non competeva di insegnare la macroeconomia keynesiana, e questa lacuna Juncker non l’ha mai colmata.
 
Altrimenti avrebbe forse capito che un sistema economico in trappola della liquidità non ha da temere l’inflazione e può rilanciarsi, rapidamente ed efficacemente, con politiche di sostegno alla spesa, finanziate da espansione monetaria. Senza infliggere “magno labore” a nessuno, salvo quello di far tornare al lavoro i disoccupati (che questo “magno labore” a dire il vero non vedono l’ora di sobbarcarselo).
 
E se si è (contro il parere dei più qualificati economisti mondiali) adottata una moneta unica in 17 paesi, per cui c’è il problema che in mezza Europa serve sostegno alla spesa ed espansione monetaria, nell’altra mezza no (o molto meno), il problema è la “meccanica” del sistema monetario – che si può risolvere esattamente come si risolvono tutti i problemi meccanici – riprogettando il meccanismo.

lunedì 24 giugno 2013

CCF: servirebbero negli USA ?


No ma anzi forse sì.
 
L’economia statunitense è in una situazione sicuramente meno problematica di quella italiana. Ma ben lontana dall’essere ottimale.
 
Gli effetti della crisi finanziaria nata negli USA nel 2008 si sono sovrapposti, prima di essere (se non in parte minore) superati, alla crisi dell’euro e dei debiti sovrani europei.
 
E’ possibile stimare il cosiddetto “output gap” di un sistema economico, il minor livello del PIL corrente rispetto al PIL potenziale del paese, nel modo seguente.
 
Sia per l’Italia che per gli USA, si confronta il PIL previsto 2013 con il dato 2007 incrementato di un “normale” tasso di sviluppo reale. Quest’ultimo parametro è presumibilmente più alto per gli USA che per l’Italia, in quanto la popolazione cresce più velocemente oltreoceano. Ho utilizzato un 2% annuo per gli USA e un 1,5% annuo per l’Italia. Sono tassi che prima del 2008 erano considerati conservativi.
 
I risultati sono i seguenti.


ITALIA - €
 
PIL a
 
Trend
 
Crescita PIL
 
 
Delta PIL
 
 
prezzi
Crescita
demo-
Effetto
potenziale
PIL
Output
potenziale
Differenza
Anno
PIL
2007
reale (**)
grafico
prezzi
(*)
potenziale
gap %
- effettivo
cumulata
2007
1.554
1.554
 
 
 
 
1.554
 
 
 
2008
1.575
1.535
-1,2%
0,4%
2,6%
1,5%
1.618
-2,7%
43
43
2009
1.520
1.451
-5,5%
0,4%
2,1%
1,5%
1.677
-9,4%
157
200
2010
1.553
1.478
1,9%
0,4%
0,3%
1,5%
1.707
-9,0%
154
355
2011
1.580
1.484
0,4%
0,4%
1,3%
1,5%
1.755
-10,0%
175
530
2012
1.566
1.450
-2,3%
0,4%
1,5%
1,5%
1.809
-13,4%
243
773
2013
1.559
1.423
-1,8%
0,4%
1,4%
1,5%
1.861
-16,2%
302
1.075
(*) Escluso effetto prezzi.
(**) Previsioni OCSE per il 2013.
 
 
 
 
USA - $
 
PIL a
 
Trend
 
Crescita PIL
 
 
Delta PIL
 
 
prezzi
Crescita
demo-
Effetto
potenziale
PIL
Output
potenziale
Differenza
Anno
PIL
2007
reale (**)
grafico
prezzi
(*)
potenziale
gap %
- effettivo
cumulata
2007
13.954
13.954
 
 
 
 
13.954
 
 
 
2008
14.302
13.912
-0,3%
0,9%
2,8%
2,0%
14.632
-2,3%
330
330
2009
13.983
13.481
-3,1%
0,9%
0,9%
2,0%
15.059
-7,1%
1.076
1.405
2010
14.505
13.804
2,4%
0,9%
1,3%
2,0%
15.559
-6,8%
1.055
2.460
2011
15.076
14.053
1,8%
0,9%
2,1%
2,0%
16.204
-7,0%
1.128
3.588
2012
15.685
14.362
2,2%
0,9%
1,8%
2,0%
16.825
-6,8%
1.140
4.728
2013
16.159
14.592
1,6%
0,9%
1,4%
2,0%
17.402
-7,1%
1.243
5.972
(*) Escluso effetto prezzi.
(**) Previsioni Morgan Stanley per il 2013.
 
 
 
 
Se per l’Italia il “buco” di PIL è pari al 16% e continua a crescere rapidamente, per gli USA si è assestato intorno al 7%. Che è molto meno peggio ma non può essere considerato ottimale: il PIL USA è inferiore per oltre 1.200 miliardi di dollari rispetto alle sue potenzialità.
 
Agli effetti della crisi finanziaria culminata nel fallimento Lehman, negli USA non si sono aggiunti i problemi dell’euro e delle feroci, controproducenti politiche di austerità con le quali le inefficienze del sistema monetario sono state “affrontate” (si fa per dire) in Europa.
 
Tuttavia l’economia USA non è ancora uscita dalla “trappola della liquidità”. La domanda rimane insufficiente rispetto a quanto necessario a mettere al lavoro le risorse non occupate.
 
Per recuperare 1.200 miliardi di dollari di “output gap”, occorre effettuare un intervento di sostegno della domanda, che può prendere varie forme: spesa pubblica, sovvenzioni alle classi sociali disagiate, riduzioni di imposte. La combinazione di questi interventi è evidentemente una scelta politica.
 
Sul piano strettamente tecnico-economico, un punto non secondario è in che misura gli interventi vanno direttamente a produrre spesa, e in che misura mettono invece soldi in mano ai privati (tramite sovvenzioni o riduzioni di imposte). Gli interventi del secondo tipo potrebbero infatti non alimentare per intero nuova spesa, traducendosi invece (in parte) in risparmio.
 
E’ tuttavia un problema meno significativo di come appare a prima vista se gli interventi di sostegno della spesa privata vanno a beneficio di segmenti di popolazione con poche disponibilità patrimoniali e bassi livelli di reddito. Queste persone destinerebbero alla spesa, in modo immediato e rapido, sostanzialmente la totalità dell’intervento che va a loro beneficio.
 
Quale importo dovrebbe avere l’azione di sostegno della domanda ? dipende dal cosiddetto “moltiplicatore keynesiano”. Un dollaro (o un euro) di sostegno si traduce in una crescita di PIL, partendo da livelli depressi, superiore a 1 perché rimette in modo una catena virtuosa. La maggior spesa alimenta la produzione, spinge le aziende ad aumentare l’occupazione, innalza la fiducia di consumatori e imprese il che incrementa ulteriormente la domanda, eccetera.
 
Una stima recentemente emersa da studi e analisi formulate tra gli altri dal capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, e dal Premio Nobel Paul Krugman, colloca il moltiplicatore keynesiano – nelle condizioni attuali – intorno a 1,3. L’intervento di sostegno della domanda negli USA dovrebbe quindi ammontare a circa 900 miliardi di dollari: grosso modo il 5,5% del PIL USA 2013.
 
Sarebbe anche utile se una parte dell’intervento fosse indirizzata alla riduzione del costo del lavoro, per evitare che ci sia una dispersione parziale degli effetti sotto forma di peggioramento della bilancia commerciale USA. Anche se, essendo gli USA un paese dotato di moneta sovrana e con un regime di cambio flessibile, la crescita di domanda e l’immissione di moneta nell’economia potrebbe indebolire il valore del dollaro, con un effetto compensativo.
 
Dove entrano in gioco i  Certificati di Credito Fiscale ? gli USA sono una nazione dotata di sovranità monetaria, quindi potrebbero semplicemente finanziare gli interventi di sostegno della domanda emettendo dollari.
 
I CCF – titoli utilizzabili per pagare imposte e per soddisfare qualsiasi forma di obbligazione finanziaria nei confronti del governo emittente – potrebbero però essere un’alternativa da considerare, negli USA, per superare vincoli di natura politica e legale.
 
La Federal Reserve agisce in modo indipendente dal governo e, a quanto ne so, non può essergli “ordinato” di emettere moneta, tantomeno per finanziare politiche di spesa o riduzioni di imposte.
 
Ed esiste negli USA un limite al livello totale di debito pubblico in circolazione. Limite che periodicamente viene innalzato; ma attualmente il partito democratico esprime il presidente, il partito repubblicano controlla il Congresso ed esiste un’impasse politico sull’innalzamento del tetto. C’è quindi un problema anche riguardo alla possibilità di finanziare con maggior debito l’incremento di sostegno alla spesa.
 
Immaginiamo invece di emettere Certificati di Credito Fiscale, utilizzabili dopo una scadenza prefissata – per esempio gli stessi due anni che propongo nel caso dell’Italia – e garantiti dal governo federale USA (garantiti nel senso che si impegna, illimitatamente, ad accettarli in pagamento di imposte o di qualsiasi altro impegno finanziario).
 
Questo non richiederebbe l’intervento della Federal Reserve e non innalzerebbe il debito pubblico. Se non in futuro, quando i CCF saranno utilizzati: ma a quel punto il PIL e le entrate fiscali USA saranno considerevolmente più alti.
 
In definitiva, i CCF potrebbero svolgere, sia negli USA che in Italia, un ruolo analogo: restituire ai governi nazionali l’autonomia monetaria che permette di aumentare il sostegno alla domanda, colmare l’”output gap” ed eliminare la disoccupazione di massa.