sabato 3 gennaio 2026

Maastricht ha impedito all’Italia di crescere

 

L’economia italiana ha cessato di svilupparsi a partire dalla firma del trattato di Maastricht e dall’aggancio all’euro. Vale a dire da una trentina d’anni.

Perché questo è accaduto a noi e non ad altri stati membri dell’Eurozona?

Perché i paesi nordeuropei hanno scambiato le loro monete forti con una più debole, guadagnando quindi in competitività.

Mentre altri paesi del Sud Europa, che (come l’Italia) hanno scambiato monete deboli con una più forte (e sono comunque passati attraverso pesanti crisi bancarie) hanno evitato di prendere alla lettera i vincoli di deficit pubblico previsti da Maastricht.

In particolare, nella prima metà degli anni 10 Spagna, Portogallo, Francia hanno attuato deficit tre o quattro volte più elevati dell’Italia, mentre noi ci dissanguavamo per tenere il 3%.

Perché, si diceva, i loro debiti pubblici erano più bassi di quello italiano, e quindi l’interpretazione dei vincoli poteva essere più “elastica”.

Ma il maggior rigore fiscale italiano ha compresso la crescita. E ha impedito che il debito pubblico scendesse rispetto al PIL. Fallendo l’obiettivo che il rigore fiscale si proponeva di ottenere.

E occorre sempre ricordare che il debito pubblico, se lasciato in lire, non sarebbe minimamente stato un problema. Il debito pubblico può creare problemi di rifinanziamento e di insolvenza solo se è denominato in una moneta che lo Stato non emette, in una moneta straniera: come l’euro, appunto.

Dobbiamo a Maastricht e all’euro trent’anni di mancata crescita economica. Maastricht e l’euro sono una camicia di forza che comprime fisicamente il nostro sviluppo.

E purtroppo sono ancora lì.

giovedì 1 gennaio 2026

Creazione di attività finanziarie nette

 

Elaborazione su spunti di Giovanni Piva e di Fabio Bonciani

L’emissione di titoli da parte di un’istituzione privata ha una dinamica notevolmente difforme rispetto all’emissione di titoli di uno Stato che utilizza la propria moneta.

Si vedano i seguenti esempi.

La società XYZ emette un prestito obbligazionario di 100 a cinque anni. Marco Rossi lo sottoscrive e dispone quindi di 100 di moneta in meno a fronte di 100 (all’attivo) di obbligazioni in più.

Alla scadenza dei cinque anni la società rimborsa il prestito e Marco Rossi ritorna in possesso della moneta. Il gioco è a somma zero.

Nel caso invece dell’emissione di titoli di Stato in moneta sovrana:

Il governo emette 100 di titoli di Stato a cinque anni. Franco Verdi li sottoscrive e si ritrova con meno moneta e più titoli.

Il governo invece ottiene moneta, ma contestualmente la spende in favore (per esempio) di Carlo Bianchi.

Quindi in sintesi:

Franco Verdi ha meno moneta e più TdS.

Carlo Bianchi ha più moneta.

Il governo ha TdS al passivo.

Ma a differenza di XYZ, alla scadenza dei TdS il governo, SE UTILIZZA MONETA PROPRIA, è sempre sicuro di rifinanziare i TdS.

Quindi i TdS sono in realtà una passività fittizia, in quanto non sarà mai necessario prelevare liquidità dal settore privato per rimborsarli.

E 100 di potere d’acquisto sono PERMANENTEMENTE rimasti nel settore privato. La maggior moneta di Carlo Bianchi compensa la minor moneta di Franco Verdi. Ma mentre Carlo Bianchi ha guadagnato potere d’acquisto, Franco Verdi non l’ha perso, in quanto a fronte di meno moneta ha più TdS.

Solo se il governo utilizza una moneta EMESSA DA TERZI si ritrova nella condizione di XYZ, in quanto diventa necessario prelevare moneta dal settore privato per rimborsare i TdS in scadenza.

Un governo, utilizzando MONETA PROPRIA, ha sempre la possibilità di aumentare le attività finanziarie nette del settore privato.

L’Italia si trovava in questa situazione fino al 1981. Da quell’anno, è venuto meno l’impegno della Banca d’Italia a garantire incondizionatamente la sottoscrizione di TdS governativi. Col che la sovranità monetaria non è cessata di esistere, ma è sorta un'autolimitazione del governo a esercitarla.

Una motivazione fornita per il venir meno di questo impegno è stata l’inflazione degli anni Settanta e la necessità di contenerla. Motivazione priva di affidabilità in quanto quel fenomeno inflattivo era la conseguenza degli shock petroliferi; e infatti con il successivo calo del prezzo del petrolio è rientrata anche l’inflazione.

Una conseguenza è stata che i successivi anni Ottanta sono stati anni d’oro per i rentiers. Il governo, in assenza di garanzia incondizionata da parte della Banca d’Italia, ha alzato gli interessi per collocare i TdS, il che ha disincentivato gli investimenti produttivi a favore della rendita finanziaria. Quantomeno però il governo in quegli anni non ha agito con tasse e tagli ma con espansione di deficit, evitando di bloccare la crescita dell’economia (anche se il maggior deficit, essendo dovuto a spesa per interessi, creava diseguaglianza in quanto andava a favore di chi aveva risparmio accumulato).

Con i limiti di deficit successivamente imposti, a partire dagli anni Novanta, dal trattato di Maastricht e dall’introduzione dell’euro, si è invece fatto qualcosa di molto peggiore: si è introdotto un vincolo alla creazione di attività finanziarie nette da parte del governo.

Va ricordato che le banche centrali NON creano attività finanziarie nette nel settore privato in quanto creano moneta solo per comprare titoli di Stato e per finanziare le banche commerciali. L’unica, limitata, forma di creazione di attività finanziarie nette da parte di una banca centrale è il pagamento di interessi sui depositi, presso la BC medesima, effettuati dalle banche commerciali.

Altro punto da sottolineare è che neanche le banche commerciali creano attività finanziarie nette quando erogano finanziamenti.

Una banca commerciale eroga un mutuo a Giuseppe Neri: gli mette in effetti soldi sul conto. Ma a fronte di questo attivo Giuseppe Neri ha una passività verso la banca.

Poi Giuseppe Neri utilizza la moneta per comprare un immobile da Marta Azzurri.

Marta Azzurri ottiene un incremento dei suoi depositi presso la sua banca.

La banca di Marta Azzurri, eventualmente tramite vari passaggi sul mercato interbancario (ma per semplicità supponiamo che il passaggio sia diretto) presta i soldi alla banca di Giuseppe Neri.

Risultato finale:

Giuseppe Neri ha l’immobile e una passività finanziaria (il mutuo).

La banca di Giuseppe Neri ha un mutuo all’attivo e un debito verso la banca di Marta Azzurri al passivo.

La banca di Marta Azzurri ha un credito verso la banca di Giuseppe Neri e un debito verso Marta Azzurri (il suo deposito).

E Marta Azzurri non ha più l’immobile ma ha un incremento di attività finanziarie (il nuovo deposito presso la sua banca).

Le attività finanziarie nette nel sistema economico SONO LE STESSE DI PRIMA.

 

lunedì 29 dicembre 2025

Spesa a deficit e creazione monetaria

 

Elaborazione su spunti di Giovanni Piva e di Fabio Bonciani

La maggioranza della pubblica opinione ritiene che il finanziamento del deficit pubblico richieda il collocamento di titoli sul mercato. Questa convinzione deriva dal fatto che da alcuni decenni nella maggior parte dei paesi è vietato, o comunque non è praticato, il finanziamento diretto del governo da parte della BC (Banca Centrale).

Il divieto si applica a finanziamenti sia sotto forma di acquisto diretto di titoli, sia mediante utilizzo in scoperto di conti del governo presso la BC (per la verità quest’ultimo è vietato nell’Eurozona dall’art. 123 comma 1 del TFUE; in altri paesi invece è in teoria possibile, con limiti operativi diversi da caso a caso).

La conseguenza è che il debito pubblico dei vari paesi aumenta di pari passo con l’accumulo dei deficit pubblici, appunto perché a fronte dei deficit pubblici vengono – per prassi o per legge, NON per necessità tecnica – emessi titoli.

A questo punto sorge però un dubbio. Come possono aumentare i debiti pubblici se lo Stato raccoglie sul mercato moneta GIA’ ESISTENTE (in quanto, come detto sopra, le BC non la emettono in presenza di deficit pubblici)? Da dove viene la maggior quantità di moneta necessaria a sottoscrivere i titoli di nuova emissione?

La risposta è che il governo emette 100 di titoli di Stato contemporaneamente all’immissione sul mercato di 100 di moneta, perché il deficit è la differenza tra spesa e tasse, e quando lo Stato spende, spende MONETA.

Il risultato finale è che la moneta in circolazione non varia ma i titoli di Stato aumentano di 100. Come se (nella sostanza, non nella forma) lo Stato avesse pagato direttamente con titoli di Stato i percettori del deficit.

In realtà le BC di tutto il mondo potrebbero comprare tutto il debito pubblico in circolazione, dando in cambio moneta (oggi detengono già il 19% di circa 330.000 miliardi di debito pubblico in circolazione. Il debito pubblico scomparirebbe e il settore privato sostituirebbe un’attività finanziaria (i titoli di Stato) con un’altra (la liquidità).

Il che mette in evidenza un’altra cosa che dovrebbe essere evidente (ma a molti non lo è): il debito pubblico è CREDITO, non debito, del settore privato.

Anche nel caso dell’Italia e dell’Eurozona, è sempre stato vero che il debito pubblico è ricchezza privata. Esiste però un rischio di insolvenza dovuto al fatto che la BCE non garantisce incondizionatamente la sottoscrizione dei titoli emessi, nel caso in cui il mercato non li compri per intero.

Dal luglio 2012 il whatever it takes di Draghi ha modificato la situazione comunicando ai mercati che un fenomeno di insolvenza di grandi dimensioni, tale da mettere a rischio la tenuta dell’Eurozona, “non sarebbe stato accettato” e che sarebbe stata fatta “qualunque cosa necessaria” per evitarlo.

Il mercato ha interpretato l’affermazione di Draghi come una garanzia, anche se sul piano giuridico non lo è (prova ne è che lo spread tra i rendimenti dei titoli dei vari paesi si è ridotto ma non si è azzerato; se la garanzia fosse stata giuridicamente blindata e incondizionata, sarebbe andato a zero).

In effetti è stato un bluff di Draghi, rischioso ma di successo perché il mercato non si è sentito di “andarlo a vedere”.

 

venerdì 26 dicembre 2025

Moneta di Stato e appropriazione di beni e servizi

 

Molti critici della MMT affermano che l’emissione di moneta da parte dello Stato ha il fine di confiscare risorse al settore privato per dirigerlo verso finalità sottratte alle decisioni del libero mercato. Non a caso, da “confiscare” deriva “fisco”.

Lo Stato spende e indirizza la spesa verso la produzione di determinati beni e servizi. Non è una scelta individuale quali di questi beni e servizi vengano prodotti: è una decisione politica.

Ma approfondendo la riflessione si comprende che questa non è una conseguenza del fatto che lo Stato emetta moneta. E’ invece un effetto della decisione di affidare allo Stato determinate funzioni.

E’ una scelta politica che lo Stato gestisca l’istruzione, la sanità, l’ordine pubblico, la difesa nazionale, le infrastrutture eccetera.

In astratto si può immaginare un assetto politico in cui lo Stato non fa nessuna di queste cose.

Ma anche in questa situazione, avrebbe totalmente senso incrementare la circolazione di mezzi monetari di pari passo con la crescita del potenziale produttivo dell’economica, che a sua volta dipende dalla demografia, dall’accumulazione di capitale fisico e dalla tecnologia.

Se il PIL potenziale cresce, in termini nominali, del 5% all’anno, è giustificato che anche uno Stato che non svolge alcuna altra funzione aumenti la circolazione monetaria tramite il deficit pubblico.

E se lo Stato non svolgesse alcuna altra funzione, un paese come l’Italia, con circa 2.000 miliardi di PIL, dovrebbe quindi attuare un deficit di 100 miliardi. Se non ci fosse nemmeno alcuna politica di redistribuzione del reddito e della ricchezza, il governo dovrebbe emettere 100 miliardi di moneta e assegnarne circa 1.700 euro all’anno ad ognuno dei 59 milioni di cittadini italiani.

L’emissione di moneta statale ha un senso anche se lo Stato non fa altro che quello.

mercoledì 24 dicembre 2025

L’equivoco sull’”applicazione” della MMT

 

Spesso quando si discute di MMT con economisti e commentatori “ortodossi” ci si imbatte nell’argomentazione secondo la quale “questa MMT non è plausibile, non è affidabile, perché nessuno sa indicare un paese o un contesto temporale in cui è stata applicata”.

L’equivoco è che avrebbe senso parlare di “applicazione” della MMT se la MMT fosse una teoria prescrittiva. Non lo è. E’ una descrizione dei meccanismi di funzionamento del sistema economico.

In particolare, secondo la MMT:

Uno Stato è sempre in grado di emettere moneta, che assume valore se ed in quanto lo Stato medesimo la accetta per adempiere alle obbligazioni fiscali.

Uno Stato non è vincolato, nell’attuare deficit di bilancio, da parametri numerici, ma solo dall’esigenza di non surriscaldare l’economia creando potere d’acquisto, e quindi domanda di beni e servizi, eccedente la capacità delle proprie risorse produttive.

Il deficit di bilancio pubblico non ha bisogno di essere “finanziato”: il deficit di bilancio pubblico genera automaticamente risparmio finanziario privato.

Uno Stato che emette moneta non ha alcuna necessità di emettere titoli di debito pubblico: lo può fare per offrire una forma di impiego al risparmio finanziario privato prodotto dai deficit pubblici, ma è una scelta, non una necessità.

La comprensione di questi principi aiuta a capire le conseguenze di determinate scelte di politica economica.

Non è che (per esempio) gli USA hanno “seguito la MMT”. Però hanno in larga misura evitato di farsi condizionare da vincoli inesistenti, che l’analisi MMT spiega chiaramente essere tali.

Mentre l’Italia (sempre per esempio...) da Maastricht e dall’euro in poi, è pesantemente condizionata da questi vincoli inesistenti, da queste fantasie prive di senso.

Per questa ragione gli USA (la cui politica economica è sicuramente, come qualsiasi cosa, difettosa e criticabile) crescono.

Mentre l’Italia no.

 

venerdì 19 dicembre 2025

Orban, Fico e i nostri presunti sovranisti

 

Ogni tanto sento qualche sostenitore dell’attuale governo, che si dichiara sovranista ma giustifica il NON sovranismo del duo Meloni – Giorgetti, affermare che si vabbè non si sta facendo quello che s’era promesso negli anni scorsi – in particolare recuperare autonomia economica dalla UE – ma che ci volete fare, non c’è alternativa (TINA reloaded).

Che poi per la verità era quanto dicevano Letta, Renzi, Gentiloni, Saccomanni e Padoan.

Quando si fa notare che Orban prende delle posizioni decisamente più autonome, pur essendo a capo di un paese ben più piccolo e teoricamente marginale rispetto all’Italia, e ricattabile in quanto percettore netto di contributi UE, ci si sente rispondere che sì vabbè ma l’Ungheria non ha l’euro.

Il che è vero. Ma allora lo slovacco Fico ? paese anche più piccolo dell’Ungheria, percettore netto a sua volta, che ha adottato l’euro ?

La verità è che sovranista è chi ne ha voglia e coraggio. E noi al governo gente con voglia e coraggio non ne abbiamo.