Giovedì 6 maggio
la Ragioneria Generale dello Stato ha chiesto lo stralcio di un emendamento al
DL Sostegni, presentato da M5S e Lega e sostenuto da tutte le principali forze
politiche (anche di opposizione). Finalità, rendere cedibile il credito
d’imposta per l’acquisto di beni strumentali, previsto dal Piano Transizione 4.0:
il “superbonus per le aziende”.
Le reazioni sono
state decisamente vivaci e il M5S in particolare si è espresso in termini molto
combattivi, minacciando addirittura di non votare la fiducia al governo.
Non ci si
arriverà: ma l’azione della RGS solleva perplessità enormi. Chi scrive ha molto
a cuore il tema, avendo da anni (insieme a Biagio Bossone, Massimo Costa e
Stefano Sylos Labini) animato il Gruppo della Moneta Fiscale, che propone
soluzioni di rilancio dell’economia mediante, appunto, emissione di crediti
utilizzabili in compensazione di impegni fiscali.
Le motivazioni
addotte dalla RGS sono francamente astruse. Un credito fiscale a utilizzo
differito genera impatti negativi sul deficit e sul debito pubblico futuri: questo,
a parità di condizioni. In realtà, la sua erogazione ha nel frattempo effetti
compensativi, immediati, di stimolo all’economia.
Ignorare questi effetti
compensativi e predisporre coperture a fronte degli impatti futuri (come già
previsto) è fortemente conservativo, ma ha quantomeno una sua coerenza.
Ma la RGS va ben
oltre: argomenta che se i crediti fiscali sono liberamente cedibili (dal
beneficiario originale ad altri soggetti) allora “potrebbero”, anche alla luce
di future ed eventuali (!) modifiche dei regolamenti Eurostat, costituire
debito già al momento dell’emissione.
Un’arrampicata
sugli specchi. Con questa “logica” bisognerebbe affermare che un BTP
(negoziabile sul mercato) è debito pubblico, ma un finanziamento che l’Italia
dovesse mai contrarre con il Fondo Monetario Internazionale (non negoziabile)
non lo è !
Sorge il dubbio
che la RGS sia influenzata da spinte politiche. I crediti fiscali negoziabili
sono un potentissimo strumento di rilancio dell’economia: prova ne è l’enorme
interesse che stanno suscitando, a partire dal Superbonus 110%.
Piccolo
“difetto” agli occhi dell’establishment filo-Bruxelles: sono una leva in mano
agli Stati e contrastano quindi il trasferimento di potere verso la UE.
Una posizione
inaccettabile. Le regole dell’eurosistema vanno cambiate, ormai è riconosciuto:
perché hanno dimostrato la loro catastrofica inadeguatezza, e perché ci sono da
recuperare i danni economici del Covid.
Ma il processo
di revisione è farraginoso e dubbio nei risultati. Le discordanze tra Stati sono
enormi. La UE nel frattempo ha approvato uno strumento (il NextGenerationEU)
inadeguato nella dimensione, complicatissimo nell’attuazione, e comunque ancora
non attivo (dopo un anno) a causa delle forti opposizioni all’interno di vari
parlamenti nazionali.
Se gli
interventi a livello centrale non decollano o sono carenti, gli Stati devono poter
supplire. Altrimenti (già lo constatiamo) i tempi di recupero dell’economia
dell’Eurozona saranno sempre più lenti rispetto ad America ed Asia. Altro che
“forza in grado di competere con i grandi blocchi mondiali”: l’Eurozona si condanna
all’irrilevanza.
Temi di enorme
rilievo. L’azione della RGS va quindi fortissimamente contrastata a livello
politico. Non sono astrusi tecnicismi. C’è di mezzo il futuro del nostro Paese
e del continente.