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venerdì 7 dicembre 2018

Pensioni e dintorni


Tra i provvedimenti inclusi nella manovra economica 2019, uno dei più rilevanti – e anche dei più discussi – è la modifica del sistema pensionistico con l’introduzione di “quota 100” (la possibilità, in altri termini, di andare in pensione se la somma dell’età e degli anni di contributi pagati da parte del lavoratore è almeno pari a 100).

Al di là dei dettagli, il dibattito è su una questione di base, in quanto molti commentatori sostengono che l’anticipo dell’età pensionabile non ha effetti espansivi per l’economia, non produrrà maggiore occupazione e provocherà, anzi, conseguenze negative sui conti dell’INPS.

Come in altre occasioni, mi pare che ricondurre il tema ai suoi effetti macroeconomici essenziali sia il modo migliore per chiarirlo.

Un incremento dei benefici pensionistici non compensato da altre azioni di segno opposto produce l’immissione di maggior potere d’acquisto nell’economia.

L’economia italiana soffre di un'enorme carenza di potere d'acquisto rispetto alla capacità produttiva del sistema: un’azione che mette in circolazione più potere d’acquisto va quindi (a parità di altre condizioni) nella direzione giusta.

Se la domanda aumenta, le aziende avranno bisogno di accrescere la produzione, e quindi di assumere, in proporzione anche superiore al numero di dipendenti che lasceranno il posto di lavoro per accedere alla pensione.

Al contrario, se si pretende di effettuare manovre “a saldo zero”, senza che si crei un impulso fiscale netto positivo – se a fronte di maggiori benefici pensionistici si tagliano o si tassano altre cose, in altri termini – l’immissione netta di potere d’acquisto non si verifica.

A quel punto, occorre prendere in esame gli impatti effettivi dei singoli provvedimenti. I maggiori benefici pensionistici sono un trasferimento, che si traduce in maggiore domanda al netto della quota che viene risparmiata e non spesa, nonché (se non si interviene sulla competitività delle aziende, per esempio con azioni sul cuneo fiscale) del peggioramento dei saldi commerciali esteri.

Questo però non significa che i trasferimenti non abbiano effetto espansivo sulla domanda, come a volte si legge. Significa che un’azione di incremento degli investimenti pubblici (mettendo al lavoro risorse produttive al momento non occupate o sottoccupate) o un potenziamento del pubblico impiego (e ci sono molti settori di attività dove se ne sente il bisogno: sanità, istruzione, tutela del territorio e molti altri) hanno probabilmente un impatto (un effetto espansivo) maggiore, perché si traducono direttamente in maggior domanda e in maggior PIL, senza l’erosione dovuta alla quota risparmiata e non spesa.

Va anche detto che, in un contesto economico depresso come quello italiano di oggi, la propensione marginale a risparmiare è bassa, quindi il moltiplicatore dei trasferimenti è sì, con ogni probabilità, inferiore a quello della spesa diretta, ma solo in misura modesta.

In ogni caso, si sta parlando qui del mix più appropriato di interventi da effettuare: non è in dubbio che - in un contesto di domanda depressa - maggiori pensioni abbiano di per sé un effetto espansivo sulla domanda.

E come detto, se c’è maggior domanda, le aziende dovranno assumere, in misura anche superiore al numero di dipendenti che lasciano il posto di lavoro per pensionarsi. Il che non crea problemi all’equilibrio del sistema pensionistico: anzi, buoni livelli di occupazione sono l’unico sistema per garantirlo.

martedì 12 giugno 2018

Perchè l'espansione fiscale non fa esplodere il deficit


L’ultimo post chiariva la (fondamentale) differenza tra impulso fiscale e variazione del deficit pubblico. Il tema è tutt’altro che accademico e, anzi, è estremamente rilevante nell’attuale contesto economico italiano.

Il motivo è molto semplice. Il governo M5S – Lega ha un programma espansivo, che comporta l’immissione nel sistema economico di circa 100 miliardi di euro tra minori tasse, maggiori pensioni e trasferimenti, e maggiore spesa pubblica. Moltissimi commentatori hanno lanciato alti strali, in quanto 100 miliardi sono circa il 6% del PIL italiano. Si è quindi parlato di “sfondamento dei conti pubblici”, di “esplosione del deficit”, di “terribile irresponsabilità fiscale”, eccetera.

Questi commenti nascondono un (gravissimo) equivoco tra i due concetti sopra menzionati. Effettivamente l’ordine di grandezza degli interventi proposti è di 100 miliardi: ma si tratta di 100 miliardi di impulso fiscale. Che a questo corrisponda un incremento del deficit di pari dimensione, è possibile sostenerlo solo sulla base dell’ipotesi che questa immissione di potere d’acquisto abbia ZERO effetto espansivo sull’economia.

Un’ipotesi completamente infondata, sia sul piano teorico, che su quello pratico (come, per nostra disgrazia, ampiamente dimostrato dagli eventi del periodo 2011-2013, quando manovre di segno contrario – restrittive e non espansive – hanno affondato il PIL e, nello stesso tempo, prodotto solo una modestissima diminuzione del deficit pubblico).

Per rendersi conto della differenza, applicata al possibile contesto italiano del prossimo futuro, tra impulso fiscale e variazione del deficit pubblico, proviamo a ipotizzare quanto segue:

UNO, il moltiplicatore keynesiano dell’impulso fiscale è pari a 1,00x (ipotesi cautelativa, nel contesto attuale italiano caratterizzato da fortissima depressione della domanda e da pesante sottoutilizzo dei fattori produttivi).

DUE, i 100 miliardi di impulso fiscale vengono distribuiti nell’arco di tre anni (2019-2020-2021).

Le più recenti previsioni “tendenziali” (cioè in assenza di interventi) elaborati dal precedente governo (Documento di Economia e Finanza del Ministero dell’Economia, aprile 2018) si sintetizzano come segue.

Miliardi di euro

2017
2018 DEF
2019 DEF
2020 DEF
2021 DEF
PIL

1.717
1.765
1.822
1.877
1.928
Crescita reale


1,5%
1,4%
1,3%
1,2%
Inflazione


1,3%
1,8%
1,7%
1,5%
Deficit pubblico

-39
-28
-15

4
Altre variazioni debito pubblico

-18
-8
-9
-15
Debito pubblico

2.263
2.309
2.332
2.341
2.352
Deficit pubblico %
-2,3%
-1,6%
-0,8%

0,2%
Debito pubblico %
131,8%
130,8%
128,0%
124,7%
122,0%


L’applicazione dei 100 miliardi di impulso fiscale, sulla base delle (semplici e conservative) ipotesi sopra menzionate, porta a quanto segue:




2018 con
2019 con
2020 con
2021 con
Miliardi di euro

2017
impulso
impulso
impulso
impulso
PIL

1.717
1.765
1.855
1.944
2.028
Crescita reale


1,5%
3,3%
3,0%
2,8%
Inflazione


1,3%
1,8%
1,7%
1,5%
Deficit pubblico

-39
-28
-33
-35
-49
Altre variazioni debito pubblico

-18
-8
-9
-15
Debito pubblico

2.263
2.309
2.350
2.394
2.457
Deficit pubblico %
-2,3%
-1,6%
-1,8%
-1,8%
-2,4%
Debito pubblico %
131,8%
130,8%
126,6%
123,1%
121,2%
Moltiplicatore



1,00
1,00
1,00
Impulso fiscale


33
67
100
Maggior PIL per impulso fiscale


33
67
100
Entrate / PIL
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
Maggiori entrate


16
32
48


Altrimenti detto: tre anni di crescita reale intorno al 3% annuo invece che sotto l’1,5%; 100 miliardi di PIL in più nel 2021; un rapporto debito pubblico / PIL in calo più rapido rispetto all’ipotesi “tendenziale” (quella senza impulso fiscale); e…

…il deficit / PIL che rimane comunque sempre sotto il 3%.

E tutto questo senza neanche bisogno di attuare la manovra espansiva mediante emissione di Moneta Fiscale / CCF – che non essendo debito, migliorerebbe nettamente sia il deficit / PIL che il debito / PIL.

In sintesi, in un contesto di forte sottoutilizzo delle risorse produttive, l’espansione fiscale produce un notevolissimo miglioramento della crescita economica a fronte di un modesto innalzamento del deficit. Al contrario, politiche restrittive hanno scarsi impatti riguardo agli obiettivi di contenimento del deficit, mentre danneggiano enormemente produzione e occupazione.


venerdì 8 giugno 2018

Impulso fiscale, deficit e debito pubblico


Qualche elemento di chiarezza riguardo a un tema di primaria importanza: l’impatto del maggiore (o minore) deficit pubblico sulla crescita e sul debito.

Un punto critico è il livello del moltiplicatore: ovvero, in che misura la maggior immissione di potere d’acquisto nell’economia si traduce in maggiore crescita.

Mi limito qui a ricordare quanto già illustrato in un post precedente: il moltiplicatore è basso quando l’economia è vicina al pieno impiego delle sue risorse produttive, alto quando c’è molta capacità inutilizzata (che implica anche molta disoccupazione e sottoccupazione).

Un altro elemento su cui occorre soffermarsi, tuttavia, è la distinzione tra impulso fiscale da un lato, e variazione del deficit dall’altro.

Nulla di complicato, ma si tende molto spesso a confondere le due cose.

L’impulso fiscale è la variazione del deficit prevista a parità di condizioni: se aumento la spesa pubblica di 10, senza toccare nessun’altra leva di politica economica, l’impulso fiscale è 10.

La variazione del deficit pubblico invece è l’effetto finale: l’impulso fiscale espande il PIL (in modo più o meno accentuato, a seconda del livello del moltiplicatore); e il maggior PIL produce maggiori incassi fiscali per la pubblica amministrazione – il che rende la variazione del deficit inferiore all’impulso fiscale.

Qui di seguito, vediamo che cosa tutto questo può comportare partendo dai dati 2017 e 2018 relativi all’economia italiana, così come riportati dall’ultimo DEF (Documento di Economia e Finanza) elaborato (nell’aprile scorso) dal governo uscente.

I dati 2017 sono consuntivi. Il 2018 “senza impulso fiscale” è la previsione “tendenziale”: in altri termini, che cosa il DEF prevede se non viene attuata (durante il 2018) nessuna nuova azione di politica economica.

Le previsioni 2018 “con impulso fiscale” recepiscono invece gli impatti di un’azione espansiva (soldi immessi nell’economia mediante maggiore spesa pubblica, maggiori trasferimenti o minori tasse) pari all’1% del PIL 2017: quindi, 17 miliardi circa.





2018 senza
2018 con
2018 con
2018 con
2018 con
2018 con
Miliardi di euro

2017
impulso
impulso
impulso
impulso
impulso
impulso
PIL

1.717
1.765
1.774
1.782
1.786
1.791
1.799
Crescita reale


1,5%
2,0%
2,5%
2,7%
3,0%
3,5%
Inflazione


1,3%
1,3%
1,3%
1,3%
1,3%
1,3%
Deficit pubblico

-39
-28
-41
-37
-35
-33
-29
Altre variazioni debito pubblico

-18
-18
-18
-18
-18
-18
Debito pubblico

2.263
2.309
2.322
2.318
2.316
2.314
2.310
Deficit pubblico %
-2,3%
-1,6%
-2,3%
-2,1%
-2,0%
-1,8%
-1,6%
Debito pubblico %
131,8%
130,8%
130,8%
130,1%
129,7%
129,2%
128,4%
Moltiplicatore



0,55
1,00
1,20
1,50
2,00
Impulso fiscale


17
17
17
17
17
Maggior PIL per impulso fiscale


9
17
21
26
34
Entrate / PIL
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
Maggiori entrate


4
8
10
12
16
Variazione deficit / impulso fiscale


74%
53%
43%
29%
5%


Senza impulso fiscale, il 2018 dovrebbe registrare una crescita reale dell’1,5%, una discesa del rapporto deficit / PIL dal 2,3% all’1,6%, e del rapporto debito pubblico / PIL dal 131,8% al 130,8%.

Con l’impulso fiscale e un moltiplicatore di 1,20x, la crescita sale al 2,7%. Il deficit / PIL è più alto (2%) ma comunque in calo rispetto al 2017. Il rapporto debito PIL scende invece più velocemente, grazie al maggior incremento del denominatore, fino a 129,7%.

E’ interessante riflettere sui due casi estremi presentati nella tabella. Un moltiplicatore molto basso di 0,55x è sufficiente a incrementare la crescita al 2% (invece di 1,5%), lasciando invariato il deficit / PIL rispetto al 2017 (2,3%) e ottenendo lo stesso risultato previsto “senza impulso fiscale” riguardo al rapporto debito / PIL (130,8%).

Un’ipotesi ottimistica (improbabile ma non impossibile, data la profonda depressione di cui soffre oggi, in Italia, la domanda per beni e servizi) in cui il moltiplicatore è 2,00x implica una crescita reale del 3,5% e un deficit / PIL che raggiunge lo stesso livello previsto “senza impulso” (1,6%). Quanto al debito / PIL, il calo sarebbe molto netto (128,4%).

La cosa interessante è che in tutte le ipotesi prese in considerazione sia il deficit / PIL che il debito / PIL sono in calo, o alla peggio invariati.

Lo sottolineo perché se si verificasse una di queste ipotesi, gli opinionisti “pro-euroausterità” non mancherebbero di affermare a gran voce che “l’austerità funziona !”

Ad esempio, nello scenario intermedio di moltiplicatore 1,20x (a mio avviso il più plausibile) avremmo (finalmente !) una robusta crescita, e nello stesso tempo un deficit / PIL e un debito / PIL in calo.

Ma naturalmente, il commento degli “euroausterici” sarebbe del tutto fuori luogo. Non si sarebbe infatti verificata una situazione in cui “più austerità” (cioè più tagli e/o più tasse) abbattono deficit  e debito, e “così” stimolano la crescita.

Avremmo invece la seguente concatenazione di eventi: impulso fiscale positivo, più crescita, maggior gettito fiscale grazie alla crescita, deficit che comunque si riduce perché il maggior gettito compensa buona parte dell’impulso fiscale. E riduzione accelerata del rapporto debito / PIL.