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domenica 21 maggio 2023

Cambi, transazioni commerciali e transazioni finanziarie

 

Parlavo non molto tempo fa di come la politica di controllo dei tassi adottata in Giappone, che schiaccia a zero o poco più i rendimenti dei titoli di Stato anche a lunga scadenza, contrariamente a quanto spesso si sostiene produce una certa debolezza del cambio, ma solo entro certi limiti. Non certo un deprezzamento esponenziale e irreversibile.

La ragione è semplice. Se la debolezza del cambio non innesca inflazione (e proprio l’esempio del Giappone prova una volta di più che questo non accade), la svalutazione trova un suo limite naturale nelle transazioni commerciali. Altrimenti detto, i beni e servizi prodotti all’interno del paese diventano così convenienti da innescare domanda estera. E la maggior domanda estera compensa la tendenza del risparmio interno a cercare maggiori rendimenti fuori dal paese.

Detto in altri termini, la tendenza del cambio a indebolirsi spinge i movimenti di capitale verso il deficit ma i saldi commerciali verso il surplus. C’è quindi un fattore di riequilibrio che ferma il declino del cambio ben prima che diventi esponenziale.

Spesso mi viene obiettato che data la facilità con cui è possibile muovere i capitali, le transazioni finanziarie sono complessivamente di importo multiplo, anche di decina o centinaia di volte, rispetto a quelle commerciali.

Ma quest’ultimo è un fattore in realtà irrilevante, perché l’ammontare totale delle transazioni finanziarie dipende delle attività di trading – c’è chi compra e c’è chi vende – che vanno appunto in entrambe le direzioni. Il saldo netto delle transazioni finanziarie è dello stesso ordine di grandezza del saldo netto delle transazioni commerciali, anche se il -100 delle prime può essere generato da -10.000 e +9.900 e il +100 delle seconde da +500 e -400.

E quello che conta è il saldo netto. Al limite la maggior velocità delle transazioni finanziarie può anticipare l’effetto di pressione al ribasso del cambio prima che avvenga il riequilibrio. Ma il riequilibrio, magari con un ritardo di mesi (non certo di anni) arriva.

 

martedì 27 settembre 2022

Tassi e cambi: luoghi comuni e il solito Giappone


Il deficit pubblico potrebbe essere finanziato emettendo direttamente moneta, oppure facendo acquistare dalla propria banca centrale titoli a bassissimo rendimento. 

Quest’ultima alternativa è, sotto molto aspetti, identica alla prima. I giapponesi la chiamano yield curve control, e la praticano da decenni.

Ne è prova il rendimento offerto dai titoli di Stato decennali giapponesi. Oggi, mentre tutto il resto del mondo aumenta i tassi, si colloca a un mirabolante 0,24% (!). Ma è dal 1999 che non supera mai il 2%.

Il luogo comune ricorrente, tra i commentatori economici mainstream, è che certo, in teoria tu puoi finanziare il deficit pubblico a tasso zero, o addirittura emettere moneta e non debito. Ma in pratica, il risultato sarebbe l’innesco di una disastrosa flessione del cambio, nei confronti dei paesi che invece offrono un rendimento positivo, più o meno alto, sulle emissioni pubbliche.

Beh, andiamo a vedere i dati. Qui c’è un quarto di secolo di cambio dollaro / yen.


Ultimamente lo yen si è indebolito, ma non è un tema specifico dello yen. Si tratta della forza del dollaro, che è rilevabile anche contro euro, contro sterlina eccetera.

Il grafico cosa ci dice, riguardo alle fluttuazioni storiche ?

Che sono state molto ampie, sicuramente. Tra 75 e 150 yen per dollari.

Ma che tendenza di lungo termine si rileva ?

Nessuna.

Oscillazioni selvagge, ma nessun trend rilevabile.

E qui, vent’anni scarsi di cambio euro / yen.


Anche in questo caso, trend di lungo termine nessuno. Si è stati a 95, si è stati a 170. La media è intorno a 135-140, che è il livello di partenza e anche quello di arrivo (cioè quello odierno) del grafico.

I giapponesi sono i soliti rompiscatole. Continuano a fornire prove che mettere la finanza pubblica “sotto il controllo dei mercati” non è affatto una necessità imprescindibile.

Quei mercati “che hanno sempre ragione” secondo certi commentatori economici. Quelli che nel 2008 hanno provocato il collasso di mezzo sistema bancario mondiale, faccio notare io.