lunedì 16 luglio 2018

A che cosa puntano Tria e Savona


Come intende muoversi il governo italiano nei confronti della UE, in vista dell’importantissima legge di bilancio 2019, che sarà presentata tra settembre e ottobre ?

Leggendo le dichiarazioni di (in particolare) Giovanni Tria e Paolo Savona, emerge con chiarezza quanto segue.

Il contratto di governo M5S – Lega prevede un impulso fiscale espansivo (potere d’acquisto immesso nell’economia sotto forma di maggiori spese, maggiori trasferimenti, maggiori investimenti, minori tasse) di un ordine di grandezza pari a circa 100 miliardi.

L’idea è di realizzarlo frazionando gli interventi su un arco di tempo pluriennale – per esempio, tre anni.

E la priorità verrà data alla ripartenza degli investimenti pubblici, che sono tra l’altro una delle forme di impulso fiscale a più alto moltiplicatore (quindi con il maggiore effetto espansivo sul PIL).

Tutto funziona se ci si accorda con la UE in merito allo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit.

Via via che gli investimenti daranno impulso alla crescita e di conseguenza al gettito fiscale, si creeranno gli spazi necessari per avviare e incrementare altre azioni – reddito di cittadinanza, riduzioni di tasse eccetera.

E se la UE non ci sta ? Bisogna fare altro


venerdì 13 luglio 2018

Sugli aspetti giuridici dell’euro-breakup


Un mio corrispondente mi ha inviato una serie di considerazioni su temi di natura principalmente giuridica, che dovrebbero essere affrontati per attuare l’uscita dell’Italia dall’euro mediante break-up.

Mi sembra interessante rifletterci e commentarli, fermo restando che non sono un giurista (per lavoro traffico parecchio con normative e contratti, ma questo fa di me al massimo un praticone, non un esperto della materia).

I miei commenti cercano di dare indicazioni in merito a come le varie complicazioni potrebbero essere superate.

UNO: Per mettere in atto un referendum sull’uscita o sulla permanenza dell’Italia nell’euro occorre, preventivamente, una legge di indirizzo costituzionale (come nel 1989) e in Parlamento non c’è la maggioranza necessaria.

COMMENTO UNO: Non ho mai capito se e perché quella legge costituzionale fosse realmente necessaria. Che cosa impediva di tenere un referendum di natura strettamente consultiva, di cui la maggioranza parlamentare si impegnava politicamente a rispettare i risultati (modello referendum Brexit, per intenderci) ? La legge costituzionale fu fatta perché esisteva un ampio consenso sia tra le forze politiche che tra la popolazione. Non si rischiava un no, in altri termini. Con maggioranze incerte a mio modesto avviso si sarebbe proceduto diversamente.

DUE: Se anche non si fosse fatto quel referendum, saremmo comunque entrati nell’orbita UE / euro intesa come meccanismo sovranazionale.

COMMENTO DUE: Con ogni probabilità è vero, ma appunto perché esisteva un’ampia maggioranza parlamentare. Vedi sopra.

TRE: Se la legge costituzionale non ottenesse i due terzi del voto parlamentare, potrebbe essere richiesto un referendum confermativo – un totale quindi di due referendum !

COMMENTO TRE: Vero, ma mi pare un’ulteriore ragione per evitare la via del referendum.

QUATTRO: Anche se il referendum desse esito positivo (per il break-up), l’effetto non sarebbe immediato.

COMMENTO QUATTRO: Questo ha a che vedere con le difficoltà operative, più che con quelle legali, di mettere in atto il break-up.

CINQUE: L’ufficio centrale del referendum può sollevare alla Corte Costituzionale la questione di legittimità per contrasto all’articolo 75 della Costituzione: in pratica anche una legge costituzionale può essere giudicata incostituzionale (!).

COMMENTO CINQUE: Anche questo è un problema (se lo è) che tocca solo lo scenario “referendum con valenza vincolante di indirizzo”.

SEI: Il risultato di un referendum non vale sempre: a partire dalla legislatura successiva, se nel frattempo il quadro politico è mutato, non esiste alcun obbligo di rispettare la volontà popolare.

COMMENTO SEI: A me pare che questo valga solo nel caso che ipotizzavo nel COMMENTO UNO – referendum puramente consultivo con impegno politico del governo in carica e della maggioranza parlamentare che lo supporta.

SETTE: Si può chiedere di modificare l’articolo 48 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) in modo di negoziare l’uscita dalla sola zona euro.

COMMENTO SETTE: Sicuramente, ma mi sembra una strada impervia quanto il referendum.

OTTO: Teoricamente si può uscire dalla sola zona euro azionando l’articolo 139 e 140 TFUE.

COMMENTO OTTO: Cioè facendo notare che i criteri d’ingresso in realtà non erano rispettati allora, né adesso ? ma quegli articoli non disciplinano l’uscita, né affermano che il venire meno dei criteri sia una causale per l’exit.

NOVE: Azionare l’articolo 62 della Convenzione di Vienna, ma bisogna dimostrare il mutamento delle circostanze rispetto al momento dell’adesione ai trattati.

COMMENTO NOVE: Qui ci sarebbero senz’altro degli spazi. E’ oggettivo che le circostanze siano profondamente mutate. Prevedere i risultati di un’azione di questo genere è però, evidentemente, molto difficile.

DIECI: Il decreto legge, se venisse utilizzato come via per l’Italexit, non comporterebbe la modifica dei vincoli di bilancio.

COMMENTO DIECI: Ma il medesimo decreto legge potrebbe dichiararli decaduti, e alla UE / BCE verrebbe comunque a mancare lo strumento di enforcement per farli rispettare.

UNDICI: L’articolo 81 della Costituzione si pone in contrasto con un decreto legge che volesse sfruttare il sistema della lex monetae, perché verosimilmente le parti contrattuali svantaggiate dal decreto per effetto ad esempio della svalutazione dovrebbero essere aiutate con spesa dello Stato, senza contare quanti ricorsi ne potrebbero derivare.

COMMENTO UNDICI: Non lo vedo come un punto insuperabile perché l’articolo 81 parla di “equilibrio… tenuto conto delle fasi favorevoli e delle fasi avverse del ciclo economico” che non è in realtà la stessa cosa del saldo “zero aritmetico” (che infatti non è mai stato raggiunto). I ricorsi sono un altro tema (uno dei più complessi, vedi seguito).

DODICI: La costituzionalizzazione del principio di sovranità monetaria potrebbe risultare incostituzionale alla luce degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione.

COMMENTO DODICI: Veramente sono in molti a ritenere che siano casomai i trattati UE a violare l’articolo 11… comunque il punto chiave è chi saranno i componenti della Corte che verrà (eventualmente) chiamata a esprimersi.

TREDICI: Anche uscendo dall’euro, ci ritroveremmo a fare i conti con il pareggio di bilancio ex art. 81 Costituzione.

COMMENTO TREDICI: Che, vedi sopra, parla però di “equilibrio”, non di pareggio. E non vedo un’Italexit aver luogo senza che venga attuata anche una modifica dell’art. 81, peraltro.

QUATTORDICI: A mio avviso, per uscire serve una legge costituzionale, tendendo presente che da quel momento non è che possiamo fare ciò che vogliamo, ma dobbiamo comunque rispettare gli altri vincoli economici UE.

COMMENTO QUATTORDICI: Su quest’ultimo punto, vedi il COMMENTO DIECI. Sul primo, il decreto legge di exit è operativo: casomai il rischio è quello di un ricorso presso la Corte Costituzionale – ma “rotto l’uovo non lo rimetti insieme”: la Corte può anche pronunciarsi in favore del ricorso, ma non può (in pratica) annullare gli effetti del break-up che già si sarebbero a quel punto prodotti, e da parecchio tempo.

QUINDICI: Una legge costituzionale servirebbe anche per uscire dalla UE, pur avendo in questo caso (a differenza dell’uscita dall’euro) un appiglio giuridico ex articolo 50 del TFUE.

COMMENTO QUINDICI: Al contrario - se invece si agisse con legislazione ordinaria, in questo caso non vedo neanche il presupposto di un eventuale ricorso: si sta semplicemente attuando una possibilità esplicitamente prevista dal TFUE.

SEDICI: Serve un ministero ad hoc per curare le trattative con la UE.

COMMENTO SEDICI: Può essere, ma non mi sembra un problema.

DICIASSETTE: Serve una commissione parlamentare per curare gli atti che sono entrati a far parte del nostro ordinamento, per decidere quali far cessare e in che modo.

COMMENTO DICIASSETTE: Idem.

***

La prima considerazione che mi nasce dall’aver riflettuto su questi temi, in ogni modo, è che le difficoltà strettamente giuridiche del break-up non sono insormontabili, ma introducono un ulteriore, significativo, livello di difficoltà in un processo già di per sé complicato.

E a renderlo complicato sono, principalmente, due fattori.

In primo luogo, le reazioni dei mercati finanziari in una fase interinale di incertezza, in cui sussiste il dubbio – ma non è sicuro – che il break-up verrà posto in atto.

In secondo luogo, le complicazioni legate alla ridenominazione di crediti e debiti (da euro a Nuova Lira) e i contenziosi che ne potranno nascere.

E non sto neanche prendendo in considerazione i riflessi politici che ne deriverebbero.

Tutto questo non fa che confermare quanto affermo fin dall’inizio della mia attività di sviluppo e di promozione del progetto Moneta Fiscale / CCF.

Il progetto MF / CCF è in grado di risolvere le disfunzioni dell’Eurosistema, e nello stesso tempo non viola nessun trattato né nessun regolamento, e non richiede nessuna autorizzazione.

Il progetto MF / CCF va attuato con la massima determinazione, affermando nello stesso tempo, con la massima chiarezza, che:

UNO, non è l’avvio di un processo finalizzato al break-up, ma costituisce un assetto permanente e stabile per quanto attiene alla partecipazione dell’Italia all’Eurozona.

DUE, consentirà all’economia italiana una rapida e vigorosa ripresa, bloccando nello stesso tempo, una volta per tutte, qualsiasi incremento del Maastricht Debt, cioè del debito pubblico così come definito dai trattati e dai regolamenti che governano il funzionamento dell’Eurozona.


mercoledì 11 luglio 2018

I CCF sono la "non-defaultable security" che serve all'Italia


In questa intervista Claudio Borghi fa correttamente notare che in assenza di una garanzia incondizionata della banca centrale, un titolo di Stato può subire l’impatto di azioni speculative, il che crea un inaccettabile rischio di instabilità.

Nelle sue parole: “In assenza di acquisti della BCE, se uno mette in giro una fake news sull’Italia, così come è stato nei momenti in cui si formava il governo” e poi “viene ripresa da un paio di giornali, la gente vende il nostro debito e nessuno lo compra perché non c’è la banca centrale”. “Avremmo il paradosso che per una notizia falsa, per un cataclisma o per una speculazione ben orchestrata la gente vende i titoli, scatena il panico e nessuno si muove. E’ una cosa non fattibile”.

La soluzione è la garanzia BCE perché “uno Stato sovrano non dovrebbe rischiare di non avere accesso ai mercati per il debito in propria valuta”.

Lo stesso concetto è stato del resto espresso, proprio ieri, in sede ufficiale (relazione alle commissioni congiunte di Camera e Senato) dal ministro Paolo Savona: alla BCE deve essere affidato “pieno e autonomo esercizio di prestatore di ultima istanza. E’ una lacuna che si riflette nello spread”.

Il problema è reale (ne avevo del resto parlato qui) e Savona e Borghi lo pongono correttamente. Ma la probabilità che questa garanzia ad azzerare (o a limitare a livelli preconcordati, comunque sufficientemente bassi) gli spread venga in futuro fornita dalla BCE, senza richiedere disastrose “condizionalità”, cioè ulteriore austerità, ai singoli paesi, appare bassissima.

La migliore soluzione che riesco a concepire è, anche in questo caso, il progetto Moneta Fiscale / CCF.

I CCF sono una forma di Moneta Fiscale, come lo sono anche i Minibot proposti da Claudio Borghi. Diversamente dai Minibot, però, non sono utilizzati per saldare crediti già esistenti verso la pubblica amministrazione. Sono invece da emettere fiat nella misura necessaria a recuperare domanda interna e (abbassando il cuneo fiscale a vantaggio delle imprese) competitività.

Emettendo CCF, entra in circolazione uno strumento finanziario non soggetto a essere rimborsato in euro, e su cui quindi l’emittente non può essere forzato al default.

Con il diffondersi dei CCF, inoltre, è anche concepibile rifinanziare quote di debito da rimborsare in euro, via via che giungono a rimborso, con titoli in Moneta Fiscale, a varie scadenze. A un certo punto si può creare una situazione in cui lo Stato italiano continua a utilizzare l’euro (affiancato dalla Moneta Fiscale) ma sostituisce totalmente il debito pubblico con emissioni di titoli espressi in MF.

Il completamento di questo processo richiederà vari anni, ma la quota di debito pubblico vero, quello a rischio di insolvenza perché da rimborsare in euro (il Maastricht Debt, in altri termini) calerà molto rapidamente, in assoluto e ancor più in proporzione al PIL. E di pari passo scenderà il rischio connesso a fenomeni speculativi incontrollabili.

Non solo all’Italia, ma a tutta l’Eurozona serve una non-defaultable security, un titolo non soggetto a rischi di default involontario generati da fenomeni speculativi. Lo afferma del resto un paper predisposto da due collaboratori della BCE stessa. Il progetto MF / CCF fornisce la via per risolvere anche questo problema.

E’ mia ferma convinzione che il governo italiano non debba limitarsi a far notare che l’attuale struttura dell’Eurosistema è instabile. E’ invece necessario affermare che il progetto MF / CCF è in grado di stabilizzarla, senza passare per il trauma dell’euro break-up, ma creando anzi un assetto permanente ed efficiente per il sistema economico-monetario dell’Italia e dell’Eurozona in genere; e nello stesso tempo, avviando una forte ripresa di produzione e occupazione.

E naturalmente non si tratta solo di affermare queste valenze, ma di mettere in atto il progetto MF / CCF, la cui compatibilità con trattati e regolamentazioni dell’Eurosistema è totale.


lunedì 9 luglio 2018

Il debito pubblico si può ridurre facendo crescere l'economia - su Business Insider Italia

Un nuovo articolo su come il progetto Moneta Fiscale consente una forte ripresa dell'economia senza creare ulteriore debito pubblico e, di conseguenza, avviando una significativa riduzione del rapporto debito pubblico / PIL.

giovedì 5 luglio 2018

La solidità della proposta CCF / Moneta Fiscale


Quattro post da tenere costantemente sotto mano, per rispondere alla domanda consueta & ricorrente “ma se i CCF non innescano la ripresa… non è che finiamo nei guai ?”.

Perché in condizioni di domanda fortemente depressa il moltiplicatore keynesiano è particolarmente elevato: vedi qui.

Perché non ci sono dubbi che oggi la domanda in Italia SIA FORTEMENTE DEPRESSA: vedi qui.

Come è possibile strutturare un meccanismo di clausole di salvaguardia che evita, sempre e comunque, l’incremento del debito pubblico: vedi qui.

Perché anche una generazione di PIL e gettito fiscale lordo inferiore alle aspettative è comunque tranquillamente gestibile: vedi qui.


martedì 3 luglio 2018

Confucio e i CCF


Molto spesso, anzi quotidianamente, qualcuno mi chiede perché il progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale non è ancora esplicitamente al centro del programma politico di questo governo – che pure, sicuramente, ha le idee molto più chiare dei precedenti in merito alle disfunzioni dell’attuale eurosistema.

La domanda è legittima e naturalmente me la pongo continuamente anch’io, tenuto conto che il mio primo articolo sul tema risale addirittura al 31 ottobre 2012. Lo trovate qui (pubblicato nientemeno che sul Sole 24Ore…).

La spiegazione a quanto pare l’ha fornita un eminente economista di nome Confucio, all’incirca 2.500 anni fa:

“Quando fai qualcosa, sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario, e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente”.

Ma invito tutti a non perdersi d’animo e ad evitare che il pessimismo prenda il sopravvento. In primo luogo, perché è perfettamente inutile.

Secondo e più importante, perché al netto degli stessacosisti, dei farecontraristi, e dei nonfarenientisti, rimangono tante altre persone che vogliono fare le cose giuste e che hanno anche le idee sufficientemente chiare sul come.