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lunedì 6 novembre 2017

Il PD e le ingenuità su Renzi


Si stanno delineando risultati ampiamente negativi – come nelle previsioni, del resto – per il PD, sia nelle elezioni regionali siciliane che nelle “municipali” di Ostia.

In queste ore, i commenti di politici, elettori, attivisti, simpatizzanti di area PD sono in larga misura improntati a un leitmotiv – espresso in forme più o meno velate o esplicite o sanguigne, a seconda dei casi: il problema è Renzi, bisogna cambiare lui per “invertire la tendenza”.

Alcuni, elaborando sul tema, sintetizzano il tutto affermando che “Renzi ha fatto politiche che cercavano di sottrarre consensi al centrodestra, ma così facendo invece l’ha fatto crescere”.

Questi commenti riflettono un considerevole grado di scollamento dalla realtà.

Il declino elettorale del PD è dovuto a due fattori principali: la pessima situazione economica e la discutibilissima gestione della crisi migratoria.

Invertire la tendenza significa staccarsi dai vincoli dell’Eurosistema (nel primo caso) e adottare politiche decisamente meno orientate all’accoglienza a tutti i costi (nel secondo).

Ora, Renzi può risultare poco simpatico e naturalmente si può criticarlo. Ma le proposte alternative in sede PD, che darebbero luogo a un cambiamento netto di tendenza, dove sono, e chi le promuoverebbe ?

Altrimenti detto: sia sugli eurovincoli che sulla crisi migratoria, qualsiasi leader alternativo a Renzi (a meno che non emerga un nome totalmente nuovo, di cui non si percepisce la minima traccia) porterebbe il PD dove ?

Su un percorso di ancora maggiore acquiescenza a Bruxelles per quanto attiene all’economia, e di ancora maggiore apertura a politiche migratorie percepite, da vastissimi segmenti della popolazione italiana, come estremamente pericolose e mal gestite.

Sugli eurovincoli economici, in particolare, Renzi ha fatto decisamente troppo poco – molte dichiarazioni e pochi fatti – ma quel poco è andato quantomeno in una direzione meno sbagliata rispetto a quanto si sente affermare dai vari Franceschini, Orlando, Martina eccetera.

Il PD è in caduta verticale di consensi perché le sue politiche sono state, in questi anni, antisociali e deleterie per il tessuto economico-sociale italiano. Ma l’origine di tutto questo non è stato Renzi in particolare, ma il PD nel suo complesso.

E non erano politiche in grado di “prendere consensi a centrodestra”. L’elettorato, di qualsiasi colorazione, non potevano che alienarlo. La finalità, del resto, non era prendere consensi in Italia, ma perderne il meno possibile compatibilmente con l’esigenza di obbedire a ordini di provenienza esterna.

Presentarsi alle prossime elezioni politiche con un leader diverso da Renzi significa non comprendere, o rifiutarsi di ammettere, quali profonde cause di disagio il PD abbia alimentato nella popolazione italiana, in questi ultimi cinque anni (anzi sei, va considerato anche l’anno di governo Monti).

Sostituire Renzi significa semplicemente sperare di incontrare un “affabulatore” di masse migliore di lui (difficile) o magari confidare che Renzi faccia da parafulmine e da catalizzatore di un sentimento di profonda insoddisfazione che è in realtà legato non alla persona, ma alle scelte politiche del suo partito.

Dubito che funzioni.

Ma non scommetterei neanche un centesimo sulla capacità del PD di identificare le cause del declino elettorale, né tantomeno di intervenire modificando non la facciata con cui si presenta alla cittadinanza italiana, bensì la sostanza della sua proposta politica.


venerdì 14 luglio 2017

Renzi rottama il Fiscal Compact ?

Un lettore del blog mi chiede un’opinione in merito alle dichiarazioni di Matteo Renzi, che parla di rinegoziare il Fiscal Compact, anzi in buona sostanza di abrogarlo tornando ai parametri originari del trattato di Maastricht. Con particolare riferimento al vincolo del 3% per il rapporto deficit pubblico / PIL.

Rispondo volentieri. Sono molto scettico, e non perché l’obiettivo non sarebbe, in sé, adeguato a risolvere parecchi dei problemi dell’economia italiana.

Nel 2018, il ministro dell’economia Padoan ha proposto (pare con buone possibilità che l’accordo venga raggiunto) alla Commissione UE una discesa del deficit / PIL non dal 2,1% (previsione 2017) all’1,2% (come da accordi precedenti), ma all’1,7%. Quindi si scende un po’ di meno, ma comunque si scende.

Per Renzi occorre invece tornare “appena sotto il 3%”, quindi al 2,9%, per cinque anni. La differenza per il solo primo anno sarebbero circa 30 miliardi di deficit in più, che corrisponde a molte più risorse a disposizione per rilanciare investimenti e spesa sociale, e per ridurre le tasse.

Una manovra ben concepita (in particolare destinando in parte l’intervento alla riduzione del cuneo fiscale, consentendo quindi alle aziende di recuperare competitività nella misura necessaria a non peggiorare i saldi commerciali esteri) darebbe un grosso impulso a PIL e occupazione, e rappresenterebbe finalmente un punto di svolta per l’economia italiana. Uscendo dalla asfittica attuale “ripresa” a ritmi dello zero virgola o dell’uno virgola, e salendo probabilmente oltre il 3% di crescita reale per alcuni anni. Quanto è necessario per colmare il terrificante buco di domanda e occupazione che si è prodotto dal 2007 in poi – e che i ritmi attuali di sviluppo sono del tutto insufficienti a recuperare.

Tutto bene quindi ? no, perché la proposta Renzi non dà affidabilità sulla sua effettiva possibilità di applicazione.

Per iniziare, il 2018 non si tocca. Il governo Gentiloni non è intenzionato a presentare la proposta in sede UE. Nella migliore delle ipotesi tutto slitta al 2019.

Ma a parte questo ci sono vari presupposti di dubbia realizzazione. Che Renzi vinca le elezioni. Che ritorni a essere il capo del governo. Che presenti la proposta in sede UE. Che riesca a farsela accettare.

Le mie perplessità nascono dal fatto che Renzi è stato capo del governo per due anni e mezzo abbondanti. La necessità di una modifica di impostazione nelle linee di politica economica era evidente fin dal giorno del suo insediamento (in realtà da molto prima, ma questo è un altro discorso…).

Che fiducia si può avere in un Renzi che ottiene nel 2018-2019 quanto non ha conseguito nel 2014-2016 ?

Alla luce soprattutto del fatto che è stata portata all’attenzione del governo di cui Renzi era a capo, fin dall’estate 2015, la proposta CCF / Moneta Fiscale ? Risposta degli organi tecnici con cui io (insieme ad altri) ho avuto il piacere di interloquire: si può fare. Restiamo in attesa di “input politici”.

Che non sono mai arrivati.

Per intenderci, la proposta CCF / Moneta Fiscale ottiene tutti i risultati a cui punta Renzi, senza necessità di modificare alcun trattato e senza bisogno di rinegoziare nulla con nessuno. Né a Bruxelles né a Francoforte.

E’ possibilissimo che mi sfugga qualcosa. E se Renzi ritorna capo del governo, farò senz’altro il tifo perché la rottamazione del Fiscal Compact avvenga. Meglio tardi che mai.

Ma alla luce di quanto sopra, per adesso mi pare che Renzi stia solo facendo campagna elettorale. Il che beninteso è legittimo e anche normale. Ma mi lascia decisamente tiepido.

La vita è strana, e le strade della politica sono tortuose. Ma non chiedetemi di trattenere il fiato in attesa che la stessa persona che non ha intrapreso un percorso nel 2015 arrivi allo stesso obiettivo, tramite una via molto più incerta, nel 2019.


martedì 16 agosto 2016

Attenzione a non criticare Renzi per i motivi sbagliati

Il dato preliminare sulla variazione di PIL reale italiano nel secondo trimestre 2016 ha evidenziato uno sconfortante zero. Le previsioni per l’anno dovranno essere riviste, per l’ennesima volta, al ribasso, e per l’ennesima volta si dovrà prendere atto che non è in corso alcuna ripresa degna di questo nome. L’Italia non sta recuperando il suo pauroso output gap, e non c’è alcuna prospettiva che, in costanza delle attuali politiche economiche, la situazione possa migliorare.

Vari articoli e commenti letti negli ultimi giorni, tuttavia, criticano l’azione del governo sulla base di argomentazioni sbagliate. Spesso si legge che l’errore di Renzi è stato di aver “sperperato risorse” con iniziative che avrebbero “creato debito e non crescita”. Prendiamo per esempio gli 80 euro. Sono costati complessivamente circa dieci miliardi, e il rilancio di domanda e consumi non si è visto. Uno spreco, quindi ?

Il punto da chiarire è che tutte le azioni espansive effettuate dal governo Renzi sono state effettuate in ossequio alla ferrea logica del “saldo zero”. Se do qualcosa in più all’economia reale da un lato, in altri termini, devo recuperare con tagli o tasse da qualche altra parte.

E’ il meccanismo delle “coperture”. Nel momento stesso in cui si cominciavano a erogare gli 80 euro, ad esempio, scattavano azioni compensative – aumenti e anticipazioni di imposte dirette, incrementi di accise, eccetera – che pareggiavano esattamente gli importi totali.

Le manovre a saldo zero evidentemente non sono espansive ma redistributive. Non alimentano maggiore domanda - da cui segue, se c’è capacità produttiva da rimettere al lavoro, maggiore produzione e occupazione. Le manovre a saldo zero, semplicemente, tolgono a qualcuno per dare a qualcun altro.

Se c’è un effetto positivo, può essere dovuto solo al fatto che si tolgono soldi a qualcuno che tende a spenderli di meno per darli a qualcun altro li spende in misura maggiore. Si gioca sulle differenze di propensione alla spesa, in altri termini: che sono molto difficili da misurare e alla fine tendono, comunque, in buona parte a elidersi.

Nel caso degli 80 euro, un po’ di effetto netto positivo forse c’è anche stato: chi li ha ricevuti – lavoratori a basso reddito – probabilmente ha una propensione alla spesa un po’ più alta di chi ha pagato le maggiori tasse. Ma per importi netti molto modesti. Inoltre l’impatto sulla produzione interna dell’espansione netta dei consumi, già di per sé limitato da questo effetto di elisione, è stata ulteriormente ridotto dalla tendenza ad alimentare, in parte, maggiori importazioni.

Diverso sarebbe stato l’effetto di una manovra senza coperture, e, inoltre, parzialmente rivolta a ottenere (anche) un immediato miglioramento di competitività delle aziende italiane, mediante una riduzione consistente e permanente del cuneo fiscale.

Il problema del governo Renzi non è stato quindi l’aver “speso più soldi senza risultati”, ma l’aver adottato politiche economiche che pretendono di avviare la ripresa senza immettere maggiori risorse nette nell’economia.

Prova ne è che il rapporto deficit pubblico / PIL italiano continua a diminuire, sia pure in modo molto lento, nonostante l’assenza di crescita economica. Diminuisce non perché sia stata avviata una ripresa che produce più gettito fiscale, ma perché l’orientamento netto delle azioni di politica economica continua a essere restrittivo. Pochissimi decimali di riduzione del rapporto deficit / PIL vengono ottenuti a costo di mantenere l’economia italiana in condizioni di depressione permanente, disoccupazione e sottoccupazione altissima, deterioramento continuo del tessuto produttivo, disagio sociale che continua a salire, sofferenze e incagli del sistema bancario a livelli inaccettabili, eccetera.

E le ultime dichiarazioni di vari esponenti governativi non danno indicazioni di inversioni di atteggiamento. Si parla di “ottenere maggiore flessibilità” dalla UE, ma questo che significa ? il rapporto deficit pubblico / PIL italiano nel 2015 è sceso al 2,6% rispetto al precedente 3%. Nel 2016 e nel 2017 erano programmate ulteriori discese rispettivamente al 2,3% e all’1,8%. La “maggiore flessibilità” a cui si punta consisterebbe nel continuare a ridurre il deficit, ma più lentamente. Magari, ad esempio, a 2,4% quest’anno e a 2,2% il prossimo.

In altri termini: stiamo andando nella direzione sbagliata “però” puntiamo non a invertire la rotta, ma a rallentarla. Dovrebbe essere chiaro (ma a quanto pare non lo è…) che, così, dall’obiettivo ci si continua ad allontanare.

Una vera inversione di percorso, che permetta di avviare, finalmente, una ripresa che si possa definire tale, richiede di immettere maggiore potere d’acquisto nell’economia. E si può farlo senza incrementare l’indebitamento pubblico e senza rompere l’euro: superando gli insostenibili vincoli dell’attuale eurosistema, con l’emissione di titoli fiscali.

venerdì 16 ottobre 2015

I superammortamenti di Renzi aiutano a capire perché i CCF non sono debito


Ieri il governo Renzi ha presentato la proposta di legge di stabilità 2016, che tra i suoi provvedimenti prevede un meccanismo di “superammortamento” per incentivare gli investimenti delle aziende.
 
In pratica, si prevede di dare la possibilità, alle aziende che investono in beni produttivi, di ammortizzare con validità fiscale un importo pari al prezzo di acquisto maggiorato del 40%.
 
Ad esempio, un macchinario acquistato per un milione di euro e ammortizzabile in sette anni, beneficerebbe di una rata deducibile pari a un settimo (all’anno) di 1.400.000: quindi 200.000 euro all’anno.
 
Se l’aliquota marginale d’imposta è il 35%, questo corrisponde a minori imposte per 200.000 x 35% = 70.000 euro all’anno, invece di 50.000 con la legislazione attuale.
 
Naturalmente, il risparmio d’imposta consentito dagli ammortamenti futuri non è debito pubblico, e nessuno si sognerebbe di dire il contrario. Semplicemente, è un elemento di cui tener conto nel prevedere le future entrate fiscali.
 
Bene: immaginiamo che, per rafforzare l’efficacia del provvedimento, il risparmio d’imposta sia collegato a un titolo, sia cedibile, e sia utilizzabile per ridurre qualsiasi forma di pagamento dovuta alla pubblica amministrazione (non solo imposte dirette, ma anche contributi sociali, IVA ecc.).
 
In pratica l’azienda che effettua l’investimento riceve sette Certificati di Credito Fiscale, con scadenza a 1-2-3-4-5-6-7 anni, per un valore di utilizzo di 70.000 euro cadauno.
 
Il provvedimento diventerebbe nettamente più efficace, per due motivi.
 
In primo luogo, le aziende potrebbero monetizzare in anticipo il vantaggio fiscale, cedendolo sul mercato finanziario prima della data di utilizzabilità.
 
In secondo luogo, i CCF avrebbero sempre un valore, mentre l’ammortamento è utilizzabile solo dalle aziende che realizzano utili sufficienti. Chi non è certo di ottenerli (data la debolezza e l’incertezza della situazione economica) è riluttante a investire – superammortamento o no.
 
Se qualcuno in contatto con il governo mi legge, prego di prendere in considerazione il suggerimento…
 
Ma quello che tenevo a far notare è: se il risparmio d’imposta futuro, prodotto dall’ammortamento, non è debito pubblico (e nessuno si sognerebbe di considerarlo tale), non c’è nessuna logica perché lo diventi per il fatto di “incorporarlo” in un titolo e di renderlo cedibile.

venerdì 24 luglio 2015

Riflessioni sulla manovra Renzi

Biagio Bossone e Marco Cattaneo


Renzi sa che in un’economia esangue, come quella italiana, soltanto uno stimolo fiscale forte può incidere su aspettative che, in assenza di segnali incisivi di svolta, restano improntate a pessimismo e impoverimento. Ha pertanto annunciato di voler operare un taglio di alcune tasse.   

Ma come finanziare questi tagli? Recuperare le coperture è impossibile se non tagliando la spesa pubblica (il che porta magari guadagni di efficienza – peraltro da dimostrare - ma sottrae impulso a quella stessa domanda che s’intende rilanciare) oppure ottenendo flessibilità sui conti pubblici da Bruxelles. Ma quest’opzione, pur se concessaci, aumenterebbe il debito, conseguenza non proprio desiderabile.   

Noi proponiamo una misura che consentirebbe un taglio fiscale across the board che si autofinanzierebbe attraverso la crescita. Proponiamo che lo Stato emetta certificati di credito fiscale (CCF) che conferiscono al portatore il diritto a una riduzione di tasse, tributi e ogni altra obbligazione a favore dello Stato, a partire da due anni dall’emissione dei titoli (vedremo perché) e pari al valore nominale dei titoli stessi. I CCF sono titoli trasferibili e possono essere scambiati in euro (verosimilmente con uno sconto sul valore nominale comparabile a quello applicato su uno zero-coupon a due anni). Coloro che vendono i CCF vogliono euro per poterli spenderli. Coloro che li comprano acquisiscono il diritto a una riduzione fiscale a scadenza (e dunque a risparmi futuri). Gli intermediari finanziari possono acquistare CCF a sconto da coloro che vogliono venderli e potranno o utilizzarli per riduzioni fiscali a scadenza o rivenderli a sconto inferiore e ricavarne un profitto.  

Lo Stato assegna CCF di nuova emissione a famiglie e imprese. Molte famiglie li convertiranno in euro e li spenderanno in consumi. Le imprese faranno altrettanto o troveranno vantaggioso approfittare del minor carico fiscale per ridurre i prezzi, recuperare competitività e migliorare l’export. In un’economia depressa, la spesa stimolata dalle emissioni di CCF avrà un effetto moltiplicativo su reddito e occupazione. Le prospettive di rischio creditizio miglioreranno e accresceranno l’incentivo per le banche a riprendere l’erogazione di prestito per nuove attività di produzione e investimenti. Il maggior output genererà nuovo gettito fiscale. Le nostre proiezioni mostrano che basta un moltiplicatore del reddito intorno a 0,8 (assai più basso delle stime prevalenti) per far sì che nei due anni di differimento previsti per la scadenza dei CCF lo Stato incasserà introiti sufficienti a coprire il costo della riduzione fiscale, senza incremento del rapporto deficit pubblico / PIL.

L’emissione di CCF non comporta violazioni delle regole dell’euro. I CCF non sono uno strumento di debito, non costituiscono un trasferimento di reddito e non sono una valuta che lo Stato emette per sostituire l’euro. Permettono al settore privato di monetizzare e spendere oggi i tagli fiscali previsti a due anni e consentono tempo sufficiente affinché il prodotto nazionale cresca e generi introiti fiscali per evitare deficit.

Le emissioni possono inoltre essere accompagnate da clausole di salvaguardia da attivare nel caso in cui la crescita dell’output generi meno introiti fiscali del previsto:

Lo Stato può annunciare un impegno a finanziare in CCF una quota (presumibilmente piccola) delle sue spese, e/o

ai contribuenti lo Stato può assegnare nuovi CCF a fronte di nuove tasse (ciò sarebbe equivalente a sostituire aumenti delle tasse con dei swap forzosi CCF-euro), e/o

lo Stato può incentivare i possessori a ritardare l’utilizzo per sconto fiscale dei CCF giunti a scadenza attraverso il riconoscimento di un aumento del valore facciale dei titoli in loro possesso (il che è equivalente a riconoscere un interesse sotto forma di nuovi  CCF), e/o

lo Stato può raccogliere capitali in euro dal mercato collocando CCF con scadenze più lunghe al posto dei tradizionali titoli di debito.

Se adottate, queste clausole avrebbero effetti enormemente meno pro-ciclici di quelli che impone la UE per assicurare gli obiettivi di bilancio.

Con i CCF lo Stato, sostanzialmente:

Uno, promette a cittadini e imprese un ampio taglio delle tasse distribuito sull'arco di due anni;

Due, incorpora questa promesse in titoli che cittadini e imprese nel frattempo possono scontare e monetizzare oggi stesso per spenderle;

Tre, conta che nei due anni previsti la nuova spesa genererà output e gettito fiscale sufficiente per coprire il costo della riduzione fiscale.

In altri termini, con i CCF lo Stato effettua una forma di ‘deficit spending’ che prevede uno spending (da parte del settore privato) immediato e un deficit (del settore pubblico) ritardato che peraltro si auto-riassorbirà per effetto del moltiplicatore della spesa. Lo Stato fa ciò emettendo titoli sui quali non può fare essere, in nessuna circostanza, costretto al default.

Si tratterebbe di una grande manovra di stimolo della domanda indotto dallo Stato, con effetti moltiplicativi sul reddito e sull’occupazione.

domenica 12 aprile 2015

Spesa pubblica e tasse: il problema non è come le chiami


Pochi giorni fa mi sono ritrovato in mezzo a uno scambio di tweet con quattro o cinque interlocutori, tra i quali un certo Matteo Renzi – proprio lui, quello vero (notoriamente, un accanito tweetterista).

Renzi menava vanto di aver ridotto le tasse con una serie di interventi, tra cui gli ormai celeberrimi ottanta euro. Al che qualcuno gli ha contestato che “come giustamente sancito dalla UE” non si tratta di una riduzione di tasse, ma di un sussidio, quindi di un incremento di spesa pubblica.

Renzi ha risposto che nel momento in cui diventano strutturali (cioè permanenti) gli ottanta euro vanno considerati – nella sostanza, a prescindere dalla forma – minori tasse.

A questo punto sono intervenuto io facendo notare che il problema è un altro. Gli ottanta euro sono stati dati con una mano e ripresi con l’altra, sotto forma di incremento di altre tasse – TASI, accise, acconti IRPEF e altro ancora. Le tasse totali non sono scese per nulla.

Questo mio intervento ha riscosso parecchio successo, collezionando vari retweet e stellinamenti. Quello che però è sfuggito, credo, all’attenzione di molti è l’incongruenza della posizione del primo interlocutore (chiamiamolo Inty). Implicitamente (anzi neanche tanto) la sua affermazione equivale a dire che gli ottanta euro non andavano bene perché erano maggiore spesa pubblica, mentre sarebbero stati ottimi se si fosse effettivamente trattato di minori tasse.

Ora, gli ottanta euro sono soldi trasferiti ai privati (cioè lo sarebbero se non se li fossero mangiati altre tasse, come dicevo: ma lasciamo da parte, per ora, questo punto). Se riteniamo positivo sostenere la spesa privata, che importanza ha che l’azione di sostegno venga classificata come riduzione di imposta o come trasferimento ?

Inty è probabilmente un sostenitore della tesi che più spesa statale è sempre brutto, e meno tasse è sempre bello. Gli sfugge però che i dati di contabilità nazionale espongono due concetti di spesa pubblica, molto diversi tra loro.

Il settore pubblico italiano ha, attualmente, un deficit di circa 50 miliardi annui, risultante grosso modo da 800 miliardi di uscite e da 750 miliardi di entrate.

Gli 800 di uscite sono quelli che, colloquialmente, vengono definiti di solito “spesa pubblica”. In realtà, circa 250 sono trasferimenti a privati – in buona parte pensioni.

La spesa pubblica che costituisce una componente del PIL non include i trasferimenti, ma solo la cosiddetta spesa diretta: stipendi dei dipendenti pubblici, investimenti pubblici eccetera. Se lo stato costruisce un ponte, o se assume un insegnante, o se apre un nuovo ospedale, la relativa spesa entra nel PIL. Se aumenta le pensioni no: naturalmente la disponibilità di maggiori risorse finanziarie può indurre il pensionato a incrementare i suoi consumi, con riflessi positivi su domanda e occupazione. Ma è un effetto indiretto, non diretto.

Il PIL prodotto direttamente dall’attività del settore pubblico è quindi circa di 550 miliardi (800 meno 250) su un totale di poco più di 1.600. L’incidenza della spesa pubblica sul PIL non è vicina al 50% come generalmente si sostiene: è, in effetti, poco più di un terzo.

Il nostro amico Inty ha probabilmente in testa che il problema principale dell’economia italiana sia l’eccesso di spesa pubblica, e questo come risultato di due convinzioni, entrambe infondate o, quantomeno, tutte da dimostrare.

La prima è che la spesa pubblica sia sempre e comunque inefficiente. Bene: dei circa 550 miliardi di PIL sopra citati, oltre 100 sono rappresentati dal servizio sanitario nazionale. Il sistema sanitario italiano si piazza regolarmente – nelle classifiche elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – ai primi cinque posti al mondo per efficienza. E’ costantemente in lotta per le prime piazze con Singapore, Hong Kong e Giappone. Un gradino sotto si collocano, in genere, Svizzera e Spagna. Parecchio più in basso, Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

Se la principale voce di spesa pubblica ha un livello di efficienza molto superiore alla media mondiale, possibile che tutto il resto sia un tale buco nero da rendere il settore pubblico italiano, nel suo complesso, la palla al piede dell’intera economia nazionale ? Andrebbe quantomeno argomentato e provato, dati alla mano.

Ma c’è un altro punto. Se partiamo dal presupposto che la spesa privata è efficiente, dovremmo guardare con favore a un incremento dei trasferimenti tanto quanto a una riduzione delle tasse: entrambe sono categorie di risorse che vanno, o restano in mano, al settore privato, che decide poi come impiegarle.

Naturalmente ci può essere un problema di equità nel decidere chi beneficia dei trasferimenti, ma questo vale anche per le riduzioni di tasse e di imposte.

Ora, ripeto una volta di più quanto ho affermato in varie altre occasioni: io mi considero un liberale e non uno statalista, nel senso che ritengo che lo stato debba intervenire nell’attività economica se, e dove, è in grado di farlo, in modo evidente e comprovato, con maggiore efficienza ed equità del settore privato. Ma:

UNO, essere liberale significa avere una preferenza, a parità di condizioni, per la gestione privata delle risorse economiche rispetto alla gestione pubblica: non favorire la gestione privata a prescindere, cioè quando esistono chiare indicazioni che la gestione pubblica e più efficiente e più equa.

DUE, essere liberale non significa nemmeno, a maggior ragione, favorire necessariamente la riduzione della parte delle uscite statali – i trasferimenti appunto – che alimentano spesa privata.

TRE, nel momento in cui c’è disoccupazione massiccia, quindi pesante sottoutilizzo delle risorse produttive, ridurre le uscite statali per abbassare il deficit pubblico ottiene il risultato di ridurre il potere d’acquisto che circola nell’economia, quindi la domanda e la produzione. Con riflessi negativi anche sulla spesa privata, quella supposta essere più efficiente, e, soprattutto, sull’occupazione.

Diversa è la situazione in cui il sistema economico funziona a regime, quella cioè in cui, sostanzialmente, le risorse produttive sono tutte impiegate. In questo caso la riduzione delle uscite statali è il presupposto per riallocare le risorse verso altre forme di spesa. La cui maggiore efficienza ed equità, comunque, va argomentata, non presa come un assunto aprioristico perché “il privato è meglio del pubblico”.

giovedì 16 ottobre 2014

Breve commento sulla legge finanziaria


Scusate, a me non piace chiamarla legge di stabilità. La chiamo legge finanziaria come si usava ai tempi. Mi sembra più appropriato e, soprattutto, in questo momento c’è bisogno di cambiamento, non di stabilità. L’Italia anzi l’Eurozona se continua con questo tipo di stabilità punta dritta alla stabilità del cimitero (un luogo altamente stabile, non c’è dubbio).

Allora, commento non tecnico: si parla di 36 miliardi di minori tasse e maggiori spese, con coperture molto generiche e indeterminate.

Dovrebbe trattarsi di allargamento di deficit dal 2,2% precedentemente previsto al 2,9%, di effetti della spending review, di benefici dalla lotta all’evasione e di altre voci alquanto vaghe.

Non sono un fan di Renzi né di Padoan (questo, penso sia chiaro a chi mi legge) tuttavia esprimo un certo ottimismo su tutto ciò. E l’ottimismo nasce, appunto, dalla vaghezza delle coperture.

La cosa migliore che ci si può augurare, relativamente alla legge finanziaria, è che le coperture siano tutte finte, e che quindi la manovra sia effettivamente espansiva, creando maggior deficit spending per l’intero importo di 36 miliardi. Che non risolvono tutti i problemi economici dell’Italia, ma sono pur sempre un 2% abbondante del PIL. Non malaccio, per cominciare.

Tutto questo verrà accettato da Bruxelles ? gli ultimi rumours lasciano pensare che la commissione UE sia sostanzialmente, oggi, un pugile suonato. Non in condizione di bloccare alcunché: un cane che farà qualche abbaio, ma di pura immagine. Oggi ha i denti di gomma: sul tavolo ci sono la Francia con una proposta di deficit decisamente più alta (ma se provano a bocciarla c’è la caduta di Hollande e la Le Pen al governo, pronta dietro l’angolo), gli USA imbufaliti perché l’Eurozona rischia di creare una recessione mondiale, il Fiscal Compact che è un’impossibilità aritmetica (cosa, ogni giorno che passa, sempre più evidente per tutti).

Naturalmente molto più razionale ed efficace sarebbe sedersi tutti quanti intorno a un tavolo e ridisegnare in modo più sensato le regole di funzionamento dell’Eurozona. E forse accadrà.

Per adesso, comunque, una legge finanziaria a coperture finte (se tali sono, come mi auguro) non la butto via.

lunedì 22 settembre 2014

Renzi, rilanciare la domanda senza nuovo debito si può


[Nota introduttiva: il testo qui di seguito è una versione – non una traduzione letterale – dell’articolo uscito su Economonitor. Sarà pubblicato su uno o più siti / organi di stampa (non vi dico quali solo perché più di uno lo sta esaminando, in versioni tra di loro un filo differenti – non nella sostanza, ovviamente !).  A firma congiunta Biagio Bossone – Marco Cattaneo – Warren Mosler – Giovanni Zibordi].

 

Flessibilità fiscale per l’Italia ?

Con una politica economica fortemente ingessata e uno spazio fiscale residuo pressoché inesistente, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi cerca di ottenere dalla UE margini di flessibilità per un’implementazione più attenuata del fiscal compact.

Riteniamo che, semmai tale flessibilità venisse concessa, essa sarebbe largamente insufficiente rispetto all’esigenza di rilancio della domanda interna del Paese. Oltretutto, maggiore flessibilità significherebbe nuovo debito.

Lo scorso anno, il deficit di bilancio dell’Italia è rimasto attestato al 3% del PIL e il surplus primario del 2,2%, il più ampio in Europa, ha eguagliato quello della Germania. Sei anni di tasse in aumento, tuttavia, hanno interrotto la crescita e non hanno impedito il continuo aumento del debito, mentre la produzione industriale si è contratta del 25%, l’occupazione è scesa di oltre un milione di unità e la disoccupazione è più che raddoppiata.

Non è immaginabile che stimoli adeguati promanino dalla politica monetaria, né che le misure della BCE da sole bastino a riattivare il credito. Né la disoccupazione potrà essere riassorbita da una modesta ripresa delle esportazioni. Non c’è nemmeno ragione per credere che riforme nel campo della giustizia, dell’istruzione, della governabilità e della competitività, per quanto necessarie a modernizzare il Paese, consentano di avviare la ripresa.

 

Un nuovo strumento per crescere

In tali condizioni, proponiamo che lo stato italiano emetta dei Certificati di Credito Fiscale (CCF) per assegnarli senza contropartita a imprese e lavoratori in funzione del costo del lavoro sostenuto dalle prime, e della retribuzione netta dei secondi. I CCF non prevederebbero alcun obbligo di rimborso da parte dello stato. A due anni dall’emissione, tuttavia, lo stato s’impegnerebbe ad accettarli per il pagamento di tasse e di qualsiasi altra obbligazione finanziaria ad esso dovuta (contributi pensionistici, previdenziali e sanitari, multe ecc.).

I percettori di CCF potrebbero immediatamente convertirli in euro, vendendoli sul mercato finanziario con uno sconto analogo a quello applicabile a un titolo di stato zero coupon a due anni, e spenderli per l’acquisto di beni e servizi. I CCF sarebbero una quasi-moneta. I due anni di differimento servirebbero a dare all’economia il tempo di aumentare la produzione di beni e servizi in funzione dell’accresciuta domanda, generando incassi erariali che compenserebbero la diminuzione degli introiti in euro conseguente ai versamenti effettuati in CCF.

Le assegnazioni di CCF rappresentano una notevole riduzione del cuneo fiscale: accrescono il reddito disponibile dei lavoratori e riducono il costo del lavoro per le imprese. Le allocazioni dirette supererebbero l’inefficacia dei meccanismi creditizi tradizionali, generando capacità di spesa senza creare indebitamento. I maggiori redditi disponibili sosterrebbero i consumi mentre la riduzione del costo del lavoro incoraggerebbe occupazione e competitività. La bilancia commerciale resterebbe in equilibrio, in quanto le maggiori esportazioni nette consentite dal recupero di competitività compenserebbero la crescita di import conseguente alla ripresa. Il flusso di allocazioni di CCF e la non esigenza di copertura delle stesse attraverso futura tassazione darebbero luogo a consistenti effetti moltiplicativi della spesa sul PIL.

 

Impatto dei CCF

Con un output gap pari a 300 miliardi di euro rispetto al trend pre-crisi, e ipotizzando stime conservative del moltiplicatore fiscale, l’Italia potrebbe chiudere il gap in 3 o 4 anni, emettendo CCF per 200 miliardi all’anno (con un flusso peraltro modulabile in relazione alla risposta del PIL), senza mai eccedere il limite di Maastricht del 3% e avviando a riduzione il rapporto debito pubblico / PIL. Il taglio al cuneo fiscale diventerebbe permanente, la ripresa della domanda giustificherebbe nuovi investimenti e le migliorate prospettive economiche riattiverebbero il circuito del credito.

Peraltro, dato l’alto volume di risorse attualmente non occupate, la nuova spesa indotta dai CCF non alimenterebbe l’inflazione, tenuto conto anche dell’impatto deflattivo dei CCF sul costo del lavoro sostenuto dalle imprese. E comunque, se l’inflazione dovesse moderatamente ravvivarsi, ciò sarebbe coerente con gli obiettivi che la BCE si sta, oggi, sforzando di conseguire.

 

Che ne penserebbero i paesi partner ?

Nelle attuale condizioni di politica economica, nulla può controbilanciare le pressioni deflazionistiche che affliggono le economie periferiche dell’Eurozona, dove la sfida è quella di trovare il modo di sostenere la domanda. I CCF sono la risposta a questa sfida: rilanciano la domanda senza creare debito, poiché i governi che li emettono s’impegnano ad accettarli per il pagamento delle tasse, non a rimborsarne il valore a una qualche data futura.

I paesi creditori, comprensibilmente, chiedono il rispetto di vincoli rigidi all’emissione di nuovo debito da parte dei paesi già esposti, ma non hanno ragioni valide per limitare strumenti non di debito, i CCF, che mirano a combattere la depressione. E poiché i CCF non danno luogo a future obbligazioni di debito per gli stati emittenti, la loro allocazione non ricadrebbe tra le regole del fiscal compact e non rientrerebbe nel calcolo del deficit.

Rimane, certo, la posizione della Germania, che si oppone a misure utili a sostenere la crescita temendo che il loro successo eliminerebbe lo stimolo all’attuazione delle riforme strutturali che – a suo avviso – sono garanzia del ritorno a una crescita sana.

Ma insistere sull’attuazione di riforme strutturali in un contesto di domanda depressa è proprio il modo migliore per impedirne l’attuazione. Le riforme hanno costi di breve-medio termine ed impatti negativi sulla domanda. La stessa Germania, del resto, sforò il limite del 3% nel rapporto deficit pubblico / PIL per riuscire ad avviare le riforme Hartz, nonostante un contesto economico mondiale e, soprattutto, europeo nettamente più favorevole di quello odierno.

In realtà, la soluzione CCF – che è adottabile da ciascuno dei paesi in crisi dell’Eurozona – consentirebbe la ripresa dell’output, rafforzerebbe la sostenibilità fiscale e la possibilità di avviare le necessarie riforme strutturali, in un clima di consenso ottenuto proprio grazie al forte stimolo della domanda reso possibile dai CCF.

venerdì 5 settembre 2014

La conversione della Bocconi alla MMT


O, se preferite, al keynesismo vero e autentico, quello espresso nella Teoria Generale, non la caricatura di “debito e spesa pubblica sempre e comunque” che ne fa chi non la conosce – questa conversione è stata pubblicata su vox.eu il 21 agosto scorso. Eccola.

I concetti sono molto simili a quelli dell’articolo di Blyth e Lonergan, uscito negli stessi giorni, e vi rimando quindi al relativo commento.

Mi limito a qualche annotazione.

Francesco Giavazzi e Guido Tabellini propongono di finanziare una forte riduzione di imposte mediante l’emissione di titoli (da parte dei vari stati che la effettuano) con trent’anni di scadenza, interamente sottoscritti dalla BCE. Assomiglia moltissimo, in realtà, alla modalità con cui la Bank of England finanzia da anni il deficit spending effettuato nel Regno Unito. A tutti gli effetti pratici si tratta di finanziamento con emissione di moneta, costruito in questo modo per mantenere in essere il simulacro (forse è meglio chiamarlo superstizione…) della Banca Centrale che non può finanziare direttamente i deficit pubblici.

Come spiegavo nel commento all’altro articolo, il problema che un’operazione di questo tipo sarebbe rivolta solo ad alcuni paesi, o sarebbe inflazionistica se effettuata nei confronti anche di quelli dove non esiste una forte carenza di domanda (leggasi la Germania) si risolve in modo molto semplice: l’erogazione viene effettuata a favore di tutti, in proporzione per esempio al PIL, ma la Germania non la utilizza per effettuare azioni espansive bensì per ridurre il suo debito pubblico in circolazione.

E, come detto e ripetuto tante volte, in un progetto di questo tipo deve essere inserito un meccanismo di riduzione degli squilibri di competitività tra i vari paesi (che causerebbero incremento di debito estero nei paesi dell’Eurozona mediterranea): molto semplicemente, questo si ottiene rivolgendo buona parte dell’azione espansiva (effettuata al Sud) alla riduzione della fiscalità sul lavoro e sulla produzione domestica. In primo luogo, abbassando fortemente il cuneo fiscale.

Io continuo a preferire l’attuazione della Riforma Morbida mediante emissione dei Certificati di Credito Fiscale in quanto non richiede nessun intervento della BCE e nessuna emissione di debito addizionale (nemmeno formalmente).

Comunque l’articolo di Tabellini e Giavazzi è molto significativo. Trattandosi di persone molto vicine agli alti vertici politici del paese (Tabellini è consulente economico della Presidenza del Consiglio, Giavazzi pochi giorni fa è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica) sarebbe interessante sapere se queste cose si limitino a scriverle in inglese su siti specializzati in macroeconomia, o se invece le stiano spiegando a Renzi e a Napolitano…

lunedì 4 agosto 2014

Sfora, Matteo, sfora…


Tra settembre e ottobre, il governo italiano e il presidente del consiglio Matteo Renzi saranno impegnati a predisporre la legge di stabilità e circolano, al riguardo, le illazioni più disparate.

Si va da un estremo – manovra restrittiva per mantenere (sarebbe più corretto dire per “illudersi di mantenere”…) il rapporto deficit pubblico / PIL nei limiti del 3% - all’altro – sforare i parametri senza se e senza ma.

La via giusta naturalmente è la seconda, e non ha senso farlo per pochi decimi di punto. Occorre un vigoroso riavvio dell’economia: quindi confermare gli 80 euro, estenderli a pensionati, disoccupati e partite IVA, riavviare gli investimenti pubblici, aggiungere almeno altri 20 miliardi di riduzione del carico fiscale sul lavoro a vantaggio delle aziende. Per esempio riducendo fortemente l’IRAP e/o gli oneri sociali.

Con un deficit / PIL al 6% per tre anni la ripresa sarà forte e solida. E la detassazione dei costi aziendali eviterà la formazione di squilibri commerciali con l’estero.

USA e UK sono ripartiti con deficit che hanno superato il 10%, senza creare inflazione né incrementi dei tassi d’interesse. E hanno peccato per eccesso di cautela: con deficit maggiori la ripresa sarebbe stata più forte e più rapida.

Che cosa diranno a Bruxelles ? lasciamoli bofonchiare, i parametri sono stati concepiti ignorando i principi base della macroeconomia, per non dire dell’aritmetica. L’economia dell’Eurozona è ferma senza benzina sotto un distributore e questi pretendono di fare un viaggio di 500 chilometri spingendo l’auto.

Si opporrà la BCE ? non scherziamo, se ritira il "whatever it takes" salta l’euro.

Si irriterà Berlino ? e che fa, lascia l’euro ? i tedeschi poi, che violano i parametri ogni volta che fa loro comodo – vedi il 6% per il surplus commerciale / PIL, superato sette volte negli ultimi otto anni.

Sfora, Matteo. I parametri sono parte del sistema che ha affamato la Grecia, rovinato il Portogallo, rapinato l’Irlanda, mandato in crisi Italia, Spagna e Francia. Sono ineseguibili e salteranno comunque nei prossimi dodici mesi. Tu oggi sei a un bivio. Scivolare nell’irrilevanza. O passare alla storia come il leader che ha risolto l’eurocrisi.

domenica 13 luglio 2014

Contatto con l’entourage di Renzi


Ne abbiamo avuto uno, e mi sembra giusto riferirne, anche se sono costretto a essere piuttosto evasivo – non sono autorizzato, in altri termini, a fare il nome della persona contattata.

In supersintesi, è stato riconosciuto che la Riforma Morbida conseguirebbe tutti i risultati previsti: forte e rapida ripresa di PIL e occupazione, mantenendo nello stesso tempo in equilibrio i saldi commerciali esteri e riducendo significativamente sua il deficit pubblico che il debito pubblico. Dove il deficit e il debito sono misurati (com’è corretto fare) con riferimento alle emissioni di titoli destinati a essere rimborsati, e che quindi hanno un rischio di insolvenza: esclusi quindi i CCF (che non sono destinati a essere rimborsati e ai quali quindi non si associa in alcun modo tale rischio).

Detto questo, il governo Renzi per ora intende continuare con la ricerca di un’adesione, da parte delle autorità UE, al puro e semplice sforamento dei limiti riguardo al rapporto deficit pubblico / PIL (fermo restando che deficit e debito continuerebbero a essere garantiti – nella sostanza - dalla BCE: a maggior ragione se inizia una manovra di quantitative easing).

Questa disponibilità a concedere sforamenti (la famosa “flessibilità”) continuo a non vederla per niente. Le mie informazioni al riguardo non vanno al di là, peraltro, da quello che riportano i media. Se c’è dell’altro lo capiremo entro un paio di mesi al massimo, credo.

Su un tema connesso, molti di voi (e anche altri) mi hanno fatto notare che sforare il rapporto deficit pubblico / PIL è un modo per ottenere gli stessi risultati che si avrebbero con l’emissione dei CCF. Nella sostanza è così, ma ci sono alcune differenze non di poco conto, sia giuridiche che politiche. Torno su questo tema a brevissimo.

martedì 25 marzo 2014

Fiscal Compact: dove può arrivare la follia eurista ?


Renzi sta disperatamente cercando le coperture per le sue manovrine espansive, e naturalmente sta constatando l’ovvio. Cioè che tagliando (o tassando) da una parte per spendere (o detassare) dall’altra, non si risolve sostanzialmente NULLA.

Un’economia in situazione di forte depressione della domanda si risolleva, facilmente e rapidamente, immettendo potere d’acquisto nell’economia reale. I magheggi a saldo zero per definizione non immettono niente e sono, quindi, una strada senza uscita.

Nel frattempo incombe lo spettro del fiscal compact, che dovrebbe comportare pesantissime misure di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL italiano.

Naturalmente metterle in atto sarebbe un perfetto esempio di cane che insegue la propria coda. Il tentativo di rispettare i termini del fiscal compact, per esempio tramite una grossa patrimoniale, abbatterebbe domanda, consumi e PIL e impoverirebbe ulteriormente il paese, senza che gli obiettivi di “risanamento” della finanza pubblica vengano minimamente raggiunti.

Ora, lasciatemi sintetizzare un concetto che per chi segue regolarmente questo blog è peraltro molto chiaro.

I vincoli UE – in particolare il deficit / PIL al 3% e il fiscal compact - sul piano economico hanno senso solo sotto un aspetto. L’Italia ha un debito pubblico denominato in una moneta di cui non controlla e non gestisce l’emissione. Quindi ha bisogno di rifinanziarlo sul mercato.

Se non ci riesce, ne seguono grosse turbolenze sui mercati finanziari e anche per il sistema bancario italiano, che detiene buona parte dei titoli del debito pubblico.

Questa preoccupazione giustifica, superficialmente, i vincoli UE. Ma – appunto – solo superficialmente, perché è ormai evidentissimo, dopo quasi tre anni di politiche di austerità, che tasse e tagli abbattono il PIL e producono l’innalzamento, non la riduzione, del rapporto debito pubblico / PIL.

Ora, la Riforma Morbida rilancia la domanda e il PIL italiano immettendo potere d’acquisto nell’economia reale mediante uno strumento monetario (i CCF) che NON PUO’ causare default, perché non esiste obbligo di rimborso da parte dello Stato emittente.

Immaginiamo che Renzi voglia utilizzare questa strada. Non avrebbe che da dire: rilancio l’economia italiana e per due anni (la durata prevista, per i CCF, tra il momento della loro emissione e il momento in cui saranno utilizzabili per pagare tasse) non ci sono oneri per la finanza pubblica italiana. E’ tutto beneficio, perché maggior PIL significa maggiori entrate fiscali. L’ammontare di debito pubblico che può dare luogo a default (cioè del debito pubblico che è effettivamente debito) scende, e scende PIU’ RAPIDAMENTE di quanto previsto dai vincoli UE.

Che cosa mi dici, cara UE ? che non credi alla ripresa prodotta dal maggior potere d’acquisto in circolazione ?

Beh senti non capisco l’argomentazione… non vedo proprio perché aumentare il potere di spesa dei cittadini e diminuire il carico fiscale in un’economia depressa non debba innalzare domanda, produzione e occupazione… ma COMUNQUE se ne parla tra due anni.

Se ho ragione io, abbiamo risolto ogni problema.

Se no, vedremo quali altri interventi attivare. MA NON OGGI. TRA DUE ANNI.

Nel caso in cui Renzi non sia in grado di dire questo. O comunque se si blocca di fronte a una UE che esprime opinione scettica o negativa…

…allora c’è solo una spiegazione possibile. E chi mi legge mi può dare atto, credo, di non essere una persona incline a interpretazioni cospiratorie.

Non potremmo più neanche pensare che il problema sia una (sia pure titanica, gigantesca) dimostrazione di incompetenza da parte di questa classe politica (italiana ed europea).

L’unica spiegazione che rimarrebbe è una perversa, persecutoria volontà di distruggere l’economia italiana, il benessere dei suoi cittadini e i loro risparmi.

lunedì 17 febbraio 2014

Il prossimo governo


In questo momento non ho opinioni in merito alla riuscita del tentativo di Renzi. Né a che cosa abbia intenzione di fare nel caso in cui diventi il prossimo capo del governo.

Molto chiaro è, comunque, che il suo successo come eventuale premier dipende solo da una cosa. Dalla capacità di produrre una reale e significativa ripresa dell’economia.

Altrettanto chiaro è che c’è un sistema rapido e sicuro per ottenere questo risultato. Sforare in misura significativa i vincoli attualmente imposti dagli accordi assunti in sede UE.

Immaginiamo per esempio che il governo Renzi decida di innalzare dal 3% al 6% il rapporto deficit pubblico / PIL (ricordo che il 6% sarebbe un livello comunque inferiore a quello raggiunto nel 2013 da Spagna e Irlanda, paesi che di recente sono stati definiti come “più avanti dell’Italia” sulla strada delle “riforme”).

In realtà tre punti in più di deficit equivalgono non a tre ma a circa sei punti d’incremento del saldo netto (a parità di condizioni) tra spesa pubblica e tasse.

L’azione espansiva consentita da questo incremento innalza, infatti, il PIL e quindi le entrate fiscali, producendo un automatico recupero di una parte del maggior deficit.

Inoltre, nelle condizioni attuale (domanda estremamente depressa rispetto alle capacità produttive dell’economia italiana) l’azione espansiva ha effetti più che proporzionali rispetto alle cifre messe inizialmente in gioco. La maggior domanda spinge le aziende ad assumere, aumentano consumi e investimenti, parte un circolo virtuoso che si autoalimenta.

Avremmo per esempio:

6% in più di deficit / PIL (a parità di condizioni)

8% di recupero del PIL (non immediatamente, diciamo distribuito nell’arco di 24 mesi)

3% (almeno) di maggiori incassi fiscali

6% meno 3% = 3% in più di deficit / PIL (al netto del recupero fiscale).

E anche un rapporto debito pubblico / PIL inferiore, grazie al recupero del denominatore.

Un 6% in più tra spesa e minori imposte significa oltre 90 miliardi, da distribuirsi tra maggior spesa, minori tasse ai privati e sgravio del carico fiscale e contributivo che pesa attualmente sui costi di lavoro sostenuti dalle aziende. Una ripartizione 30-30-30 potrebbe essere grosso modo quella da adottare. La quota che andrebbe a beneficio delle aziende le renderebbe automaticamente più competitive nei confronti della concorrenza estera ed eviterebbe quindi che l’incremento di domanda e di PIL produca uno squilibrio della bilancia commerciale. Bilancia commerciale che attualmente è grosso modo in pareggio, e l’obiettivo è che tale rimanga.

A chi ha “metabolizzato” i dettagli del progetto CCF, risulterà chiaro che questa ne è una riedizione su scala più contenuta (ma comunque significativa) e attuata senza introdurre un nuovo strumento monetario, bensì semplicemente sforando i parametri di Maastricht.

Confido in Renzi perché faccia questo ? non confido in niente, mi limito a sintetizzare i dati del problema e a indicare un possibile percorso di soluzione.

Il progetto CCF diventa superfluo ? al contrario, la chiave per sbloccare la situazione con la UE potrebbe proprio essere indicare che è possibile realizzarlo. E che quindi è inutile pretendere di impedire qualcosa che l’Italia è COMUNQUE in grado di attuare per altre vie…