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mercoledì 22 giugno 2022

Francia: l’elettorato è diventato anti-establishment !

 

Ad aprile avevo scritto un post con un titolo identico a questo ma con un punto interrogativo finale.

Le elezioni legislative di domenica scorsa consentono di sostituirlo con un punto esclamativo.

Si è verificata una cosa che era considerata possibile ma scarsamente probabile. Macron non è riuscito a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. E sono fortemente avanzati, in contemporanea, sia Mélenchon che Marine Le Pen.

Ancora più che in occasione delle presidenziali, Macron si conferma essere un presidente che non gode di un’opinione favorevole da parte della maggioranza dell’elettorato. In effetti, un presidente che è stato eletto due volte solo grazie all’inconciliabilità tra anti-establishment di destra e anti-establishment di sinistra.

Probabilmente Macron riuscirà a rappattumare una risicata maggioranza parlamentare creando una coalizione con gli ex-gollisti. Con il rischio però di spostare l’agenda di governo verso tematiche economiche e sociali ancora più invise alle due ali estreme (ma, sommandole, maggioritarie) dell’elettorato.

In pratica, un presidente e un governo che la maggioranza della popolazione percepisce sempre più lontani dalle esigenze della persona media, per non dire delle classi disagiate.

Un presidente, tra l’altro, fallimentare nel tentativo dichiarato (nel 2017 molto più che nel 2022) di riformare la UE mitigandone le pesantissime disfunzioni.

L’establishment è ancora in sella. Ma le tensioni all’interno dell’eurosistema sono sempre più evidenti.

 

mercoledì 13 aprile 2022

Francia: l’elettorato è diventato anti-establishment ?

 

I risultati del primo turno delle presidenziali francesi hanno dato luogo a diverse interpretazioni.

Da un lato, si è sottolineato lo spostamento degli elettori verso posizioni anti-establishment.

Dall’altro, si fa notare che dei tre principali candidati – Macron, Le Pen e Mélenchon – è proprio Macron, il candidato establishment per eccellenza, ad aver ottenuto la maggior crescita di consensi. 

In effetti Macron è salito dal 24% al 27,8%, Marine Le Pen dal 21,3% al 23,2% e Mélenchon dal 20% al 22%.

Quest’ultimo punto è corretto, ma non racconta tutta la storia. La crescita di Macron è stata, in buona sostanza, prodotta dalla devastante erosione dei consensi subita dai due tradizionali “pilastri del sistema”, i repubblicani (crollati dal 20% al 4,8%) e i socialisti (dal 6,4% all’1,8).

Marine Le Pen è invece salita nonostante la comparsa sulla scena di Zemmour, che pur ottenendo un risultato inferiore alle attese ha comunque raggiunto il 7,1%.

Una riflessione più completa può essere effettuata sommando i voti di tutti i candidati classificabili come anti-establishment.

Nel 2017 avevamo:

Anti-establishment di destra: Le Pen + Dupont-Aignan + Asselineau = 21,3% + 4,7% + 0,9% = 26,9%

Anti-establishment di sinistra: Mélenchon + Poutou + Arthaud + Cheminade = 19,6% + 1,1% + 0,6% + 0,2% = 21,5%.

Quindi anti-establishment 48,4%, establishment (per differenza) 51,6%.

Nel 2022 la situazione è diventata:

Anti-establishment di destra: Le Pen + Zemmour + Dupont-Aignan = 23,2% + 7,1% + 2,1% = 32,4%.

Anti-establishment di sinistra: Mélenchon + Roussel + Poutou + Arthaud = 22,0% + 2,3% + 0,8% + 0,6% = 25,7%.

Quindi anti-establishment 58,1%, establishment 41,9%.

Lo spostamento verso l’anti-establishment effettivamente c’è, ed è tutt’altro che marginale: dieci punti.

Tutto questo fa differenza ? con ogni probabilità, non sul risultato finale delle elezioni presidenziali. Al ballottaggio, come cinque anni fa si sfideranno Macron e Le Pen. L’esito sarà più equilibrato rispetto al 2017, quando finì 66,1% a 33,9%.

Ma non fino al punto da ribaltare l’esito. Marine Le Pen, al 32,4% dell’anti-establishment di destra potrà aggiungere – si stima – forse un terzo dell’anti-establishment di sinistra. Diciamo otto-nove punti, che la porterebbero al 41%.

Forse un altro 8% dell’anti-establishment di sinistra potrebbe astenersi al ballottaggio. Col che il 41% di Marine Le Pen salirebbe automaticamente a 41 / 92 = 44,5% circa.

Non è da escludere che un 1-2% arrivi dai Repubblicani, crollati al primo turno, come detto, al 4,8% (rispetto al 20% ottenuto da Fillon nel 2017). E sul piano aritmetico una piccola spinta a Marine Le Pen potrebbe essere fornita da tassi di astensione più alti, presso l’elettorato filo-establishment, rispetto all’anti-establishment di destra.

In definitiva, anche la combinazione di fattori, tra quante ragionevolmente possibili, più sfavorevole a Macron lo vede vincente. Con qualcosa tipo quattro punti di margine, 52% - 48%.

Per ipotizzare un esito finale diverso bisogna immaginare un’ondata lepenista maggioritaria presso i melenchoniani. E francamente questo mi sembra fuori dalla realtà.

Certo, Macron si è indebolito. Certo, il suo indebolimento potrebbe produrre una maggioranza fragile in occasione delle elezioni parlamentari, che si terranno a giugno, e quindi difficoltà nella sua futura azione di governo.

Ma avremo comunque – cioè avranno i francesi – Macron per altri cinque anni. Anche se una percentuale di elettori nettamente maggioritaria, e in forte crescita rispetto al 2017, preferirebbe di gran lunga un presidente diverso. Ma funzionerà ancora, a suo favore, la spaccatura dell’anti-establishment tra destra e sinistra.

domenica 26 dicembre 2021

Regole fiscali UE: complicare per non risolvere

 

Pochi giorni fa, è uscito sul Financial Times un articolo a firma congiunta Draghi – Macron: argomento, la necessità di modificare il Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione Europea.

La proposta Draghi-Macron dovrebbe trovare la sua applicazione tecnica in un paper redatto a otto mani da Francesco Giavazzi, Veronica Guerrieri, Guido Lorenzoni e Charles-Henri Weymuller. Paper il cui link fa bella mostra di sé a fianco dell’articolo Draghi-Macron, nella medesima pagina del sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Beh, senz’altro qualcun altro (oltre a me) si prenderà la briga di leggerlo, approfittando anche del tempo libero tra Natale e Capodanno (chi non scia e chi non fa vacanze in posti esotici, quanto meno – in questo possono essere “d’aiuto” le restrizioni Covid, che non inducono a grandi spostamenti).

Io l’ho letto dicevo, e la lettura non mi ha confortato. Dove è andata a finire la volontà di semplificare regole e meccanismi ? qui abbiamo: la creazione di una European Debt Management Agency che dovrebbe assorbire l’incremento di debito pubblico generatosi durante la pandemia (ma forse anche durante la crisi Lehman 2008-9); l’estrapolazione dal calcolo del deficit di quelle che verrebbero considerate “spese per il futuro”; la separazione del debito in componenti “a rientro veloce” e “a rientro lento”; la distinzione tra investimenti green e tutto il resto; e altre amenità.

L’applicazione di un aggeggio di questo genere comporterebbe difficoltà e incertezze interpretative forse, probabilmente, anche peggiori dell’assetto attuale. Da risolversi, alla fine – come è sempre avvenuto in passato – con discutibilissime decisioni che la Commissione Europea non mancherà di prendere sulla base della maggiore o minore “simpatia” che le ispirano i singoli governi.

Ed è difficilissimo capire che livello di spazio fiscale incrementale, cioè di maggior deficit pubblico consentito nelle varie circostanze di ciclo economico, ogni paese otterrà (ammesso che lo ottenga).

Tutto questo per (provare a) risolvere un problema creato dal nulla. Il deficit pubblico è una modalità per immettere moneta nel sistema economico, e il debito uno strumento offerto ai privati per impiegare il risparmio privato che il deficit INEVITABILMENTE produce. Avendo trasformato in debito “da sottoporre al giudizio dei mercati” quello che tutti gli altri paesi del mondo possono, quando gli pare e piace, far acquistare dalla loro Banca Centrale, l’Eurozona si trova impigliata in un groviglio di meccanismi che la pongono in una situazione di pesante svantaggio competitivo nei confronti di USA, Cina e resto del mondo in genere.

In pratica, la visione del paper è da "keynesiani da salotto". Sì, cerca di correggere le assurde prescrizioni di austerità implicite nell’attuale governance dell’Eurosistema, ma sempre avendo in mente che deficit e debito pubblico impoveriscono il paese che li pone in atto.

Il che è semplicemente falso. Il deficit immette potere d’acquisto nell’economia, e il debito offre un impiego ai risparmiatori privati. Vanno gestiti per evitare eccessi d’inflazione, ma NON bisogna partire dal presupposto che deficit e debito impoveriscano il paese che li attua. ASSOLUTAMENTE NO.

E, en passant, BASTA ripetere che “l’Italia è un paese ad alto debito”. L’Italia è CREDITRICE NETTA SULL’ESTERO. Debito pubblico e altre passività finanziarie detenute da residenti esteri sono d’importo INFERIORE agli attivi verso l’estero dei residenti italiani.

Tornando al paper, quanto ipotizzato sostituirebbe un sistema ferraginoso, inefficiente, e fondato su principi sbagliati con un altro che invece pure. Un modesto passo avanti forse – forse – lo può produrre; ma insufficiente.

Sarebbe bello che Draghi e Macron mettessero invece sul tavolo comune di discussione qualcosa di molto più semplice, e di realmente risolutivo.

Come la Moneta Fiscale.

 

venerdì 11 agosto 2017

Vera destra e falsa sinistra

Qualche mese fa, la vittoria elettorale di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali francesi ha suscitato l’entusiasmo di parecchi opinionisti di sinistra, o sedicenti tali. Fermare Marine Le Pen è stato per le sinistre – si è detto - un grandissimo risultato.

Certo, il programma economico di Macron è tutt’altro che di sinistra ed in effetti ha l’aria di una riedizione gallica dell’”agenda Monti”. Riduzione di deficit pubblico, tagli di spesa sociale, privatizzazioni.

Ma “l’opinionista-sedicente-di-sinistra” non si ferma davanti a questo. E che, avreste preferito la Le Pen ? “meglio la falsa sinistra che la vera destra”, quindi viva Macron.

Poche settimane fa, il primo ministro Edouard Philippe ha delineato in maggiore dettaglio il programma. A quanto pare, alla domanda di un giornalista “ma è un programma di destra” ha risposto (ridacchiando ?) “certo, e che cosa vi aspettavate” ?

Questo è uno dei motivi per cui la “falsa sinistra” può risultare, all’atto pratico, molto peggiore della “vera destra”. Perché i programmi economici più deleteri e antisociali, nonché più inappropriati in un contesto economico che soffre di un deficit di domanda (anche in Francia, sia pure su livelli meno accentuati rispetto all'Italia), suscitano ampie opposizioni quando sono proposti dalla destra; non quando li mette sul tappeto la sinistra, o la “falsa sinistra”, o la “non-destra”.

In Italia dovremmo esserne ben consapevoli. I milioni di persone che scendevano in piazza quando Berlusconi cercava di far passare riforme del lavoro, dell’amministrazione pubblica, del sistema pensionistico non si sono proprie viste quando il PD ha fatto cose decisamente molto, ma molto “meno di sinistra” (e in una situazione economica – quella prodotta dalla “crisi Lehman” del 2008 e dall’Eurocrisi del 2011 - in cui erano molto, ma molto più inappropriate).

Quanto alla Francia, c’è solo da augurarsi che il governo Macron – Philippe abbai molto e morda poco. Perché se sarà coerente con quanto afferma nei suoi programmi, c’è il rischio di stoppare, ancora una volta, la (debole e asfittica) ripresa economica: non solo della Francia, ma di tutta l’Eurozona.


lunedì 8 maggio 2017

Le confusioni su Macron


Fino a qualche tempo fa, Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, poteva essere considerato un moderato eurocritico. Moderato nei toni, ma comunque in dissenso riguardo alle politiche di governance economica dell’eurosistema – in particolare l’austerità e il Fiscal Compact.

Ultimamente però mi dà l’idea di strizzare sempre più l’occhio all’establishment, e il suo breve primo articolo di commento alla vittoria elettorale di Macron conferma l’impressione. E’ anche, peraltro, un articolo molto, ma molto confuso.

Il successo di Macron induce l’Eurozona e la UE alla speranza, dice il testo, perché esprime una chiara volontà di “stare nell’Eurozona, e riformare” invece di abbandonarla.

Questa è la scelta corretta, secondo Munchau, perché in definitiva la crescita economica francese dall’introduzione dell’euro in poi è stata – contrariamente a quanto spesso si crede – allineata a quella tedesca. Il problema per Munchau a questo punto è – udite udite - ridurre il debito pubblico, che ha raggiunto il 100% del PIL.

In realtà, se è vero che la Francia dal 1999 è cresciuta quanto la Germania (un po’ meno per la verità in termini di PIL pro capite) questo è dovuto al fatto (citato nell’articolo) che la crescita francese è stata più alta fino al 2008, e inferiore successivamente.

Quanto piaccia agli elettori la bassa crescita è dimostrato dal fatto che il governo Schroeder, autore delle “riforme Hartz” che hanno precarizzato il mercato del lavoro, avviato un processo di compressione salariale, e causato diversi anni di crescita scadente in Germania, nel 2005 ha perso le elezioni.

La Germania da lì in poi ha sfruttato il vantaggio competitivo dovuto al contenimento delle retribuzioni all’interno di un sistema di cambi fissi (il sistema Euro), generando enormi surplus commerciali. Ma questo ha messo in grave difficoltà il resto dell’Eurozona: difficoltà dalle quali l'uscita non è alle viste.

La Francia risente di questa situazione, e la percezione di debolezza e disagio economico è forte, tanto è vero che al primo turno l’elettorato si è spaccato quasi 50-50% tra candidati anti- e pro-establishment. Se Macron ha vinto nettamente il ballottaggio, è perché – com’era prevedibile – la grande maggioranza degli elettori della sinistra eurocritica che ha sostenuto Mélenchon al primo turno non si è sentita di votare l’estrema destra al secondo.

Ma il disagio economico-sociale in Francia rimane profondo. Ora, che cosa propone Macron “per risolverlo” ? Riforme del lavoro ancora più incisive per precarizzarlo e contenere i salari, e tagli di spesa pubblica in parte compensati da riduzioni d’imposte – ma solo in parte, per ridurre comunque il deficit pubblico. Quindi un consolidamento fiscale che Munchau definisce “mild”, moderato, ma sempre consolidamento fiscale è.

In realtà, se il disagio in Francia è (per quanto significativo) meno accentuato che in Italia, è proprio perché le dosi di austerità a cui i transalpini sono stati sottoposti fin qui sono state meno violente. Un maggior consolidamento fiscale in Francia, per quanto “mild”, è un passo nella direzione sbagliata, non certo una soluzione.

Occorre sempre ricordare due cose in merito al successo dell’economia tedesca: in primo luogo, che le politiche di compressione salariale hanno avuto successo (a prezzo peraltro della marginalizzazione e dello scadimento delle condizioni di vita di ampi segmenti di popolazione) solo perché la Germania ha generato enormi surplus commerciali. E una strategia in cui TUTTA l’Eurozona accelera la crescita accumulando enormi surplus esteri è, semplicemente, impossibile da realizzare (per il banale motivo che il surplus di qualcuno è il deficit di qualcun altro).

E in secondo luogo, che in Germania le riforme del governo Schroeder sono state quantomeno accompagnate da espansione fiscale (incremento dei deficit pubblici) negli anni in cui venivano messe in atto. Mentre oggi la Francia (e l’Italia) dovrebbero “riformare” e “consolidare” in contemporanea.

La vittoria elettorale di Macron non dà proprio nessuna speranza a chi si augura un sensato ed efficace processo di riforma che metta termine alla crisi dell’Eurozona. Salvo che non faccia cose molto, ma molto diverse rispetto a quanto affermato nel suo programma…