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venerdì 5 maggio 2023

Pentimenti britannici ?

 

Non demordono, sui social network, i sostenitori della tesi che i cittadini del Regno Unito siano pentiti della Brexit. Motivo ? ne starebbero derivando danni inenarrabili all’economia.

Richiesti di fornire dati a supporto di questo presunto sfacelo economico, naturalmente non sono in grado di farlo: i dati macro dalla Brexit in poi non evidenziano alcun andamento del PIL britannico significativamente peggiore di quello dei principali paesi UE (se c’è qualche modesta differenza, tende anzi a essere a favore del Regno Unito).

L’ulteriore linea di “argomentazione” è “sì ma la gente è pentita, io conosco questo e quell’altro che stanno lì e dicono che è stato un errore”. Questa non vale la pena di commentarla perché siamo al livello del “mi ha detto mio cuggino” di Elio (quello delle storie tese).

Qualche commento meritano invece coloro che citano sondaggi di opinione. Ce ne sono, certamente, alcuni che rilevano una maggioranza di popolazione  dubbiosa sui benefici della Brexit. Ma i sondaggi vanno presi per quello che sono: stime, tra l’altro fortemente influenzate dal tipo di domanda che viene posta e dal come viene posta. Non risultati elettorali.

Sondaggi secondo i quali la maggioranza stava dalla parte dei remainers se ne sono visti, e parecchi, anche prima del referendum del 2016, delle elezioni europee del 2019 e delle elezioni politiche dello stesso anno. Dopodiché i leavers hanno vinto il referendum, il Brexit Party di Nigel Farage ha ottenuto un fortissimo livello di consensi alle europee e Boris Johnson ha vinto le politiche con una piattaforma di completamento della Brexit (poi infatti avvenuta a fine gennaio 2020).

C’è un’altra considerazione di cui comunque i sostenitori del pentimento albionico dovrebbero tenere conto. Se i cittadini britannici sono veramente, in larga misura, “pentiti”, perché nessuno dei due partiti maggiori sta inserendo il re-ingresso nella UE nel suo programma elettorale ?

Il sostegno – così come il non sostegno – alla Brexit erano e sono trasversali nell’elettorato. Sia i conservatori che i laburisti erano spaccati. Alla fine comunque la Brexit l’hanno attuata, e se la sono intestata, i conservatori. Se ci fosse questo massiccio pentimento di cui qualcuno si dice convinto, quantomeno i laburisti dovrebbero farne un cavallo di battaglia elettorale, giusto ?

E invece nulla di tutto ciò. Né il principale partito di maggioranza né quello di opposizione stanno facendo della Brexit, cioè del suo eventuale annullamento, un punto chiave di proposta politica.

Le opinioni dei singoli esistono, e meritano rispetto. La propaganda UE pure esiste, e merita molto meno rispetto. Ma il pentimento britannico come fatto politico non esiste. Se non appunto in quella certa propaganda.

 

martedì 7 febbraio 2023

Ancora sull’impatto della Brexit

 

Sempre sul tema Brexit, e sul confronto tra realtà e narrazione, riporto qui di seguito i dati aggiornati, forniti dal Fondo Monetario Internazionale a fine gennaio.

Per il 2022, siamo ormai a livello di consuntivi, sia pure preliminari (potrà esserci qualche aggiustamento, ma a livello di decimali).

Fatto pari a 100 il PIL 2019 (ultimo anno prima della Brexit), il livello 2022 del Regno Unito è addirittura il migliore tra i principali paesi europei: 101,4 contro 100,9 per Francia e Italia, 100,7 per la Germania, e 98,6 per la Spagna.

Obiettano gli euroausterici: il Regno Unito è l’unico per cui è prevista una variazione negativa del PIL nel 2023. Ma, a parte il fatto che qui siamo sulle previsioni, e le previsioni sono spessissimo disattese dalla realtà; a parte che il dato 2023 previsionale UK è ritenuto, da parecchi commentatori, dovuto a fenomeni diversi dalla Brexit (es. il conflitto tra il governo Truss, ormai dimissionato, e la Bank of England sul finanziamento del deficit pubblico, e le conseguenti turbolenze finanziarie)…


…a parte tutto questo, la posizione UK per il 2023 sarebbe comunque all’interno del campione: 100,8 come la Germania, sotto il 101,6 francese e il 101,5 italiano, ma meglio del 99,7 spagnolo.

Il disastro economico della Brexit è una fantasia degli euroausterici, o per meglio dire una delle solite operazioni propagandistiche di Bruxelles: cercare di convincere l’opinione pubblica che fuori dalla UE c’è solo pianto e stridor di denti.

Senza che i dati lo confermino, neanche lontanamente.


venerdì 27 gennaio 2023

Brexit, un disastro immaginario

 

Parecchie persone sembrano essere convinte che il Regno Unito sia nel bel mezzo di una catastrofe economica provocata dalla Brexit. Non li biasimo (non troppo, almeno): è facile essere fuorviati se ci si informa sugli organi allineati all’establishment, quelli che chissà perché sono da alcuni considerati “prestigiosi e affidabili”.

In Italia, mi riferisco in particolare al quartetto Stampa - Repubblica – Corsera – Sole 24 Ore, che su questi temi riciclano ossequiosamente le veline che arrivano da qualche scribacchino di Bruxelles (il Sole salvando un po’ di più le apparenze, Stampubblica segnalandosi invece come il più esagitato corifeo proUE).

C’è però anche qualcuno che va a controllare i dati. La Brexit è avvenuta il 31 gennaio 2020. Se fosse quel disastro di cui alcuni favoleggiano, a distanza di tre anni dovremmo constatare un andamento del PIL britannico molto peggiore di quello degli altri principali paesi europei, giusto ?

Beh, le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale ci fanno sapere che fatto pari a 100 il livello 2019, il Regno Unito nel 2022 era a 100,4. Un pelo sotto la Francia (100,7) ma meglio di Italia (100,2), Germania (99,3) e Spagna (97,8).

Al che qualcuno replica che “si vabbè ma nel 2023 il Regno Unito di questi paesi sarà l’unico in recessione”.

Sempre il FMI stima invece per il Regno Unito un PIL in crescita dello 0,3%, mentre prevede un calo per l’Italia (-0,2%) e per la Germania (-0,3%).

Sono differenze di decimali, e non significano un granché. Ma una cosa è evidente: il disastro economico prodotto dalla Brexit è pura immaginazione.

O per essere più precisi, pura propaganda, priva di fondamento e di riscontro nei dati.

lunedì 4 ottobre 2021

Brexit e approvvigionamenti

 

Da alcune settimane si stanno segnalando nel Regno Unito problemi di approvvigionamento di carburanti (lunghe code ai distributori) e anche scarsità di prodotti disponibili nei supermercati. Alcuni commentatori le ritengono prove che “la Brexit è un fallimento”. Ma è un’affermazione superficiale, fuorviante e infondata.

Va tra l’altro notato che la Brexit è operativa dal 31.12.2020, ed è quindi curioso che i fenomeni segnalati si stiano verificando a svariati mesi di distanza.

Per inciso, problemi di approvvigionamento di materie prime e componenti stanno affliggendo praticamente tutto il mondo in conseguenza del Covid. Le chiusure hanno dissestato le catene di fornitura e la rimessa in moto post-lockdown non può avvenire, a tutti i livelli e in tutti i passaggi, alla medesima velocità. Se un componente viene prodotto in Asia, rifinito in Italia, smistato nei Paesi Bassi e venduto nel Regno Unito, la catena si riavvia al ritmo dell’anello più lento. Il che determina strozzature e ritardi.

Però questo è un problema che tocca il Regno Unito più o meno quanto tutti gli altri paesi, per cui non può essere l’unica spiegazione delle code alla stazioni di servizio, se là ci sono e in Italia (per esempio) no.

Si legge che una parte del problema sia stata la diffusione di voci infondate sulla scarsità di prodotti, in particolare di carburanti, che ha scatenato fenomeni di accaparramento. Può essere, ma dubito che giustifichi tutto quanto sta accadendo.

L’imputato è effettivamente la Brexit e il problema sta nel fatto che non mancano i prodotti, ma chi li distribuisce. Il Regno Unito ha sviluppato negli anni scorsi una forte dipendenza da trasportatori (soprattutto via camion) che utilizzano personale proveniente da Stati membri UE. Polonia, Romania, Bulgaria eccetera.

Ante Brexit, questo personale era automaticamente autorizzato a lavorare nel Regno Unito. Post Brexit, non più.

Di conseguenza una via per risolvere il problema, che il governo britannico sta utilizzando, è concedere permessi temporanei. Il che ha fatto dire a qualcuno che sta avvenendo una “retromarcia rispetto alla Brexit”.

L’altra iniziativa è che si stanno offrendo retribuzioni più alte ai trasportatori. Subendo la concorrenza dei camionisti est europei, in altri termini, i loro equivalenti britannici si vedevano proporre compensi scadenti, che li inducevano a svolgere altre attività. A parità di (scarso) salario, meglio fare il facchino che guidare un camion. Almeno non devo passare giorni e giorni lontano da casa. Pagare meglio senza dubbio inverte questa tendenza.

Se ci riflettiamo, è facile accorgersi che questi due accadimenti sono perfettamente coerenti con la logica della Brexit e con le sue finalità.

In primo luogo, nessuno ha mai seriamente pensato che la Brexit implicasse l’isolazionismo o l’autarchia del Regno Unito. Le forniture di beni e servizi necessari alle isole britanniche, se opportuno, potranno sempre essere acquisite da fuori. Il punto è che le decisioni in merito alle politiche commerciali – inclusa la concessione di permessi ai trasportatori – non si prendono più a Bruxelles ma a Londra.

In secondo luogo, Brexit significa minore esposizione delle classi lavorative meno agiate britanniche alla concorrenza di paesi a basso costo (e/o a minori tutele sociali). Quindi smussare l’impatto della globalizzazione indiscriminata e non regolamentata, che in tutti questi anni ha aggravato le diseguaglianze. E “smussare l’impatto” significa in primo luogo riportare le retribuzioni a livelli più decorosi.

Politiche commerciali decise nel paese e in funzione dell’interesse del paese. Migliori condizioni per i lavoratori locali. Questo sono esattamente i due risultati ECONOMICAMENTE E SOCIALMENTE POSITIVI della Brexit.

Poi c’è una transizione che va gestita, e che nel caso specifico i britannici magari non hanno condotto al meglio. Rettificheranno il tiro, anzi lo stanno già facendo.

Ma quanto sta avvenendo non è la prova che la Brexit ha fallito. È la prova che sta raggiungendo le sue finalità.

 

giovedì 15 ottobre 2020

I “poveri britannici” senza “i soldi della UE”

 

Il Recovery Fund si sta sgonfiando come un pallone bucato. Ma il suo impatto mediatico non è del tutto venuto meno. Un buon numero di persone continua a farsi abbindolare dai 209 miliardi che dovrebbero piovere dal cielo grazie alla “svolta solidale e keynesiana” della UE. 

Uno dei commenti più involontariamente umoristici che si leggono (ancora) di frequente è quello di chi compatisce, o fa dell'ironia su, i britannici che avendo deciso di brexitare, non parteciperanno alla cuccagna.

A chi afferma quanto sopra, sfugge qualche banalissimo dato di realtà. Per esempio, quanto segue.

Secondo le previsioni aggiornate pochi giorni fa dal Fondo Monetario Internazionale, il Regno Unito registrerà un rapporto deficit pubblico / PIL del 16,5% nel 2020, e del 9,2% nel 2021.

Gli analoghi valori per l’Italia sono rispettivamente pari al 13% e al 6,2%.

Come spiegato in altri post, il deficit pubblico non andrebbe chiamato “deficit”. L’eccesso della spesa pubblica rispetto alle entrate dell’Erario è in realtà un surplus del settore privato. Corrisponde alle risorse finanziarie immesse dal governo, a beneficio di famiglie e aziende.

Da tutto ciò si ricava che i “poveri” britannici in due anni ottengono un sostegno finanziario pari al 25,7% del PIL. Noi italiani “grazie alla generosa UE”, il 19,2%.

La differenza sono sei punti e mezzo di PIL. Che sulle dimensioni della nostra economia, corrispondono a circa 110 miliardi.

Ah dimenticavo. Tutto questo non include il munifico Recovery Fund. Da cui all’Italia arriveranno, secondo le stime più aggiornate… zero nel 2020, e 5 miliardi nel 2021.

Sono proprio da compatire, i poveri britannici, vero ?

Ma gli eurofili non demordono, e fanno notare che il Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, Rishi Sunak, sta rilasciando dichiarazioni in merito alla necessità, nel prossimo futuro, di aumentare le tasse per ridurre il debito pubblico contratto in questo periodo.

E allora – dicono i baldi eurofili – dove sta il vantaggio di avere la sterlina invece di usare l’euro, se poi le tasse sei comunque costretto ad aumentarle ?

Il vantaggio invece c’è, è enorme, ed è molto semplice spiegare in che cosa consiste.

Sunak dice le stesse cose che dice Gualtieri: che i deficit in futuro dovranno scendere perché il debito pubblico è diventato “troppo alto”.

Il punto è che il debito britannico è in sterline (valuta che il Regno Unito emette e controlla), il debito italiano è in euro (valuta che l’Italia non emette e non controlla).

Gualtieri quindi “grazie” all’euro subisce un vincolo vero. Sunak afferma che il vincolo esiste, ma si sbaglia (o mente).

Cambia qualcosa, all’atto pratico ?

Sì, cambia moltissimo. In primo luogo perché fa parecchia differenza varare una stretta fiscale dopo aver immesso 110 miliardi in più nell’economia.

In secondo luogo, perché se Rishi Sunak riuscirà ad attuare quanto afferma (il dibattito politico è in corso, nel Regno Unito, e vedremo come si conclude) e quindi farà danni al suo paese, condurrà il suo partito alla sconfitta elettorale. Ne seguirà la sua rimozione dall’incarico e un cambiamento di politica economica.

Per Gualtieri le elezioni non sono invece un tema d’attenzione. Perché nell’Eurozona queste decisioni si prendono in conseguenza del “vincolo esterno” creato dall’euro, quindi “al riparo dal processo elettorale” (cit. Mario Monti), ovvero affidandosi “al pilota automatico” (cit. Mario Draghi).

Avete ancora voglia di compatire il Regno Unito ?

 

lunedì 24 febbraio 2020

Brexit, autodeterminazione e idraulici polacchi


Gli europeisti “duri e puri” amano fare critica, o ironia, sulla proposta di legge in discussione nel Regno Unito, che prevede di limitare l’immigrazione a persone dotate di alcuni requisiti: in primo luogo, conoscenza della lingua e appartenenza a determinate categorie professionali.

Il sito di Wolfgang Munchau (un europeista, ma non duro e puro) la riassume così: “escludendo i lavoratori non qualificati, si tengono le porte aperte per i banchieri italiani, gli ingegneri tedeschi e gli chef francesi ma le si chiudono agli idraulici polacchi e agli addetti alle pulizie lituani”.

La critica che leggo più frequentemente è che “i britannici si accorgeranno di quanto servono gli idraulici polacchi”.

Ora, il punto su cui riflettere è che questa critica perde di vista la vera motivazione della Brexit.

Io non ho nessuna opinione in merito a quanto siano critici gli idraulici polacchi per il benessere e l’efficienza dell’economia e della società britannica. Può darsi che la limitazione degli accessi sia un gravissimo errore.

Ma se si rivelerà tale, nulla impedirà al Regno Unito di modificare la normativa in futuro.

Il punto chiave della Brexit non sono gli idraulici polacchi. Sono la democrazia e l’autodeterminazione nazionale.

L’accesso agli idraulici polacchi, in conseguenza della Brexit, verrà stabilito da normative approvate dal parlamento britannico, messe in atto dal governo britannico, entrambi (governo e parlamento) in carica a seguito di elezioni dove è chiamata a esprimersi la popolazione britannica.

La quale popolazione magari deciderà tra qualche anno che governo e parlamento devono essere rimpiazzati perché limitare l’accesso degli idraulici polacchi è stato sbagliatissimo, o per qualsiasi altro motivo.

Ma gli organi responsabili di questa decisione risponderanno all’elettorato britannico. Non saranno burocrati di stanza a Bruxelles, nominati non si sa bene da chi per fare gli interessi non si sa bene di cosa.

Il senso della Brexit è tutto qui. E lo dico con la massima stima e simpatia sia per gli idraulici che per i polacchi.


domenica 9 febbraio 2020

Autocitarsi, perché no ?


Secondo qualche frequentatore di social network, twitteristi in particolare, io indulgo troppo all’autocitazione. I miei interventi di solito includono un link a un articolo di questo blog, dove l’argomento della discussione viene sviluppato, o vengono comunque forniti elementi a supporto.

L’autocitazione, mi dicono, è “inelegante”. Francamente non ho capito la motivazione di questo giudizio. Il blog è lo strumento che utilizzo da sette anni per sviluppare le mie opinioni su (soprattutto) temi macroeconomici. Se l’argomentazione è già predisposta (come molto spesso capita) cosa dovrei fare, un copia incolla ? una parafrasi di quanto ho già scritto altrove ?

Una variante sul tema è quella degli accademici che dicono qualcosa del tipo “come puoi pensare che il post di un blog esprima un’opinione degna di essere presa in considerazione, leggi invece [segue link ad articolo di 50 pagine in inglese con 10 pagine di formule in allegato e 40 citazioni di altri articoli].”

Ora, io non ho problemi né con l’inglese né con le formule, e l’articolo linkato me lo leggo volentieri. Però rimango dell’idea che se si hanno le idee chiare su un argomento di macroeconomia, per spiegarsi non servono 50 pagine e neanche formule di analisi infinitesimale (sapete poi cosa diceva al riguardo Keynes, laureato in matematica – non in economia – a Cambridge ? ecco qui).

Se si hanno le idee chiare, i 280 caratteri di un tweet (o magari di due o tre in successione) bastano per renderle esplicite, in termini comprensibili a persone di media cultura. OK poi le fonti esterne a supporto per chi vuole approfondire, verificare i dati eccetera. Ma il nocciolo, credetemi, o la sai sintetizzare oppure… sei tu che non l’hai capito.

Pochi giorni fa, un docente di economia internazionale (non mi ricordo in quale università) ha preso cappello di fronte alla mia affermazione che il Regno Unito non aveva nulla da temere dalla Brexit perché è in deficit commerciale nei confronti della UE (è il cliente, in pratica, non il fornitore) e perché non acquista (dalla UE) nessun prodotto o servizio che non possa essere prodotto internamente o fornito da aziende non-UE.

Il tipo si è inalberato dicendo che dovevo “leggere la letteratura scientifica di riferimento” (link non forniti, in questo caso) per comprendere dove sbagliavo.

Beh, è mia ferma convinzione che se avesse avuto le idee chiare, avrebbe spiegato in un paio di tweet perché il Regno Unito rischia gravi danni dalla Brexit. Citando fonti a supporto dove era il caso (comprese quelle scritte da lui stesso, ove mai esistessero…): ma per corroborare concetti che nel frattempo aveva resi noti all’audience.

Meglio l’autocitazione che la non-spiegazione, insomma. La prima magari sarà inelegante, ma della secondo proprio non so che farmene.


sabato 7 settembre 2019

Brexit e approvvigionamenti dall’estero


In attesa di sapere come andrà a finire (se andrà a finire) la ultracontorta vicenda Brexit, vale la pena di riflettere su uno dei suoi possibili, “pericolosissimi” (a giudizio di chi si oppone all’uscita senza accordo) impatti.

A quanto si legge, il Regno Unito rischierebbe nell’immediato carenze di approvvigionamenti per tutta una serie di prodotti essenziali, tra cui cibo, medicine e carburanti.

Questa affermazione l’ho letta qualche dozzina di volte. Da nessuna parte però ho letto risposte alle seguenti considerazioni / domande, che pure mi sorgono (e credo non solo a me) spontanee.

UNO, degli acquisti di prodotti e servizi che il Regno Unito effettua presso aziende UE, quale ammontare non può essere sostituito da produzioni interne ?

DUE, quale ammontare non può essere sostituito da acquisti presso altri fornitori – americani o asiatici, per esempio ?

TRE, dopo la Brexit no-deal, resterebbero in vigore gli accordi WTO, che consentono comunque l’import – export di beni e servizi, fatta salva la possibile applicazione di dazi fino a un massimo (se non sbaglio) del 10%.

Di conseguenza, tutto il problema degli approvvigionamenti da paesi UE si riduce a sostituire forniture UE con acquisti da aziende locali, oppure americane o asiatiche. E rimane in essere la possibilità di continuare ad acquistare dalla UE applicando (se si deciderà di applicarli, non è automatico) i dazi.

Poi c’è il problema logistico di riattivare le dogane per gestire gli acquisti dalla UE. Ma le dogane nel Regno Unito ci sono già, per gestire i flussi dal resto del mondo. Andrebbero potenziate, il che richiede tempo (ammesso che almeno in parte non sia già stato fatto, come misura preparatoria alla Brexit). Un periodo di inefficienze e rallentamenti va messo in conto, ma non mi sembra nulla di drammatico. Probabilmente il tutto si ridurrà a qualche lungaggine e a una fase temporanea in cui i controlli saranno più laschi (a campione, in pratica).

Magari mi sfugge qualcosa, ma uno scenario da giorno del giudizio proprio non lo vedo.


sabato 13 aprile 2019

Brexit, feste noiose e ristoranti


Simon Wren-Lewis, economista inglese, scrive cose che trovo generalmente interessanti e condivisibili in merito alla crisi dell’eurosistema, e cose che mi lasciano molto più dubbioso in merito alla Brexit (a giudizio suo – ma non mio – un processo che il Regno Unito dovrebbe bloccare).

Un suo recente post afferma quanto segue:

“Ho sentito una buona metafora l’altro giorno. Alcuni colleghi decidono che sarebbe un’ottima idea cenare insieme usciti dal lavoro. Sono tutti entusiasti. E’ deciso, dicono. Ma a quel punto, qualcuno chiede dove si va a mangiare. Uno dice, sicuramente non un ristorante indiano. Un altro, abbiamo mangiato troppo italiano ultimamente. E così via: qualunque sia la proposta, qualcuno dice che non gli va bene. Ma tutti sono d’accordo che vogliono cenare insieme. Finiscono per lasciar perdere”.

Una metafora della Brexit, secondo Wren-Lewis: il referendum l’ha approvata senza che ci fosse un’idea di come attuarla e di cosa fare dopo. Per questo motivo, il referendum non avrebbe conferito legittimità alla Brexit.

Una metafora più corretta da applicare, a mio giudizio, è un’altra. La Brexit non è paragonabile alla decisione di cenare insieme. E’ paragonabile a un gruppo di amici che decidono di andarsene, tutti quanti (perché le cose se le fanno, le fanno in gruppo) da una festa che si sta rivelando molto noiosa.

La decisione di andarsene è presa. Non si è deciso se poi si torna in albergo a piedi, in metropolitana o in taxi. Ma PRIMA si esce, poi si vede che cosa conviene fare.

Torniamo al mio punto espresso in un post precedente: il referendum non chiedeva “volete uscire dalla UE a certe condizioni”. Chiedeva “volete uscire o no”.

Se si vuole rispettare la volontà popolare, democraticamente espressa nel referendum, si esce. Punto.

Theresa May, che aveva fatto campagna elettorale per il remain, non ha rispettato il risultato del referendum. Ognuno la pensi come crede: io lo considero, in sé, un fatto molto, molto grave.

mercoledì 3 aprile 2019

La "no-deal Brexit" rispetta la volontà popolare


La vicenda Brexit è più confusa che mai, e le previsioni in merito al suo esito finale appaiono alquanto aleatorie.

Tuttavia mi sembra il caso di precisare una cosa: la Brexit effettuata senza alcun accordo preventivo con la UE, la cosiddetta “no-deal Brexit” o “hard Brexit”, rispetta la volontà popolare così come si è espressa nel referendum del giugno 2016. Anzi, a mio avviso è l’unico scenario che la rispetta pienamente.

La ragione è molto semplice. Il referendum non chiedeva alla popolazione del Regno Unito “siete o no favorevoli a uscire dalla UE a condizione che si stipuli un accordo con determinate caratteristiche ?”. La domanda era molto più semplice: “volete uscire o rimanere ?”.

E la maggioranza dei votanti si è espressa per l’uscita.

Chi afferma che sarebbe necessario un nuovo referendum “perché le condizioni sono cambiate” sostiene una posizione insensata. Tra un referendum e l’attuazione delle decisioni che ne conseguono passa sempre del tempo, e le condizioni sono sempre, inevitabilmente, in mutamento. Ma la volontà si è espressa allora, e va rispettata, se si crede nella democrazia.

L’argomentazione che sento formulare più di frequente riguarda uno slogan utilizzato dai leavers durante la campagna referendaria: con la Brexit si cesseranno di pagare contributi alla UE, e quindi ci saranno più soldi per altre cose – per esempio, per il NHS (National Health Service, il sistema sanitario pubblico).

Ora, l’accordo negoziato con la UE da Theresa May (e respinto già tre volte dal parlamento di Westminster) prevede al contrario che i contributi alla UE continuino per assicurarsi una nuova relazione commerciale (in che misura non è chiaro: ritengo a livelli inferiori a prima, dato che la UE sta chiedendo più soldi agli stati membri per “coprire il buco prodotto dalla Brexit”).

Ma la causa è, ancora una volta, il fatto che la May (la quale, ricordiamoci, ha fatto nel 2016 campagna per il remain) ha negoziato un accordo, cosa che il referendum NON chiedeva di fare.

Più in generale, rimane vero che se smetto di pagare contributi alla UE mi rimangono più soldi per fare altro. Che poi questo “altro” abbia luogo o meno, non è automatico: dipende dalla volontà del governo e del parlamento. Ma questo era evidente anche durante la campagna referendaria.

L’attuale confusione nasce dal fatto che importanti gruppi d’interesse economici e politici – allineati con la UE – stanno fortemente influenzando il governo e il parlamento inglese per evitare il no deal; nell’interesse loro, che non coincide – a mio parere – con quello della popolazione britannica.

E’ legittimo pensare che il no deal sarebbe una sciagura. Io non lo credo affatto, ma c’è spazio, ovviamente, per discuterne. Ma giusta o sbagliata che sia, la no deal Brexit è l’unica opzione coerente con la volontà popolare, così come si è espressa nel voto del 2016.

mercoledì 16 gennaio 2019

Brexit: come va a finire ?


Azzardo una previsione, con la premessa che si tratta di un esercizio particolarmente aleatorio, dopo il voto di ieri sera che ha pesantemente (oltre le previsioni) bocciato l’accordo (oggettivamente indigeribile) negoziato da Theresa May.

La posizione delle parti in causa si può riassumere come segue.

I remainers puntano a un nuovo referendum, ma è difficile formare una maggioranza parlamentare disposta a concederlo, e del resto le probabilità che prevalga nuovamente il leave sarebbero significative.

Il leader dei laburisti, Corbyn, punta alle elezioni anticipate, non per bloccare la Brexit (anche se una buona parte del suo partito lo vorrebbe) ma per rinegoziare l’accordo con la UE. Ma i tempi tecnici e politici da qui a fine marzo (data in cui la Brexit, se non accade nulla, avrà luogo, e in forma hard) sono tiratissimi. E di fronte al rischio di tenere elezioni anticipate (con forti probabilità di perderle) l’attuale maggioranza di cui dispone Theresa May, per quanto risicata, potrebbe reggere, e credo reggerà, al voto di sfiducia.

La commissione UE mantiene un atteggiamento oltranzista e nega la possibilità di riaprire negoziati per migliorare l’accordo a favore del Regno Unito: ma lo ritengo un bluff, perché i danni che subirebbero gli esportatori dei principali paesi (Germania in primo luogo) sono troppo elevati.

Quindi:

Il governo May regge, sia pure per il rotto della cuffia.

Non c’è secondo referendum.

La UE accetta (all’ultimo minuto o quasi) una serie di concessioni.

La Brexit ha luogo a fine marzo, a condizioni migliorative per il Regno Unito. Quanto migliorative dipende non tanto dalla UE ma dalla coesione (o non coesione) interna dell’establishment britannico. Theresa May ha chiaramente dimostrato la volontà di annacquare la Brexit (del resto ha fatto campagna per il remain al referendum), ma ha tirato troppo la corda. Dovrà ottenere qualcosa di sostanzioso perché il parlamento di Westminster approvi le nuove condizioni.

Si rimarrà appesi a un filo fino agli ultimissimi giorni, e poi verrà annunciato un nuovo accordo. Che sarà sicuramente meno soft dell’attuale. Ma niente hard Brexit.

lunedì 1 maggio 2017

Il “Wishful Thinking” europeista sulla Brexit

Theresa May ha convocato le elezioni politiche anticipate per l’8 giugno prossimo, forte di sondaggi che danno il suo consenso in notevole crescita e confidando di uscirne con una maggioranza parlamentare nettamente rafforzata.

Tra le altre cose, questo dovrebbe aiutarla a gestire con maggiore efficacia il complicato processo negoziale avviato a fine marzo, che porterà all’uscita del Regno Unito dalla UE.

Gli europeisti, definiti come coloro che inseguono il sogno dell’unità politica europea, non si sono messi ancora del tutto il cuore in pace e alcuni di loro continuano a ipotizzare che si verificherà un “pentimento”. Pochi per la verità a questo punto sognano ancora che il processo di uscita si blocchi. Qualcuno in più, piuttosto, spera che si riveli deleterio per l’economia britannica.

E’ una speranza poco nobile, perché il male al prossimo non si dovrebbe mai augurare. Ed anche autolesionista, perché queste ipotetiche difficoltà del Regno Unito impatterebbero negativamente sugli altri paesi europei. Ma in ogni caso, è ben poco fondata.

Quali sarebbero i danni che il Regno Unito potrebbe riportare da una contrazione dell’interscambio commerciale con l’Unione Europea ? o da limitazioni alla libertà di circolazione delle persone ?

Il Regno Unito ha un deficit nei saldi commerciali: compra dalla UE più di quanto vende. Se, per assurdo, l’interscambio si azzerasse, il danno sarebbe maggiore per la UE.

Anche perché la UE non fornisce al Regno Unito materie prime o prodotti o servizi che le isole britanniche (1) non abbiano capacità di produrre in proprio, oppure (2) non possano acquistare da altri paesi.

Detto questo, l’interscambio non si azzererà. Alla peggio, Regno Unito e UE commerceranno sulla base degli accordi WTO: cosa che entrambe già oggi fanno con Stati Uniti, Cina, Giappone e tanti altri paesi (tutt’altro che marginali, come si vede) con i quali non esistono accordi commerciali specifici (al di fuori delle regole WTO, appunto).

E la libera circolazione delle persone ? ogni tanto sento qualcuno parlare dei danni ciclopici che il Regno Unito potrebbe subire per la carenza di medici, infermieri, insegnanti esteri, eccetera.

L’aspetto elementare che sfugge è che se verrà meno il diritto AUTOMATICO per un cittadino di un paese UE di trasferirsi e lavorare nel Regno Unito, questo non impedirà, evidentemente, ai britannici di far entrare in casa loro qualunque persona le cui competenze professionali siano necessarie o utili.

O stiamo ipotizzando che sia la UE a bandire la possibilità di espatrio dei cittadini dei suoi paesi… ? a trasformarsi in un blocco sovietico con tanto di cortina di ferro ??

La Brexit, previsione mia, si concluderà nei tempi previsti, e non produrrà, per il Regno Unito, alcun danno economico significativo.

E per la verità neanche alla UE, che però a farsi male ci pensa già da sola


venerdì 15 luglio 2016

Una riflessione su David Cameron

L’ormai ex primo ministro del Regno Unito ha lasciato Downing Street, passando le consegne a Theresa May. Nelle ultime settimane, dopo il fatale referendum del 24 giugno per intenderci, è stato fatto oggetto di parecchie accuse di insipienza politica, per non dire di stupidità tout court.

Le accuse provengono principalmente da chi sperava nel successo del Remain. Chi l’ha fatto fare a Cameron di lanciare un referendum ? chi lo obbligava ? non voleva lasciare la UE, perché si è preso questo rischio – che implicava anche la possibile fine della sua carriera politica ?

La spiegazione in effetti mi pare molto semplice, forse troppo per riuscire credibile ai tanti dietrologi in servizio permanente effettivo. Ma a me suona totalmente plausibile.

Alle elezioni politiche del 2015, Cameron si è presentato come leader di un partito conservatore inglese a forte rischio di frantumazione. L’antieuropeista UKIP di Nigel Farage aveva ottenuto il 25% dei suffragi alle elezioni per il parlamento europeo dell’anno precedente – non tutti, ma in gran parte voti sottratti ai conservatori.

Cameron ha scelto una piattaforma di programma finalizzata a ricompattare il suo partito. Si è dichiarato favorevole a rimanere nella UE, ma si è impegnato nello stesso tempo a rinegoziare condizioni meno restrittive per la permanenza del Regno Unito; e a sottoporre la decisione finale all’elettorato del suo paese.

Non si avrà mai la controprova del fatto che questo impegno sia stato decisivo per vincere le elezioni politiche. La finalità comunque era chiara: riportare nell’alveo conservatore molti voti euroscettici.

Alle politiche del 2015, lo UKIP è sceso all’8% - complice anche, sicuramente, il fatto che il sistema maggioritario uninominale lo penalizza rispetto al proporzionale, con il quale si era votato alle europee. Comunque i conservatori hanno recuperato parecchi di quei voti, hanno vinto le elezioni, e Cameron ha iniziato il suo secondo mandato come capo del governo.

A questo punto ha mantenuto fede al suo impegno, ha tenuto il referendum e l’ha perso.

E’ stato un errore l’impegno assunto nella campagna elettorale 2015 ? nessuno potrà mai affermarlo, o negarlo, con certezza. Non è possibile stabilire se, in assenza dell’impegno al referendum, i conservatori avrebbero vinto quella consultazione.

Ma qualunque cosa si pensi di Cameron, trovo che sia da valutare positivamente – anche perché non esattamente scontata per un politico – la sua coerenza.


martedì 28 giugno 2016

Brexit



Fossi un cittadino britannico, avrei votato per l’uscita, per una ragione molto semplice: il progetto di integrazione UE è fallimentare, e anche se il Regno Unito – grazie al fatto di essere fuori da Maastricht, da Schengen e dal Fiscal Compact – subisce le conseguenze di questo fallimento in misura molto inferiore rispetto (per esempio…) all’Italia, non vedo l’utilità di rimanere associati a una costruzione in pieno sfaldamento.

Detto questo, posso capire che sulla base di valutazioni strettamente opportunistiche e di breve termine la scelta del Remain fosse difendibile. Ridefinire un sistema di accordi commerciali, di circolazione delle persone e di cooperazione economica è complesso e richiede tempo. Sono convinto che verrà fatto senza particolari effetti distorsivi né inefficienze (rispetto alla situazione odierna, quanto meno). Però si poteva sicuramente valutare – e molti Remainers senz’altro avranno ragionato così – che in termini di stretta convenienza, per il Regno Unito le ricadute negative di essere nella UE (ma non in Maastricht, non in Schengen, non nel Fiscal Compact) non giustificassero le complicazioni del passaggio Brexit.

Tuttavia, pur rispettando queste argomentazioni, avrei votato Leave perché dover affrontare alcune complicazioni non giustifica - come alternativa - accettare di ridurre spazi di democrazia – e la UE è un’istituzione la cui antidemocraticità si definisce sempre più chiaramente.

Dal punto di vista di chi nella UE ci rimane, e in particolare dell’Italia e degli altri Stati membri dell’Eurozona, sarebbe auspicabile che il Brexit fosse un punto di svolta per correggere le paurose disfunzioni dell’Eurozona: patti di stabilità, Fiscal Compact, regolamentazione bancaria eccetera. Francamente non me lo aspetto. L’incapacità di Bruxelles, di Berlino e di Francoforte  di comprendere e correggere l’impostazione del sistema è stata fin qui totale, e segnali di ripensamento non ne vedo.

Gli scenari di possibile soluzione del problema mi sembrano essere i due seguenti. Azioni unilaterali di singoli Stati, che correggano l’inefficienza del sistema senza sfasciarne l’architettura: e in merito al tema euro, il progetto CCF è in grado di ottenere questi risultati.

Oppure, la UE che perde altri tasselli – Francia, Olanda, Italia, Austria, paesi dell’Est ? – avviando, nei fatti, un processo di scioglimento. Al termine del quale una cosa che si chiama UE potrebbe anche continuare a esistere, ma limitata a un sistema di accordi commerciali e di cooperazione economica. La vecchia CEE, per intenderci.