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mercoledì 28 giugno 2023

Il debito pubblico NON è una passività

 

A forza di ripeterlo forse prima o poi si riuscirà a farlo capire. Il debito pubblico NON è una “passività da ripagare” e ridurlo NON arricchisce il paese.

Il debito pubblico è un’opportunità di impiego dei mezzi finanziari che, tramite i deficit pubblici, lo Stato introduce nell’economia e che DEVONO crescere di pari passo con la crescita del PIL.

Il debito pubblico pericoloso per il paese è SOLO quello denominato in una moneta straniera troppo forte per i fondamentali della propria economia.

Per comprenderlo, basta riflettere sul fatto che l’Argentina nel 2001 è andata in default su un debito pubblico pari al 40% del PIL, MA prevalentemente denominato in dollari.

Il debito pubblico pericoloso per l’Italia, per la stessa ragione, è quello da rimborsare in euro.

NON è pericolosa la Moneta Fiscale, quand’anche la si volesse etichettare “debito” (cosa che la stessa Eurostat ha precisato NON essere il caso).

martedì 16 maggio 2023

Moneta Fiscale e debito di Maastricht

 

Semplifichiamo e sintetizziamo il tema della Moneta Fiscale e del suo impatto sulla finanza pubblica.

Eurostat ha stabilito due principi (lasciamo perdere se giusti o sbagliati) molto chiari: la Moneta Fiscale aumenta il deficit quando viene emessa, ma non è debito pubblico (nel senso in cui il debito pubblico viene definito dal trattato di Maastricht).

I critici del progetto Moneta Fiscale ribattono: oggi non è debito, ma prima o poi la MF verrà usata per compensare tributi da pagare, quindi A PARITA’ DI ALTRE CONDIZIONI aumenterà il debito pubblico.

Certo: ma questo è un evento futuro, non attuale. Se il problema è far declinare il debito di Maastricht (in proporzione al PIL) siamo nel campo delle previsioni: la Moneta Fiscale aumenterà (in futuro) il debito A PARITA’ DI ALTRE CONDIZIONI, ma le “altre condizioni” NON sono pari, perché nel frattempo l’immissione di Moneta Fiscale nell’economia avrà stimolato PIL e gettito erariale lordo.

Quindi l’impatto sul debito va valutato tenendo conto degli effetti compensativi, e SOLO NEL CASO in cui questi effetti non fossero sufficienti, occorrerà IN FUTURO intervenire.

E qui entrano in gioco gli interventi previsti dalle clausole di salvaguardia non procicliche: sostituire spese in euro con spese in Moneta Fiscale, imporre tasse in euro compensate da Moneta Fiscale, allungare il periodo di utilizzabilità della Moneta Fiscale riconoscendo interessi, collocare titoli a lunga scadenza rimborsabili in Moneta Fiscale.

Finché il debito di Maastricht (in rapporto al PIL) scende conformemente agli impegni presi in sede UE, nel caso anche mediante l’utilizzo delle clausole di salvaguardia, non c’è nessun problema – e nessun motivo per cui la commissione UE si debba intromettere, chiedendo tagli o tasse o altri interventi restrittivi.

Se poi un paese esagererà nell’emettere Moneta Fiscale, creandola in eccesso rispetto al gettito lordo, svilirà il valore della SUA Moneta Fiscale nazionale. Ma non quello dell’euro.

Casomai potrà essere opportuno coordinarsi con la BCE, assumendosi un impegno a non disallineare l’inflazione rispetto alla media dell’Eurozona.

Va comunque ricordato che la Moneta Fiscale può essere utilizzata anche per mitigare l'inflazione.

 

giovedì 6 aprile 2023

Alberto Bagnai, la Moneta Fiscale e la partita doppia


In merito alla dichiarazione di voto di Alberto Bagnai, per conto del gruppo parlamentare Lega, in occasione della conversione dell’ultimo decreto legge sul tema Superbonus, mi sembrano opportuni alcuni commenti di natura tecnica. In particolare su questo passaggio:


E ancora più specificamente sulla parte finale:

“Nel momento in cui può circolare illimitatamente, un credito diventa moneta, cioè diventa un’attività finanziaria di qualcuno e, nel mondo della partita doppia, quindi, diventa anche necessariamente una passività finanziaria di qualcun altro, e quel qualcuno altro è lo Stato. Questo è scritto nel manuale Eurostat.

Quindi, punto fermo: ognuno ha diritto alle sue opinioni – e qui ne abbiamo sentite tante – ma, purtroppo, nessuno ha diritto alla sua contabilità, altrimenti si finisce nei tribunali o si finisce sotto l’attacco dei mercati”.

Se Bagnai ha detto quello che pensa, ne deriva in primo luogo che non ha letto il manuale Eurostat.

Eurostat ha infatti chiarito inequivocabilmente che la recente modifica del Manual on Government Deficit and Debt (MGDD) (intervenuta nei primi mesi del 2023, molto dopo che il Superbonus e i crediti fiscali immobiliari avevano iniziato a esistere e a circolare) NON ha cambiato nulla per quanto riguarda la definizione di debito pubblico, in particolare ai sensi dei trattati UE (il “debito di Maastricht”).

Il nuovo MGDD afferma (molto discutibilmente, ma questo è un altro discorso) che i crediti fiscali a circolazione illimitata debbano incidere sul deficit pubblico nell’anno in cui vengono emessi, e non negli anni in cui vengono utilizzati per conseguire sconti fiscali. Ma i crediti fiscali NON RIENTRANO MAI nel debito di Maastricht. Questo era vero prima e rimane vero oggi.

Sul tema della partita doppia, Bagnai aggiunge poi: “nel momento in cui può circolare illimitatamente un credito diventa moneta, cioè diventa un’attività finanziaria di qualcuno e, nel mondo della partita doppia, quindi, diventa anche necessariamente una passività finanziaria di qualcun altro, e quel qualcuno altro è lo Stato”.

Qui il punto è: “un’attività finanziaria di qualcuno” è “necessariamente una passività finanziaria di qualcun altro” ? Se leggete lo stato patrimoniale di una società ci troverete, in avere, il capitale azionario. A fronte del quale ci sono azioni possedute dagli azionisti, che sono sicuramente attività finanziarie. Ma che NON sono passività finanziarie della società, perché in avere vanno le passività E IL PATRIMONIO NETTO. E il capitale azionario rappresenta appunto la titolarità economica del patrimonio. Cosa ben distinta da una passività finanziaria.

Riassumo se non fosse chiaro: in avere vanno PASSIVITA' E PATRIMONIO, che sono due cose distinte, e il patrimonio NON è una passività, tantomeno una passività finanziaria.

E che dire della moneta ? certo, va in avere nello stato patrimoniale dell’istituto di emissione. Ma come si fa ad affermare che è una “passività finanziaria”, nel momento in cui non deve essere rimborsata a nessuno ? è appunto moneta E NON DEBITO, NON PASSIVITA'.

Le affermazioni di Bagnai sarebbero corrette solo se si definisse “passività finanziaria” qualsiasi tipo di partita che va in avere nello stato patrimoniale di una società, di un ente o anche di una persona fisica. Ma allora che senso ha parlare di passività “finanziarie” e non chiamarle passività e basta ? E comunque, anche così, le passività (finanziarie o meno) sono un cosa, la moneta è un’altra e il patrimonio netto un’altra ancora

Qui per una volta ha più logica la posizione dei trattati UE, che si preoccupano del debito pubblico, ma secondo la definizione di Maastricht. Debito che comprende quello che si va a reperire sul mercato, non i crediti fiscali. Debito che quindi NON include, assolutamente NO, la Moneta Fiscale.

In sintesi: la partita doppia dice che i conti devono quadrare, e quindi che a fronte di un movimento in dare ci deve essere un movimento in avere. A fronte di un'attività, che va in dare, ci deve essere qualcosa in avere. Ma questo qualcosa può essere una passività finanziaria, una passività non finanziaria, o qualche altra cosa ancora.

Tutto questo è perfettamente coerente con la partita doppia e con il MGDD di Eurostat. Mentre NON lo è l'intervento di Bagnai.

 

lunedì 3 aprile 2023

Moneta Fiscale da utilizzare, più che mai

 

Eurostat ha, in maniera estremamente discutibile, modificato le regole contabili, affermando che l’emissione di Moneta Fiscale, cioè di crediti fiscali liberamente trasferibili, concorre al deficit pubblico nell’anno, appunto, di emissione e non in quello di utilizzo (per beneficiare degli sconti fiscali).

Ha tuttavia anche riconosciuto non solo che l’emissione è perfettamente possibile, ma che la Moneta Fiscale in circolazione non concorre al cosiddetto “debito di Maastricht”, ovvero al debito pubblico secondo la definizione dei trattati europei.

Ovviamente l’emissione di Moneta Fiscale non concorre nemmeno al fabbisogno finanziario dello Stato: non bisogna reperire euro sul mercato dei capitali, collocando BTP o altri titoli. La Moneta Fiscale la emette fiat lo Stato.

Non si capisce quindi perché lo Stato non effettui consistenti emissioni di Moneta Fiscale, limitando invece il collocamento di BTP. La Moneta Fiscale non incrementa il debito di Maastricht e non richiede collocamento di titoli da parte del Tesoro.

Sostituire ai BTP la Moneta Fiscale, nella maggior misura possibile, come strumento di finanziamento del settore pubblico, non dà altro che benefici in termini di recupero di autonomia nella conduzione della politica economica e di emancipazione dai mercati finanziari.

Se chi sta al governo non si comporta di conseguenza, è segno che al di là delle chiacchiere, NON desidera che l’Italia recuperi autonomia e si emancipi.

Ed è il sospetto di molti.

 

domenica 26 marzo 2023

Il Superbonus e gli errori di Eurostat

 Un breve, ma estremamente chiaro e puntuale, articolo di Biagio Bossone e Massimo Costa in merito all'insensatezza della posizione di Eurostat riguardo al Superbonus.

Qui l'articolo.

giovedì 2 marzo 2023

Crediti fiscali “pagabili” che non si pagano

 

Come spiegato in alcuni degli ultimi post, in particolare qui, Eurostat ha quindi stabilito che i crediti fiscali cedibili (per esempio, ma non solo, quelli per il Superbonus) vanno a incrementare il deficit pubblico nell’anno in cui vengono emessi. Ciò in quanto sono da classificarsi come “pagabili” anche se non danno diritto a rimborso. Sono da classificare “pagabili” perché possono essere ceduti dall’assegnatario originale a un altro soggetto.

La (discutibilissima) ragione addotta è che se possono essere ceduti, prima o poi finiranno in mano a qualcuno che li userà per ridurre pagamenti di tributi, mentre se non fossero cedibili l’assegnatario potrebbe non avere “capienza fiscale”, cioè non avere imponibile sufficiente per generare tributi di dimensione pari ai crediti.

A questo punto in parecchi sono arrivati alla conclusione che lo Stato dovrà rimborsarli cash, anche se il rimborso non era contemplato all’atto dell’emissione. Il che risolverebbe il problema dei tanti titolari di crediti che non riescono a venderli perché il mercato, a causa di tutte le limitazioni e di tutte le incertezze che si sono accumulate nell’ultimo anno e mezzo, è bloccato.

Mi dispiace dar loro una cattiva notizia. NON verranno rimborsati cash. Il motivo (?) è che secondo la nuova versione del manuale Eurostat, i crediti sono “pagabili” perché possono circolare, ma questo NON introduce nessun impegno di pagamento da parte della pubblica amministrazione.

Insomma sono crediti “pagabili” (tra virgolette) ma non sono da pagarsi (senza virgolette).

Potremmo chiamarli “crediti pagabili si fa per dire”.

Se tutto questo vi sembra assurdo, vi capisco. Che vi devo dire, non ho memoria di quando mai a Bruxelles si sia partorito qualcosa che abbia un senso logico.

martedì 28 febbraio 2023

La circolazione della Moneta Fiscale

 

Mi riaggancio a un’affermazione formulata nel mio ultimo post: “più il credito [fiscale] circola, e più è probabile che parte rilevante dei crediti emessi non vengano utilizzati per compensare tributi”. Il motivo è che il credito fiscale trasferibile è una Moneta Fiscale ad ampia accettazione, e chi la detiene quindi tende, in misura significativa, a scambiarla, senza necessariamente usarla per ridurre pagamenti di tributi.

Del resto, ai tempi del gold standard la moneta era convertibile in oro a un tasso prestabilito: ma in pratica chi si presentava effettivamente alla Banca Centrale per chiedere lingotti al posto delle banconote ? nessuno, a meno che non venisse emessa così tanta moneta da ingenerare il dubbio che la Banca Centrale NON sarebbe stata in grado di onorare le eventuali richieste di conversione.

In definitiva è sempre una questione di equilibrio. I pagamenti dovuti ogni anno alla Pubblica Amministrazione, a titolo di tasse, imposte, contributi eccetera, sono dell’ordine di circa 900 miliardi. Finché la circolazione di crediti fiscali rimane nettamente al di sotto di tale importo, il dubbio che si crei un “sovraffollamento”, cioè che le richieste di utilizzo superino il prelievo fiscale lordo, non ha ragione di esistere.

Tra l’altro la proposta Minibot di Claudio Borghi era impostata sull’idea di emetterli in forma cartacea, il che secondo il proponente avrebbe avuto il risultato di stimolare la circolazione e ridurre l’utilizzo (per compensazioni fiscali). Questa affermazione però mi lascia perplesso. Se l’utilizzo è semplice e certo, il valore del titolo è garantito. Il motivo per cui il Minibot cartaceo non sarebbe in pratica massicciamente utilizzato in compensazione è che raccogliere pezzi di carta e presentarli al fisco è scomodo. Ma se è scomodo al punto da far preferire la circolazione alla compensazione, significa che la compensazione è così macchinosa da svilire il valore del titolo.

Mi convince molto di più l’idea di favorire la circolazione, e quindi di differire la compensazione, creando degli appositi conti fiscali, gestiti dal MEF, presso cui la Moneta Fiscale verrebbe depositata, offrendo un tasso d’interesse superiore ai normali conti correnti bancari. Che attualmente (in effetti da parecchi anni) rendono zero. Quindi basterebbe un rendimento dell’1% o del 2%.

La circolazione avverrebbe addebitando il conto fiscale del pagatore e accreditando quello del percettore, esattamente come si verifica per i conti bancari. Il differimento dell’utilizzo in compensazione non avverrebbe perché la compensazione “è scomoda”, ma perché è conveniente che la Moneta Fiscale rimanga sui conti fiscali (anche passando da un conto all’altro) e renda interessi.

Ancora una volta, comunque, si conferma l’infondatezza della pretesa di Eurostat. Che vuole considerare “pagabili” i crediti fiscali NON soggetti a rimborso cash ma che possono circolare, in quanto “la circolazione rende certo che verranno utilizzati per compensare pagamenti all’erario, perché prima o poi finiranno in mano a qualcuno che li userà a quello scopo”. Al contrario: la libera circolazione DIMINUISCE, non aumenta, le probabilità di utilizzo in compensazione.

domenica 26 febbraio 2023

Moneta Fiscale e gettoni telefonici

 

Nell’ultimo post ho chiarito che le recenti modifiche alle regole contabili di Eurostat non impediscono affatto l’emissione di Moneta Fiscale e non minano la sua efficacia. Eurostat ha solo affermato che i crediti fiscali utilizzabili in compensazione, se possono circolare liberamente, devono essere computati nel deficit pubblico dell’anno di emissione, non dell’anno di utilizzo.

Cambia quindi il profilo temporale del deficit, ma non l’impatto totale sul deficit. E non cambiano minimamente (neanche sotto il profilo temporale) né il fabbisogno finanziario dello Stato (non serve trovare fondi sul mercato per emettere crediti fiscali) né il debito pubblico di Maastricht (quello rilevante ai sensi dei trattati).

Ciò premesso, la modifica introdotta da Eurostat è a dir poco discutibile, e un’ulteriore argomentazione che mette in luce la sua incoerenza l’ha fornita Massimo Costa.

Per ragioni (a quanto ne so) mai ben chiarite, durante gli anni Settanta del secolo (anzi del millennio…) scorso, scarseggiavano le monete metalliche, e quindi erano spesso utilizzati succedanei per gestire le piccole transazioni. I miniassegni, le caramelle date come resto. E i gettoni telefonici.

Il gettone costava 200 lire, e veniva scambiato per quel valore. Ci pagavi il caffè oppure lo ricevevi in cambio delle mille lire quando effettuavi un acquisto che costava 800.

Il valore di 200 lire non veniva messo in discussione perché quello era il prezzo a cui la Telecom (allora ancora SIP) lo vendeva.

Se il gettone non avesse potuto circolare liberamente, è chiaro che pressoché tutti i gettoni sarebbero stati usati per telefonare (ai tempi c’erano le cabine telefoniche, e non i cellulari né tantomeno gli smartphone…). Chiaramente qualcuno sarebbe stato perso, qualcun altro dimenticato in qualche tasca di vestiti dismessi. Ma la grande maggioranza sarebbe stata usata nelle cabine telefoniche.

Poiché invece circolavano, tantissimi gettoni NON venivano, al contrario, usati per le telefonate: continuavano a passare di mano in mano.

Ecco: Eurostat pretende di considerare il credito fiscale a libera circolazione parte del deficit pubblico già all’atto dell’emissione perché afferma che la libera circolazione implica che prima o poi qualcuno (non necessariamente l’assegnatario originale, ma qualcuno a cui è stato ceduto successivamente) lo userà per ridurre i pagamenti di tributi.

È vero proprio il contrario: più il credito circola, e più è probabile che parte rilevante dei crediti emessi non vengano usati per compensare tributi, e in ogni caso è assolutamente incerto il momento futuro in cui avverrà la compensazione.

Così come cinquant’anni fa, o poco meno, i gettoni circolavano, e finché circolavano non venivano usati per telefonare…

 

venerdì 24 febbraio 2023

Superbonus, crediti fiscali, Moneta Fiscale: fare chiarezza

 

Il dibattito sul Superbonus 110% e sui crediti fiscali immobiliari, alla luce dei recenti provvedimenti del governo, ha raggiunto vette di concitazione che non contribuiscono certo a capire che cosa sta succedendo. Cerco qui di seguito di chiarire il tema.

UNO, Eurostat NON ha affatto “bocciato la Moneta Fiscale” né l’ha “messa fuori corso”. Eurostat al contrario ha pienamente riconosciuto che i crediti fiscali trasferibili, utilizzabili per compensare tributi, esistono e sono pienamente legittimi. Ha solo affermato che vanno considerati spese dello Stato all’atto dell’emissione e non minor gettito fiscale negli anni in cui verranno utilizzati; e che di conseguenza entrano nel deficit pubblico nell’anno di emissione medesimo, non successivamente.

Che cosa significa ? che cambia solo il profilo temporale del deficit, non l’impatto sul deficit complessivo. L’impatto totale rimane lo stesso ed è pari all’ammontare dei crediti emessi AL NETTO dei benefici in termini di crescita del PIL e quindi del gettito tributario.

DUE, ISTAT ed Eurostat hanno confermato che i crediti fiscali, trasferibili o meno, NON vanno computati nel “debito pubblico di Maastricht”, quello rilevante ai fini dei trattati. La ragione è semplice: lo Stato non deve approvvigionarsi di fondi per emettere crediti fiscali. Li crea dal nulla, come se si trattasse di una moneta fiat.

TRE, per lo stesso motivo, all’atto dell’emissione i crediti fiscali non producono nessun impatto sul fabbisogno di cassa dello Stato.

QUATTRO, è una bugia sfacciata, che purtroppo viene costantemente ripetuta, che il Superbonus 110% abbia prodotto un’enorme quantità di frodi. Già il 10 febbraio 2022 il direttore generale dell’agenzia delle entrate, in audizione presso la commissione bilancio del Senato, aveva chiarito che solo il 3% delle frodi accertate erano riconducibili al Superbonus. I principali “colpevoli” erano state altre categorie di bonus, in particolare il bonus facciate (46%) e l’ecobonus (34%). Il Superbonus 110% è nato con un sistema di controlli ed asseverazioni (successivamente anche rafforzati) che hanno limitato al minimo le frodi. Il che significa che le frodi non si eliminano bloccando la circolazione dei crediti (come hanno affermato Draghi tempo addietro, e Giorgetti ancora pochi giorni fa) ma introducendo un appropriato sistema di controlli – sull’emissione, non sulla circolazione. Ed è proprio il Superbonus a dimostrarlo !

Detto tutto ciò, il Superbonus ha dei difetti ? doveva essere costruito diversamente ? probabilmente sì, ma per motivi che non hanno nulla a che vedere né con le frodi né con la demonizzazione della Moneta Fiscale:

CINQUE, si sostiene che fosse eccessiva l’aliquota con cui è stato introdotto, il famoso 110%. Se si incentiva un importo addirittura superiore alla spesa effettiva viene meno la spinta, da parte di chi commissiona i lavori, a negoziare al meglio con l’azienda a cui vengono affidati. Va detto che il 110% è ripartito su cinque anni, quindi al momento della cessione del credito entra in gioco l’attualizzazione dei benefici futuri: per cui il valore riconosciuto dal compratore è sempre stato inferiore a 110%, e spesso anche a 100%. In ogni caso, questa obiezione ha un fondamento ma non mette in dubbio la validità dello strumento: casomai suggerisce (come del resto già è stato fatto) di abbassare l’aliquota di incentivo.

SEI, quello che è senz’altro un difetto del Superbonus è non aver previsto un limite dimensionale. Se non si fissa un limite totale di lavori incentivabili, per esempio su base annua, si rischia che le opere incentivate siano di ammontare superiore a quelle che il settore edilizio nazionale riesce a gestire. E questo sicuramente crea un collo di bottiglia e produce la lievitazione dei costi. Ma questo significa semplicemente che qualsiasi applicazione della Moneta Fiscale, così come qualsiasi politica economica espansiva, deve essere ben calibrata nelle sue dimensioni e modalità.

Altro che “metterla fuori corso”. La Moneta Fiscale, vale a dire i crediti fiscali trasferibili e utilizzabili in compensazione, sono uno strumento di enorme efficacia, e sarebbe folle che lo Stato italiano rinunciasse a utilizzarlo.

martedì 14 febbraio 2023

Rassegna stampa 10.2.2023 9MQ

Sul canale degli amici di 9MQ, venerdì scorso Fabio Conditi e io abbiamo prima commentato la rassegna stampa, poi (dal minuto 28'50") parlato di Moneta Fiscale, anche alla luce degli ultimi sviluppi su temi quali Superbonus ed Eurostat.

Qui sotto il video.




sabato 4 febbraio 2023

La Moneta Fiscale è più viva che mai

 

Lo scorso 1° febbraio, Eurostat ha pubblicato l’edizione aggiornata del Manual on Government Deficit and Debt (MGDD), e molti commentatori l’hanno interpretata come una campana a morto per la Moneta Fiscale.

Le edizioni precedenti del MGDD contenevano un concetto molto semplice e chiaro: concorrevano alla determinazione del deficit e del debito pubblico i  crediti verso l’erario che, se non utilizzati dal titolare per compensare (quindi per ridurre, o azzerare) il pagamento di tributi, dovevano comunque essere rimborsati cash dalla pubblica amministrazione. Si parla dei cosiddetti payable tax credits, e il concetto appare evidente dalla denominazione stessa.

I crediti utilizzabili in compensazione ma senza diritto al rimborso cash erano invece non payable tax credits, e non concorrevano al deficit e al debito pubblico.

Il nuovo MGDD invece introduce un nuovo concetto. Con una capriola semantica e logica degna di miglior causa, afferma che vanno considerati payable tax credits quelli che hanno elevata probabilità di essere effettivamente utilizzati, anche se non danno diritto a rimborso, mentre i non payable tax credits sono solo quelli che, oltre a non essere rimborsabili, hanno significative possibilità di scadere senza che nessuno li utilizzi.

Per comprendere se un credito fiscale sia payable o meno, occorre a questo punto tenere in considerazione vari fattori. Se un credito può essere ceduto a terzi, le probabilità di utilizzo aumentano, perché il compratore non effettuerebbe l’acquisto se non prevedesse ragionevolmente di utilizzarli. Ma ci sono altre cose da tenere in considerazione: la probabilità di utilizzo aumenta se il credito (anche quando non è trasferibile) ha durata temporale lunga, o addirittura indefinita; se può essere utilizzato per compensare una varietà di tributi, e non una sola categoria; se viene attribuito a soggetti tendenzialmente “capienti”; eccetera.

Riguardo alla “capienza”, prendiamo per esempio il caso dei super-ammortamenti / iper-ammortamenti, cioè dei vari provvedimenti che hanno consentito in passato di ammortizzare per un valore superiore al costo d’acquisto, a fini fiscali, cespiti acquistati da un’azienda.

I super- e iper-ammortamenti non sono mai stati trasferibili, ma è chiaro che un’azienda, prima di investire in un bene strumentale, valuta attentamente se sarà in grado di utilizzare il beneficio fiscale. Naturalmente si può sbagliare, ma è difficile che i risultati futuri siano così negativi da non permettere mai l’utilizzo totale del beneficio. A questo punto bisognerebbe affermare che i super-ammortamenti, gli iper-ammortamenti, ma a ben guardare anche gli ammortamenti ordinari (!), siano payable tax credits, da classificare nel deficit e nel debito pubblico.

Un’evidente assurdità, che nessuno si è mai sognato di sostenere. Ma diventa una possibilità concreta alla luce del nuovo MGDD.

Sorgono poi altre domande. Chi determina la probabilità che un beneficio fiscale verrà utilizzato o andrà perso ? con quali criteri ? a quale percentuale si pone la “significativa probabilità” che il beneficio fiscale non verrà utilizzato ?

E ancora: poniamo che la stima probabilistica (effettuata non si sa da chi e non si sa con quali criteri) dell’utilizzo sia il 90% per un provvedimento, e il 50% per un altro.

La conseguenza è che nel primo caso, il costo fiscale del provvedimento sarà sovrastimato del 10% (perché verrà considerato deficit e debito per 100 quando in realtà l’impatto sarà 90). Nel secondo caso il costo fiscale verrà invece stimato zero: quindi si ignorerà totalmente, ai fini del calcolo del deficit e del debito, un provvedimento che comunque genererà, a parità di condizioni, un impatto fiscale pari a metà dell’importo massimo.

Il nuovo MGDD, in altri termini, delinea un capolavoro di arbitrarietà, di ambiguità e di incoerenza.

Detto tutto ciò, la Moneta Fiscale, cioè la possibilità di emettere crediti fiscali non payable (secondo la precedente, chiara e logica, definizione) e di farli liberamente circolare, è morta ? E nello specifico, lasciamo nei guai i titolari di crediti fiscali attribuiti a seguito del Superbonus 110% e degli altri provvedimenti introdotti a beneficio del settore immobiliare ?

Ma neanche per idea.

Il nuovo MGDD è stato pubblicato lo scorso 1° febbraio 2023, ma i suoi contenuti si stavano delineando già da parecchio tempo. Erano in corso interlocuzioni tra MEF, ISTAT ed Eurostat, e si stava parlando di quanto poi ha trovato concretizzazione.

Stefano Sylos Labini già il 29 giugno 2021 aveva quindi pubblicato su Milano Finanza un articolo che esprimeva una serie di dubbi e di preoccupazioni.

Pochi giorni dopo, sempre su Milano Finanza è uscita una replica di Davide Colombo, Direttore Relazioni Esterne e Ufficio Stampa ISTAT. La parte finale della replica è illuminante e la riporto testualmente.

“La differenza tra la spesa [pubblica] di competenza del primo anno e i crediti d’imposta già usufruiti, dà luogo a una passività finanziaria per lo Stato.

Tale passività finanziaria è classificata come other accounts e non rientra tra quelle che concorrono alla definizione del debito di Maastricht, quindi è errato affermare che la contabilizzazione di crediti payable abbia un impatto sul debito. L’utilizzo negli anni successivi dei crediti d’imposta payable da parte dei contribuenti riduce progressivamente tali passività finanziarie fino ad azzerarle”.

Che cosa significa ?

Il debito di Maastricht è quello rilevante per i trattati. Quello che viene costantemente monitorato e riguardo al quale la Commissione Europea discute con gli Stati gli obbiettivi di contenimento e di riduzione.

Esistono passività che sono inequivocabilmente debiti e che vanno quindi pagati, ma che non concorrono alla determinazione del debito di Maastricht. Sono appunto quelle che vengono classificate negli other accounts.

Una fattispecie di queste passività finanziarie sono i debiti di fornitura della pubblica amministrazione.

Un’altra fattispecie sono… i payable tax credits ! L'avevo già constatato diversi anni fa. I payable tax credits sono semplicemente IGNORATI, NON RICOMPRESI, nella determinazione del debito di Maastricht.

Sono ignorati anche se esistono, e in alcuni casi sono anche trasferibili e attivamente scambiati. Io personalmente ho collaborato per diversi anni con un’organizzazione finanziaria che compra crediti fiscali a sconto (soprattutto crediti IVA) e poi aspetta tranquillamente di essere rimborsata, generando così i suoi utili. Esiste un mercato di dimensioni significative, e molto attivo, che opera in questo segmento di attività.

Per maggiore chiarezza, quello che il dottor Colombo dell’ISTAT ci sta dicendo è: i payable tax credit quando sono emessi costituiscono spesa pubblica. Entro fine anno in parte verranno utilizzati (o rimborsati), e la parte ancora in essere costituirà una passività finanziaria dello Stato. Passività finanziaria dello Stato che si estinguerà negli anni successivi via via che avranno luogo i rimborsi, o le compensazioni, o l’estinzione per scadenza dei termini. Ma questa passività finanziaria NON È MAI RICOMPRESA NEL DEBITO DI MAASTRICHT.

A questo punto la conclusione è…

MA CHI SE NE FREGA DEL MGDD ???

L’emissione di crediti fiscali liberamente trasferibili è perfettamente possibile e non incide sul debito di Maastricht. Questo, sia che li chiamiamo payable che non payable che Amilcare che Giovanni.

Liberalizziamo quindi completamente la circolazione dei crediti d’imposta immobiliari, Superbonus e altri.

E utilizziamo lo strumento dei crediti fiscali trasferibili per tutte le azioni di politica economica che il governo riterrà opportune.

Non avremo nessun impatto sul debito di Maastricht, mentre recupereremo un amplissimo margine di autonomia nella gestione della politica economica italiana.

 

domenica 19 settembre 2021

Le audizioni alla Commissione Finanze del Senato

Sono iniziate le audizioni presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, relativamente a una serie di proposte di legge sul tema Moneta Fiscale / crediti fiscali.

La prossima sarà giovedì 23 settembre alle 14.30 ed io sarò tra gli auditi (insieme a Stefano Sylos Labini).

Nel frattempo si è tenuta la prima, martedì 14 scorso, dove sono stati ascoltati funzionari di Eurostat e di ISTAT. Qui il video:


Mi trovo subito costretto a mettere in evidenza che quanto dichiarato dai funzionari è (uso un eufemismo) "altamente questionabile", per le ragioni messe in evidenza sinteticamente in questo post nonché diffusamente illustrate nel video che trovate a questo link. Video quest'ultimo realizzato con Fabio Conditi.

Tutti temi su cui si tornerà ovviamente nell'audizione di giovedì 23, unitamente a concetti di natura maggiormente generale / macroeconomica.



mercoledì 1 settembre 2021

Eurostat e la dimensione politica della Moneta Fiscale

 

Richiesto di un’opinione dall’ISTAT, l’ufficio statistico della UE (Eurostat) ha affermato che le detrazioni fiscali del “Transition Plan 4.0” devono essere considerate “crediti fiscali pagabili”, e quindi ricompresi nel debito pubblico, in quanto hanno natura di “sussidi”.

Ma lo stesso regolamento Eurostat all’articolo 4.30 precisa al contrario che non c’è sussidio nel momento in cui non sussiste pagamento. E la Moneta Fiscale NON prevede alcun tipo di pagamento, anzi lo esclude in modo perentorio.

Eurostat ha anche sollevato dubbi sulla natura di “crediti fiscali non pagabili” del “Bonus 110%” in quanto la loro cedibilità rende elevata la probabilità che vengano effettivamente utilizzati.

Anche qui, Eurostat fa leva su un’interpretazione che non si può neanche considerare estensiva, bensì inventata di sana pianta. Come dice il nome stesso, “credito fiscale pagabile” è quello che dà luogo a un impegno di pagamento. L’alta o bassa probabilità di utilizzo da parte del detentore del credito non ha nessun rilievo ai sensi dei regolamenti.

È legittimo il dubbio che dietro a queste strampalate “interpretazioni” tecniche ci sia la volontà di depotenziare uno strumento che, agli occhi delle istituzioni comunitarie (o forse solo di qualche funzionario animato da eccesso di zelo male indirizzato) consente agli Stati un recupero di autonomia nella definizione delle linee di politica economica.

È comunque un tema troppo importante perché ci si debba bloccare su fantasiose “letture” dei regolamenti. Se il “defaultable debt” in rapporto al PIL cala, nessuno può sensatamente eccepire che la circolazione di Moneta Fiscale crei scompensi al sistema: al contrario, li risolve.

Governo e parlamento italiano devono esigere che questo concetto sia inequivocabilmente recepito dalle autorità UE, se opportuno anche ottenendo di incorporare i necessari chiarimenti formali nella processo di revisione del Patto di Stabilità e Crescita. La revisione del Patto è un passaggio cruciale, e deve portare a una sua ridefinizione che ne elimini le disfunzionalità.

Il tema è politico, e la sua portata è enorme.

mercoledì 16 giugno 2021

Moneta Fiscale: che cosa dire a Draghi

 

Tra i tanti articoli usciti negli ultimi giorni in merito ai pronunciamenti Eurostat sul tema Superbonus Edilizia e Transizione 4.0, segnalo questo per sintesi ed equilibrio.

Non c’è dubbio che in generale traspare ostilità, da parte di Eurostat e della Ragioneria Generale dello Stato, sul concetto di Moneta Fiscale.

Non stupisce. La MF è uno strumento potentissimo, in grado di risolvere le gravissime disfunzioni dell’Eurosistema. Ma implica anche un recupero di autonomia degli Stati. Questo a Bruxelles, e a chi spera di far carriera scalando le gerarchie degli organismi UE, ovviamente non piace.

Tutto questo indica con chiarezza come, al di là dei pur importanti aspetti tecnici e legali, il tema sia eminentemente politico.

Ma allora, proprio sul piano politico, la questione va posta a Mario Draghi in termini molto semplici.

Draghi dice e continua a ripetere (anche al recentissimo G7) che sono necessarie politiche espansive. Bene.

Draghi non può tuttavia ignorare che le dimensioni del Recovery Fund (lasciando per un attimo da parte tutta una serie di altri problemi) sono del tutto insufficienti.

E sa anche perfettamente che i paesi nordeurozonici (in sintesi, la Germania) non hanno alcuna intenzione di acconsentire a una revisione in termini realmente espansivi del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact.

La domanda quindi rimane sempre la stessa.

Come pensa, Draghi, di risolvere questo stallo ? gli strumenti e i meccanismi ci sono. La Moneta Fiscale è uno (non l'unico). Ma o Draghi getta sul tavolo il suo peso politico, o la sua presidenza del consiglio si rivelerà un fallimento.

sabato 21 ottobre 2017

Quelli che “ma i CCF vanno iscritti al passivo”

Obiezione che spesso e volentieri mi viene rivolta: come fai a dire che i CCF non sono debiti ? non vanno iscritti come passività nel bilancio pubblico ? ma Cattaneo, le conosci la contabilità e la partita doppia ???

Beh con la partita doppia, scusate l’immodestia, penso di cavarmela in modo passabile o anche qualcosa di più.

E approfondendo il tema, ci si imbatte ad esempio in questo articolo, che, alla luce dei principi contabili internazionali (IFRS 15 e IAS 18) dice tra le altre cose, nell’esempio 1, quanto segue:

“Buoni sconto: immaginate di gestire un e-shop che vende libri.
Per sostenere le vostre vendite, spedite un buono sconto di 5 euro che i vostri clienti possono utilizzare per ogni acquisto superiore a 100 euro.
Come dovreste contabilizzare il buono sconto ?
In questo particolare esempio, non dovete effettuare alcun accantonamento nei vostri libri contabili nel momento in cui il buono sconto viene distribuito.
Perché ?
Perché non c’è evento passato.
Ricordate, un cliente dovrà effettuare un acquisto superiore a 100 euro e solo in quel momento scatterà l’impegno a riconoscere uno sconto di 5 euro.
Dovrete, invece, semplicemente riconoscere un ricavo al netto dello sconto quando il buono sconto viene utilizzato”.

Si tratta esattamente della stessa logica che deve essere applicata ai non-payable tax credits (categoria che comprende i CCF) sulla base dei principi contabili Eurostat: i CCF non sono debiti, ma titoli che incorporano il diritto del titolare a vedersi riconoscere uno sconto fiscale, al verificarsi di condizioni predeterminate (decorrenza di un periodo di tempo prestabilito dall’emissione, e presentazione del titolo da parte di un soggetto d’imposta). In quel momento si misurerà l’effettivo gettito fiscale conseguito dalla pubblica amministrazione.

Questa è la situazione a stretto rigore di principi contabili. Bisogna comunque aggiungere che quand’anche i CCF fossero esposti come passività nel bilancio statale, esistono molte altre poste contabili che pur essendo inserite dal lato del passivo di uno stato patrimoniale (pubblico o privato) non sono debiti finanziari.

Due esempi particolarmente significativi:

Il capitale sociale di una società per azioni va al passivo dello stato patrimoniale. Perché mai è una passività ? perché a fronte dell’esistenza del capitale sociale, la società assume impegni nei confronti dei suoi azionisti: in particolare, l’impegno alla distribuzione dei dividendi secondo regole prestabilite, e al rimborso del capitale nell’evento di una liquidazione.

Questo rende il capitale sociale un debito ? evidentemente no, e tantomeno un debito finanziario.

Altro esempio: uno stato che emette la propria moneta nazionale (o la fa emettere a una banca centrale appartenente alla pubblica amministrazione statale).

La moneta in circolazione sarà registrata al passivo nello stato patrimoniale consolidato dello stato in questione. Va al passivo perché sussiste un impegno (liability): la moneta ha corso legale nello territorio dello stato, e tra le altre cose tutte le obbligazioni d’imposta, e anzi le obbligazioni finanziarie di qualsiasi natura nei confronti del settore pubblico, si estinguono utilizzando quella moneta. Il settore pubblico è obbligato ad accettarla.

Lo stato che emette moneta assume quindi un impegno, e lo registra contabilmente al passivo. Ma quell’impegno non è un debito, né tantomeno un debito finanziario. E’ un impegno di accettazione, non di rimborso / pagamento.

I CCF, quand’anche venissero esposti contabilmente come passività (cosa che – come ci fa sapere Eurostat - NON deve essere fatta) non sarebbero, e non sono, una componente del debito pubblico.


mercoledì 1 marzo 2017

Considerazioni in merito alla Eurostat Guidance Note del 29.8.2014


Il documento in oggetto contiene alcuni passaggi utili a far luce sulla natura dei Certificati di Credito Fiscale (CCF), di cui si propone l’introduzione nell’ambito del progetto Moneta Fiscale.

In particolare:

Alla fine del terz’ultimo paragrafo a partire dal fondo di pagina 2, si afferma che “If the tax credit carried forward is payable, it would be recorded only once, at the time of recognition by the tax authorities and no amounts would be subsequently recorded if the amounts not used in each period to pay less taxes are carried forward, even if in business accounts a deferred tax asset would be recorded in the balance sheet. On the contrary, if the tax credit carried forward is non-payable, the amount effectively used to pay less tax in each accounting period would be recorded as reducing tax revenue, the remaining amounts being carried forward and recorded as reducing tax revenue in subsequent accounting periods”.

Esistono quindi due categorie di tax credits: payable e non-payable (vedi seguito). La registrazione contabile e l’impatto su deficit e debito dei primi avvengono al momento del loro riconoscimento da parte delle autorità fiscali; dei secondi, al momento del loro effettivo utilizzo.

All’articolo 2.1 (fine pagina 4): “In order to classify a tax credit as payable, the following condition must be fulfilled: the full amount of the tax credit will be paid out to the beneficiary (it is an obligation for government and therefore a non-contingent government liability). Any tax credit not fulfilling the above condition is a non-payable tax credit”.

Il CCF, nel momento in cui si verificano le condizioni per la sua utilizzabilità (in particolare la decorrenza dei due anni dalla sua emissione), ha le condizioni per essere considerato un non-payable tax credit. Non è un payable tax credit in quanto non si verifica in alcuna circostanza un pagamento monetario, da parte della pubblica amministrazione, al titolare del CCF.

Va precisato che, come dice l’articolo 2.1, il payable tax credit è una “non-contingent government liability”, ma l’elemento essenziale perché sia classificato come “payable” è, appunto, che ne sia previsto un pagamento monetario. Il CCF non è pagabile e quindi può essere inquadrato soltanto come non-payable tax credit.

Si può invece discutere sulla natura di “contingent” o “non-contingent liability” del CCF. Nel momento in cui il CCF diventa utilizzabile non ci sono ulteriori condizioni per la sua utilizzabilità, ma il momento effettivo di utilizzo è in effetti incerto perché il titolare lo può posporre a piacere. Il progetto Moneta Fiscale ipotizza che il CCF possa beneficiare di un tasso d’interesse, anche allo scopo di incentivare il titolare a posporre l’utilizzo. La data effettiva di utilizzo è quindi “contingent” rispetto alla decisione del titolare di presentare il CCF per conseguire la riduzione d’imposta. Il punto rilevante comunque è che il payable tax credit ha una data ultima entro la quale, se non viene utilizzato per ridurre imposte, deve essere rimborsato. Per il CCF questa data ultima non esiste, né esiste, in alcun modo, una data in cui verrà effettuato un pagamento.

Sempre all’articolo 2.1 (terzo paragrafo di pagina 5): “As regards their time of recording, non-payable tax credits are normally recorded at the time they are used to reduce the taxes due. On the contrary, the time of recording of payable tax credits should be when the tax claim of the tax payer is recognized by the government as an obligation to pay in the future”.

I non-payable tax credits sono quindi contabilmente registrati nel momento del loro utilizzo per ridurre le tasse altrimenti dovute, i payable tax credit, invece, nel momento in cui il governo riconosce l’esistenza dell’obbligazione.

I CCF rientrano nella categoria dei non-payable tax credits, quindi non si produce alcun effetto contabile al momento della loro emissione, nonostante il governo emittente riconosca in quel momento l’esistenza di un impegno (nella forma di un diritto del titolare a conseguire uno sconto fiscale).

Articolo 2.3 (paragrafi terzo e quarto a fine pagina 8 e inizio pagina 9): “Tax credits are amounts that can normally be established with certainty and are not subject to revisions once they are known. They may be fixed for one single amount, fixed for different amounts set by tranches or they may depend on a variable or a group or variables. They can be fully recovered (or not) according to their payable (or non-payable) nature, but, regardless of the effective use of the tax credit to reduce taxes, the initial amount can be fixed. Tax credits are not based on assumptions, but on facts. This implies that the amount related to tax credits reported by tax payers in their tax declarations and the amount effectively recognised by the tax authorities should normally be more or less close.

On the contrary, there is uncertainty on the stock of DTAs (Deferred Tax Assets) on the balance sheet of a corporation, as it is based on a number of assumptions and not only on facts known at the time the accounts are drawn up”.

Articolo 2.3 (paragrafo ottavo verso il fondo di pagina 9): “From a practical point of view, it should be considered that a DTA becomes a claim with the features of a tax credit at the time in which an amount can be established with certainty and can be used to reduce the taxes to be paid, as the right to pay less tax would become effective and not only theoretical. This does not however mean that it is a payable tax credit at that point”.

Quest’ultimo paragrafo chiarisce che il CCF, al momento della sua emissione, è un DTA e non ancora un tax credit. Solo decorso il periodo di inutilizzabilità – i due anni – può verificarsi la condizione congiunta “at the time in which an amount can be established with certainty and can be used to reduce the taxes to be paid”.


In conclusione:

UNO, al momento dell’emissione il CCF è un Deferred Tax Asset (DTA);

DUE, decorsi i due anni il CCF può essere utilizzato, trasformandosi (in caso di utilizzo, che non significa necessariamente subito: il possessore del CCF può posporre l’utilizzo, ad esempio per continuare a beneficiare degli interessi, se sono previsti) in un non-payable tax credit;

TRE, solo al momento dell’utilizzo, e mai prima, il CCF ha un impatto sul deficit pubblico e sul debito pubblico.


Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini