Visualizzazione post con etichetta Michal Kalecki. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michal Kalecki. Mostra tutti i post

mercoledì 26 marzo 2025

"Esperti economici" ?

 


Non era il caso neanche nel "recente passato" (recente rispetto al 1943) che gli economisti collegati ai potentati finanziari e industriali lo ammettessero: la spesa pubblica può creare piena occupazione.

Purtroppo è ancora meno il caso adesso. E per la stessa ragione.

venerdì 9 novembre 2018

Gli equivoci sulla sovranità monetaria


Un recente articolo di Frances Coppola, nota commentatrice di temi economici, ha suscitato un ampio dibattito e anche provocato una certa sorpresa, quantomeno in alcuni lettori.

La sorpresa sta già nel titolo: “The Myth of Monetary Sovereignty” ci si sarebbe aspettati di vederlo utilizzato da un sostenitore dell’eurosistema, non da questa autrice che è, al contrario, una fervente eurocritica.

La mia opinione, comunque, è che siamo in presenza di equivoci abbastanza consueti, ma in definitiva anche abbastanza facili da chiarire, in merito al ruolo e alla valenza della sovranità monetaria (definita come la potestà di uno stato di emettere una propria moneta).

Per comprendere questi equivoci, una via molto efficace è rileggere l’attacco di un famosissimo pezzo di Michal Kalecki, “Political Aspects of Full Employment”, che già nel 1943 affermava con grande chiarezza che

“A solid majority of economists is now of the opinion that, even in a capitalist system, full employment may be secured by a government spending programme, provided there is in existence adequate plan to employ all existing labour power, and provided adequate supplies of necessary foreign raw-materials may be obtained in exchange for exports”.

I benefici potenziali della sovranità monetaria emergono già chiaramente dal paragrafo sopra citato.

La sovranità monetaria consente di ottenere il pieno impiego delle risorse produttive a disposizione, purché il governo immetta nell’economia un adeguato (e correttamente allocato) livello di risorse finanziarie, e purché si rispetti il vincolo dell'equilibrio nei saldi commerciali esteri (“adeguate forniture di materie prime estere possano essere ottenute in cambio delle esportazioni”).

Che cosa si sta dicendo ? che la sovranità monetaria è lo strumento a disposizione dello Stato per ottenere il pieno impiego, ma ovviamente non è l’albero degli zecchini d’oro: non consente di produrre più di quanto le risorse fisiche del paese (in particolare, la risorsa-lavoro) permettano.

E che anche in presenza di sovranità monetaria, debbano essere mantenuti in equilibrio i saldi commerciali esteri, perché altrimenti il paese accumulerebbe indebitamento verso l’estero, denominato in una moneta straniera (diversa, cioè, da quella che il paese stesso emette).

Il vincolo dei saldi commerciali esteri in equilibrio è decisamente meno stringente se lo stato in questione emette una moneta che è universalmente accettata per i pagamenti internazionali. Questa situazione – quella, oggi, degli USA, e di nessun altro paese (perlomeno, non in misura comparabile) - rende molto meno critico l’accumulo di debito estero (perché lo si accumula in moneta nazionale, non straniera).

Va anche aggiunto che consumare sistematicamente più beni e servizi di quanti se ne producono genera comunque, a lungo andare, il rischio di erodere la struttura produttiva del paese. Ma non c’è comunque dubbio che il vincolo di equilibrio nel commercio estero sia molto più lasco per gli USA che per chiunque altro

Per il “chiunque altro”, tuttavia, cioè per qualsiasi stato diverso dagli USA, valgono entrambi i concetti impliciti in quanto afferma Kalecki:

Un adeguato programma di spesa pubblica netta ovviamente NON permette a un paese di generare più reddito di quanto consentito dalla sua capacità produttiva – MA è lo strumento adeguato per evitare il sottoutilizzo delle sue risorse produttive (sottoutilizzo che implica disoccupazione e sottoccupazione).

Nello stesso tempo, tuttavia, generare sistematicamente deficit commerciali implica (sempre salvo il caso degli USA) accumulo di debito in moneta estera: il che è rischioso.

Detto questo, se uno Stato non emette la sua moneta, che cosa accade ? che TUTTO il debito del paese, pubblico e privato, per definizione è in valuta estera ! Quel paese si trova inevitabilmente in una situazione che presenta un grosso potenziale di pericolosità.

Uno Stato che emette la propria moneta, al contrario, non ha necessità di indebitarsi in valuta, e in particolare non ha bisogno di emettere titoli di debito pubblico in moneta estera.

Occorre comunque porre attenzione al debito privato in moneta estera, situazione in cui una serie di operatori si verranno a trovare se i saldi commerciali esteri sono tendenzialmente deficitari. Ma per la verità, anche con saldi complessivamente in equilibrio, ci saranno aziende che accumulano surplus di valuta e aziende che accumulano deficit, quindi che si indebitano.

Il debito privato in moneta estera è anch’esso un problema, perché può destabilizzare aziende nonché (anche e soprattutto) banche e intermediari finanziari, il che in condizioni sfavorevoli pone il governo nella condizione di accettare che si creino situazioni di dissesto, oppure di intervenire con azioni di sostegno. Due alternative entrambe alquanto complicate, sgradevoli e (a dir poco) difficili da gestire.

Tiro le mie conclusioni.

La sovranità monetaria, o per meglio dire l’estrema utilità della sovranità monetaria, è tutt’altro che un mito. Privarsene rischia di creare guai molto, molto grossi.

Detto questo, anche in presenza di sovranità monetaria, saldi commerciali esteri in equilibrio sono un obiettivo di assoluto rilievo per l’azione di politica economica del governo.

Limitare i movimenti di capitali è necessario ? de minimis, è necessaria un’azione da parte delle autorità per evitare che singole entità aziendali o bancarie, di dimensione e rilevanza sistemica, accumulino eccessi di passività in valuta, per ragioni commerciali o (ancora di più) a seguito di transazioni finanziarie.

La sovranità monetaria dà certezza che questi obiettivi vengano raggiunti ? evidentemente no, PERO’ fornisce gli strumenti di prevenzione (flessibilità del cambio, detassazione delle produzioni interne), e/o d’intervento successivo (sostegno ad aziende di importanza sistemica), senza le quali stabilizzare il sistema, evitare le crisi o comunque risolverle con rapidità ed efficienza diventa molto, ma molto più difficile.

La sovranità monetaria non risolve tutti i problemi dell’economia (e chi l’ha mai detto ?).

Ma essersene spossessati complica enormemente tutta una serie di situazioni che altrimenti sarebbero prevenibili, gestibili e/o risolvibili.

E se hai commesso, come l’Italia, il gravissimo errore di entrare nell'euro, quindi di adottare una moneta troppo forte per la tua economia, e che comunque non sei tu ad emettere e a gestire ? romperlo (l’euro) è complicato e controverso, per cui…

...la via da percorrere, di gran lunga più appropriata, è il progetto CCF / Moneta Fiscale.


martedì 31 dicembre 2013

I datori di lavoro gradiscono un’economia depressa ?


La domanda se la pone Paul Krugman ed è purtroppo molto attuale.

E’ utile innanzi tutto precisare che cos’è una recessione e che cos’è una depressione economica.

OK, c’è la battuta attribuita a Ronald Reagan (ma penso l’avesse copiata da qualcun altro): “recessione è quando il mio vicino di casa perde il lavoro, depressione è quando lo perdo io”. Volendo però essere leggermente più tecnici…

Una recessione è una fase di temporaneo declino dell’economia di un paese. Il declino può essere misurato sulla base di vari parametri, e le due alternative più comuni sono il PIL e l’occupazione.

Attualmente l’andamento dell’economia è così sconfortante che basta un trimestre in cui il PIL reale ha una variazione del più zero virgola qualcosa, o anche dello zero spaccato, perché si senta dire che “la recessione è finita”.

Più propriamente, però, si parla di espansione e di recessione con riferimento all’occupazione. Quando il PIL reale cresce abbastanza rapidamente per ridurre la disoccupazione si parla di espansione, altrimenti di recessione.

Per non essere in recessione dal punto di vista dell’occupazione non basta quindi un più zero virgola qualcosa. Occorre una crescita che assorba l’incremento della forza lavoro tenuto conto anche della crescita demografica, dell’incremento del capitale industriale e dei miglioramenti della produttività (dovuti soprattutto alla tecnologia).

Fino agli anni Ottanta questo richiedeva che il PIL reale si espandesse a tassi medi annui intorno al 2,5-3%, oggi probabilmente basta l’1,5%-2%. Il che significa che il più zero virgola espande il PIL ma continua a produrre l’aumento della disoccupazione. L’Italia nella migliore delle ipotesi oggi è in questa situazione, quindi la recessione non è affatto finita (dal punto di vista dell’occupazione).

Ma ancora più importante, e più grave, è che tutte le economie occidentali – nel loro complesso – sono in depressione.

Depressione è quando l’economia cade in una situazione permanente di forte sottoutilizzo della sue capacità produttiva, quindi di disoccupazione alta e continua.

E’ la tipica situazione che si verifica dopo lo scoppio di una grande bolla speculativa: come avvenuto nel 1929 e nel 2008.

La crisi di fiducia e l’eccesso di indebitamento (privato, non pubblico) è tale che anche se le banche centrali portano i tassi sostanzialmente a zero, la domanda non riparte. Occorre un intervento dello stato per produrre un recupero della domanda sufficiente a risolvere la depressione.

Gli USA non sono ancora usciti dalla depressione: il PIL ha ripreso a crescere e la disoccupazione sta scendendo (quindi la recessione è finita) ma è ancora ben superiore ai livelli pre-crisi, e la banca centrale è tuttora lontana dal momento in cui potrà riportare i tassi d’interesse a livelli normali (anzi sta continuando ad effettuare massicce azioni di quantitative easing, anche se ha da poco annunciato che ne ridurrà, molto gradualmente, l’intensità).

Il Regno Unito è grosso modo nella stessa situazione (un po’ peggio).

Sconforta parlare dell’Eurozona: qui, “grazie” alle politiche di austerità avviate da metà 2011 in poi, abbiamo recessione e depressione insieme.

Bene (si fa per dire). Torniamo a quanto dice Krugman. Molto semplicemente, nota in questo recente articolo che i datori di lavoro, le grandi aziende statunitensi, non sembrano animate da una gran fretta di mettere velocemente termine alla depressione. Anzi: “potete facilmente radunare una folta schiera di prestigiosi CEO per sottoscrivere un documento che chieda di “Sistemare il Debito Pubblico”; non combinate nulla se il messaggio è “Sistemare l’Economia”” (vale a dire l’occupazione).

Se tutto questo vi sembra illogico, cambierete idea dando un’occhiata ai dati su costo del lavoro e utili aziendali USA dal 2007 a oggi.
 
 

Quando la crisi è esplosa, a fine 2008, gli utili sono calati molto più delle retribuzioni. E più veloce è stato il recupero quando si è iniziato a risalire la china.

La remunerazione del capitale è più volatile di quella del lavoro, e questo è comprensibile. Il problema è un altro: oggi le retribuzioni USA sono più alte del 10% rispetto al 2007. Gli utili, del 60%.

In un’economia ancora depressa, con disoccupazione tuttora decisamente elevata, le aziende hanno beneficiato di una dinamica salariale molto contenuta. E il 60% di crescita degli utili in sei anni non è, diciamo, una cosa che faccia sentire i datori di lavoro particolarmente insoddisfatti.

Krugman nota che anche con un’economia che non sta viaggiando alla sua normale velocità di crociera, dal punto di vista delle aziende mantenere livelli di attività più bassi del potenziale è compensato dalla maggiore forza contrattuale con i dipendenti: quindi retribuzioni più basse. Completamente compensato ? difficile da dire, ma di sicuro le aziende non soffrono di grandi problemi per lo stato “moderatamente depresso” dell’economia.

Ma c’è dell’altro, e ancora una volta i grandi del passato hanno parecchio da insegnare. Basta leggere che cosa diceva nel 1942 Michal Kalecki, in un articolo (la trascrizione di una conferenza, in effetti) tutto da leggere e meditare, “Political Aspects of Full Employment”:

“Chiaramente, una maggior produzione e occupazione beneficia non solo i lavoratori ma anche gli imprenditori, in quando genera maggiori livelli di profitti”. Ma senza nemmeno toccare il punto dei minori costi di lavoro che compensano gli effetti sugli utili di un’attività (moderatamente) depressa, ci sono altri temi più politici che economici, che spingono gli imprenditori a non provare un grande entusiasmo per il pieno impiego. Kalecki li sintetizza così:

“L’attitudine negativa verso l’interferenza governativa in quanto tale, riguardo al problema dell’occupazione. L’attitudine negativa verso la direzione dell’intervento governativo (investimenti pubblici e sovvenzioni al consumo). L’attitudine negativa verso i cambiamenti politici e sociali derivanti dal mantenimento del pieno impiego”.

Pur notando che “una solida maggioranza di economisti è oggi del parere che, anche in un sistema capitalistico, il pieno impiego possa essere assicurato da un adeguato programma di spesa governativa”, Kalecki era meno ottimista di Keynes. Che fosse possibile, era chiaro a entrambi. Che, avendo compreso come ottenere il pieno impiego, le classi dirigenti avrebbero agito in modo da mantenerlo in modo permanente, era un’altra questione.

Da cinque anni in qua, il mondo occidentale sta dando molte ragioni allo scetticismo di Kalecki, ben poche all’ottimismo di Keynes.

Specialmente in Europa.

Speriamo ancora per poco.

martedì 27 agosto 2013

CCF: un progetto kaleckiano ?


Michal Kalecki (1899 – 1970), economista polacco, è spesso definito un precursore delle idee esposte nella “Teoria Generale” di Keynes.
 
In effetti, prima di Keynes e indipendemente da lui, Kalecki formulò una serie principi generali di fondamentale importanza, in merito tra l’altro all’utilizzo di politiche governative di sostegno della domanda per portare i sistemi economici alla piena occupazione.
 
Keynes riconobbe la priorità di Kalecki nel pubblicare queste tesi, anche se fu l’economista inglese a renderle note a livello internazionale. Kalecki non fu aiutato, da questo punto di vista, dal fatto di scrivere in polacco.
 
Nello sviluppare e nel descrivere i contenuti del progetto Certificati di Credito Fiscale, l’ho frequentemente definito un’innovazione di politica economica di matrice keynesiana.
 
Tre elementi del progetto CCF sono di particolare rilievo.
 
Il primo elemento è la possibilità, per i vari paesi appartenenti all’Eurozona, di introdurre titoli di Stato (i Certificati di Credito Fiscale, appunto) che il governo emittente si impegna non a rimborsare in cash, ma ad accettare (in futuro) per onorare obbligazioni finanziarie nei suoi confronti. In primo luogo, quindi, per pagare tasse.
 
Non si tratta quindi di debito, bensì di un equivalente della moneta. I vari stati, senza uscire dal sistema euro, recuperano la facoltà di emettere una forma di moneta nazionale.
 
Il secondo elemento del progetto è l’emissione di CCF per effettuare azioni di sostegno della domanda in misura sufficiente a riportare l’economia a normali ed adeguate condizioni di occupazione.
 
I CCF vengono attribuiti gratuitamente a lavoratori, aziende e allo Stato medesimo.
 
I lavoratori migliorano così il loro reddito. Le aziende abbassano i loro costi (con un immediato recupero di competitività). Lo Stato utilizzano i CCF per ulteriori azioni di sostegno alla spesa (sovvenzioni a categorie disagiate, rafforzamento di spesa sociale, interventi in territori colpiti da calamità naturali, accelerazione di pagamenti ad aziende fornitrici della pubblica amministrazione eccetera).
 
Il terzo elemento è che la porzione di CCF destinata a ridurre i costi delle aziende va dimensionata in modo da abbassare i costi produttivi delle aziende operanti nei vari stati fino al livello che consente ai paesi meno efficienti dell’Eurozona (i paesi mediterranei, in pratica) di colmare la differenza con i paesi dell’ex area marco (la Germania in primo luogo).
 
Quindi, riportare il costo del lavoro per unità di prodotto dei vari stati a livelli all’incirca uguali, ottenendo per un’altra via il risultato che – in regime di valute nazionali e cambi flessibili – verrebbe conseguito mediante un riallineamento valutario.
 
Il riallineamento dei costi di lavoro per unità di prodotto ha anche la finalità di impedire che, tra i vari stati dell’Eurozona, si producano sbilanci commerciali sistematici. I paesi che migliorano la loro competitività mediante l’introduzione dei CCF hanno l’obiettivo di recuperare contemporaneamente piena occupazione ed equilibrio della loro bilancia commerciale.
 
Pochi giorni fa mi sono imbattuto in questa citazione.
 
“La piena occupazione può essere assicurata da un programma di spesa pubblica, a condizione che esista un adeguato piano per impiegare tutta la forza lavoro esistente, e purché adeguate forniture di materie prime estere possano essere ottenute in cambio delle esportazioni”.
Michal Kalecki, 1943
 
Due precisazioni un po’ pignole: il “programma di spesa pubblica” dal punto di vista della formulazione del progetto CCF è più precisamente un “programma di sostegno pubblico alla spesa” – spesa che in buona parte è, alla fine, privata.
 
E l’”adeguato piano per impiegare tutta la forza lavoro esistente” sempre dal punto di vista del progetto CCF non significa necessariamente espandere (o espandere solo) il pubblico impiego, ma anche e soprattutto l’occupazione delle aziende private (grazie al recupero generale della domanda).
 
Ma stiamo comunque parlando di: politica pubblica di sostegno alla spesa, e conseguimento del pieno impiego, rispettando il vincolo di saldi commerciali esteri in equilibrio.
 
Direi quanto basta per definire i CCF un progetto kaleckiano.