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venerdì 8 aprile 2022

La battaglia della Moneta Fiscale

Da un po' di tempo circolava, all'interno del Gruppo Moneta Fiscale, l'idea di pubblicare un libro in merito alle vicende che hanno portato all'elaborazione della proposta, ai risultati ottenuti, alle critiche, ai contrasti, ai passi effettuati e a quelli che verranno. Eccetera.

Stefano Sylos Labini ha rotto gli indugi e l'ha scritto e pubblicato.


Ne consiglio la lettura a tutti !

lunedì 1 giugno 2020

L'infrastruttura digitale per i CCF

A cura del Gruppo della Moneta Fiscale, un articolo dal titolo forse un po' intimidatorio ( :))) )

"Un'infrastruttura digitale per l'uso dei Certificati di Compensazione Fiscale (CCF) come strumento di pagamento: opzioni tecniche"

Lo trovate a questo link.

L'introduzione dell'infrastruttura per lo scambio dei CCF è un passaggio molto importante per la creazione di un vero e proprio sistema di Moneta Fiscale.

mercoledì 15 aprile 2020

Perchè i CCF non sono - non possono essere - debito

In anteprima, a questo link, un articolo del Gruppo Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini).

Si mette la parola FINE a qualsiasi ipotesi di assimilazione dei CCF a una forma di debito.

lunedì 9 marzo 2020

Moneta Fiscale per un nuovo Piano Marshall


Gli impatti economici del Coronavirus sono, benché al momento difficili da stimare, senz’altro molto rilevanti. Per di più, colpiscono un paese già fiaccato da anni di austerità e da una congiuntura negativa, non solo italiana, che era in effetti iniziata parecchi trimestri prima.

La decisione, presa nella notte tra il 7 e l’8 marzo, di mettere in quarantena la Lombardia e altre quattordici province dell’Italia Settentrionale rende ancora più impellente la necessità di agire.

Si invoca a gran voce un “Piano Marshall” che rappresenti un’autentica svolta per l’economia del paese. Ma i vincoli del sistema euro, nel suo assetto corrente, non lasciano margini di manovra minimamente adeguati alle dimensioni del problema.

La modalità di intervento attuabile dall’Italia, senza passare per la rottura deflagrante della moneta unica europea, è l’introduzione di una o più forme di Moneta Fiscale.

Una possibilità in questo senso è costituita dai Minibot di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega. Nella configurazione proposta, però, la sua portata è del tutto insufficiente.

L’idea è di rimborsare debiti della pubblica amministrazione (debiti di fornitura e debiti a fronte di crediti d’imposta) con uno strumento cartaceo utilizzabile per pagare le tasse. Questo strumento, quindi, circolerebbe a un valore presumibilmente in linea con quello dell’euro.

I Minibot hanno però il limite di essere assegnati a soggetti già titolari di crediti. Anticipano, in altri termini, una disponibilità finanziaria, ma non incrementano reddito e ricchezza del percipiente.

Il Gruppo Moneta Fiscale (che comprende Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini) ha elaborato uno strumento di intervento molto più potente, i CCF (Certificati di Compensazione Fiscale).

Il progetto CCF ha dato origine a una proposta di legge, sottoscritta da una novantina di parlamentari M5S e attualmente all’esame del Senato.

I CCF sono titoli che danno diritto, a partire da due anni dopo la loro assegnazione, a ridurre pagamenti verso l’erario di importo pari al valore facciale dei CCF stessi. Sono in pratica dei “BTP fiscali” a due anni, ma non rientrano nel debito pubblico in quanto non sono da rimborsare cash in euro.

Incorporando un beneficio certo a termine (lo sconto fiscale), i CCF hanno valore fin dal momento della loro emissione (nonostante l’utilizzo per ridurre i pagamenti verso l’erario sia differito).

Possono essere emessi dallo Stato e assegnati gratuitamente, per attuare una serie amplissima di azioni: integrazione di redditi, riduzione del carico fiscale alle imprese, spesa sociale, investimenti pubblici. E naturalmente anche per finanziare le azioni di contrasto alla crisi sanitaria prodotta dal Coronavirus.

Una forte emissione di CCF consente di rivitalizzare la domanda, la produzione e l’occupazione. La ripresa del PIL gradualmente produrrà anche la crescita del gettito fiscale lordo, il che compenserà l’utilizzo dei CCF nel momento in cui questi giungeranno a scadenza e verranno usati per ridurre pagamenti verso l’erario.

L’emissione di CCF può essere espansa a una condizione: le quantità che annualmente diventano utilizzabili non devono superare una modesta frazione degli incassi lordi della pubblica amministrazione. Diversamente, l’uso di CCF per ridurre pagamenti verso la P.A. diverrebbe “vischioso” e ridurrebbe il loro valore rispetto a quello dell’euro.

Il problema, in ogni caso, non si pone, in quanto il progetto CCF prevede emissioni massime annue intorno a 100 miliardi: una quantità modesta rispetto agli incassi lordi annui del settore pubblico (oltre 800). Più che sufficiente, nello stesso tempo, a produrre una forte ripresa dell’economia.

L’introduzione dei CCF andrà effettuata comunicando al mercato che, grazie alla disponibilità di questo nuovo strumento, il debito pubblico (quello da rimborsare in euro) diminuirà costantemente, anno dopo anno, in rapporto al PIL.

In questo modo i mercati finanziari vedrebbero invertirsi la tendenza alla crescita del rapporto debito pubblico / PIL, che oggi li preoccupa perché implica un rischio di default (essendo debito non garantito dalla potestà di emissione dello Stato o della sua banca centrale).

Per attuare il progetto CCF non occorre aprire alcun tavolo negoziale con la UE, né chiedere nulla a nessuno. I CCF possono essere introdotti per iniziativa autonoma del parlamento e del governo italiano.

Uno strumento di Moneta Fiscale con queste valenze e con queste direttrici di applicazione consente una “potenza di fuoco” adeguata non solo a contrastare gli effetti economici del Coronavirus, ma anche, una volta per tutte, a risolvere le disfunzioni dell’Eurozona e a far ripartire l’economia italiana.


mercoledì 14 agosto 2019

Certificati di Compensazione Fiscale

In attesa di scoprire se la "crisi di governo" diventerà una crisi di governo, abbiamo ragionato sulla denominazione del progetto - in particolare, noi del Gruppo Moneta Fiscale e Pino Cabras, su cui, qualunque cosa accada, faccio pieno affidamento per continuare a promuoverlo a livello politico.

Fermo restando che rimane in essere l'ormai "storica" sigla CCF, il significato di quest'ultima è stato modificato da Certificati di Credito Fiscale in

CERTIFICATI DI COMPENSAZIONE FISCALE

La nuova denominazione riflette molto meglio la natura del titolo. Non è legal tender money. Non è un credito destinato a essere rimborsato cash.

E' un titolo che dà diritto appunto a compensare, quindi a ridurre, pagamenti altrimenti da effettuare nei confronti della Pubblica Amministrazione.

sabato 1 giugno 2019

I CCF sono un "gimmick" ? intendiamoci...


Sabato scorso si è tenuto a Milano un convegno, organizzato agli amici di Sottosopra, che ha visto tra i relatori Sergio Cesaratto, Warren Mosler, Marco Veronese Passarella, e Randall Wray.

Non ho potuto presenziare, ma Francesco Chini mi ha riferito di aver sintetizzato per sommi capi il progetto Moneta Fiscale / CCF a Randall Wray. Il quale ha commentato qualcosa nel tipo “it sounds like a gimmick”.

Non essendoci, non posso giudicare se il commento sia stato formulato in un tono che lasciava intendere “sono scettico”, o “sono sorpreso”, o “bisogna rifletterci”, o altro ancora.

Mi limito a qualche considerazione. Che cosa vuol dire “gimmick” ? e i CCF possono essere definiti tali ?

Prendiamo le definizioni e le traduzioni proposte da wordreference.com, un dizionario / vocabolario online che utilizzo parecchio, anche per lavoro.

Le accezioni che vengono proposte per “gimmick” sono due, tra loro abbastanza differenti.

Gimmick = trick, catch = trucco, strategemma, espediente.

Gimmick = clever device = aggeggio, arnese (ma anche, anzi letteralmente: “intelligente strumento”).

Ovviamente il mio giudizio è di parte (!) ma mi pare proprio che i CCF non siano un “trick”, bensì un “clever device”.

Lo confermano gli studi approfonditi dei trattati e dei regolamenti UE (vedi qui, ma tornerò sul tema in uno dei prossimi post), effettuati dal Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone – Marco Cattaneo – Massimo Costa – Stefano Sylos Labini).

E l’utilizzo dei CCF è proposto sulla base di alcune semplici considerazioni.

I debiti pubblici dei paesi appartenenti all’Eurozona non sono garantiti da una potestà di emissione monetaria. Quest’ultima è demandata alla BCE, a cui i trattati impediscono di fornire garanzie esplicite e illimitate.

Formalmente neanche (per esempio) la Federal Reserve garantisce incondizionatamente il debito federale USA, ma l’eventualità che la Fed consenta un default degli USA è considerata (a ragione) pura fantascienza.

I debiti sovrani degli stati membri dell’Eurozona incorporano invece un reale rischio di default: tanto è vero che uno stato membro, la Grecia, è andato in default. Il rischio non è teorico: si è già concretizzato.

E’ corretto e giusto che sia così ? no, è uno – probabilmente il più grave – dei difetti strutturali dell’Eurosistema.

E’ possibile cambiare questa situazione, ottenendo una garanzia incondizionata sui debiti sovrani, de jure o de facto, da parte della BCE ? No, è una proposta che non vale nemmeno la pena di formulare. Non sarebbe discussa, anzi nemmeno esaminata. La BCE e la UE la considererebbero “non ricevibile e non ricevuta”.

Dati questi presupposti, che strada si può percorrere ?

Emettere un’attività finanziaria (il Certificato di Credito Fiscale) che non è debito ai sensi dei trattati e dei regolamenti UE (non rientra nel Maastricht Debt) e che, non essendo soggetta a impegni di rimborso cash, non comporta il rischio di essere forzati al default.

Vedi qui per avere conferma che il Maastricht Debt non comprende i crediti fiscali.

L’utilizzo dei CCF consente di rilanciare domanda, competitività, produzione e occupazione, di bloccare l’incremento del Maastricht Debt e di avviarne la progressiva riduzione in percentuale del PIL.

E’ un “gimmick” ? lasciatemi essere immodesto: sì, nel senso che è un “clever device”.

mercoledì 17 aprile 2019

La proposta Mosler


Ho moltissima stima per Warren Mosler, che considero un economista di grandi competenze e originalità di pensiero. L’idea dei CCF, del resto, mi è stata ispirata dai tax-backed bonds (noti appunto anche come Mosler bonds) proposti da lui e da Philip Pilkington, oltre che dai MEFO bills di Hjalmar Schacht.

La proposta Mosler per reintrodurre la lira in Italia mi lascia però perplesso. Può darsi benissimo che io non l’abbia perfettamente compresa (e se è così ringrazio in anticipo chi mi farà notare eventuali discordanze tra il seguito di questo articolo e le affermazioni di Mosler, che sinceramente a volte trovo sintetiche all’eccesso – degli schizzi molto interessanti ma un po’ carenti nell’elaborazione dei dettagli – magari è un mio limite).

Per quello che ho compreso io, Mosler propone di:

UNO, convertire tutta la spesa pubblica italiana da euro a lire.

DUE, dichiarare che le tasse e qualsiasi altra forma di obbligazione finanziaria nei confronti del settore pubblico dovranno essere pagate in lire.

I depositi bancari resteranno invece in euro, e non si verificherà alcuna conversione di crediti, debiti, valuta di denominazione dei contratti eccetera: resterà tutto in euro.

Secondo Mosler, dato che tutti i residenti italiani avranno bisogno di lire per pagare le tasse, ci sarà una forte domanda di lire che eviterà svalutazioni della lira nei confronti dell’euro.

Se questo è vero, i soggetti che ricevono lire e non più euro a fronte delle varie voci di esborso del settore pubblico – dipendenti pubblici, pensionati, fornitori della pubblica amministrazione, possessori di Stato, eccetera – non subiranno penalizzazioni. Riceveranno lire ma la lira sarà convertibile in euro pressoché alla pari.

La mia perplessità riguarda soprattutto quest’ultimo punto. Come facciamo a essere certi di un rapporto di cambio pressoché alla pari ? è vero che i residenti italiani dovranno procurarsi lire per pagare le tasse, ma è anche vero che lo Stato italiano immetterà una quantità ancora superiore di lire a fronte della spesa pubblica (precedentemente effettuata in euro). La quantità sarà superiore perché esiste un deficit pubblico, che tra l’altro ci si propone di aumentare per rilanciare la domanda, l’occupazione e il PIL.

La lira di Mosler è in effetti, in questo schema, una forma di Moneta Fiscale, utilizzabile fin da subito per pagare tasse (e non con un differimento di due anni, come nel caso dei CCF). Ma se ne immette immediatamente una quantità enorme, vicina a 1.000 miliardi: non 30 il primo anno da incrementare gradualmente fino a circa 100 (che è quanto ipotizzato dal progetto CCF).

Il rapporto di cambio lira – euro alla pari nel caso della proposta Mosler mi sembra quindi tutt’altro che certo.

E comunque si verifica una conversione forzata di ogni voce di spesa pubblica, imponendo la ridenominazione di tutti i contratti in essere.

Nel caso dei CCF, al contrario, la proposta è di immettere una quantità molto inferiore e molto più gradualmente, e di non ridenominare nulla. Tutto quello che si pagava in euro continua a essere pagato in euro. Si immette maggior potere d’acquisto sotto forma di CCF, senza alcuna conversione.

Anch’io e gli altri membri del Gruppo Moneta Fiscale pensiamo che il rapporto di cambio tra CCF ed euro non si discosterà molto dalla parità, salvo qualche punto percentuale per tener conto del differimento di utilizzabilità. Non ci saranno grossi scostamenti perché entro un periodo di tempo abbastanza breve gli impegni fiscali potranno essere onorati indifferentemente in euro o in CCF, e perché la quantità di CCF immessa sarà sempre e comunque una frazione degli impegni di pagamento verso la pubblica amministrazione.

Ma in ogni caso, se anche l’effetto di discount del CCF verso l’euro fosse superiore al previsto (magari inizialmente, per via dell’effetto novità), se fosse per esempio il 10%, cambierebbe poco per quanto riguarda l’efficacia del progetto. Sarebbero comunque soldi in più, potere d’acquisto supplementare che entra nell’economia.

Per queste ragioni il progetto CCF mi pare molto più efficace e sicuro negli effetti del progetto Mosler. Se non mi sfugge qualcosa, ovviamente.


giovedì 21 marzo 2019

La nostra risposta a CESifo

Come Gruppo della Moneta Fiscale abbiamo pubblicato pochi giorni fa la nostra risposta alle obiezioni formulate dal think tank tedesco CESifo in merito al progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale.

Qui l'articolo, che riprende con varie estensioni i contenuti già pubblicati in italiano qui.

venerdì 1 marzo 2019

CESifo e i CCF


In un suo recente rapporto sull’economia europea, CESifo, uno dei più noti istituti di ricerca tedeschi, dedica una certa quantità di spazio (pagine da 68 a 70) ai nostri CCF, in inglese denominati Tax-Credit Certificates (TCC).

Personalmente apprezzo l’interesse dimostrato, ma ritengo necessario far notare che il rapporto contiene parecchie imprecisioni.

Prima di entrare nel merito della nostra proposta, a pagina 66 il report esamina alcuni precedenti storici, commentando che “they have a mixed track record”. L’analisi però commette un errore di omissione molto grave, perché cita parecchi esempi ma si scorda totalmente del caso di maggior successo, i MEFO bills di Hjalmar Schacht (anche se quantomeno evita lo sfondone clamoroso di qualcuno che, a dispetto di ogni evidenza storica, addirittura affermava - vedi l'ultimo punto di questo post - che si era trattato di un fallimento…).

Entrando nello specifico, vale anche la pena di notare che a detta degli autori del report l’esame della proposta CCF (come anche dei MiniBOT di Claudio Borghi) is “largely based” su un articolo di tale Papadia del Bruegel Institute (un altro istituto di ricerca, fortemente europeista). Il che è probabilmente all’origine di molti fraintendimenti e imprecisioni. Ma perché analizzare una proposta sulla base di un fonte di seconda mano, quando da anni io e miei colleghi del Gruppo Moneta Fiscale scriviamo diffusamente in merito (abbiamo pubblicato due libri e solo questo blog comprende circa 800 articoli, in grande maggioranza dedicati al progetto Moneta Fiscale / CCF ?).

Ad ogni modo:

CESifo scrive, in merito ai TCC, che “the program would stop after four years”. Non è così: l’emissione di CCF cresce gradualmente e si prevede che raggiunga il suo livello massimo al terzo (non al quarto) anno, ma poi prosegue nella misura necessaria a raggiungere gli obiettivi di massima occupazione compatibili con la stabilità monetaria. I CCF sono uno strumento flessibile e sono modulabili in funzione delle circostanze: non è da escludere che un futuro divengano meno necessari e che quindi le quantità emesse possano anche scendere, o addirittura azzerarsi in condizioni di crescita economica particolarmente sostenuta. Ma il programma proseguirà per tutto il tempo necessario, e resterà quindi uno strumento a piena disposizione dei decisori politici.

Troviamo poi detto che “The author of the proposal argue that even although there will be no legal obligation for private parties to accept payments in TCCs in exchange for goods and services, this may happen if payment infrastructure allows for their circulation as electronic securities. The motivation behind the idea of using electronic form for TCCs is not explained. One possibility is that in this way they would be less likely to be treated as a parallel currency by the ECB then if they were in paper form (the MiniBOT). However, they would also be more readily used for criminal activities (see the next subsection)".

L’idea di emettere CCF in forma elettronica è esclusivamente dettata da considerazioni di efficienza e praticità, e non ha nulla a che vedere con quanto possa o non possa affermare la BCE (i CCF non violano in alcun modo il suo monopolio in merito all’emissione di moneta ad accettazione obbligatoria). Quanto all’”utilizzo per attività criminali” gli autori dello studio fanno confusione: il rischio (a loro dire) si applica alle criptovalute, ma noi non stiamo proponendo l’emissione dei CCF in modalità “cripto”.

Più avanti, si afferma che “while the issuer is committed to redeem these securities, the redemption is not against the money (euro) and is, therefore, of lower value than standard BOTs”. Ma gli autori non tengono conto di un punto molto chiaro della nostra proposta:  è vero che i CCF non danno diritto a ricevere euro ma riduzioni di tasse; finché, tuttavia, i CCF che giungono a maturazione anno dopo anno sono di dimensione molto inferiore al gettito fiscale lordo del settore pubblico italiano (ed è così, con uno scarto enorme) in pratica la differenza di valore tra un BOT a due anni e un CCF a due anni sarà minima.

Ancora: “[the CCF] holders would… be forced to trade them prior to maturity in case of financial needs… [which] would shift wealth from budget-constrained tax-payers towards agents able to speculate on the value of these securities”. Questa affermazione ignora completamente quanto citato al punto precedente (alti sconti sono da escludere perché i CCF che arrivano a maturazione sono solo una piccola parte del gettito lordo) e sembra anche supporre che chi riceve i CCF li debba pagare (altrimenti da dove nasce il “wealth shift” ?) mentre, al contrario, li ottiene gratuitamente. Anche nell’inverosimile caso in cui CCF per un valore nominale di 100 fossero trattati sul mercato per esempio a 80, quell’80 sarebbe comunque reddito addizionale per il ricevente. "Wealth increase", non "wealth shift".

Si afferma poi che “there would be no competitiveness gain as the wage level would remain unchanged”, ignorando un punto chiave della proposta – l’allocazione di una parte dei CCF alle aziende, a riduzione del costo effettivo del lavoro.

Una delle affermazioni più curiose, poco più avanti, è che “these proposals would not provide anything – from the purely technical point of view – that euro-cash and standard government bonds cannot already provide”. Grazie tante: è proprio perché l’attuale struttura dell’eurosistema impedisce agli stati azioni espansive della domanda (sia mediante “euro-cash” che per il tramite di “standard government bonds”), anche quando l’economia è in depressione da più di dieci anni (come ahinoi l’Italia), che abbiamo elaborato la nostra proposta !

Gli autori dimostrano poi di non conoscere trattati e regolamenti Eurostat, affermando che “TCC are tools for increasing the government deficit… from an accounting point of view, this is obvious since these IOUs would be distributed without any counter-payment from their receiver”. Tre sfondoni in poche righe: primo, i CCF non sono IOUs; secondo, sono non-payable tax credits che Eurostat identifica incontrovertibilmente come NON debito; e terzo, en passant che c’entra l’assenza di un “counter payment” ? BOT e BTP, che sono debito, vengono collocati sul mercato proprio a fronte di un pagamento

Insomma: apprezzo l’impegno degli economisti di CESifo. Ma se fossi il loro professore universitario non potrei che congederli con un “approfondisca e ci vediamo al prossimo appello…”.


sabato 12 gennaio 2019

Fiscal Money Solution for Rome

Dal sito di OMFIF (Official Monetary and Financial Institution Forum), un importante think tank con il quale stiamo collaborando attivamente (more on this later, prossimamente su questo blog...) un articolo in cui, una volta ancora, spieghiamo perché la Moneta Fiscale risolve le disfunzioni dell'Eurozona, e perché non porta al breakup.

Qui l'articolo.

giovedì 3 gennaio 2019

L'abitudine fa miracoli


I membri del Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini e il sottoscritto) naturalmente condividono in ampia misura l’analisi sottostante al progetto MF / CCF e alle sue possibili modalità di avvio.

Però c’è un punto dove mi trovo, abbastanza di frequente, non del tutto in linea con le opinioni dei miei colleghi. E’ la necessità (o meno) di un ampio battage informativo che accompagni l’introduzione dello strumento MF / CCF, soprattutto nelle sue prime fasi.

E’ un tema di marketing e comunicazione, non di macroeconomia o di finanza aziendale, quindi sono al di fuori dei miei campi di specializzazione.

Rimango però dell’idea che lo strumento MF / CCF acquisirà notorietà e sarà, velocemente, accettato, per il semplice motivo che chi lo riceve constaterà le sue valenze. Se la legge dice che vale 1:1 per soddisfare obbligazioni d’imposta (a partire da una data futura sufficientemente prossima) non c’è ragione per cui debba essergli riconosciuto – volontariamente, da chi si trova a possederlo – un valore significativamente più basso dell’euro.

A condizione, naturalmente, che non lo si emetta in quantità tali da renderlo, in pratica, difficile da utilizzare, se non in tempi decisamente più lunghi di quelli ipotizzati. Ma è un’eventualità remotissima, per le ragioni qui illustrate.

L’esempio può sembrare banale, ma chi ha circa la mia età (o qualche anno in più…) ricorda bene l’utilizzo dei gettoni telefonici per ovviare alla scarsità di monete da 200 lire, negli anni Settanta.

I gettoni circolavano tranquillamente e li accettavano tutti, comprese molte persone che in realtà non li utilizzavano mai per telefonare (precisazione per i ventenni: non c’erano i cellulari, e si trovava invece una cabina telefonica ad ogni incrocio…). Perché tutti sapevano che li avrebbe utilizzati – e quindi accettati come intermediario di scambio – qualcun altro.

L’unica circostanza che avrebbe prodotto un sostanziale svilimento del valore del gettone sarebbe stata un eccesso di emissione: diffonderne, in altri termini, una quantità abnorme rispetto all’uso effettivo che se ne faceva per la loro funzione finale (la telefonata).

Non servirono campagne informative o di sensibilizzazione: in modo graduale e ben poco visibile, i gettoni cominciarono a circolare (spuntando un po' dal nulla, per così dire) e proseguirono per parecchio tempo (fino a quando fu risolto il problema della scarsità di moneta metallica).

Sono molto convinto che l’esperienza sarà dello stesso tipo per la MF / CCF. Magari è perché ritengo (convinzione epidermica e non tecnicamente o scientificamente “dimostrabile” beninteso: ma comunque, da parte mia, molto sentita) che l’introduzione avverrà in modo rapido, ma soft sul piano comunicativo (con pochi strombazzamenti mediatici, in altri termini).

Anzi, occorreva partire fin da subito così. E’ andata diversamente, ma si può (e quindi si deve) correggere il tiro.


lunedì 24 settembre 2018

CCF e bilancia commerciale


Per qualche strana ragione, un’obiezione ricorrente che mi sento formulare riguardo al progetto Moneta Fiscale / CCF è che produrrebbe squilibri nei saldi commerciali esteri, in quanto una parte rilevante del maggiore potere d’acquisto in circolazione si rivolgerebbe all’acquisto di prodotti stranieri.

In generale, politiche espansive dal lato della domanda incontrano – a parità di altre condizioni - un limite dovuto alla bilancia commerciale. Oggi per la verità c’è molto margine, perché l’Italia ha da anni un surplus di 50 miliardi abbondanti. Ma il limite effettivamente esiste, se non siamo in grado di abbinare all’azione espansiva un miglioramento di competitività delle aziende localizzate in Italia. Miglioramento che potrebbe essere ottenuto in tempi molto rapidi solo – si afferma - tramite un riallineamento valutario: altrimenti detto, tramite l’uscita dall’euro e la svalutazione della Nuova Lira.

Questa obiezione è sorprendente perché fin dalla sua primissima formulazione, il progetto CCF prevede di erogarli anche alle aziende, in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Altrimenti detto: il datore di lavoro sostiene un determinato costo lordo in euro, ma l’assegnazione di Certificati di Credito Fiscale riduce il costo effettivo.

Tanto è vero che il primissimo articolo da me pubblicato sul tema (sul Sole 24 Ore, nientemeno: era l’ormai lontano 31 ottobre 2012) aveva come titolo “Certificati di credito per il cuneo”.

Magari in seguito io e i miei colleghi del Gruppo della Moneta Fiscale abbiamo dato meno enfasi a questo aspetto della proposta: meno, intendo, rispetto a quanto sarebbe stato opportuno. Forse proprio perché lo davamo per evidente ed acquisito. Comunque tutte le esposizioni del progetto l’hanno debitamente menzionato.

In effetti, emettere CCF mette nelle mani del governo due macroleve di intervento sull’economia: una che agisce sulla domanda interna (i CCF assegnati a lavoratori, pensionati, a integrazione della spesa sociale, a rafforzamento degli investimenti pubblici), e un’altra (l’azione sul cuneo fiscale, appunto) che interviene sulla competitività aziendale.

Nelle varie formulazioni del progetto, uno split tipico è tre quarti sulla domanda interna, un quarto sulla competitività. Una proporzione plausibile, che richiama l’incidenza dell’import e dell’export sul PIL italiano (incidenza che,  appunto, è intorno al 25%).

E’ sicuro che sia la proporzione giusta per evitare una parziale dispersione dell’impulso espansivo a causa del deterioramento dei conti con l’estero ? sicuro no, in quanto stimare l’elasticità di import ed export alla domanda interna da un lato, e al costo del lavoro dall’altro, è un esercizio complesso.

Tuttavia, la “manopola cuneo fiscale” può essere facilmente regolata in corso d’opera. L’allocazione dei CCF a riduzione del cuneo può essere aumentata o diminuita via via che si constata, eventualmente, una riduzione del surplus commerciale estero – o, al contrario, un suo incremento: anch’esso da evitare, perché l’obiettivo non è di seguire la Germania lungo la via, destabilizzante, del mercantilismo. E’ di rilanciare produzione e occupazione a saldi commerciali esteri invariati.

Un'ulteriore obiezione è che riducendo il costo del lavoro effettivo delle aziende (tramite, lo preciso perché pure qui nascono equivoci, allocazione di CCF, non riduzione di salari netti - che anzi si accresceranno, perché i CCF vengono assegnati anche ai lavoratori) si creano sì le condizioni per migliorarne la competitività: ma solo se le aziende abbassano i prezzi.

Questo, tuttavia, è vero anche nel caso di una svalutazione. Le aziende italiane non vendevano all’estero (e non venderanno in futuro, ove mai si andasse al breakup) in lire, ma in dollari, yen, sterline, franchi svizzeri, marchi. L’adeguamento dei listini era sempre necessario.

Ma è anche facile e molto conveniente attuarlo, nel momento in cui permette alle aziende di aumentare, a parità di margine di contribuzione unitario, le quantità prodotte e vendute. Soprattutto se nel sistema economico esiste (ed oggi è così) un ampio livello di capacità produttiva inutilizzata, che consente di migliorare i margini di contribuzione totali senza aumentare i costi fissi.


lunedì 9 luglio 2018

Il debito pubblico si può ridurre facendo crescere l'economia - su Business Insider Italia

Un nuovo articolo su come il progetto Moneta Fiscale consente una forte ripresa dell'economia senza creare ulteriore debito pubblico e, di conseguenza, avviando una significativa riduzione del rapporto debito pubblico / PIL.