C’è molto da
riflettere su questo report pubblicato da Deutsche Bank, e tradotto a cura di
Voci dall’Estero. Ad essere sinceri, non consiglierei a nessun investitore di
utilizzarlo come guida per le sue decisioni di allocazione di capitale. Non
perché sia fatto male – lo trovo anzi molto acuto.
Ma perché
ritengo che delinei le conseguenze di un’evoluzione inerziale delle politiche
macroeconomiche che si stanno attuando nell’Eurozona: che cosa accadrebbe se
“le cose continuassero come ora” per qualche altro anno.
Ora, gli scenari
inerziali sono quelli che in realtà non si verificano mai: in ultima analisi,
perché “l’unica certezza è il cambiamento” (cit. Gautama Buddha…)
E, nel caso
specifico, le conseguenze delineate dal report appaiano francamente
irrealistiche.
In pratica, lo
scenario delineato è quello di un’Eurozona che continua (1) a comprimere la
domanda interna (2) a ricercare ossessivamente la competitività di costo per
incrementare i saldi commerciali esteri contenendo al massimo le retribuzioni e
(3) a svalutare l’euro, fino a 0,95 contro dollaro.
In pratica, una
riedizione su scala allargata delle politiche mercantilistiche tedesche.
Lo scenario di
un’Eurozona che produce eccedenze commerciali a ritmi vicini a quelli della
Germania non è in sé qualcosa di inconcepibile. Per esempio, già nei dodici
mesi agosto 2013 – luglio 2014 (ultimo dato disponibile, fonte Banca d’Italia),
il saldo commerciale italiano è stato positivo per 45 miliardi di euro: che non
è il 7% tedesco, ma un più che rispettabile 2,5% del PIL. E questo dato non
riflette ancora gli effetti della recente svalutazione dell’euro (da un massimo
recente di 1,40 contro dollaro, fino a 1,25 – 1,27 nel momento in cui scrivo
questa nota).
E’ vero, come si
fa spesso notare, che il beneficio della svalutazione del dollaro è in parte
eroso dal maggior costo delle materie prime: ma questo effetto tende a essere
mitigato dal fatto che petrolio, rame, minerali ferrosi eccetera hanno prezzi
di mercato in dollari, e questi prezzi tendono a scendere quando il dollaro si
rafforza. E infatti petrolio e altre “commodities” stanno fortemente
indebolendosi.
Ora, il
proseguimento inerziale delle politiche odierne porta facilmente a immaginare
un’Italia dove il PIL nominale rimane completamente piatto (zero crescita reale
e zero inflazione) e le importazioni pure.
Anche senza
immaginare dinamiche di contenimento salariale particolarmente aggressive, e
senza mettere in conto gli effetti di una svalutazione dell’euro ai livelli
previsti da Deutsche Bank, se per quattro anni l’export italiano crescesse del
3% annuo nominale (cioè in linea con una stima prudente del PIL mondiale)
ci ritroveremmo con una saldo commerciale attivo per importi dell’ordine di 100
miliardi, pari a circa il 6% del nostro PIL.
Per l’intera
Eurozona, un’evoluzione simile implica attivi commerciali che dagli odierni 300
miliardi circa (per la maggior parte conseguiti dalla Germania) arrivano a
ordini di grandezza di 600-700.
Sono importi che
preoccupano Deutsche Bank perché implicano grandi masse di capitali finanziari
che dall’Eurozona devono essere esportate (leggi investite) nel resto del
mondo, con rischi di bolle, cattive allocazioni eccetera.
A me pare che,
in aggiunta a questo rischio, sia forse ancora più significativo l’impatto
negativo sull’evoluzione economica dei paesi che dovrebbero assorbire l'incremento di export netto eurozonico. Asia e (soprattutto, come d’abitudine)
USA.
Non credo che
verrà tollerato. Le pressioni dall’esterno per forzare un cambiamento di
politiche dell’Eurozona diventeranno soverchianti molto prima. Anche perché si
aggiungeranno, ovviamente, al malessere politico interno, prodotto dalla costante
compressione dei salari e dei consumi, e dall’aumento della disoccupazione.