giovedì 5 novembre 2020

Le mezze ammissioni degli euristi semipentiti

 

E’ diventato impossibile negare il catastrofico fallimento dell’euro e delle regole di austerità dell’Eurozona senza, nello stesso tempo, rendere esplicita la propria totale incompetenza, o la propria totale malafede.

Anche gli euristi più incalliti sono quindi costretti a frequenti retromarce. Tuttavia, le loro ammissioni lasciano trasparire una comprensione del contesto che rimane comunque altamente deficitaria (per usare un eufemismo).

Vediamo qui Leonardo Becchetti affermare che il debito creato e detenuto dalla BCE a causa del Covid può essere cancellato in quanto “il momento è diverso dal 2008”. Perché diverso ? perché “l’inflazione non c’è”.

Il buon Becchetti dice una cosa vera, ma la motiva in modo decisamente erroneo.

Per cominciare: nel 2008, a seguito della crisi finanziaria mondiale, l’inflazione crollò repentinamente. Non c’era quindi nessuna ragione per non intervenire immettendo potere d’acquisto nel sistema economico. Cosa che in effetti avvenne.

Ma non c’era neanche nessun motivo economico per non effettuare l’intervento mediante immissione diretta di moneta, invece che passando per l’emissione di debito pubblico. O, se proprio si voleva effettuare questo passaggio (superfluo), non c’era motivo per non cancellare il debito pubblico acquistato dalle banche centrali a seguito dei vari programmi di Quantitative Easing.

Una volta in circolazione, la moneta ci rimane. Se il sostegno alla domanda è  impostato correttamente, non si crea inflazione indesiderata.

Se il sostegno alla domanda è eccessivo, invece, l’inflazione si crea. Ma questo prescinde totalmente dal fatto che i titoli di Stato acquistati dalla banca centrale vengano cancellati o meno. Cancellarli è una pura e semplice scrittura contabile. Il potere di acquisto in circolazione non cambia di una virgola a seguito della cancellazione. E l’impatto su domanda e prezzi, ovviamente, nemmeno.

In altri termini: la cancellazione del debito pubblico detenuto dalle banche centrali non ha nessun tipo di impatto sull’inflazione. Non l’avrebbe avuto nel 2008, non l’avrebbe avuto nel 2012, non l’avrebbe oggi.

Gli euristi, come di consueto, con enorme lentezza stanno arrivando a capire, molto frammentariamente e parzialmente, alcune cose. Ma molte altre ancora gliene sfuggono (o rifiutano di ammetterle).

Il che non sorprende. Proprio per niente. Non sarebbero euristi, altrimenti.

 

lunedì 2 novembre 2020

Regole dell’eurosistema: non inutili, deleterie

 

Wolfgang Munchau è un attento commentatore delle vicende di UE ed Eurozona che ha il pregio di dire spesso cose interessanti e il difetto di raccontare solo metà della storia.

Ne è un esempio questo tweet: “la conseguenza di un secondo lockdown sarà un massiccio incremento del debito pubblico. Per la sostenibilità dell’Eurozona è ora critico non applicare mai in modo serio le sue stupide regole fiscali”.

In effetti le regole non sono state mai, neanche in passato, applicate “in modo serio”. Le sanzioni per lo sforamento dei limiti di deficit pubblico (del cosiddetto deficit pubblico), per esempio, non hanno mai avuto attuazione. A partire dal primo rilevante sforamento, che come ormai pochi ricordano (e appunto per questo va ricordato) fu messo in atto dalla Germania nel 2003.

Ma Munchau racconta solo metà della storia perché anche non applicandole, ma minacciando di farlo in futuro, le regole fiscali dell’eurosistema esercitano un impatto catastrofico.

L’Italia ad esempio ha varato significativi scostamenti di bilancio nel 2020, ma gli importi sono stati una frazione (forse la metà) di quanto sarebbe realmente servito.

Il motivo ? il timore che le regole fiscali, “temporaneamente” sospese, possano essere ripristinate in un futuro prossimo. Per cui “non bisogna esagerare”, approccio che porta a fare, come al solito, il minimo per evitare la rottura del sistema, ma assolutamente non quanto necessario a risolverne le disfunzioni.

Non basta “non applicare le regole in modo serio”. Vanno proprio buttate a mare. O va buttato a mare l’eurosistema.

Perché le regole non sono inutili (magari), sono molto peggio. Sono catastroficamente dannose, per il semplice fatto di esistere.

 

giovedì 29 ottobre 2020

Ancora sul trade-off tra economia e salute

 

Nel dibattito sull’opportunità di un nuovo lockdown per fronteggiare la seconda ondata Covid, e sui conseguenti impatti economici, c’è un convitato di pietra.

Il nome di questo convitato è, l’avrete intuito, euro, o se preferite eurosistema o euroausterità.

Provvedimenti restrittivi che riducano lo svolgimento delle normali attività per un periodo di tempo limitato producono una perdita di reddito che, per quanto sensibile, è un evento una tantum.

La perdita di reddito deve essere compensata da un intervento pubblico. Se la compensazione c’è, le attività soggette a restrizioni non subiscono un danno irreparabile.

In caso contrario, il danno economico si amplifica a dismisura perché molte attività falliscono, e si creano inoltre enormi problemi di insolvenze per i loro creditori.

Tutto questo è assolutamente evitabile. Immettere reddito compensativo (NON finanziamenti ma contributi a fondo perduto) non solo è possibile ma non ha controindicazioni, nel momento in cui (già prima del Covid) l’inflazione era ed è SOTTO i livelli-obiettivo delle Banche Centrali.

Di che cosa sto parlando ? di altissimi livelli del (cosiddetto) deficit pubblico, e della sua integrale monetizzazione.

Se tutto ciò, in vari paesi dell’Eurozona, non ha luogo, è a causa dei vincoli causati dalla natura disfunzionale dell’eurosistema. Della pretesa, in altri termini, che le immissioni di potere d’acquisto effettuate dal settore pubblico debbano assumere la forma di debito, e che non esista la possibilità (da parte dell’emittente della moneta in cui è denominato il debito) di garantirlo incondizionatamente.

In questa situazione, gli Stati hanno in molti casi le mani legate. E l’assurdo trade-off tra economia e salute nasce da questo. Come si può chiedere a tutta una serie di aziende, di esercizi commerciali, dietro cui ci sono persone, di scegliere tra rischio sanitario e rovina economica ? 

A fronte di tutto questo, i piani di intervento proposti dalla UE – SURE, MES, Recovery Fund – sono pateticamente inadeguati nelle dimensioni e nella tempistica di attuazione.

Senza contare che sono in realtà concepiti per imporre agli Stati, in un futuro potenzialmente molto vicino, ulteriori controlli, vincoli e vessazioni.

L’eurosistema, se non si rimedia a questo, non può più essere definito “solo” catastroficamente disfunzionale. Occorre aggiungere criminale, anzi omicida.

 

domenica 25 ottobre 2020

Considerazioni sul secondo lockdown

 

No, non ho nessuna opinione sull’opportunità di un secondo lockdown o comunque sulla necessità (o meno) di introdurre forti misure restrittive.

Mi limito a qualche riflessione, in particolare riguardo alle potenziali conseguenze economiche.

Mi pare un dato di fatto che vari paesi europei, introducendo misure di contenimento molto severe tra marzo e maggio, hanno abbattuto la curva dei contagi, ma adesso la stanno vedendo risalire.

Avevano allora ragione i paesi (allora, e anche in seguito, molto criticati) che hanno adottato politiche più permissive – gli Stati Uniti, il Brasile, la Svezia ? non lo so.

L’unico paese dove un lockdown estremamente rigoroso ha eliminato radicalmente il virus è la Cina. Almeno stando ai dati ufficiali. Se i dati cinesi sono attendibili, cosa su cui a dire il vero non scommetterei a occhi chiusi.

Ammesso comunque che la strategia di contenimento radicale abbia effettivamente funzionato in Cina, occorre tenere in considerazione tre caratteristiche di quel paese e di quel contesto.

PRIMO, il lockdown radicale è stato applicato in un’area con 60 milioni di abitanti, in un paese che ne conta un miliardo e trecento milioni. Nel resto del paese si continuava a lavorare (e a sostenere la regione di Hubei) in modo normale, o quasi.

SECONDO, la Cina è una dittatura. La possibilità di introdurre e di far rispettare misure draconiane non è la stessa nelle democrazie occidentali.

TERZO, al termine del lockdown la ripresa economica cinese è stato molto forte, grazie a enormi misure di sostegno – in particolare sotto forma di investimenti pubblici.

L’Italia, o quanto a questo qualsiasi paese occidentale, non si trova nella situazione descritta né al primo né al secondo punto.

Fortissime azioni di sostegno all’economia (terzo punto) invece sono possibili: ma solo se si buttano a mare i vincoli imposti dall’appartenenza al sistema euro.

E naturalmente la dimensione degli interventi necessari è di una scala completamente diversa rispetto ai soldi (finti) che dovrebbero (?) arrivare grazie al Recovery Fund.

Non deve necessariamente esistere un trade-off tra economia e salute. Assolutamente no. Ma per il nostro paese la scellerata decisione di entrare nell’euro, e di accettarne le regole di funzionamento, in pratica complica enormemente le cose.

 

venerdì 23 ottobre 2020

I (finti) soldi della UE ? meglio senza

 

Un addendum al post di settimana scorsa, dove si parlava di quanto NON stia meglio l’Italia (che riceve (?) i “mirabolanti” “sostegni” UE) rispetto al Regno Unito (che si stampa le sterline, senza chiedere permessi a nessun soggetto estero).

Sempre basandosi sulle recenti previsioni del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, ottobre 2020), scopriamo che il rapporto tra debito pubblico lordo e PIL tra il 2020 e il 2025 dovrebbe avere le seguenti dinamiche.

In Italia, discesa dal 161,8% al 152,6%.

Nel Regno Unito, aumento dal 108% al 117%.

Giusto la stessa variazione, ma con segno opposto. Nove punti in meno per noi, nove punti in più per loro.

Questo equivale a un mare di soldi in più che i britannici immetteranno nell’economia per assorbire l’impatto economico del Coronavirus.

Naturalmente qualche anima candida ipotizzerà che oltre Manica se lo possano permettere perché il loro debito è più basso (in rapporto al PIL).

Ma in Giappone, dove è molto più alto anche rispetto a noi, nel medesimo periodo è prevista sì una discesa, ma solo per due punti percentuali: dal 266,2% al 264%.

In altri termini, l’adesione all’Eurosistema forza l’Italia a un processo di riduzione del debito pubblico molto più accentuato di quanto avviene in Giappone, nonostante cento e passa punti di debito (in rapporto al PIL) in più.

Una volta ancora, il problema del debito pubblico esiste in quanto l’adesione a una scellerata unione monetaria l’ha convertito in moneta straniera, legando le mani al paese con una serie di vincoli, controlli e condizionamenti privi di qualsiasi senso economico.

All’Italia non servono “i soldi della UE” (che peraltro non è ancora dato sapere se realmente arriveranno, né quando, né con quali condizionamenti).

Serve liberarsi dai vincoli dell’eurosistema.

 

martedì 20 ottobre 2020

CCF e Moneta Fiscale: la cronistoria

Notevole lavoro di Francesco Chini e Thomas Vaglietti, qui in allegato: gli eventi fondamentali che hanno caratterizzato, da otto anni a questa parte, lo sviluppo del progetto CCF - Certificati di Compensazione Fiscale / Moneta Fiscale.

domenica 18 ottobre 2020

Il debito pubblico è un problema inventato

 

Il grande abbaglio (o la grande mistificazione)

Praticamente da quando siamo nati, o da quando abbiamo raggiunto l’età di intendere e volere, ci sentiamo ripetere che:

l’Italia ha “troppo debito pubblico”

il debito è un “fardello per le generazioni future”

andrebbero fatte cose, andrebbero ridotte le tasse, ma “non si può perché bisogna ridurre il deficit / il debito”.

 

 

Primo concetto: uno Stato che emette la sua moneta non ha bisogno di emettere debito

Se lo Stato emette la moneta nazionale, non c’è alcuna necessità che si indebiti.

Lo Stato semplicemente spende una determinata quantità di moneta “fiat”, ne ritira una parte con le tasse, e lascia in circolazione la differenza (il cosiddetto “deficit pubblico”).

Se la bilancia commerciale del paese non è passiva, la differenza rimane tutta all’interno del paese, sotto forma di risparmio finanziario.

 

 

Secondo concetto: il debito pubblico ha un senso solo come servizio di gestione del risparmio

Il debito pubblico non ha alcuna necessità di esistere.

Può avere una funzione come servizio di gestione del risparmio offerto ai propri cittadini.

L’immissione di moneta tramite il cosiddetto “deficit pubblico” lascia risparmio in mano alle famiglie: è utile che esista una possibilità di impiego sicura e non speculativa.

Questo impiego del risparmio è il cosiddetto “debito pubblico”.

Ma non ha nessun senso preoccuparsi del suo livello.

 

 

Terzo concetto: quali sono i veri vincoli al (cosiddetto) deficit pubblico ?

Un eccesso di immissione di potere d’acquisto nel sistema economico può creare due tipi di problemi.

Il primo è l’inflazione.

Il secondo è lo squilibrio nei saldi commerciali esteri (troppo potere d’acquisto si rivolge verso beni e servizi importati).

Ma nessuno di questi due problemi esiste oggi per l’Italia (inflazione zero, 60 miliardi annui di surplus commerciale).

 

 

In conclusione:le credenze superstiziose da abbandonare

Il debito pubblico italiano è un problema reale, ma è stato INVENTATO DAL NULLA con l’ingresso nell’euro.

L’Italia oggi emette debito in una moneta emessa e gestita da terzi, soggetta a vincoli privi di logica economica.

E’ assolutamente indispensabile rimuovere questi vincoli.

Lo era già prima del Covid, perché l’Italia si trovava da molti anni in una depressione economica facilmente risolvibile – ma irrisolta appunto a causa di vincoli arbitrari, illogici e infondati.

Lo è a maggior ragione oggi.