lunedì 8 settembre 2014

Tagliare spesa per la ripresa ?


Disclaimer: per quello che possono valere queste etichette, io mi considero un liberale e non uno statalista. Nel senso che a mio avviso lo Stato deve svolgere una funzione sussidiaria rispetto all’iniziativa autonoma degli individui – occuparsi, in pratica, di quello che gli individui non sono in grado di fare.

Fatta questa premessa, nello stabilire la linea di demarcazione tra iniziativa individuale e azione dello Stato, entrano in gioco valutazioni di natura tecnica ed empirica. Il liberale Keynes e altri hanno sviluppato e argomentato la tesi dell’utilizzo del deficit pubblico in funzione anticiclica in quanto l’esperienza degli anni Trenta, totalmente confermata dalla situazione odierna, ha mostrato come una crisi del sistema finanziario possa generare una depressione profonda di domanda, produzione e occupazione. Depressione che NON si risolve da sola – se non in tempi lunghissimi e con costi economici e sociali estremamente pesanti.

Ora, il mantra di molti economisti ed opinionisti, autodefinitisi liberali, è che sono usciti dalla crisi i paesi che, più e meglio degli altri, hanno “fatto le riforme” e “tagliato la spesa pubblica”. Mentre l’Italia è messa male perché queste cose non le ha fatte, o non abbastanza.

Riguardo alla spesa pubblica, spesso ho la sensazione che chi fa queste affermazioni non abbia in mente i dati, o presupponga che i suoi interlocutori li ignorino. Dati che invece sono piuttosto semplici (fonti Eurostat e FMI).

Confrontiamo le variazioni del PIL reale verificatesi tra il 2007 (ultimo anno prima della “crisi Lehman”) e il 2013.

 


Variazione PIL reale

 

2013 vs '07

Media ann.

Germania

 

 

4,2%

0,7%

Francia

0,9%

0,2%

Italia

-8,7%

-1,5%

Spagna

-5,7%

-1,0%

Irlanda

-7,6%

-1,3%

Grecia

 

 

-23,6%

-4,4%

 

La Germania e (in misura molto minore) la Francia hanno registrato una, sia pur modesta, crescita economica. Italia, Irlanda e Spagna hanno sofferto di pesanti contrazioni (anche l’Irlanda e la Spagna, nonostante vengano spesso descritti come paesi che hanno “superato la crisi”). La Grecia, come ampiamente noto, un vero e proprio crollo.

Ci dovremmo quindi aspettare che tedeschi e francesi abbiano virtuosamente ridotto la spesa pubblica e i greci l’abbiano aumentata, giusto ? e che anche l’Italia l’abbia controllata peggio di spagnoli e irlandesi, visto che il nostro risultato è più negativo (anche se non poi tanto) del loro.

Ora, i dati sono questi.

 


Spesa pubblica (mld € costanti 2013)

2007

2013

Variazione

Germania

 

 

1.143

1.224

7,1%

Francia

1.074

1.176

9,6%

Italia

814

789

-3,0%

Spagna

425

458

7,7%

Irlanda

65

70

8,0%

Grecia

 

 

113

106

-6,0%

 

In termini reali (tenuto conto dell’inflazione, quindi) la spesa pubblica l’hanno ridotta solo Italia e (soprattutto) Grecia.

E la variazione peggiore del PIL l’hanno avuta, appunto, Italia e (soprattutto, molto soprattutto) Grecia.

Il punto è che durante una depressione economica, azioni di riduzione della spesa sono quanto di più controproducente si possa concepire. Possono essere utili – in linea di principio, e in qualsiasi momento – azioni di riallocazione della spesa: sostituire una spesa meno efficiente con una più efficiente. Fermo restando che il beneficio sta nell’incremento di efficienza, che è solo una frazione dell'intervento. Che se si taglia la spesa pubblica per incrementare quella privata (per esempio tramite una riduzione di tasse) la maggior efficienza della spesa privata rispetto a quella pubblica è un’ipotesi da argomentare, non da prendere come una realtà indiscutibile. E che c’è anche il rischio di sbagliarsi – cioè di creare inefficienze, quando si pensava di ridurle.

La crisi è un problema di carenza di domanda, e si risolve solo con politiche fiscali espansive, previa attivazione degli strumenti monetari necessari a supportarle. Mettere al centro dell’attenzione la “riduzione della spesa pubblica” è, nella più ottimistica delle ipotesi, un modo per distogliere l’attenzione dalla vera causa e dalle vere soluzioni della depressione economica.

venerdì 5 settembre 2014

La conversione della Bocconi alla MMT


O, se preferite, al keynesismo vero e autentico, quello espresso nella Teoria Generale, non la caricatura di “debito e spesa pubblica sempre e comunque” che ne fa chi non la conosce – questa conversione è stata pubblicata su vox.eu il 21 agosto scorso. Eccola.

I concetti sono molto simili a quelli dell’articolo di Blyth e Lonergan, uscito negli stessi giorni, e vi rimando quindi al relativo commento.

Mi limito a qualche annotazione.

Francesco Giavazzi e Guido Tabellini propongono di finanziare una forte riduzione di imposte mediante l’emissione di titoli (da parte dei vari stati che la effettuano) con trent’anni di scadenza, interamente sottoscritti dalla BCE. Assomiglia moltissimo, in realtà, alla modalità con cui la Bank of England finanzia da anni il deficit spending effettuato nel Regno Unito. A tutti gli effetti pratici si tratta di finanziamento con emissione di moneta, costruito in questo modo per mantenere in essere il simulacro (forse è meglio chiamarlo superstizione…) della Banca Centrale che non può finanziare direttamente i deficit pubblici.

Come spiegavo nel commento all’altro articolo, il problema che un’operazione di questo tipo sarebbe rivolta solo ad alcuni paesi, o sarebbe inflazionistica se effettuata nei confronti anche di quelli dove non esiste una forte carenza di domanda (leggasi la Germania) si risolve in modo molto semplice: l’erogazione viene effettuata a favore di tutti, in proporzione per esempio al PIL, ma la Germania non la utilizza per effettuare azioni espansive bensì per ridurre il suo debito pubblico in circolazione.

E, come detto e ripetuto tante volte, in un progetto di questo tipo deve essere inserito un meccanismo di riduzione degli squilibri di competitività tra i vari paesi (che causerebbero incremento di debito estero nei paesi dell’Eurozona mediterranea): molto semplicemente, questo si ottiene rivolgendo buona parte dell’azione espansiva (effettuata al Sud) alla riduzione della fiscalità sul lavoro e sulla produzione domestica. In primo luogo, abbassando fortemente il cuneo fiscale.

Io continuo a preferire l’attuazione della Riforma Morbida mediante emissione dei Certificati di Credito Fiscale in quanto non richiede nessun intervento della BCE e nessuna emissione di debito addizionale (nemmeno formalmente).

Comunque l’articolo di Tabellini e Giavazzi è molto significativo. Trattandosi di persone molto vicine agli alti vertici politici del paese (Tabellini è consulente economico della Presidenza del Consiglio, Giavazzi pochi giorni fa è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica) sarebbe interessante sapere se queste cose si limitino a scriverle in inglese su siti specializzati in macroeconomia, o se invece le stiano spiegando a Renzi e a Napolitano…

mercoledì 3 settembre 2014

L’onere della prova


Sento spesso affermare che un’azione espansiva della domanda, attuata oggi in Italia, non porterebbe grandi benefici a causa di strozzature di offerta e problemi di competitività. In pratica, un’affermazione del genere equivale a dire che incrementare la domanda genererebbe un incremento dell’inflazione, più che della produzione e dell’occupazione.

Questo dubbio sarebbe legittimo se fossimo nella situazione degli anni Settanta: ristagno del PIL e inflazione elevata. Situazione, naturalmente, che ai tempi fu strettamente connessa alla crisi petrolifera: un quadro completamente diverso da quello odierno.

Oggi abbiamo, invece, una paurosa carenza di domanda, disoccupazione massiccia e dinamica dei prezzi che scivola verso la deflazione, o probabilmente ci è già arrivata.

In questa situazione mi appare evidente che la direzione in cui andare è: più domanda e più moneta. Se, comunque, si teme che limiti nell’offerta potrebbero far insorgere problemi dal lato dell’inflazione, le linee di politica macroeconomica da adottare sono molto semplici: invece di applicare fin da subito un’azione espansiva delle dimensioni necessarie a riportare la domanda ai livelli antecedenti alla crisi, mettiamola in atto, per esempio, al 50%. Se si verifica una rapida risalita dell’inflazione verso l’obiettivo BCE del 2%, ci fermiamo per dare tempo alle azioni sull’offerta di fare il loro corso. Se, come ritengo molto più probabile, questa risalita dell’inflazione non c’è o è molto graduale, acceleriamo, con più moneta e più domanda.

Fermo restando che, se destiniamo una parte dell’azione espansiva a ridurre la fiscalità che grava sulla produzione domestica, abbiamo già migliorato, e di parecchio, le condizioni dell’offerta. Ed evitato, nello stesso tempo, la formazione di squilibri commerciali e di indebitamento finanziario verso l’estero.

L’onere della prova, che l’offerta del sistema economico italiano non sia adeguata a permettere di riportare produzione e occupazione ai livelli precrisi, spetta a chi fa questa affermazione. E l’unica prova è attuare un’azione espansiva della domanda, per verificare se crea o no più inflazione del previsto. Non ci sono scuse per non agire in questo senso: oggi domanda, produzione, occupazione e dinamica dei prezzi sono TUTTE troppo basse. La direzione in cui spingere è evidente. L’intensità a cui è opportuno arrivare la constateremo. Ma da che parte andare, è chiarissimo.
 
Ed è l’esatto contrario di quello che si continua a fare nell’Eurozona…

sabato 30 agosto 2014

Non chiedere nulla alla Germania


Anche gli economisti e i commentatori più prestigiosi sono vittima di un grosso equivoco in merito all’eurocrisi. Ieri, un post di Paul Krugman me l’ha, una volta di più, ricordato.

Il punto chiave del post è l’affermazione contenuta alla fine del primo paragrafo: una soluzione è impossibile a meno che la Germania non accetti un tasso d’inflazione più elevato (rispetto all’Eurozona Sud).

Per soluzione, Krugman intende l’adozione di politiche macroeconomiche, nell’ambito dell’Eurozona, che rilancino PIL e occupazione, senza però riprodurre gli sbilanci di saldi commerciali che sono stati tamponati (dal 2011 in poi) solo a costo di pesantissime politiche di austerità e dell’esplosione della disoccupazione nei paesi mediterranei. Tutto questo, senza mettere in atto la “spaccatura” della moneta unica e il ritorno alle monete nazionali.

I paesi mediterranei sono meno competitivi della Germania. Quindi – l’hanno fatto notare in molti – se attuano un’azione espansiva della domanda, buona parte andrà ad aumentare le importazioni e non la produzione interna. L’effetto di ripresa di PIL e occupazione sarà quindi modesto, si creeranno problemi di deficit commerciale e riprenderà a salirà il debito del Sud Europa verso l’estero.

Se “spacchiamo” l’euro, le monete del Sud si svaluteranno rispetto alla moneta tedesca e questo problema verrà evitato. Se invece vogliamo evitare il breakup, dice Krugman, l’unica possibilità è che prezzi e, soprattutto, salari crescano più velocemente in Germania rispetto al Sud. Oggi c’è una differenza di costo del lavoro per unità di prodotto stimata nel 20% circa. Per recuperare questa differenza in un periodo di tempo non lunghissimo (ma neanche breve – qualcosa tipo cinque anni) serve un’inflazione salariale, in Germania, parecchio più alta rispetto al Sud: per esempio 5% annuo contro 1%.

Ora, Krugman sbaglia nel dire che questa è la sola soluzione della crisi che evita il breakup della moneta unica. C’è un’altra strada, che tra l’altro non richiede anni per completare l’aggiustamento della competitività tra Sud e Germania ma ha, al contrario, effetti IMMEDIATI: permettere ai paesi dell’Eurozona mediterranea una grossa azione espansiva, e utilizzare una parte significativa di questa azione per ridurre il costo del lavoro che grava sulle aziende (in particolare, con forti sgravi di tasse e contributi).

E questo può essere fatto in due modi: o, semplicemente, l’Eurozona Sud innalza i deficit, abbassa le tasse sul lavoro e la BCE continua, di fatto (come sta facendo già oggi) a garantire la solvibilità degli stati.

Oppure, l’Eurozona Sud introduce monete parallele all’euro, quali i Certificati di Credito Fiscale, e le utilizza per finanziare le azioni espansive e di riallineamento della competitività - come delineato nella Riforma Morbida.

Quindi sbaglia chi dice che, tecnicamente, non c’è soluzione alla crisi senza breakup dell’euro. Ma sbaglia anche Krugman nell’indicare come senza alternative una strada (una più alta crescita di prezzi e salari in Germania) che, oltre a non essere la sola, è anche lenta e inefficiente.

Questo è un punto estremamente importante. Lo sto continuamente ripetendo da quando ho cominciato a proporre la Riforma Morbida e sono, sinceramente, molto stupito da quanto sia difficile farlo comprendere. L’obiezione che espandere la domanda senza svalutare non funziona (perché squilibra i saldi commerciali dei paesi meno competitivi) mi viene sollevata da tantissimi interlocutori: ma il modo per evitarlo (l’intervento sul cuneo fiscale) non mi sembra affatto un passaggio complicato.

C’è, poi, la dimensione politica del problema, e questo è l’altro tema dove la Riforma Morbida mi appare una strada decisamente più plausibile di ogni altra soluzione.

L’atteggiamento della Germania, sgradevole finché si vuole, criticabile finché si vuole, non cooperativo finché si vuole, a me appare molto semplice da interpretare. Non è disposta a fare NULLA che venga incontro ai problemi dei vicini, per quanto essenziali possano essere queste richieste per riportare l’Eurozona alla prosperità economica.

Quindi no ai trasferimenti, no alla rivalutazione della moneta tedesca (che implica perdita di competitività per la Germania e svalutazione dei crediti tedeschi verso il Sud) e no all'accettazione di alti livelli di inflazione e di crescita dei salari in Germania.

Le analisi dello scenario politico naturalmente sono più aleatorie di quelle tecnico-economiche. Ma, se è vero quanto sopra, non passerà neanche un’azione espansiva finanziata o garantita dalla BCE. Perché comunque è una richiesta a cui la Germania dovrebbe acconsentire. E la risposta sarebbe sempre no.

Il massimo che ci possiamo attendere, oggi che l’indebolimento generale dell’economia sta creando rallentamenti anche in Germania, è lo stretto indispensabile per riportare il trend tedesco a livelli decorosi. Quindi un po’ di flessibilità sull’interpretazione dei limiti di Maastricht magari ci sarà, e non verrà applicato il Fiscal Compact perché è assolutamente ineseguibile. Insomma quel tanto che basta a riportare la crescita reale tedesca intorno all’1,5%-2%. Non di più: a quel livello l’industria esportatrice tedesca sta già bene ed evita eccessive richieste salariali dai dipendenti.

Ma questo implica che l’Italia resta a zero, la Francia al massimo poco sopra e la disoccupazione continua ad aumentare o a rimanere altissima in tutta l’Eurozona mediterranea.

Politicamente, ritengo la Riforma Morbida la via di gran lunga più plausibile: perché non è deflagrante (al contrario del breakup), ma nello stesso tempo può essere adottata per azione unilaterale di singoli paesi. Senza chiedere NIENTE alla Germania, in altri termini: che è una condizione politica essenziale.

Richiede, comunque, una forte volontà, oggi assente sia in Italia che in Francia. Ma il continuo deterioramento della situazione economica porterà a cambiamenti.

giovedì 28 agosto 2014

“Helicopter Money” e mandato BCE


Trovate qui un articolo di Mark Blyth e Eric Lonergan, pubblicato sul sito “Foreign Affairs”, e in corso di traduzione (qui la prima parte) a cura di “Voci dall’estero”. Il tema è quello di un’azione diretta, da parte delle banche centrali, per immettere potere d’acquisto nell’economia mediante distribuzione di liquidità (di soldi, in altri termini) agli individui.

Avevo spiegato pochi giorni fa perché l’uscita dalla crisi richiede questo tipo di azione, mentre per ora la BCE ha varato solo progetti di agevolazione del credito: i quali avranno effetti del tutto trascurabili perché portano alla fontana un cavallo che non vuole bere.

Alcune riflessioni.

PRIMO, un’azione di questo genere rientrerebbe in effetti, a pieno titolo, nel mandato BCE. La Banca Centrale Europea ha il compito di mantenere l’inflazione a livelli “inferiori ma vicini” al 2%. L'inflazione è, invece, scesa nettamente al di sotto di quel livello, e continua a diminuire. Il modo più rapido e sicuro per invertire la tendenza è quello di aumentare la spesa: e se non lo fanno gli stati, mettere gli individui nella condizione di spendere di più è proprio quanto consente alla BCE di raggiungere i suoi obiettivi.

SECONDO, l’effetto “collaterale” di questa azione sarebbe quello di produrre una forte ripresa di PIL e occupazione nell’Eurozona. Cioè di portarla fuori dalla depressione…

TERZO, esiste il problema delle differenze di competitività tra i paesi dell’Eurozona. Maggior potere d’acquisto nel sud dell’Eurozona significherebbe una crescita delle importazioni e quindi il riformarsi dei deficit nei saldi commerciali che hanno raggiunto livelli rilevanti, per essere poi sostanzialmente azzerati, a partire dal 2011, a seguito delle politiche di austerità. Ma questo problema può essere superato senza difficoltà facendo sì che la BCE non eroghi denaro solo agli individui, ma anche alle aziende dei paesi dell’Eurozona Sud, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti. In pratica, questo abbasserebbe il costo del lavoro per le aziende, con effetti di riallineamento della competitività simili a quelli di una svalutazione.

QUARTO, naturalmente la Germania riterrebbe iniqua un’azione di erogazione di moneta senza contropartita rivolta esclusivamente all’Eurozona Sud. Ma anche qui c’è un modo molto semplice per superare questo problema. Se cittadini e aziende italiane ricevono moneta in quantità pari, ad esempio, al 10% del PIL, moneta pari a una medesima percentuale del PIL tedesco può essere emessa dalla BCE e da essa utilizzata per acquistare ed annullare debito pubblico della Germania. In altri termini, i paesi che hanno un deficit di domanda e di competitività ricevono moneta per azzerarlo. Gli altri ricevono moneta per ridurre il debito statale.

QUINTO (parecchi di voi l’avranno già intuito…) questa è la via per attuare la Riforma Morbida tramite l’azione della BCE. Altrimenti, ci sono i Certificati di Credito Fiscale

martedì 26 agosto 2014

Ricevo e volentieri pubblico


da parte di un gentile lettore:

 “Sono sempre più stupito del fatto che trovo tutte le sue argomentazioni semplicemente “perfette”. Lei si chiederà “ma perché stupito ?” Sono stupito perché mi domando a mia volta “ma come fanno persone che si occupano di economia e di politica economica dalla mattina alla sera a non rendersi conto di quanto tempo inutile stiamo perdendo e di quanto sarebbe semplice ed opportuno applicare una sorta di Riforma Morbida come quella da lei ipotizzata o, se ancora non ci credono, fare comunque scelte di politica economia coraggiose e anche un po’ più indipendenti ?” E se poi qualcuno in Europa non è d’accordo, intanto facciamogli vedere che la nostra economia riparte davvero e poi ne discutiamo…

Io sono un ex-bancario oggi in pensione e seguo la piccola azienda dei miei figli, conseguentemente di tanto in tanto sono in banca. Mai come da due / tre mesi a questa parte ho visto il direttore della filiale darsi da fare per impiegare denaro. Pensi che mi scadeva una piccola cambiale agraria per la quale, da buon bancario, mi ero nel tempo procurato i fondi per il rimborso. Bene non voleva farmela estinguere. Mi aveva trovato un titolo con il quale facevo quasi pari pur di farmi mantenere l’impiego. Lui insiste nel dire che in Direzione spingono perché le filiali facciano impieghi perché la banca è piena di soldi ed ha bisogno di trovare dove metterli… (senza far nomi si tratta di una delle prime banche europee!!!!)

Lei ha centomila volte ragione: servono soldi da spendere non soldi per indebitarsi ancora. E lo stesso ha ancora centomila volte ragione quando dice “sfora Matteo sfora”. Per un paese come l’Italia, infatti, avere un debito di 2500 miliardi invece che uno di 2000 non cambia niente. Il problema semmai è come utilizzare il maggior debito e come farlo gestire.

La ringrazio per quello che fa e come al solito le auguro di essere ascoltato”.

 

Ho risposto:
 
“La ringrazio moltissimo ! purtroppo la dimensione politica del problema è un po’ più complessa di quella economica.

Si è saldato un gruppo di interessi che al momento domina la scena.

La grande industria esportatrice, soprattutto tedesca (ma anche di altri paesi che hanno delocalizzato).

Gli eurocrati di Bruxelles e di Francoforte, che fanno finta (per interesse di carriera, ovviamente) di credere al mirabile sogno dell’Europa unita (quot commoda dat nobis haec fabula Christi…)

La grande finanza e i grandi gruppi multinazionali, che sono pro-estabishment (qualunque sia l’establishment) per definizione.

Cambierà, tutto questo, e continuo a pensare tra non molto. Sulle date non ho certezze, tuttavia.

Fa rabbia e frustrazione vedere quante persone soffrono senza motivo e senza colpe per tutto questo. Io continuo, comunque, non ne dubiti”.

 

Nell’autorizzarmi a pubblicare questo scambio, il lettore ha poi aggiunto:

“Si figuri. Faccia pure. Anzi visto che mi sono ricordato voglio fornirle una massima a me molto cara di mio padre (un contadino con la quinta elementare) che diceva spesso “prima di pensare a come fare per spendere cento lire in meno, pensa a come fare per guadagnarne duecento in più.”

 

Ora, questo consiglio è saggio in generale. Applicato a una famiglia o a un’azienda va preso naturalmente con una certa cautela, perché i costi sono certi e i ricavi meno. Ma applicato a un’economia nel suo complesso diventa semplicemente folle non tenerne conto, in un momento come questo.
 
Perché un sistema economico è fatto di persone e di capacità di lavorare e di produrre, e guadagnare di più significa, semplicemente, mettere all’opera quelle che in un dato momento sono inattive. Lasciare inoperose persone e risorse produttive che sono pronte a essere impiegate perché esistono dei “vincoli finanziari” equivale a essersi inventati limitazioni che non esistono, e comportarsi sulla base di una pura credenza superstiziosa.

lunedì 25 agosto 2014

Mario Draghi e il cavallo di Keynes


La citazione probabilmente più famosa, tratta dalle opere di John Maynard Keynes, è “nel lungo periodo siamo tutti morti”. Così celebre che si ha quasi pudore di utilizzarla: per quanto profonda e vera, è menzionata così frequente da suonare quasi banale.

Un’altra, invece, la sentivo altrettanto spesso ai tempi ormai lontani dei miei studi universitari. Molto meno oggi. In realtà Keynes citava a sua volta – se ho ben capito – un proverbio popolare inglese. Comunque si applica particolarmente bene alla situazione odierna, soprattutto con riferimento alle prossime probabili mosse della Banca Centrale Europea.

La frase è: “tu puoi portare un cavallo alla fontana, non puoi costringerlo a bere”.

La BCE ha in parte già varato, e in parte sta valutando, l’adozione di una serie di misure finalizzate ad agevolare il credito e a renderlo meno oneroso. E’ già stato annunciato il TLTRO, può darsi che venga avviato un programma di QE (Quantitative Easing).

Le descrizioni tecniche di queste iniziative non sto, qui, a rammentarle. Ottimi articoli al riguardo ne trovate quanti ne volete.

Quello che mi interessa chiarire in questa sede è un’altra cosa.

Non serviranno a niente.

Il motivo è che sono tutti sforzi finalizzati a portare a bere un cavallo che non ne ha nessuna voglia. Famiglie e imprese, nei paesi economicamente depressi dell’Europa mediterranea, non vogliono indebitarsi. Perché il loro potere d’acquisto è in costante deterioramento, a causa di politiche economiche che continuano ad aumentare tasse e a contenere spese pubbliche, seguendo il mantra del “consolidamento fiscale”.

Se circola sempre meno potere d’acquisto, voglia di indebitarsi non c’è. Gli individui temono ulteriori deterioramenti dei loro redditi – il lavoratore dipendente ha un posto di lavoro a rischio, il lavoratore autonomo un’attività che gli rende sempre di meno. Le redditività delle aziende è in continuo calo.

Tutto questo rende problematico far fronte ai debiti attuali: altro che incrementarli. Per quanto agevolati e a buon mercato i nuovi debiti possano essere.

Si esce da un contesto di depressione e di deflazione immettendo direttamente potere d’acquisto nell’economia. Deve essere emessa moneta non per agevolare il credito, ma per attuare forti politiche di deficit spending: che vogliono dire più reddito e più patrimonio spendibile per aziende e individui.

BCE e Commissione Europea continuano a essere disperatamente in ritardo rispetto alle esigenze economiche dell’Eurozona. I programmi di agevolazione del credito partiranno, e serviranno a far perdere altro tempo – sei mesi ? un anno ? – prima che sia constatata e conclamata la loro inutilità.

Oh, e nel frattempo ferve il dibattito sull’opportunità di attenuare il ritmo del consolidamento fiscale – allentare i vincoli di Maastricht, il Fiscal Compact.

Dovendo andare da Milano a Venezia, in altri termini, si è partiti a 200 all’ora verso Torino. Adesso si discute di rallentare un filino la velocità, perché – guarda un po’ – siamo arrivati a Vercelli invece che a Vicenza.

Prima o poi anche gli eurocrati capiranno come stanno le cose. Immagino. Forse.

Nel frattempo, preparatevi a leggere (non da parte mia, per carità: ma avrete modo di leggerne parecchie) dotte disquisizioni, venate di stupore e di costernazione, su come e perché il cavallo, condotto a queste bellissime fontane, si rifiuta ostinatamente di bere.