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mercoledì 29 aprile 2020

La follia della megapatrimoniale


In queste problematiche, surreali giornate, sta circolando la voce della “inevitabilità” di una megaimposizione patrimoniale, che colpirebbe i cittadini italiani.

Si dice: i CCF non vengono capiti / accettati. La rottura dell’euro non ci si rassegna ad attivarla. Per cui ?

Per cui, una patrimoniale da centinaia di miliardi è “l’unica altra possibilità per risolvere la situazione”.

Allora, chiariamoci le idee: una megapatrimoniale non risolve nessuna situazione. Devasta totalmente l’economia italiana, getta in povertà altri milioni di persone, produce ulteriori decine (o centinaia) di migliaia di fallimenti, fa saltare in aria il sistema bancario e il sistema assicurativo.

E dopo che tutto questo è avvenuto ? dopo, la rottura dell’euro è comunque inevitabile.

La megapatrimoniale non è una soluzione, è una follia.

Se poi mi dite che di follie se ne sono già viste tante e quindi non se ne può escludere una in più, posso essere d’accordo.

Il MES è una follia.

Il Fiscal Compact è una follia.

Il bail-in dei risparmi in banca è una follia.

E la follia più grande di tutte è l’euro.

Dopo tante follie, nessuno – purtroppo – può essere certo che non ne mettano in atto un’altra ancora. Ma non è una soluzione. E’ il passo che conduce – rapidissimamente – alla deflagrazione del sistema.

Se invece vogliamo immaginare una strada che porta a un sistema sostenibile, e minimamente sensato, le vie sono altre.

La BCE che garantisce (non formalmente ma di fatto) i debiti pubblici.

I CCF o forme equivalenti di strumenti monetari paralleli all’euro.

O lo scioglimento dell’euro medesimo.

Queste sono soluzioni.

La megapatrimoniale è il tasto di autodistruzione del sistema.


giovedì 1 giugno 2017

Le scoperte di Ignazio Visco


Il governatore della Banca d’Italia ci ha fatto sapere, giusto ieri in sede di "considerazioni finali" al termine dell’assemblea dell’Istituto, che forse forse tutto sommato affidare all’Unione Europea la gestione delle situazioni bancarie problematiche non è stata questa grande idea.

Cito testualmente: La gestione delle banche in crisi “richiede tempi rapidi e stretta cooperazione tra i soggetti coinvolti. Sono queste le modalità che in passato hanno consentito in Italia di superare fasi di tensione, anche gravi, senza danni per i risparmiatori e per il sistema creditizio nel suo complesso”. Ma le cose nella UE vanno diversamente: “Gli interventi in caso di crisi sono affidati a una molteplicità di istituzioni, nazionali e sovranazionali, tra loro indipendenti, con processi decisionali poco compatibili con la rapidità degli interventi. Manca un’efficace azione di coordinamento”.

Fosse solo un problema di coordinamento…

Dov’era il buon Ignazio quando si approvava la normativa sul bail-in, che ha reso i depositi bancari insicuri e non garantiti, situazione che nei paesi economicamente evoluti non esisteva più dagli anni Trenta ? (qualcuno dirà: ma c’è la garanzia del fondo interbancario fino a 100.000 euro. Ma ci sarà la garanzia a livello di Eurozona. Peccato che il fondo interbancario è senza soldi, e per la garanzia comune eurozonica siamo in alto mare, anzi totalmente in mezzo all’oceano, riguardo ai tempi di attuazione. Mentre la normativa bail-in è già operativa).

Ma prima ancora, dov’era quando si approvava il Fiscal Compact e si introduceva il pareggio di bilancio in Costituzione, che comporterebbero per l’Italia (uso il condizionale perché c’è ancora la speranza che non si arrivi a questi livelli di follia) ulteriori manovre di bilancio procicliche, affondando PIL e occupazione, e innescando una nuova ondata di fallimenti e di insolvenze ?

E prima del prima, dov’era quando l’Italia si spossessava della facoltà di emettere moneta – che è la leva d’azione fondamentale per gestire situazioni problematiche, nell’economia in generale e nel sistema bancario in particolare ?

Certo, meglio svegliarsi tardi che continuare a dormire. Ma il risveglio di Visco – che avviene oggi nel momento in cui a rischio sono gli istituti di credito, finché era “solo” un problema di aziende e cittadini i vertici di Bankitalia si facevano sentire ben poco – non risolve nulla, se non vengono identificate proposte e soluzioni: e se non vengono caldeggiate con la massima energia.

Moneta Fiscale e CCF sono vie note e percorribili. Nonché applicabili anche alla messa in sicurezza del sistema bancario. Non è troppo tardi, per Bankitalia, per sposare con forza il progetto, e per appoggiare l’azione delle forze politiche disponibili a metterlo in atto.


domenica 9 ottobre 2016

Deutsche Bank (e MPS ?) verso la zombificazione ?

Il più noto istituto di credito tedesco, Deutsche Bank, vive da anni una situazione di grave incertezza, che ultimamente non ha fatto di aggravarsi. L’enorme portafoglio di posizioni in derivati finanziari è un fattore di rischio di cui è praticamente impossibile valutare l’effettiva dimensione. Ed è in corso un contenzioso con le autorità USA per ridurre una sanzione di 14 miliardi di dollari connessa a finanziamenti immobiliari ad alto profilo di rischio (subprime). La riduzione ci sarà, ma la sanzione resterà pari a svariati miliardi.

Il rischio d’insolvenza di DB è concreto, e per evitarlo si parla di possibili azioni, tutte però politicamente rischiosissime per il governo di Angela Merkel. Si fa molta fatica a capire come potrebbe essere giustificata, di fronte all’opinione pubblica tedesca, una ricapitalizzazione con fondi pubblici, o l’applicazione del bail-in agli obbligazionisti e magari anche ai depositanti. Ma lo stesso vale per l’eventuale richiesta di linee di credito speciali alla BCE – il famigerato Emergency Liquidity Assistance (ELA) di cui si è parlato tanto nei primi mesi del 2015, con riferimento alla Grecia.

Difficile immaginare la Germania che mette soldi pubblici in DB (violando peraltro le normative UE) o falcidia i risparmiatori. Ma anche la prospettiva della prima banca tedesca (prima in passato per dimensione e redditività, oggi ancora prima per notorietà, quantomeno) attaccata al tubo dell’ossigeno BCE per un periodo di tempo indefinito è difficile da concepire.

Esiste però almeno un’altra possibilità: la zombificazione. Nessuna iniezione di fondi di Stato, nessun bail-in, nessuna richiesta di ELA. Ma, in maniera poco visibile e soprattutto facendo il minimo di rumore a livello di opinione pubblica, vengono lasciati aperti una serie di canali di rifinanziamento BCE. Rifinanziamenti a fronte di garanzie (titoli e attività) di qualità dubbia, e senza guardare per il sottile riguardo alla loro (non) aderenza alle regolamentazioni.

Tutto questo nella misura necessaria a far sì che non si verifichino insolvenze sul rimborso di obbligazioni o depositi, e non s’inneschi quindi una crisi generalizzata di fiducia – evitando quindi corse agli sportelli fisiche, o virtuali.

La conseguenza è che DB si trasformerebbe, con ogni probabilità, in una sorta di banca zombie: ridurrebbe al lumicino l’assunzione di nuovi rischi e abbasserebbe progressivamente gli impieghi – “autocongelandosi”, in pratica. Ma senza attuare operazioni straordinarie di grande visibilità, ed evitando insolvenze.

Non è la soluzione del problema, ma la sua “sospensione”, buttando il barattolo in avanti. Che poi è il modo tipico in cui la UE affronta i problemi economico-finanziari (nonché la ragione per cui non ne risolve mai uno).

Lo stesso modello potrebbe essere applicato a MPS (se non si riuscirà a varare il pacchetto aumento di capitale + cessione di crediti problematici, su cui si sta molto faticosamente lavorando). E magari tra non moltissimi mesi a qualche altro istituto, magari tedesco (Commerzbank ?), magari italiano (Unicredit ?)


Dovessi scommettere, punterei sullo scenario “zombificazione”. 

domenica 4 settembre 2016

Banche, “facciamo come la Spagna” ? un attimo…

I problemi del sistema bancario italiano sono, durante il mese di agosto, momentaneamente passati in secondo piano, ma non c’è dubbio che stiano per tornare sotto i riflettori, in particolare con riferimento alla complessa situazione di Monte dei Paschi di Siena.

E’ stata annunciata un’articolata operazione che, con il coinvolgimento di JP Morgan e di Mediobanca, dovrebbe imperniarsi su una combinazione di aumento di capitale e di cessione di crediti deteriorati. Ma non sono chiari né data, né importi, né forme di coinvolgimento (bail-in ?) degli obbligazionisti subordinati (solo istituzionali, o anche investitori individuali ?).

In altri termini non è chiaro nulla, se non che un’operazione andrà fatta.

Periodicamente, qualche opinionista cita la possibilità di un intervento effettuato utilizzando i fondi UE – vedi qui, pochi giorni fa, Luigi Zingales. E un’argomentazione ricorrente è che non bisogna impressionarsi per l’immagine negativa che trasmetterebbe il ricorso a sostegni esterni. In fondo la Spagna l’ha fatto nel 2012, e i problemi del sistema bancario sono stati – almeno pare – risolti.

Continua a sfuggire, tuttavia, che la Spagna ha “svoltato l’angolo” perché l’economia dopo il 2012 ha cominciato a produrre decorosi tassi di crescita – che in Italia continuano a non vedersi. E a cominciato a produrli per un motivo molto semplice: non ha fatto austerità ai livelli imposti all’Italia, tra fine 2011 e 2012, dal governo Monti. Ha mantenuto il rapporto deficit pubblico / PIL al 9% medio per tre anni consecutivi, poi ha lasciato che si riducesse gradualmente grazie alla ripresa – ma comunque è tuttora sopra il 5%.

Inoltre la Spagna, nonostante avesse concordato con la commissione UE livelli di deficit ben più alti dei nostri, li ha anche sforati, senza che poi la commissione avesse il coraggio di imporre sanzioni.

Le riflessioni da fare, mi sembra, sono due. In primo luogo ricapitalizzare le banche è una “pezza” che si mette su una situazione traballante: ma il risanamento lo fa il riavvio della crescita. Altrimenti i crediti deteriorati – che nell’immediato vengono “tamponati” grazie agli interventi esterni – ricominciano a formarsi, e dopo poco tempo si ritorna alla situazione originaria (o peggio).

L’altra riflessione è che la Spagna si trova oggi in una situazione tutt’altro che ottimale (vedi la disoccupazione ancora altissima) ma viaggia su un trend sicuramente migliore dell’Italia, per una ragione fondamentale: ha abbracciato l’austerità molto a parole, e molto meno a fatti. Non ha contestato in linea di principio le prescrizioni UE, ma ha fatto molta, molta melina nell’applicarle (un po’ quello che intendeva fare Berlusconi, più o meno…) rispetto a quanto è avvenuto qui – da Monti in poi.

Un corollario è che le prescrizioni UE non sono affatto vincolanti come da noi la stampa filogovernativa di solito racconta. Almeno in parte, sono la giustificazione per fare qualcosa che le autorità italiane hanno deciso di fare, scaricandone (“ce lo chiede l’Europa”) la responsabilità sulla UE (che ha il torto, beninteso, di prestarsi al gioco).

Tornando alle banche: il “tampone” per MPS si troverà, perché nessuno si può permettere una deflagrazione. Ma la soluzione dei problemi dell’Eurosistema (di cui, in Italia, la situazione del sistema bancario è una conseguenza, non la causa) passano sempre e comunque dall’adozione di forti politiche di rilancio della domanda.

Invocare l’intervento UE scordando quest’ultimo “dettaglio” porta - parecchio - fuori strada, a mio modesto avviso…


venerdì 12 febbraio 2016

Che cosa dovrebbe dire Draghi il prossimo 10 marzo



per stabilizzare i mercati finanziari, e anche per ottenere benefici tangibili riguardo all’evoluzione economica dell’Eurozona ?

Di sicuro, nel corso del prossimo comitato di politica monetaria della BCE (previsto appunto per il 10 marzo) verranno annunciati ulteriori potenziamenti del programma di Quantitative Easing – incremento di dimensioni, allungamento della durata, possibile estensione delle tipologie di attività finanziarie acquistabili.

Inoltre, i tassi d’interesse applicati ai depositi degli istituti di credito presso la BCE verranno ulteriormente abbassati, o più esattamente verranno resi ancora più negativi.

In pratica, una replica di quanto già fatto a dicembre scorso, in misura più accentuata – soddisfacendo quindi le aspettative del mercato (che allora erano state parzialmente disattese).

Quanto sopra è sostanzialmente certo, ma purtroppo è anche pressoché inutile.

Le attuali turbolenze dei mercati finanziari, e i segnali di rallentamento dell’economia reale, nascono dalla carenza di domanda e dall’insufficiente potere d’acquisto presente nel sistema economico, a cui si sono aggiunti fattori di notevole incertezza riguardo alla stabilità del sistema bancario.

Questi ultimi fattori d’incertezza sono strettamente connessi al quadro depresso in cui si trova, ormai da sette anni, l’economia dell’Eurozona – che ha prodotto la crescita dei crediti deteriorati in molti paesi, soprattutto del Sud. Ma anche all’assurda normativa sulle risoluzioni bancarie entrata in vigore il 1° gennaio scorso, che mette potenzialmente a rischio i depositi senza che sia entrato in vigore un adeguato meccanismo di garanzia.

Draghi dovrebbe, de minimis, rilasciare due dichiarazioni.

In primo luogo, affermare che nessuna banca “di rilievo sistemico” è a rischio, e lasciar chiaramente intendere che in nessuna circostanza il sostegno BCE verrà meno. Niente fallimenti e niente bail-in per nessuna azienda di credito di dimensioni minimamente rilevanti, in altri termini.

In secondo luogo, lasciar intravedere la possibilità che l’azione della BCE finalizzata a produrre un incremento dell’inflazione si estenda ad interventi di sostegno del potere d’acquisto di aziende e cittadini.

Azioni che possono prendere la forma di “Helicopter Money” o di programmi di emissione di Certificati di Credito Fiscale nazionali. Che sono in grado non solo di realizzare l’obiettivo BCE di riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%, ma anche e soprattutto di mettere finalmente termine all’Eurocrisi.

Quanto alla prima delle due dichiarazioni, le probabilità che Draghi la rilasci mi appaiono significative, direi anche sopra il 50%.

Quanto alla seconda, le chances sono, almeno per ora, decisamente più basse. Ma vediamo.

mercoledì 6 gennaio 2016

Assurdità del bail-in

Una considerazione in merito alla direttiva UE entrata in vigore il 1° gennaio 2016, che prevede la possibilità di utilizzare depositi e conti correnti ordinari della clientela per risanare istituti di credito in difficoltà (l’ormai celebre, o famigerato, “bail-in”).

Se la banca centrale stampasse moneta per coprire (o meglio evitare) la riduzione di valore di conti correnti o depositi, non si avrebbe alcun incremento della quantità di moneta esistente né della capacità di spesa presente nell’ambito del sistema economico. L’emissione monetaria della banca centrale compenserebbe l’erosione di moneta bancaria.

Non ci sarebbe quindi motivo di temere il prodursi di inflazione indesiderata. Al contrario, si eviterebbero tensioni deflattive e depressive, che potrebbero diventare disastrose se l’insolvenza di una o più banche minasse la fiducia complessiva nella solidità del sistema.

In pratica, sarebbe un intervento risolutivo e sostanzialmente privo di costi.

L’idea di “stabilizzare” il sistema bancario-finanziario mettendo a rischio i depositi bancari (adducendo che in tal modo si disincentivano le azioni speculative del management) è insensata. I comportamenti imprudenti delle istituzioni finanziarie devono essere prevenuti dalla vigilanza sul sistema creditizio, che compete alla Banca Centrale.

Se la BC fallisce in questo obiettivo, è corretto che sia lei stessa a coprire gli ammanchi subiti da chi ha semplicemente depositato soldi su un conto bancario, per finalità operative o anche solo per utilizzare un servizio di custodia (e che quindi non ha mai inteso effettuare investimenti rischiosi).

Anche perché è assurdo pretendere che un semplice depositante o correntista sia in grado di valutare l’affidabilità di una banca – compito estremamente difficile e aleatorio anche per gli esperti.

L’alternativa a falcidiare i conti bancari non è, come si sente dire, necessariamente l’intervento del contribuente, ma quello della Banca Centrale.

Non va poi dimenticato che il deterioramento degli attivi bancari italiani non deriva, nella stragrande maggioranza dei casi, da comportamenti irresponsabilmente speculativi del management, ma da una crisi economica che dura da oltre sette anni (e che i meccanismi di “funzionamento” dell’Eurozona impediscono di risolvere).

Naturalmente, quando i nodi arrivano al pettine, gli istituti peggio condotti vanno in difficoltà per primi. Sono fermamente convinto, però, che la malagestione (ad esempio) di Banca Etruria non abbia raggiunto livelli più criticabili rispetto a vicende passate tipo Banco Ambrosiano. Che sono però state risolte senza perdite per depositanti o obbligazionisti.

Deve esistere una chiara e netta linea di demarcazione tra depositanti e correntisti che utilizzano la banca come servizio, per finalità operative e di custodia – i quali devono essere integralmente tutelati - e investitori in attività di rischio, che puntano a una redditività più o meno elevata e accettano (consapevolmente) rischi più o meno alti.


Meglio ancora sarebbe introdurre una normativa analoga al Glass-Steagall Act USA del 1933 (introdurre nell’Eurozona, reintrodurre negli USA che l’hanno – commettendo un grave errore – abolito nel 1999). Separare, in pratica, l’attività di banca commerciale da quella di banca d’investimento, impedendo al medesimo gruppo di svolgerle entrambe.