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giovedì 1 gennaio 2026

Creazione di attività finanziarie nette

 

Elaborazione su spunti di Giovanni Piva e di Fabio Bonciani

L’emissione di titoli da parte di un’istituzione privata ha una dinamica notevolmente difforme rispetto all’emissione di titoli di uno Stato che utilizza la propria moneta.

Si vedano i seguenti esempi.

La società XYZ emette un prestito obbligazionario di 100 a cinque anni. Marco Rossi lo sottoscrive e dispone quindi di 100 di moneta in meno a fronte di 100 (all’attivo) di obbligazioni in più.

Alla scadenza dei cinque anni la società rimborsa il prestito e Marco Rossi ritorna in possesso della moneta. Il gioco è a somma zero.

Nel caso invece dell’emissione di titoli di Stato in moneta sovrana:

Il governo emette 100 di titoli di Stato a cinque anni. Franco Verdi li sottoscrive e si ritrova con meno moneta e più titoli.

Il governo invece ottiene moneta, ma contestualmente la spende in favore (per esempio) di Carlo Bianchi.

Quindi in sintesi:

Franco Verdi ha meno moneta e più TdS.

Carlo Bianchi ha più moneta.

Il governo ha TdS al passivo.

Ma a differenza di XYZ, alla scadenza dei TdS il governo, SE UTILIZZA MONETA PROPRIA, è sempre sicuro di rifinanziare i TdS.

Quindi i TdS sono in realtà una passività fittizia, in quanto non sarà mai necessario prelevare liquidità dal settore privato per rimborsarli.

E 100 di potere d’acquisto sono PERMANENTEMENTE rimasti nel settore privato. La maggior moneta di Carlo Bianchi compensa la minor moneta di Franco Verdi. Ma mentre Carlo Bianchi ha guadagnato potere d’acquisto, Franco Verdi non l’ha perso, in quanto a fronte di meno moneta ha più TdS.

Solo se il governo utilizza una moneta EMESSA DA TERZI si ritrova nella condizione di XYZ, in quanto diventa necessario prelevare moneta dal settore privato per rimborsare i TdS in scadenza.

Un governo, utilizzando MONETA PROPRIA, ha sempre la possibilità di aumentare le attività finanziarie nette del settore privato.

L’Italia si trovava in questa situazione fino al 1981. Da quell’anno, è venuto meno l’impegno della Banca d’Italia a garantire incondizionatamente la sottoscrizione di TdS governativi. Col che la sovranità monetaria non è cessata di esistere, ma è sorta un'autolimitazione del governo a esercitarla.

Una motivazione fornita per il venir meno di questo impegno è stata l’inflazione degli anni Settanta e la necessità di contenerla. Motivazione priva di affidabilità in quanto quel fenomeno inflattivo era la conseguenza degli shock petroliferi; e infatti con il successivo calo del prezzo del petrolio è rientrata anche l’inflazione.

Una conseguenza è stata che i successivi anni Ottanta sono stati anni d’oro per i rentiers. Il governo, in assenza di garanzia incondizionata da parte della Banca d’Italia, ha alzato gli interessi per collocare i TdS, il che ha disincentivato gli investimenti produttivi a favore della rendita finanziaria. Quantomeno però il governo in quegli anni non ha agito con tasse e tagli ma con espansione di deficit, evitando di bloccare la crescita dell’economia (anche se il maggior deficit, essendo dovuto a spesa per interessi, creava diseguaglianza in quanto andava a favore di chi aveva risparmio accumulato).

Con i limiti di deficit successivamente imposti, a partire dagli anni Novanta, dal trattato di Maastricht e dall’introduzione dell’euro, si è invece fatto qualcosa di molto peggiore: si è introdotto un vincolo alla creazione di attività finanziarie nette da parte del governo.

Va ricordato che le banche centrali NON creano attività finanziarie nette nel settore privato in quanto creano moneta solo per comprare titoli di Stato e per finanziare le banche commerciali. L’unica, limitata, forma di creazione di attività finanziarie nette da parte di una banca centrale è il pagamento di interessi sui depositi, presso la BC medesima, effettuati dalle banche commerciali.

Altro punto da sottolineare è che neanche le banche commerciali creano attività finanziarie nette quando erogano finanziamenti.

Una banca commerciale eroga un mutuo a Giuseppe Neri: gli mette in effetti soldi sul conto. Ma a fronte di questo attivo Giuseppe Neri ha una passività verso la banca.

Poi Giuseppe Neri utilizza la moneta per comprare un immobile da Marta Azzurri.

Marta Azzurri ottiene un incremento dei suoi depositi presso la sua banca.

La banca di Marta Azzurri, eventualmente tramite vari passaggi sul mercato interbancario (ma per semplicità supponiamo che il passaggio sia diretto) presta i soldi alla banca di Giuseppe Neri.

Risultato finale:

Giuseppe Neri ha l’immobile e una passività finanziaria (il mutuo).

La banca di Giuseppe Neri ha un mutuo all’attivo e un debito verso la banca di Marta Azzurri al passivo.

La banca di Marta Azzurri ha un credito verso la banca di Giuseppe Neri e un debito verso Marta Azzurri (il suo deposito).

E Marta Azzurri non ha più l’immobile ma ha un incremento di attività finanziarie (il nuovo deposito presso la sua banca).

Le attività finanziarie nette nel sistema economico SONO LE STESSE DI PRIMA.

 

lunedì 29 dicembre 2025

Spesa a deficit e creazione monetaria

 

Elaborazione su spunti di Giovanni Piva e di Fabio Bonciani

La maggioranza della pubblica opinione ritiene che il finanziamento del deficit pubblico richieda il collocamento di titoli sul mercato. Questa convinzione deriva dal fatto che da alcuni decenni nella maggior parte dei paesi è vietato, o comunque non è praticato, il finanziamento diretto del governo da parte della BC (Banca Centrale).

Il divieto si applica a finanziamenti sia sotto forma di acquisto diretto di titoli, sia mediante utilizzo in scoperto di conti del governo presso la BC (per la verità quest’ultimo è vietato nell’Eurozona dall’art. 123 comma 1 del TFUE; in altri paesi invece è in teoria possibile, con limiti operativi diversi da caso a caso).

La conseguenza è che il debito pubblico dei vari paesi aumenta di pari passo con l’accumulo dei deficit pubblici, appunto perché a fronte dei deficit pubblici vengono – per prassi o per legge, NON per necessità tecnica – emessi titoli.

A questo punto sorge però un dubbio. Come possono aumentare i debiti pubblici se lo Stato raccoglie sul mercato moneta GIA’ ESISTENTE (in quanto, come detto sopra, le BC non la emettono in presenza di deficit pubblici)? Da dove viene la maggior quantità di moneta necessaria a sottoscrivere i titoli di nuova emissione?

La risposta è che il governo emette 100 di titoli di Stato contemporaneamente all’immissione sul mercato di 100 di moneta, perché il deficit è la differenza tra spesa e tasse, e quando lo Stato spende, spende MONETA.

Il risultato finale è che la moneta in circolazione non varia ma i titoli di Stato aumentano di 100. Come se (nella sostanza, non nella forma) lo Stato avesse pagato direttamente con titoli di Stato i percettori del deficit.

In realtà le BC di tutto il mondo potrebbero comprare tutto il debito pubblico in circolazione, dando in cambio moneta (oggi detengono già il 19% di circa 330.000 miliardi di debito pubblico in circolazione. Il debito pubblico scomparirebbe e il settore privato sostituirebbe un’attività finanziaria (i titoli di Stato) con un’altra (la liquidità).

Il che mette in evidenza un’altra cosa che dovrebbe essere evidente (ma a molti non lo è): il debito pubblico è CREDITO, non debito, del settore privato.

Anche nel caso dell’Italia e dell’Eurozona, è sempre stato vero che il debito pubblico è ricchezza privata. Esiste però un rischio di insolvenza dovuto al fatto che la BCE non garantisce incondizionatamente la sottoscrizione dei titoli emessi, nel caso in cui il mercato non li compri per intero.

Dal luglio 2012 il whatever it takes di Draghi ha modificato la situazione comunicando ai mercati che un fenomeno di insolvenza di grandi dimensioni, tale da mettere a rischio la tenuta dell’Eurozona, “non sarebbe stato accettato” e che sarebbe stata fatta “qualunque cosa necessaria” per evitarlo.

Il mercato ha interpretato l’affermazione di Draghi come una garanzia, anche se sul piano giuridico non lo è (prova ne è che lo spread tra i rendimenti dei titoli dei vari paesi si è ridotto ma non si è azzerato; se la garanzia fosse stata giuridicamente blindata e incondizionata, sarebbe andato a zero).

In effetti è stato un bluff di Draghi, rischioso ma di successo perché il mercato non si è sentito di “andarlo a vedere”.

 

domenica 14 dicembre 2025

Moneta e debito pubblico

 

Elaborazione su spunti di Giovanni Piva

Al momento della sua formazione, uno Stato acquisisce il diritto a creare moneta. La moneta è un monopolio dello Stato medesimo.

I soggetti privati non creano moneta, con l’eccezione delle banche commerciali, che tuttavia creano moneta erogando finanziamenti ma nello stesso tempo contraggono passività nei confronti dei depositanti. Questo, in quanto all'erogazione di ogni finanziamento corrisponde la formazione di un deposito nel sistema bancario. E le banche commerciali possono garantire integralmente i depositi solo grazie all’accesso al rifinanziamento della banca centrale (BC), e fintantoché dispongono di questo accesso.

Gli organismi statali che presiedono alla gestione del monopolio monetario sono il Ministero dell’Economia (ME) e la BC. Non esiste una ragione logica o tecnica per la quale le due entità debbano essere separate. E’ un assetto istituzionale che gli Stati si sono dati, ma le due entità potrebbero benissimo essere accorpate.

Il ME immette moneta nell’economia mediante il deficit pubblico, cioè mediante l’eccesso di spesa rispetto al prelievo fiscale. Nella prassi (anche se non è, neanche in questo caso, una necessità) la creazione di moneta conseguente al deficit pubblico viene attivata mediante una sorta di “gimcana”. Il ME emette titoli che vengono sottoscritti da banche commerciali, le quali ottengono la moneta mediante finanziamenti erogati dalla BC contro garanzia dei titoli stessi.

L’alternativa è che il ME utilizzi uno scoperto di conto corrente, cioè una linea di credito presso la BC. Questo avviene negli USA mentre è proibito nell’Eurozona, perché gli Stati dell'Eurozona hanno rinunciato a esercitare l'emissione monetaria e a esserne monopolisti.

Quando il ME attua un deficit pubblico, si viene a determinare un surplus per il settore privato. Famiglie e imprese si ritrovano con attività finanziarie corrispondenti alle passività finanziarie dello Stato.

Queste passività statali, peraltro, se emesse nella moneta di cui lo Stato è monopolista, sono in sostanza una finzione. Lo Stato non può essere forzato all’insolvenza su queste passività. L’unica preoccupazione è che l’immissione di moneta nel settore privato non stimoli domanda eccedente la capacità produttiva del sistema economico, generando inflazione invece di produzione e occupazione.

Il surplus del settore privato può essere impiegato in titoli emessi dallo Stato, ma questa emissione non ha lo scopo di finanziare lo Stato medesimo. E’ una forma di impiego per il risparmio finanziario che SI E’ GIA’ FORMATO nel settore privato come conseguenza del deficit pubblico. E’ solo uno spostamento del risparmio finanziario da un conto corrente a un conto titoli. E’ come travasare un litro d’acqua da un bottiglia di plastica a una bottiglia di vetro.

I titoli di Stato giungono periodicamente a scadenza e ne vengono emessi di nuovi. Se i nuovi non venissero, in tutto o in parte, sottoscritti, la BC potrebbe in qualsiasi momento acquistarli. L’”acqua” in circolazione resterebbe la stessa, cambierebbe solo il contenitore.

Il debito pubblico diventa un vero debito solo nel caso in cui i titoli vengano emessi in una moneta di cui lo Stato non ha il monopolio di emissione. Come nell’Eurozona.

 

domenica 19 ottobre 2025

Il problema del debito pubblico in moneta estera

 

Il debito pubblico in moneta sovrana non è un problema, il debito pubblico in moneta estera può esserlo: perché la moneta sovrana può essere liberamente emessa dallo Stato debitore, la moneta estera no.

Dovrebbe essere un concetto ovvio, eppure paradossalmente viene contestato da alcuni sostenitori della MMT (che però IMHO la MMT non l’hanno capita fino in fondo) e, allo stesso tempo, da alcuni euroausterici.

I sedicenti MMTers dicono: debito in moneta sovrana o in moneta estera non fa differenza perché lo Stato debitore può sempre “utilizzare il cambio”. Altrimenti detto, può (nel secondo caso) emettere moneta propria, cambiarla nella moneta estera ed estinguere il debito. Non è un problema, perché non ha limiti all’emissione della moneta sovrana, giusto ?

Gli euroausterici partono dalla medesima riflessione per arrivare alla conclusione opposta. Il debitore può emettere moneta sovrana, usarla per comprare moneta estera ed estinguere il debito, quindi il debito pubblico non dovrebbe essere mai un problema. Ma nella realtà non è così. L’Argentina non è mai stata in grado di emettere pesos per comprare dollari in misura sufficiente ad estinguere il debito, e da decenni passa da un default all’altro sul debito in dollari. Quindi, ne deducono certi euroausterici, disporre di una moneta sovrana non elimina il problema del debito pubblico. Per cui il debito è debito, ed è un potenziale problema a prescindere dalla moneta di denominazione.

Elaborando su un concetto suggeritomi da Giovanni Piva, si arriva a identificare l’errore insito in queste argomentazioni. E ci si arriva riflettendo su un caso limite. Se fosse sempre possibile cambiare moneta sovrana per acquistare moneta estera, uno Stato potrebbe produrre ZERO PIL, indebitarsi in moneta estera per finanziare tutta la spesa interna (consumi, investimenti, spesa privata, spesa pubblica, qualsiasi cosa) ed emettere moneta propria per – dopo averla cambiata – estinguere il debito.

Ovviamente non è così, perché la moneta di uno Stato che non produce nulla non vale nulla.

Sempre ovviamente, uno Stato che non produce nulla non esiste. Ma è chiaro che senza arrivare al caso limite, può esistere uno Stato che si indebita in moneta estera in misura eccessiva rispetto al suo potenziale produttivo. E quello Stato NON può utilizzare il cambio per risolvere il problema. Semplicemente, il tentativo di cambiare moneta sovrana in moneta estera in quantità sufficiente fa crollare il cambio a livelli tali da rendere la manovra impossibile.

Per cui: no, il debito in moneta sovrana non è un problema – non è neanche vero debito. Mentre sì, il debito in moneta estera è debito, e può essere un guaio. E il motivo è che lo Stato ha pieno controllo sulla quantità di moneta sovrana emessa, ma non ha controllo sulla moneta estera che qualcun altro sarà disposto a scambiare con la sua moneta sovrana: non ha controllo né sulla quantità né sulle condizioni.

 

giovedì 2 ottobre 2025

Moneta: Valore legale e accettazione fiscale

 

Da alcuni scambi di opinioni con Giovanni Piva è emerso un tema che vale la pena di chiarire e ribadire una volta di più.

Quello che dà valore alla moneta non è il suo cosiddetto “valore legale”.

Valore legale significa che nel territorio dello Stato qualsiasi obbligazione finanziaria denominata nella moneta ufficiale del paese può essere estinta consegnando il corrispondente quantitativo della moneta medesima.

Ma per “moneta” s’intendono, nel caso specifico, solo banconote e monete metalliche. Un assegno o un bonifico bancario non hanno valore legale in quanto rappresentano un trasferimento di depositi: e i depositi bancari sono crediti nei confronti di un istituto. Che si impegna a consegnare al titolare un pari quantitativo di moneta legale, ma potrebbe anche rivelarsi insolvente, e quindi venir meno al suo impegno.

Per dare valore alla moneta, è molto più importante l’accettazione da parte dello Stato per estinguere le obbligazioni fiscali. Lo Stato intermedia, sotto forma di prelievo fiscale, quasi la metà del PIL. Se lo Stato accetta un bonifico bancario in pagamento di IVA o IRPEF, questo è un presupposto di valore estremamente forte.

Che cosa significa ? che anche se legalmente un privato non è obbligato ad accettare un bonifico, cioè il trasferimento a suo favore di un deposito bancario, in pratica non si farà problemi, perché ha la garanzia di poterlo utilizzare per pagare tasse.

Il presupposto su cui si regge il progetto Moneta Fiscale è proprio che lo Stato può dare valore a un titolo accettandolo in pagamento di obbligazioni d’imposta, anche nel contesto dell’Eurozona.

Se si utilizza la Moneta Fiscale, lo Stato si riappropria, a tutti gli effetti pratici, della sovranità monetaria, anche se si continua a usare l’euro come moneta legale.

L’emissione di moneta legale (cioè di euro sotto forma banconote e monete metalliche) non spetta allo Stato e può essere effettuata solo dalla BCE (o su sua autorizzazione). Ma se lo Stato emette Moneta Fiscale, il monopolio BCE di emissione della moneta legale diventa irrilevante.

martedì 12 agosto 2025

Chiarimenti sull’effetto espansivo del deficit pubblico

 

Conversando con Giovanni Piva, mi sono reso conto della necessità di chiarire alcune cose in merito all’effetto espansivo del deficit pubblico e a come questo effetto (non) vari in funzione di come viene “finanziato”.

Deficit pubblico significa che lo Stato spende più di quanto preleva con le tasse. Quindi immette moneta nell’economia. Questo è (dovrebbe essere ?) chiaro a chiunque.

Tuttavia, se contestualmente lo Stato emette titoli per “finanziare il deficit”, la moneta immessa viene ritirata e quindi l’effetto espansivo sparisce. Giusto ?

NO.

Lo Stato quando spende, spende MONETA. Quella entra nell’economia.

E se lo Stato spende per stipendi pubblici o per investimenti, IMMEDIATAMENTE genera PIL. La moneta passa di mano (arrivando al dipendente pubblico o al fornitore delle opere pubbliche) che si ritrovano con un incremento del loro risparmio finanziario.

Se viene loro offerta una forma di impiego sotto forma di titoli di Stato, sono di solito interessati ad utilizzarla. Ma l’effetto espansivo sul PIL SI E’ COMUNQUE GIA’ VERIFICATO.

NON è affatto vero che “l’effetto espansivo svanisce perché la moneta precedentemente emessa viene ritirata”.

OK, obietta qualcuno, ma se invece il deficit alimenta trasferimenti (esempio, pensioni) o riduzioni di tasse, che non contribuiscono direttamente al PIL ?

In questo caso l’effetto espansivo avviene per la quota di trasferimenti / riduzioni di tasse che si trasforma in spesa del ricevente, e non in crescita del suo risparmio personale. Una stima plausibile è che l’80% sia spesa e il 20% sia risparmiata.

Bene, su 1.000 euro di deficit 800 verranno spesi, e accresceranno le disponibilità finanziarie dei fornitori di beni e servizi verso cui la spesa si è diretta. I quali saranno poi interessati a utilizzare i titoli di Stato, SE vengono emessi, come strumento di impiego delle LORO accresciute disponibilità finanziarie. I 200 resteranno ai percipienti, i quali a loro volta li impiegheranno – magari in titoli di Stato.

Spero a questo punto sia chiaro che l’effetto espansivo del deficit pubblico deriva dalla quota di deficit che viene SPESA IN BENI E SERVIZI, a prescindere che il deficit pubblico si accompagni all’emissione di titoli di Stato – o meno.

Un altro esempio che forse aiuta a chiarire ulteriormente quanto sopra. Immaginiamo che lo Stato spenda non utilizzando la moneta ma DIRETTAMENTE titoli di Stato. Esempio: assume un insegnante o un infermiere e lo paga in BTP. Non si usa, ma non c’è nulla di tecnicamente impossibile, e neanche di tecnicamente complesso.

L’incremento di PIL è esattamente dello stesso importo rispetto all’eventualità (di gran lunga più comune) di pagarlo in moneta.

E se paghiamo in titoli di Stato una pensione ?

Il pensionato in parte la spende (vendendo prima i BTP) e in parte trattiene i titoli come forma di risparmio.

E da dove viene la domanda per i BTP venduti dal pensionato ?

Dal fatto che la spesa del pensionato in beni e servizi accresce le disponibilità finanziarie del fornitore dei beni e servizi medesimi.

In sintesi: che a fronte del deficit pubblico si emettano titoli di Stato o meno; che la spesa pubblica avvenga in moneta o in titoli; NON CAMBIA NULLA riguardo all’effetto di espansione del PIL.

L’effetto espansivo nasce DA UN’ALTRA COSA: dalla quota di deficit che alimenta, direttamente o indirettamente, la spesa in beni e servizi.

E l’emissione di titoli di Stato non vanifica nulla dell’effetto espansivo perché “la moneta precedentemente emessa viene ritirata”.

Conta la maggior disponibilità di potere d’acquisto a disposizione dell’economia (che il deficit automaticamente incrementa, sia che vengano sia che non vengano emessi titoli) e la propensione a spendere questo potere d’acquisto.

 

sabato 9 marzo 2024

Il debito finto non è una necessità

 

Il mio decalogo / undecalogo è la sintesi di quello che tutti dovrebbero capire sulla finanza pubblica. Ma se dieci o undici punti vi sembrano troppi, cercate, vi prego, di averne ben chiaro almeno uno: questo.

Uno Stato che emette moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare le proprie attività. NON NE HA BISOGNO. ASSOLUTAMENTE NO. IN NESSUN MODO. 

Uno Stato che emette moneta spende per attuare le sue finalità, e poi preleva con le tasse una parte di quello che ha speso, per evitare eccessi di inflazione e per ridistribuire il reddito e il risparmio tra i cittadini.

Non esiste NESSUNA ragione, ma proprio nessuna, per cui lo Stato dovrebbe far ricorso a una banca centrale “indipendente” (da chi ?) o peggio ancora ai mercati finanziari.

Non ha in effetti nessuna motivazione economica l’esistenza di un istituto di emissione indipendente dallo Stato. L’emissione monetaria è un fondamentale strumento di gestione dell’economia, quindi una leva che deve essere manovrata da un governo democraticamente eletto e soggetto al giudizio dei cittadini.

SE NO, SOGGETTO A CHI ?

Il cosiddetto debito pubblico, come dice il mio amico Giovanni Piva, quando è espresso in moneta sovrana è un debito FINTO. Posso sempre, io Stato, emettere moneta per rimborsarlo e rifinanziarlo.

E’ uno strumento non indispensabile, ma utile per fornire ai cittadini uno strumento di impiego del proprio risparmio. Né più né meno di questo.

Uno Stato sovrano emette e gestisce la propria moneta. NON LA DEVE CHIEDERE A NESSUNO.

domenica 12 marzo 2023

Silicon Valley Bank: Lehman 2, la vendetta ?

 

Il mio amico Giovanni Piva mi ha posto la domanda che in questi giorni è sulle labbra un po’ di tutti: il crac della Silicon Valley Bank (e i problemi di altri istituti bancari USA) sono fenomeni tutto sommato abbastanza contenuti e isolati, o provocheranno un effetto domino analogo alla crisi finanziaria del 2008 ?

In sintesi: SVB è la nuova Lehman Brothers ?

La mia risposta è: non è impossibile ma è molto improbabile.

Nessuna crisi finanziaria sistemica è inevitabile. Le autorità pubbliche hanno sempre la possibilità di bloccarle sul nascere, ricapitalizzando e/o garantendo il passivo delle istituzioni coinvolte, o comunque a rischio.

La deflagrazione di una crisi del genere quindi avviene, se avviene, perché non si concretizza la volontà politica di intervenire in modo adeguato.

Perché non è successo nel 2008 ? perché, dopo che in effetti parecchi salvataggi erano stati effettuati – Washington Mutual, Freddie Mac, Fannie Mae, eccetera – la Federal Reserve e il governo USA sono stati investiti da violente critiche in merito all’utilizzo di soldi pubblici per tamponare i dissesti.

Quando i problemi sono esplosi in Lehman, le autorità hanno deciso che un’ulteriore intervento non era “politicamente accettabile”. Il risultato è stato un’insolvenza disordinata che ha rischiato di portare al collasso l’intero sistema finanziario mondiale.

A quel punto gli interventi ci sono stati, e per dimensioni molto maggiori di quanto sarebbe stato sufficiente per Lehman. Si è dovuti intervenire su Citigroup, su Bank of America, e su parecchie altre situazioni.

I ritardi negli interventi sono stati influenzati anche dal contesto politico. Bush jr era a fine mandato e non controllava più le voci dissenzienti dei congressisti del suo stesso partito. E dopo le elezioni dei primi di novembre 2008 (il fallimento Lehman era avvenuto a metà settembre) sono passati i canonici due mesi prima dell’insediamento di Obama. Ciò ha causato un ritardo nel varo dei necessari pacchetti fiscali e ha prolungato la crisi di altri mesi.

Oggi queste complicazioni politiche non ci sono. E soprattutto, il ricordo del 2008 è troppo fresco. Certo, sono passati quindici anni (il tempo vola) ma quindici anni fa i decisori di oggi era già adulti, vaccinati e in posizioni di responsabilità. Non stiamo parlando della Grande Depressione, di cui tutti hanno letto ma che nessuno ha vissuto.

Quindi a uno stallo politico che lasci deflagrare la situazione, quand’anche (cosa che al momento non so) fosse potenzialmente grave quanto quella del 2008, non credo. Fermo restando che un minimo di rischio c’è sempre, perché la follia dei comportamenti umani (specialmente di quelli collettivi) è imprevedibile.

Mi pongo piuttosto un’altra domanda. Ma se è vero che una grossa parte del problema SVB è nato dalla perdita di valore non di attivi di bilancio arcani e astrusi, ma di banalissimi titoli di Stato USA…

…titoli che hanno perso di valore perché comprati quando i tassi erano vicini a zero, mentre oggi sono al 4-5%...

…ma perché il tesoro USA (ma anche quello degli altri paesi) non si finanzia con titoli a tasso variabile, tipo i buoni vecchi CCT che ai bei tempi della lira erano molto popolari tra i risparmiatori italiani, e che sterilizzano automaticamente il rischio tassi d’interesse ?

Risposta triste, ma è la realtà: perché i titoli a tasso fisso si prestano molto di più alla speculazione. E piacciono quindi alle istituzioni finanziarie, che sui ministeri e sulle banche centrali non dovrebbero avere, ma nella realtà hanno, molta influenza.

Al trader che specula, i titoli a tasso fisso piacciono. Se poi qualcosa va storto ci penserà lo Stato a ripulire i cocci. Loro, un po’ di anni a colpi di bonus milionari se li saranno comunque fatti.