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giovedì 9 gennaio 2025

La Groenlandia non è UE

 Probabilmente le uscite di Trump sulla possibile annessione della Groenlandia agli USA sono sparate delle sue solite, destinate a non avere seguito. Però gli zelanti europeisti dimostrano di non conoscere il contesto quando gli rispondono indignati che “non sono ammessi attacchi ai confini UE".


In primo luogo, perché l’Unione Europea non è un’unione politica, non è uno stato, e chi ne parla come se fosse tale scambia i suoi desideri per realtà che non si sono ancora concretizzate (né sembrano vicine a farlo).

In secondo luogo, la Groenlandia NON appartiene alla UE. La situazione è riassunta con molta chiarezza da Wolfgang Munchau nel suo sito Eurointelligence (articolo uscito ieri, 8.1.2025).


Chiaro ? la Groenlandia non fa parte della UE, e può secedere dalla Danimarca se la maggioranza della popolazione decide di farlo a seguito di un referendum. E a quel punto è anche libera di accettare un’eventuale proposta di adesione agli Stati Uniti d’America.

Succederà ? a me pare fantapolitica, però è un percorso possibile. Quello che invece è certo è che non si tratterebbe in alcun modo di un “attacco ai confini” del non-Stato noto come Unione Europea.

venerdì 2 dicembre 2022

Che cosa penso di questo governo

 

Mi chiedono che cosa penso del comportamento, fin qui, del governo Meloni, in particolare riguardo all’economia.

Beh penso, in sintesi, che manchi di coraggio. Esponenti di rilievo della maggioranza parlamentare, a partire da Andrea de Bertoldi, sono perfettamente al corrente del potenziale della moneta fiscale, in funzione non solo del rilancio di domanda, redditi, investimenti e occupazione, ma anche della mitigazione dei fenomeni inflattivi.

Però nulla di tutto questo traspare dai provvedimenti presi e dalle dichiarazioni dei ministri. La gestione del Superbonus e dei problemi creati da Draghi con i suoi ennemila cambiamenti normativi rimane un mistero. Le recenti affermazioni di Giorgetti (“dobbiamo evitare di dire che questi crediti fiscali devono circolare liberamente… anzi non dobbiamo proprio dirlo… è meglio per tutti… per lo Stato italiano in particolare”) suonano MOLTO strane in bocca al ministro di un paese indipendente e sovrano.

Riesce così difficile spiegare alla UE e ai mercati finanziari che la moneta fiscale risolve le disfunzioni dell’eurosistema senza romperlo ? oppure il problema è quello che sospettano in molti, che ridare autonomia agli stati è intollerabile per Bruxelles e per i potentati che le stanno alle spalle ? e che questi potentati sono impossibili da sfidare ?

Così però le cose continueranno a non funzionare. Per l’Italia ma anche per la UE. Dando quindi ragione a quanto scriveva Wolfgang Munchau pochi giorni fa: “i peggiori nemici della UE sono i suoi più grandi sostenitori. La difendano qualsiasi cosa faccia”.

Se è così, e molti lo pensano da parecchio tempo, con la UE non si può ragionare, perché ogni proposta di modifica degli assetti e delle linee di conduzione della politica economica (e non) viene considerata una critica inaccettabile.

Queste sono le mie considerazioni al momento. Poi, può essere che il governo Meloni abbia scelto una linea guardinga nelle prime fasi, e che si muoverà con più determinazione poi.

Può essere. Ma per ora, qui siamo.

domenica 30 gennaio 2022

Le premesse sbagliate di certi eurocritici

 

Ho già detto varie volte che apprezzo l’onestà intellettuale di Wolfgang Munchau, un sincero europeista, ormai da tempo completamente disilluso in merito alla possibilità che il processo di integrazione europea arrivi da qualche parte.

Però è anche giusto sottolineare che, se Munchau ha ragione per quanto attiene alle conclusioni, spesso e volentieri basa le sue argomentazioni su presupposti tecnicamente sbagliati.

Ne è un esempio questo articoloche contiene, su temi di macroeconomia, diversi errori marchiani.

Il primo sta nel seguente passaggio: “I see no trajectory whatsoever for Italy to generate the degree of productivity growth needed to render its foreign debt sustainable”. Che indicherebbe che l’Italia ha un problema di debito ESTERO.

Totalmente errato. L’Italia ha una Net International Investment Position positiva: i residenti italiani possiedono più attività patrimoniali all’estero di quante gli stranieri ne detengano in Italia. E il saldo è in continua crescita perché l’Italia, dal 2014 in poi, continua a generare decine di miliardi all’anno di surplus commerciali esteri.

L’Italia non ha un problema di sostenibilità del debito ESTERO. Ha un problema di sostenibilità del debito PUBBLICO, che tuttavia non ha nulla a che vedere con la residenza dei creditori (che per inciso sono italiani per oltre il 70%).

Il rischio che il debito pubblico italiano divenga insostenibile è esclusivamente legato al fatto che è espresso in una moneta estera – l’euro – che l’Italia non emette; moneta sopravvalutata per i fondamentali dell’economia italiana.

Più avanti si legge: “Money is a liability similar to bonds, except that the maturity is shorter”. Anche questa è una pesante “imprecisione”. La moneta ha una banalissima, evidentissima differenza rispetto alle obbligazioni: non deve essere rimborsata. Una differenza di ben poco conto se i bonds sono denominati in moneta sovrana e pienamente garantiti dal proprio istituto di emissione. Una differenza di enorme portata se uno Stato si indebita in moneta che non emette – come l’euro (vedi sopra).

Poche righe dopo: “A real eurobond would have been a debt instrument of a federal fiscal union with limited tax raising powers. In that scenario, the ECB would still have been able to buy debt, but only EU-level debt, meaning volumes of a much smaller magnitude. National debt would have become sub-sovereign. Member states thus could have defaulted without risking the stability of the union”.

Affermazione veramente strampalata. Secondo Munchau, la pietra filosofale sarebbero gli eurobond, ma per il fatto stesso di esistere, sia pure in quantità limitata. Ne emetti un po’, il debito degli Stati diventa di livello inferiore (rispetto agli eurobond) e “quindi” (?????) gli Stati membri possono andare in default “senza mettere a rischio la stabilità dell’unione [monetaria]”.

CIOÈ ???? l’Italia sostituisce per esempio un 5% del suo 150% di debito pubblico con eurobond e a quel punto un suo default “non mette a rischio la stabilità dell’eurozona” (mentre prima sì) ?

La logica di questa (non-)argomentazione sfugge totalmente. Eppure Munchau ha in mente proprio quegli ordini di grandezza: non la conversione totale dei debiti pubblici statali in eurobond, ma qualche punto percentuale. Lo dice chiaramente poco dopo: “A federal Europe… could have been one of the leanest sovereigns in the world, with a budget of some 5% of GDP”.

Munchau ha ragione ad affermare che la trasformazione dell’Eurozona e della UE in una vera unione economica, per non dire politica, richiede cose che non c’è la minima volontà di attuare. Ma quello che propone lui (“un po’ di eurobond”) non otterrebbe né l’unione politica, né l’unione economica, né la stabilizzazione dell’Eurozona.

La stabilizzazione dell’Eurozona senza passare tramite la rottura dell’euro è possibile, ma la strada è totalmente diversa. È il progetto Moneta Fiscale.

 

mercoledì 1 dicembre 2021

Le criptovalute non risolveranno l’eurocrisi

 

Wolfgang Munchau, opinionista molto impegnato a descrivere e commentare le vicissitudini dalla UE e dell’Eurozona, segue anche con parecchio interesse lo sviluppo delle criptovalute. E leggerlo è spesso interessante. Non riesco però a condividere l’opinione espressa in questo articolo, secondo la quale le cripto potrebbero non solo sconvolgere il sistema monetario mondiale, ma anche risolvere l’eurocrisi. Come ? sostituendo progressivamente e quindi rendendo (in pratica) inutile il disfunzionale euro.

Non riesco a condividere le sue opinioni in primo luogo perché non è vera l’affermazione che “bitcoin is a volatile asset, for sure, but remember that this volatility only exists because we reference the value of a bitcoin to the dollar. Volatility only ever exists against some reference”.

Eh no. Certo, il valore oscilla bilateralmente: il bitcoin è volatile contro dollaro così come il dollaro è volatile contro bitcoin. Ma il problema è che il bitcoin è volatile anche contro un paniere di beni e servizi. Il dollaro e l’euro, anche in questo periodo di ripresa dell’inflazione, oscillano nei confronti della media dei beni di consumo del 4-6% su base annua. Negli ultimi anni (e probabilmente nei prossimi, altrimenti le autorità fiscali e monetari dovranno intervenire) dell’1-3%.

Il valore del bitcoin può invece variare del 50%, in più o in meno, nell’arco di pochi mesi. Contro dollaro, contro euro, e contro il conto della spesa. Pagare il supermercato in bitcoin appare alquanto scomodo, eufemismo per non dire del tutto impraticabile: la moneta corrente deve mantenere un rapporto di valore sufficientemente stabile nei confronti dei prodotti per il cui acquisto viene quotidianamente utilizzata. Le criptovalute non rispettano minimamente questo requisito.

Più avanti, nell’articolo leggiamo che “during the euro area’s sovereign debt crisis, economists in Greece and Italy toyed with the idea of a parallel currency, in the disguise of a short-term debt instrument. In Italy, they were known as minibots. They were a clever idea, but ultimately doomed because they were subject to institutional support and legal constraints. A parallel criptocurrency would be a much more flexible instrument”.

Munchau non è molto al passo: non sa che gli sconti fiscali negoziabili, quali i CCF, non sono debito; che sono uno strumento molto più versatile ed efficiente dei minibot; e che nel frattempo hanno già preso parzialmente, ma significativamente, piede, in Italia, con i vari bonus fiscali (tra cui soprattutto il bonus immobiliare 110%).

Ma il punto è un altro. La Moneta Fiscale è uno strumento che ridà leve d’azione alla politica economica degli Stati perché può essere emessa fiat. Le criptovalute, al contrario, derivano il loro valore (a torto o a ragione: io ho i miei dubbi che questo supporto di valore abbia un senso logico, e sia destinato a durare – ma questo è un altro discorso) dalla scarsità. C’è un numero massimo di bitcoin che può essere prodotto mediante mining, ed è un limite assoluto, invalicabile.

Il bitcoin come strumento di politica economica anticiclica, in grado di promuovere il pieno impiego, è proprio per questo una contraddizione in termini. Nasce per essere scarso, e la sua scarsità è più rigida e assoluta – MOLTO più rigida e assoluta - di quella dell’euro. Come si fa ad attuare politiche economiche anticicliche utilizzando i bitcoin ? Come posso rilanciare l’economia e farla uscire da una depressione, usando un’attività finanziaria che non posso produrre in maggiori quantità ?

Forse le criptovalute sopravviveranno e forse no. Forse sorprenderanno ulteriormente chi, come me, sospetta che il loro straordinario successo sia una bolla destinata a scoppiare.

Ma per risolvere l’eurocrisi, meglio guardare altrove. Meglio guardare ai CCF e alla Moneta Fiscale.

 

lunedì 2 novembre 2020

Regole dell’eurosistema: non inutili, deleterie

 

Wolfgang Munchau è un attento commentatore delle vicende di UE ed Eurozona che ha il pregio di dire spesso cose interessanti e il difetto di raccontare solo metà della storia.

Ne è un esempio questo tweet: “la conseguenza di un secondo lockdown sarà un massiccio incremento del debito pubblico. Per la sostenibilità dell’Eurozona è ora critico non applicare mai in modo serio le sue stupide regole fiscali”.

In effetti le regole non sono state mai, neanche in passato, applicate “in modo serio”. Le sanzioni per lo sforamento dei limiti di deficit pubblico (del cosiddetto deficit pubblico), per esempio, non hanno mai avuto attuazione. A partire dal primo rilevante sforamento, che come ormai pochi ricordano (e appunto per questo va ricordato) fu messo in atto dalla Germania nel 2003.

Ma Munchau racconta solo metà della storia perché anche non applicandole, ma minacciando di farlo in futuro, le regole fiscali dell’eurosistema esercitano un impatto catastrofico.

L’Italia ad esempio ha varato significativi scostamenti di bilancio nel 2020, ma gli importi sono stati una frazione (forse la metà) di quanto sarebbe realmente servito.

Il motivo ? il timore che le regole fiscali, “temporaneamente” sospese, possano essere ripristinate in un futuro prossimo. Per cui “non bisogna esagerare”, approccio che porta a fare, come al solito, il minimo per evitare la rottura del sistema, ma assolutamente non quanto necessario a risolverne le disfunzioni.

Non basta “non applicare le regole in modo serio”. Vanno proprio buttate a mare. O va buttato a mare l’eurosistema.

Perché le regole non sono inutili (magari), sono molto peggio. Sono catastroficamente dannose, per il semplice fatto di esistere.

 

giovedì 9 luglio 2020

Il minimo merkeliano


Il mio europeista disilluso di riferimento, Wolfgang Munchau, provvede una volta di più a sgombrare il campo da ogni illusione riguardo alla volontà di Angela Merkel di risolvere i problemi strutturali dell’Eurozona.

“Angela Merkel continua a fare il minimo necessario perché l’eurozona non collassi. Quello che è cambiato è che il minimo richiede parecchi soldi in più rispetto all’ultima volta”.

“Il minimo” è il Recovery Fund, sbandierato da alcuni come un’importante evoluzione “solidaristica-keynesiana” dell’Eurozona. Importante anche per via della sua dimensione di 750 miliardi di euro.

Non è nulla di tutto questo. Il numero può fare impressione ma è modesto rispetto all’impatto economico della crisi sanitaria. I criteri di ripartizione sono ancora tutti da definire, ma l’unica cosa certa è che si tratterà di una gigantesca partita di giro: il complesso dei paesi mette soldi che vengono in qualche modo ridistribuiti.

Qualcuno avrà un saldo netto negativo, qualcuno positivo, ma anche per i maggiori beneficiari (che dovrebbero comprendere, ma non è sicuro, l’Italia) si parla di qualcosa compreso tra l’1% e il 2% del PIL, a fronte di una contrazione stimata (dalla commissione UE) nell’11% abbondante per il 2020.

Queste modeste (rispetto alle dimensioni del problema) risorse arriveranno molto tardi (qualcosa nel 2021, il resto più avanti ancora), e saranno condizionate a non ancora ben precisate “riforme strutturali”. Che se il vocabolario UE non è cambiato (ne dubito, anzi lo escludo) significano proseguire con la micidiale miscela di tasse & tagli che ha gettato il nostro paese nella peggiore depressione economica della sua storia.

E in ogni caso l’utilizzo delle cosiddette risorse sarà sottoposto a vincoli di destinazione stabiliti a Bruxelles, per di più sotto minaccia d’interruzione se sempre a Bruxelles determinate situazioni interne italiane si evolveranno in senso “non gradito”.

Mentre non si interromperanno di certo gli obblighi dell’Italia di pagare maggiori contributi (e forse maggiori tasse "europee", di cui qualcuno prevede l'introduzione) a fronte dei “sussidi”.

Il Recovery Fund non è in nessun modo un’evoluzione positiva della governance economica UE. E’ uno strumento in più per condizionare, controllare e vessare.

Non dimostra alcuna volontà, da parte della Germania, di risolvere i problemi dell’Eurozona, perché questi problemi la Germania non è interessata a risolverli. E’ interessata a strumentalizzarli per affermare sempre di più la sua posizione di predominio, nel suo esclusivo interesse economico e geopolitico.

Il meglio che mi posso augurare in merito al Recovery Fund è che l’accordo a 27 non si trovi, e che l’intero progetto finisca dove merita – nel bidone della raccolta indifferenziata.

Nel frattempo, e per fortuna, si continua a lavorare sulla soluzione vera: la Moneta Fiscale.

mercoledì 4 marzo 2020

Munchau e il fallimento del progetto europeo


Cito spesso il sito gestito da Wolfgang Munchau (eurointelligence.com) perché ritengo il suo ideatore un “europeista disincantato” oltre che intelligente e ben informato. Munchau vorrebbe vedere il progetto d’integrazione aver successo, ma è da tempo (da parecchi anni, in effetti) sempre più scettico.

L’altro ieri, un articolo del sito (non tutti gli articoli, va precisato, sono scritti da Munchau stesso) è stato particolarmente esplicito sull’argomento:

“Per quanto ci riguarda, il test sarà il processo che condurrà alla prossima modifica dei trattati, a partire dalla conferenza sul futuro dell’Europa, quest’anno. Se non produrrà significativi cambiamenti, anche noi pro-UE dovremo concludere che la seconda fase del processo d’integrazione, quella che è partita con il trattato di Maastricht, è fallita. Questa conclusione, se ampiamente condivisa, avrà profonde implicazioni per il futuro della stessa UE”.

Personalmente, vado più in là e ritengo che il fallimento sia già oggi ampiamente conclamato. La UE ha miseramente fallito nel gestire tutte le emergenze e tutti i principali progetti di cui si è occupata.

L’eurozona rimane pesantemente disfunzionale, la crisi migratoria non è risolta e anzi sta entrando in una fase ancora più acuta con le tensioni al confine tra Turchia e Grecia, la Brexit ha avuto luogo e il Regno Unito appare molto serio in merito alla possibilità di interrompere i negoziati per un nuovo accordo commerciale.

L’emergenza Coronavirus è partita da poco quindi il giudizio è ancora prematuro: chiaramente, però, ogni paese può far conto solo sulle sue forze, e anche in merito alla gestione delle ricadute economiche UE e BCE danno chiari segni di volersi, come d’abitudine, contemplare l’ombelico, fino a quando non si vedranno degenerazioni (e danni) potenzialmente molto pesanti.

La cosa più logica e sensata sarebbe smantellare la UE e tornare alla cara vecchia CEE. Un’area di buon vicinato commerciale e di cooperazione economica: ma ognuno in casa propria.

Prima o poi “l’istinto delle combinazioni”, direbbe Vilfredo Pareto, prevarrà sulla “persistenza degli aggregati”. I tempi però sono imprevedibili.


lunedì 24 febbraio 2020

Brexit, autodeterminazione e idraulici polacchi


Gli europeisti “duri e puri” amano fare critica, o ironia, sulla proposta di legge in discussione nel Regno Unito, che prevede di limitare l’immigrazione a persone dotate di alcuni requisiti: in primo luogo, conoscenza della lingua e appartenenza a determinate categorie professionali.

Il sito di Wolfgang Munchau (un europeista, ma non duro e puro) la riassume così: “escludendo i lavoratori non qualificati, si tengono le porte aperte per i banchieri italiani, gli ingegneri tedeschi e gli chef francesi ma le si chiudono agli idraulici polacchi e agli addetti alle pulizie lituani”.

La critica che leggo più frequentemente è che “i britannici si accorgeranno di quanto servono gli idraulici polacchi”.

Ora, il punto su cui riflettere è che questa critica perde di vista la vera motivazione della Brexit.

Io non ho nessuna opinione in merito a quanto siano critici gli idraulici polacchi per il benessere e l’efficienza dell’economia e della società britannica. Può darsi che la limitazione degli accessi sia un gravissimo errore.

Ma se si rivelerà tale, nulla impedirà al Regno Unito di modificare la normativa in futuro.

Il punto chiave della Brexit non sono gli idraulici polacchi. Sono la democrazia e l’autodeterminazione nazionale.

L’accesso agli idraulici polacchi, in conseguenza della Brexit, verrà stabilito da normative approvate dal parlamento britannico, messe in atto dal governo britannico, entrambi (governo e parlamento) in carica a seguito di elezioni dove è chiamata a esprimersi la popolazione britannica.

La quale popolazione magari deciderà tra qualche anno che governo e parlamento devono essere rimpiazzati perché limitare l’accesso degli idraulici polacchi è stato sbagliatissimo, o per qualsiasi altro motivo.

Ma gli organi responsabili di questa decisione risponderanno all’elettorato britannico. Non saranno burocrati di stanza a Bruxelles, nominati non si sa bene da chi per fare gli interessi non si sa bene di cosa.

Il senso della Brexit è tutto qui. E lo dico con la massima stima e simpatia sia per gli idraulici che per i polacchi.


mercoledì 1 maggio 2019

Fiscal Money for Italy


Wolfgang Munchau, in his April 28, 2019 Financial Times article (“The Unbreakable, Unsustainable Eurozone”) has concluded that “More likely, instead, is that parallel currencies, unconventional debt securities, or even cryptocurrencies will offer opportunities for an official grey exit. It will turn out that you can be inside and outside the eurozone at the same time. The unbreakable and unsustainable will find a way to coexist”.

This is consistent with the policy proposal that was long advocated by the Group of Fiscal Money, even if we do not characterize it as a way to be “inside and outside the eurozone at the same time”. Rather, it is the path to make it sustainable by fixing its current dysfunctionalities.

What is Fiscal Money? It is a transferable and negotiable bond issued by government, which bearers may use for obtaining tax rebates two years from issuance. Such bond carries immediate value, since it incorporates a state commitment to accept it in exchange for reductions of future fiscal obligations, and it may be instantaneously exchanged against euros or used as a payment instrument (parallel to the euro) in a dedicated platform.

Fiscal Money would be allocated, free of charge, to supplement employees’ income, to fund public investments and social spending programs, and to reduce enterprises’ tax-wedge on labour. These allocations would increase domestic demand and (by mimicking an exchange rate devaluation) improve enterprise competitiveness. As a result, Italy’s large output gap would close without affecting the country’s external balance.

According to the International Financial Reporting Standards, Fiscal Money bonds would not constitute debt, since the issuer would be under no obligation to reimburse them in cash at any point in time. Also, the European System of Accounts would treat them as “non-payable deferred tax assets;” as such, they would not be recorded in the budget until used for tax rebates (two years after issuance, when output and fiscal revenue will have improved).

Based on conservative assumptions (i.e., fiscal multiplier of 1 and resumption of private investments enough to recover only half of the drop since 2007 in 4 years), a gradual issuance of Fiscal Money bonds that starting in 2019 would peak in 2021 at €100 billion (vis-à-vis the €800+ billion of Italy’s total fiscal revenue) and continue steadily thereafter would raise GDP growth to 3% in 2019-2021 and between 1.5% and 2% thereafter,  thereby generating tax revenues sufficient to offset the tax rebates coming due.

Were the program to under-perform, due to temporary difficulties, safeguard measures would kick in automatically and restore fiscal compliance through: financing select public expenditures with Fiscal Money (instead of euro); raising taxes and simultaneously allocating additional Fiscal Money bonds; incentivizing Fiscal Money bondholders to reschedule their use for tax rebates by enhancing their bond value; and placing Fiscal Money bonds in the market (in exchange for euros). These measures would raise the needed euro cash while avoiding procyclical effects and, importantly, would prevent market uncertainties. The high cover ratio (that is, the ratio between government gross receipts and tax rebates coming due) would make them sustainable.

By activating a Fiscal Money program, Italy would revamp growth without asking anything of anybody: no European treaty revisions; no financial transfers from other countries; and no recourse to the capital market. Public debt would stop growing and start declining relative to GDP, thus attaining the Fiscal Compact goal. And if Italy were ever to lessen fiscal discipline and over-issue Fiscal Money, only its recipients would take the hit since the value of the instrument would fall without hurting the euro or creating default risk (Fiscal Money itself is default-free and the safeguards would protect investors against higher cross-default risk on debt-instruments). In any case, the large cover ratio would make this scenario totally unlikely.

Have we found the “philosopher’s stone”? Certainly not. In an economy with large resource slack, the multiplier and the investment accelerator work their effects largely on output and moderately on prices. And if external leakages are contained (through increased competitiveness), the impact on aggregate demand would be the largest. Finally, revamping demand will benefit productivity and long-term growth, which have both dramatically declined after decades of public and private investment contraction. The so oft-invoked “structural reforms” would do nothing to change expectations and jumpstart growth without a strong and sustained positive demand shock.

Is this a step toward Italexit? Not at all. As Fiscal Money addresses the dire consequences of the Eurosystem’s dysfunctions for Italy, exit is no longer needed. Also, based on our proposal, the total stock of Fiscal Money bonds in circulation would never exceed €200 billion – a very small fraction compared to the stock of bank deposits (€4 trillion) and government debt bonds (€2 trillion) outstanding: Fiscal Money would only integrate existing financial assets, not replace them, while the euro would remain the country’s unit of account.

Fiscal Money is about mobilizing unutilized resources, accelerating investment, and inducing banks to resume lending in a national economy that has lost monetary sovereignty and exhausted the space for conventional active fiscal policy.  



The Group of Fiscal Money, Italy

Biagio Bossone

Marco Cattaneo

Massimo Costa

Stefano Sylos Labini



lunedì 25 febbraio 2019

Le confusioni degli europeisti "illuminati"


Leggo con interesse gli editoriali di Wolfgang Munchau sul Financial Times, nonché il sito da lui curato, in quanto lo ritengo una persona di mentalità aperta. Favorevole all’integrazione politica europea, ma nello stesso tempo molto critico del modo in cui la si sta conducendo, proprio in quanto vede nelle disfunzioni della UE e in particolare dell’Eurozona le cause che stanno portando il progetto al fallimento.

Però di tanto in tanto lo vedo andare del tutto fuori strada. In questo recentissimo articolo, che argomenta come la reazione di sinistra alla democrazia liberale (o neoliberale, o sedicente liberale) potrebbe risultare più efficace di quella di destra (forse sì o forse no, ma questa è materia che riservo a futuri commenti) si legge quanto segue:

“I governi europei continentali non hanno (come evidentemente, secondo Munchau, avrebbero dovuto) aumentato le imposte sui redditi e sulle imprese per controbilanciare i tagli nella spesa pubblica”.

Cosa cosa cosa ??? “Controbilanciare con maggiori tasse i tagli alla spesa pubblica ???” quindi adottare politiche ancora più spinte di compressione della domanda ???

Possibile che qualcuno in buona fede sostenga ancora una fandonia del genere ? L’eurocrisi si è trasformata in una catastrofe perché si è preteso di imporre consolidamento fiscale, e quindi politiche procicliche, quando serviva (e serve) invece una forte immissione di potere d’acquisto nell’economia reale. Gli alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, la crescita della povertà, l’aumento delle diseguaglianze nascono da qui.

Altro che “controbilanciare” meno spesa con più tasse. Serviva, e serve, esattamente il contrario. Più spesa pubblica e meno tasse, fino al ripristino della piena occupazione.

Questa è la principale causa del fallimento del progetto europeo. Una governance economica che abbatte la crescita, aumenta le diseguaglianze, precarizza e marginalizza ampie fasce di popolazione.

Se cade Munchau in questi equivoci, c’è da disperare che gli europeisti nel loro complesso comprendano mai in che situazione è finito il continente. O che lo vogliano ammettere.

mercoledì 28 novembre 2018

Sterili atteggiamenti di sfida


Mi era sfuggito un commento apparso pochi giorni fa (22.11.2018) nel sito Eurointelligence.com, gestito da Wolfgang Munchau (editorialista del Financial Times e, di tanto in tanto, anche del Corriere della Sera).

Non so se l’autore del commento sia Munchau stesso (un europeista critico, favorevole al processo di integrazione ma con forti dubbi sul modo in cui lo si sta ponendo – o non ponendo - in atto). Alcuni collaboratori del sito (gli articoli non sono firmati) hanno posizioni maggiormente pro-UE rispetto a Munchau.

Ad ogni modo, un passaggio su cui riflettere è il seguente.

“Abbiamo segnalato, in passato, che esistono strategie intelligenti per sfidare la UE e le sue troppo rigide regole fiscali. Può essere fatto alla maniera francese, oppure è possibile espandere la spesa mediante vouchers che agiscono come una moneta parallela. Quello che non si può fare è ignorare le regole, e non fare altro. Un atteggiamento di sfida puro e semplice non funziona”.

La “maniera francese”, per intenderci (ma si potrebbe chiamarla, ancora più appropriatamente, “maniera spagnola”) è presentare una previsione che rispetta le regole, sapendo in partenza che a consuntivo si sforerà. Rispetto formale e violazione sostanziale, in altri termini.

I vouchers citati come alternativa possono invece prendere la forma dei Certificati di Credito Fiscale, ben noti ai lettori di questo blog: strumenti utilizzabili per effettuare un’azione espansiva sull’economia, senza incrementare il Maastricht Debt.

Effettivamente, il governo italiano per ora non ha fatto né l’una né l’altra cosa. Ha presentato una legge di bilancio che comporta una modesta (e comunque insufficiente) azione espansiva, affermando che violava le regole ma che la violazione era necessaria e giustificata.

Quest’ultima affermazione è corretta, ma la sua correttezza non è, di per sé, d’aiuto. Il clamore mediatico e le turbolenze di mercato che si sono generate hanno, sicuramente, complicato la situazione.

Munchau (o chi per esso) ha ragione quando afferma che l’atteggiamento di sfida dal punto di vista tattico non paga (magari invece porta consensi elettorali, ma da un certo momento in poi conteranno i risultati, non le sensazioni del momento).

Naturalmente la via che preferisco è quella dei vouchers, altrimenti detto dei CCF, che tra l’altro evita le ipocrisie dell’alternativa “franco-spagnola”. E, soprattutto, consente di avviare la ripresa dell’economia riducendo – in contemporanea – la dipendenza dai mercati finanziari.

Era meglio partire fin da subito così: toni sfumati, e lanciare i CCF.

E’ andata diversamente, e il passato non si può cambiare. Da qui in poi, tuttavia, è fondamentale correggere il tiro.

Lo spiegavo qui, e ne sono sempre più convinto.


sabato 3 novembre 2018

Moneta Fiscale per l'Italia


Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini

Alcuni anni fa, abbiamo iniziato a proporre la Moneta Fiscale (MF) come strumento in grado di superare le disfunzioni dell’Eurozona. E’ quindi abbastanza frustrante leggere sul Financial Times (28 ottobre 2018) in un articolo di Wolfgang Munchau (“Italy is setting itself for a monumental fiscal failure”) che la MF, data la sua natura di moneta parallela, innescherebbe la rottura dell’euro.

Non è così. La MF è un titolo trasferibile e negoziabile emesso dallo Stato, che i titolari potranno utilizzare per conseguire sconti fiscali a partire da due anni dopo l’emissione. Questi titoli avranno valore fin dall'emissione, in quanto incorporeranno un impegno irrevocabile dello Stato emittente, e potranno immediatamente essere scambiati contro euro o utilizzati come strumento di pagamento (in parallelo all’euro) su una piattaforma dedicata dove verrebbero accettati su base volontaria.

La MF sarà distribuita gratuitamente per finanziare investimenti pubblici e programmi di spesa sociale, per integrare i redditi dei lavoratori e per ridurre il cuneo fiscale sui costi di lavoro a vantaggio delle aziende. Questo produce un incremento sostenibile di domanda interna e migliora la competitività delle aziende (con effetti analoghi a un riallineamento del cambio). Diventa quindi possibile riassorbire l'enorme output gap dell’Italia senza deteriorare il saldo commerciale estero del paese.

Sulla base di quanto affermato dagli IFRS (International Financial Reporting Standards), la MF non costituisce debito, in quanto non esiste obbligazione di rimborso da parte dell’emittente. L’ESA (European System of Accounts) infatti la considera un “non-payable deferred tax asset”, che non impatta sui conti pubblici fino al momento dell’utilizzo per conseguire sconti fiscali – quando, due anni dopo l’emissione, produzione e gettito fiscale si saranno incrementati grazie al maggior potere d’acquisto in circolazione.

Sulla base di ipotesi prudenziali (moltiplicatore fiscale di 1x e ripresa degli investimenti privati tale da riassorbire, in quattro anni, metà della flessione rispetto al PIL subita tra il 2007 e oggi) una graduale emissione di MF, che inizi nel 2019 e raggiunga 100 miliardi nel 2021 (il che si confronta con oltre 800 miliardi di entrate fiscali del settore pubblico), continuando poi invariata, innalzerebbe la crescita del PIL reale al 3% nel periodo 2019-2021 e in un intervallo 1,5%-2% successivamente. Ciò genera maggior gettito sufficiente a compensare gli sconti fiscali via via che arrivano a maturazione.

In caso di temporanei scostamenti negativi rispetto alle previsioni, una serie di azioni possono essere attuate per garantire gli obiettivi fiscali: finanziare alcuni investimenti pubblici in MF e non in euro; aumentare le tasse da pagare in euro ma compensare il contribuente mediante erogazioni di MF; incentivare i titolari di MF a posporne l’utilizzo per conseguire sconti fiscali riconoscendo una maggiorazione di importo dei quantitativi da essi posseduti; ridurre il debito collocando (a pagamento) MF sul mercato. Queste azioni innalzerebbero la disponibilità di euro per il governo evitando effetti prociclici e – punto di grande importanza – impedirebbero il formarsi sul mercato finanziario di situazioni di incertezza. L’alto margine di copertura (il rapporto tra gli incassi pubblici lordi e gli sconti fiscali che diventano utilizzabili ogni anno) renderebbe la manovra sostenibile.

Attivando un programma di MF, l’Italia farebbe ripartire la sua crescita senza richiedere alcuna revisione dei trattati, senza richiedere trasferimenti da altri paesi e senza aumentare il ricorso ai mercati finanziari. Il debito pubblico smetterebbe di crescere e si ridurrebbe in rapporto al PIL, raggiungendo così l’obiettivo del Fiscal Compact. Tra l'altro, se l’Italia allentasse la sua disciplina ed emettesse un eccesso di MF, il valore di quest’ultima calerebbe senza però che questo influenzi il valore dell’euro o crei rischi di default (la MF è intrinsecamente un titolo default-free e le azioni sopra descritte garantiscono che il debito a rischio di default comunque non si incrementerà). L’elevato rapporto di copertura, sopra menzionato, rende peraltro questo scenario del tutto improbabile.

In un’economia con un ampio sottoutilizzo di risorse produttive, il moltiplicatore fiscale e l’acceleratore degli investimenti hanno un forte, combinato effetto sulla produzione (e solo moderatamente sui prezzi). Inoltre, l’impatto sulla domanda è massimizzato in quanto l’azione sulla competitività (via riduzione del cuneo fiscale) evita deterioramenti del saldo commerciale estero. E in ultimo, incrementare la domanda darà benefici su produttività e crescita di lungo termine, entrambe fortemente indebolite dai molti anni di contrazione degli investimenti pubblici e privati.

Tutto questo non è un passo verso il break-up. Eliminando le disfunzioni dell’Eurosistema, la sua rottura non è più un passo necessario. Per inciso, nella nostra proposta l’ammontare totale di FM in circolazione raggiungerà un massimo di 200 miliardi: una piccola frazione dei depositi bancari (4.000) e dei titoli di debito pubblico in circolazione (oltre 2.000). La MF non sostituirebbe, ma integrerebbe queste attività finanziarie; e l’euro rimarrebbe l’unità di conto dell’economia italiana.

Munchau afferma che la principale caratteristica di un’unione monetaria non è l’esistenza di una moneta legal-tender (cioè ad accettazione obbligatoria) ma il fatto che si formi un’area monetaria comune con un libero flusso di pagamenti: le moneta parallele e i controlli sui capitali sarebbero quindi incompatibili con questo assetto. Ma la MF strutturata secondo la nostra proposta non richiede alcun controllo sui capitali e non ostacola in alcun modo i flussi di pagamenti.

La MF ha la funzione di mobilitare risorse produttive inutilizzate, di accelerare gli investimenti, e di riavviare il credito privato: e ottiene questi risultati in un’economia priva dei tradizionali strumenti di sovranità monetaria e di espansione fiscale convenzionale.


venerdì 9 marzo 2018

Moneta Fiscale: la crisi di nervi dell'establishment


Interessanti considerazioni di Wolfgang Munchau (primo articolo tra quelli pubblicati in data 6.3.2018, qui):

“La nostra lettura del dibattito economico in Italia è che esiste un crescente supporto tra gli economisti radicali – quelli che sostengono M5S e Lega – a favore di un regime di moneta parallela, del tipo che Tsipras ha respinto per la Grecia. Prenderebbe la forma di titoli al portatore, emessi dal governo, utilizzabili per liquidare obbligazioni d’imposta. Questi strumenti sarebbero immediatamente accettati come equivalenti della moneta”.

E poco sopra:

“Il vero pericolo di un governo populista in Italia, condotto da partiti che in varie occasioni hanno dato priorità a ipotesi di uscita dall’euro, non è che in effetti attuerebbero questi programmi. Il pericolo è che le loro politiche produrrebbero questo risultato di nascosto”.

Bene, ho trovato una definizione con la quale etichettarmi. Siccome sviluppo e promuovo da anni il progetto CCF – insieme, appunto, a una crescente schiera di studiosi e ricercatori – secondo Munchau posso essere definito un “economista radicale”. A dire il vero io mi ritengo solo una persona che argomenta e propone cose che gli appaiono minimamente sensate. E in quale senso siano proposte “radicali”, mi sfugge.

Ma il punto è un altro. L’establishment europeista è terrorizzato dalla Moneta Fiscale non perché teme che non funzionerebbe (i tentativi di argomentare il contrario oscillano tra il risibile e il tragicomico).

L’establishment è terrorizzato perché vede la Moneta Fiscale come un ponte verso la rottura dell’euro.

E’ così difficile – mi chiedo – spiegare che se le disfunzioni dell’eurosistema vengono risolte, forzare il breakup non è più sensato né utile per nessuno ? Anche perché le difficoltà tecniche, operative e politiche di attuarlo resterebbero notevolissime, per quanto attenuate dal fatto che una forma di moneta nazionale sta già circolando.

Tra i vari punti problematici, cito solo le turbolenze di mercato, la necessità di procedere in segretezza, i problemi giuridici connessi alla ridefinizione dei contratti, la difficoltà di assemblare la necessaria maggioranza parlamentare.

D’altra parte, l’unico modo per rendere stabile nel tempo un sistema di governance economico-monetaria è risolverne le inefficienze. E le inefficienze dell’eurosistema sono spaventose e stanno producendo, in particolare al nostro paese, danni di dimensione ciclopica.

Nessuno si sveglia la mattina pensando a come modificare il sistema monetario e la connessa governance dell’economia – se il sistema funziona in modo normale e accettabile.

La moneta è come l’aria. Te ne accorgi solo quando manca, o quando è viziata al limite dell’irrespirabile.

Ma se il sistema è “viziato ai limite dell’irrespirabile” – e oggi lo è – pensare di andare avanti senza modificarlo (e senza idee chiare e corrette sul come) è peggio che irresponsabile. E’ folle.

venerdì 16 febbraio 2018

Anche gli europeisti non credono alla riforma dell'Eurosistema...


Dopo il decollo della nuova Grosse Koalition tedesca (evento per la verità non sicurissimo, vedremo il risultato del referendum tra gli attivisti SPD – che sarà noto il 4 marzo, stesso giorno delle elezioni italiane…) si dovrebbe mettere in moto un processo di riforma della governance economica eurozonica.

Ufficiosamente, si afferma da tempo che la riforma dovrebbe seguire le linee di un documento predisposto da 14 economisti francesi e tedeschi, che collaborano con il CEPR (Center for Economic Policy Research).

La mia opinione, tuttavia, è che ancora una volta la proposta sia completamente fuori strada. E per una volta mi trovo in sintonia con commentatori decisamente pro-UE come Marcello Messori e Stefano Micossi. La loro posizione è ben illustrata da Wolfgang Munchau (vedi questo link, il secondo in data 14.2.2018) :

“La crisi dell’Eurozona è stata prodotta dalla percezione del mercato che esisteva un rischio di ridenominazione – cioè che alcuni stati membri non sarebbero stati in grado di provvedere al servizio del proprio debito in euro e avrebbero quindi deciso di farlo in una moneta di nuova emissione. La loro (di Messori e Micossi) principale critica al documento CEPR è che non fa nulla per affrontare il rischio di ridenominazione, in effetti formula proposte che lo peggiorano. In merito all’unione bancaria, il documento CEPR prende spunto dall’idea tedesca di ridurre le quote di possesso di debito pubblico delle banche, che in una crisi possono agire da stabilizzatore. Lo stabilizzatore viene rimosso, accrescendo il potenziale di instabilità finanziaria. Il documento CEPR propone che l’ESM (il fondo salvastati) entri in processi di risoluzione bancaria o di assicurazione dei depositi solo quando le risorse nazionali sono esaurite, e con rigorose condizionalità di policy. Recepisce l’idea di insolvenze sovrane all’interno dell’Eurozona. E le regole fiscali continuano a rendere più difficile la stabilizzazione anticiclica. Messori e Micossi affermano quindi che il mercato non potrà mancare di accorgersi delle implicazioni di tutto ciò per la stabilità di banche e governi in vari paesi dell’Eurozona, e agirà di conseguenza. L’unico fattore di impedimento – che permette al documento CEPR di ignorare le implicazioni finanziarie destabilizzanti della sua proposta – è il “whatever it takes” di Mario Draghi, che potrebbe non proseguire oltre il 2019”.

Munchau, ricordo, è anch’egli un europeista, ma possiamo definirlo un europeista disilluso: vorrebbe che il processo di integrazione politica facesse passi in avanti, ma si rende conto che non sta accadendo – o non a condizioni che giustifichino di perseguirlo. C’è da riflettere ulteriormente sul suo commento finale:

“Dal punto di vista italiano, il documento CEPR appare o una totale capitolazione francese alle richieste tedesche, oppure un allineamento della Francia alla Germania basato sul presupposto che il rischio di ridenominazione comunque per la Francia non vale. E in questo potrebbero avere ragione – sappiamo dalla caduta dello SME nel 1992 che la Bundesbank ha voluto intervenire sul mercato per proteggere la Francia, non l’Italia o il Regno Unito. Oggi la volontà tedesca di intervenire a favore dell’Italia appare casomai ancora inferiore. Gli economisti francesi giudicano che il problema italiano non si applichi al loro paese ? o si stanno illudendo che la Francia possa essere la Germania ?”

Fin qui Munchau. Ma c’è una domanda da porsi, ancora più rilevante per l’Italia in particolare, e per la stabilità del sistema in generale. Se è vero, come sospetta Munchau, che la futura leadership della BCE (Weidmann o chi per esso) lascerà cadere il “whatever it takes”, la fuoriuscita dell’Italia dall’Eurozona è un evento molto, ma molto più probabile di quanto i mercati credano oggi. E la data plausibile è fine 2019. Un futuro tutt’altro che distante.

Tirando le somme: (1) il documento CEPR è una proposta che l’Italia non può neanche immaginare di prendere in considerazione, men che meno di considerare accettabile (2) la strada alternativa che l’Italia può proporre – ma anche percorrere autonomamente – è sempre la stessa: strumento fiscale a base nazionale in affiancamento all’euro (3) se questo sarà poi un assetto permanente dell’Italia nell’ambito dell’Eurozona, o lo scivolo verso l’Italexit, dipenderà essenzialmente da fattori politici. Ma è indispensabile essere pronti.


martedì 11 luglio 2017

CCF e Moneta Fiscale, chiarimenti sui dubbi di Wolfgang Munchau


Il 3 luglio scorso si è tenuto alla Camera dei Deputati un convegno organizzato dal M5S, dal titolo di “The Italian Public Debt in the Eurozone”.

Partecipava anche Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times e responsabile del sito “Eurointelligence”, dedicato principalmente alla UE e all’Eurozona.

Qui di seguito alcuni suoi commenti:

“E’ stato dato molto spazio al dibattito sui Certificati di Credito Fiscale – dei buoni emessi dallo Stato e che possono essere utilizzati per il pagamento delle imposte. Ricordiamo che Yanis Varoufakis ha lavorato su uno schema simile per la Grecia e uno dei suoi consulenti di allora ha fornito alcuni dettagli su come tale sistema possa essere messo in funzione, e sul perché in Grecia non ha funzionato. La risposta è stata che richiede un livello straordinario di preparazione tecnica e logistica, che è al di fuori della portata delle competenze realmente disponibili per la maggior parte dei governi.

Conferenze come queste non raggiungono mai un consenso, ma sollevano domande. Una delle domande sui Certificati di Credito Fiscale è se siano sostenibili o se siano solamente uno strumento transitorio. E’ solo uno strumento attraverso il quale un paese effettua la transizione verso una nuova valuta, o semplicemente una misura di liquidità a breve termine, o può funzionare come una forma di moneta complementare ?”

Vale la pena di rispondere punto per punto.

Quanto alla “preparazione tecnica e logistica”, il consulente (ai tempi) di Varoufakis presente al convegno ha citato “tempi e difficoltà operative” relative alla stampa e alla distribuzione di nuove banconote. Ora, in realtà il progetto Moneta Fiscale NON prevede l’emissione fisica di banconote e monete, ma l’attivazione di due possibili metodi alternativi di produzione e distribuzione dello strumento monetario.

Il primo è una carta elettronica, distribuita alla popolazione, su cui la Moneta Fiscale viene accreditata, e che può essere utilizzata per pagamenti analogamente a una carta di credito o a un bancomat.

Il secondo – i Certificati di Credito Fiscale propriamente detti – è un titolo emesso dallo Stato e assegnato (senza contropartita) a una pluralità di soggetti: lavoratori dipendenti a integrazione delle loro retribuzioni; aziende a riduzione del cuneo fiscale; pensionati e categorie disagiate per interventi di spesa sociale; enti pubblici locali per riavviare opere di pubblica utilità sul territorio; eccetera.

I CCF nella forma “titolo” possono circolare sulle stesse piattaforme elettroniche di negoziazione e scambio oggi utilizzate per i titoli di Stato – BOT, BTP, CCT, CTZ eccetera – che sono ampiamente diffuse e rodate. E il soggetto che li riceve deve semplicemente disporre (o aprirlo se non ne ha uno) di un “conto deposito titoli” presso la sua banca.

I CCF sono a tutti gli effetti un titolo di Stato: la differenza rispetto agli altri è che non si tratta di un titolo di debito (non è soggetto a rimborso in euro, ma deriva il suo valore dall’utilizzabilità per beneficiare dei sconti d’imposta).

Non si parla quindi, in nessuno dei due casi, di produrre e distribuire banconote. La Moneta Fiscale via supporto elettronico richiede probabilmente non più di qualche mese di lavoro per essere predisposta. Il CCF è ancora più rapido: nuove categorie o scadenze di titoli di Stato vengono introdotte ogni mese. I tempi tecnici necessari all’attuazione di un provvedimento normativo che introduce i CCF si misurano in giorni, o al massimo in poche settimane.

In altri termini, nulla che non sia ampiamente alla portata delle competenze tecnico-logistiche dello Stato italiano.

Quanto agli altri punti:

I CCF sono senz’altro una riforma che può avere natura permanente e non transitoria. Possono essere una transizione che porta all’introduzione di una moneta nazionale e all’uscita (di fatto, e poi anche formalmente) dall’eurosistema, ma non c’è necessità che le cose si evolvano in questo modo. Se accadrà, sarà in conseguenza di decisioni politiche, non di fattori tecnici.

Possono quindi costituire una moneta complementare utilizzata insieme all’euro (e, peraltro, denominata in euro e ad esso agganciata in quanto dà diritto a sconti d’imposta su base 1:1 – posso indifferentemente pagare tasse in euro, o ridurle di pari importo presentando un dato ammontare facciale di CCF).

E non sono una misura di liquidità a breve termine in quanto il programma di emissione, e il conseguente rilancio dell’economia italiana (o di qualsiasi altro paese che li introduca), si svilupperà nel corso di alcuni anni (vedi pagina 11, qui).

Tuttavia, non è escluso che un’evoluzione economica favorevole renda possibile ridurre, tra alcuni anni, l’ammontare di CCF in circolazione, e magari addirittura azzerarli. Ma i CCF resteranno uno strumento disponibile e riutilizzabile al presentarsi di necessità future.

In altri termini, un sistema euro + CCF è sostenibile nel tempo, e il suo utilizzo è modulabile in funzione delle necessità. Può essere quindi l’architrave di un sistema economico-monetario permanente.