giovedì 26 aprile 2018

Su "Economia e Politica": Moneta Fiscale - Aspetti Finanziari e Contabili

Un articolo di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini, che - oltre a temi di carattere generale - prende in considerazione alcuni aspetti contabili della Moneta Fiscale, fondamentali per comprenderne la natura giuridica e la coerenza con trattati e regolamenti che governano il funzionamento dell'Eurosistema.

lunedì 23 aprile 2018

CCF e detentori del debito pubblico italiano: un chiarimento


Ero in viaggio e ho risposto in modo molto sintetico al commento di un lettore (a quest'ultimo post). Uno dei suoi dubbi merita però una risposta meno sbrigativa.

Nelle sue parole: “Non capisco proprio come si possa sostenere che vendere un claim sulle mie entrate sia fondamentalmente diverso da un debito normale. Se faccio la cessione del quinto dello stipendio (esiste ancora ?) non lo considera come un incremento di debito ? Se ho un mutuo e faccio la cessione dello stipendio, il rischio di credito del mio creditore è salito. Anzi rischio pure che mi faccia causa se dichiaro che la cessione del salario è in qualche modo senior”.

Qual è la differenza tra cedere il quinto dello stipendio (che sì, è un’operazione ancora praticata, anzi da qualche informazione recente mi risulta che il mercato sia piuttosto vivace) ed emettere CCF ?

Molto semplice: lo Stato italiano non si è impegnato in alcun modo con i creditori (i sottoscrittori di titoli del debito pubblico) a utilizzare una quota delle sue entrate a soddisfazione del credito. Si è impegnato (sottoscrivendo il Fiscal Compact) a raggiungere l’equilibrio tra entrate e uscite, il che implica che il debito da rimborsare raggiunga un livello oltre il quale non si incrementa più.

Il Fiscal Compact, per la verità, non è un impegno direttamente stipulato con i sottoscrittori di titoli del debito pubblico né è incorporato nei relativi contratti di finanziamento. Ma partiamo pure dal presupposto che l’acquirente di BOT o BTP vi abbia fatto affidamento nel prendere la sua decisione d’investimento.

Pareggiare incassi di euro e pagamenti di euro è un risultato che si può raggiungere in vari modi. Incrementando le entrate grazie a nuove tasse (che hanno però un effetto negativo sul PIL), o grazie alla crescita dell’economia, o dismettendo attivi pubblici. Diminuendo le spese (ma anche i tagli hanno un effetto depressivo e rischiano di essere controproducenti per gli equilibri di finanza pubblica).

Oppure – e questo è l’elemento innovativo del progetto CCF – introducendo un nuovo strumento finanziario, che consente di rilanciare la domanda, incrementare il potere d’acquisto in circolazione e migliorare la competitività delle aziende senza assumersi ulteriori impegni di pagamento in euro.

I CCF consentono di effettuare azioni espansive che incrementano il PIL e l'occupazione. Sulla base di ipotesi più che ragionevoli, compensano il calo di gettito a termine che il loro utilizzo ceteris paribus produrrebbe. E se questo non fosse sufficiente, danno la possibilità di effettuare un ampio ventaglio di ulteriori azioni di riequilibrio, qui riassunte.

Al contrario del sottoscrittore di un contratto di “cessione del quinto”, l’Italia non ha “ceduto” ai propri creditori una quota di entrate pubbliche. Si è impegnata a ricercare l’equilibrio tra incassi e pagamenti: ricerca che sventuratamente (ma prevedibilmente) ha comportato azioni pesantemente restrittive sull’andamento dell’economia e sta impedendo al paese di uscire dalla depressione (senza peraltro che l’obiettivi di finanza pubblica siano stati raggiunti).

Se l’Italia raggiunge il pareggio tra incassi e pagamenti di euro, anno dopo anno, introducendo uno strumento che rende altamente plausibile la stabilità di questo risultato nel tempo, e contemporaneamente rilancia PIL, produzione e occupazione, per quale motivo i creditori si dovrebbero sentire meno tutelati di oggi ?

La loro posizione sostanziale in realtà migliora – e nettamente. E sul piano giuridico non si lede alcun accordo né si viene meno ad alcun impegno. Anzi: si creano le condizioni per rispettare rigorosamente il Fiscal Compact.


venerdì 20 aprile 2018

Riflessioni sulla Perottiade


L’articolo sulla Moneta Fiscale pubblicato alcuni giorni fa da Roberto Perotti su Lavoce.info ha dato luogo a un vivace scambio di opinioni (vedi il folto numero di commenti).

Penso sia opportuno sintetizzare e approfondire un aspetto della sua posizione (e fugare, di conseguenza, i dubbi che ne deriverebbero in merito alla validità della proposta Moneta Fiscale / CCF).

Perotti NON contesta che la Moneta Fiscale non rientri nel “Maastricht Debt”, che è il debito pubblico rilevante per gli accordi che governano il funzionamento dell’Eurozona (in particolare, ai fini del Patto di Stabilità e Crescita e del Fiscal Compact). Al massimo dice cose tipo “sarebbe da approfondire”, “andrebbe sentita Eurostat”, ma non ha elementi per affermare che la Moneta Fiscale farebbe parte del Maastricht Debt. E in effetti, la Moneta Fiscale non vi rientra.

Apparentemente, la sua critica alla Moneta Fiscale è incentrata sul fatto che in ogni caso si tratta, in un modo o nell’altro, di una passività. E che aumentare le passività in circolazione sia qualcosa di intrinsecamente negativo, in particolare per l’Italia.

Probabilmente per questa ragione, appare più possibilista nei confronti dei Minibot proposti da Claudio Borghi, perché i Minibot trasformano (in titoli circolanti) crediti verso il settore pubblico già esistenti. Al momento della loro emissione, quindi, le passività delle pubbliche amministrazioni italiane (definite nel senso più ampio possibile, che non è quello del “Maastricht Debt”) non variano.

I Minibot nella forma attualmente proposta hanno però una serie di limitazioni:

UNO, appunto perché trasformano debiti NON compresi nel Maastricht Debt in titoli utilizzabili per ridurre pagamenti di tasse, nel momento in cui il diritto alla riduzione fiscale viene utilizzato il Maastricht Debt (a parità di condizioni) in effetti aumenta.

DUE, quanto sopra non avviene nella misura in cui i Minibot circolano senza essere utilizzati per ridurre pagamenti di tasse, ma a priori non è noto a quanto ammonterà l’utilizzo effettivo (e questa è la ragione per cui io ho proposto, invece, di emettere CCF con due anni di dilazione tra assegnazione e utilizzabilità per conseguire gli sconti fiscali: per far sì che la ripresa dell’economia produca entrate fiscali compensative, anche in caso di utilizzo integrale alla prima data possibile).

TRE, i CCF sono “fiat money”: li assegni dove ritieni che sia più utile per conseguire, in particolare, il maggior effetto espansivo su domanda e PIL; i Minibot vanno invece a chi già detiene crediti, che non necessariamente (anzi) coincide con i soggetti che hanno la maggiore propensione alla spesa.

En passant, rimane vero, nonostante tutto quanto sopra, che la proposta Minibot va nella direzione giusta e che i Minibot possono essere utilmente integrati con i CCF; vedi ulteriori considerazioni qui.

Tornando a Perotti, quello che sembra sfuggirgli è che una “passività della pubblica amministrazione” non è qualcosa di brutto o di negativo in quanto tale, e soprattutto non rappresenta un impoverimento del paese. Al contrario, l’aumento del passivo del settore pubblico è per definizione un incremento di attivo del settore privato.

Le “passività del settore pubblico” possono essere fonte di preoccupazione non in astratto, ma in funzione di due circostanze ben precise.

La prima, se comportano un obbligo di rimborso in una moneta che la pubblica amministrazione non emette. Qui c’è un rischio legato all’eventualità che lo Stato emittente non sia in grado di reperire, a scadenza, la moneta (euro nel nostro caso) necessaria al rimborso (o che lo possa fare solo a condizioni disastrose). Ed è uno dei fondamentali difetti d’impostazione del progetto euro: si è convertito un debito in moneta nazionale in debito in moneta straniera. Si è creato senza alcuna necessità un rischio d'insolvenza.

La seconda nasce se l’incremento delle passività della pubblica amministrazione mette a disposizione del settore privato un livello di potere d’acquisto eccessivo rispetto alla capacità produttiva del sistema economico. In quel caso si genera inflazione a livelli indesiderati. Ma è un problema che non sussiste quando la domanda è fortemente depressa e l’inflazione è troppo bassa: come, oggi, è il caso per l’Italia.

Se nelle condizioni attuali l’Italia finanziasse un maggior livello di deficit pubblico in moneta propria, l’operazione sarebbe positiva sotto tutti i profili: ripresa della produzione e dell’occupazione, nessuna inflazione indesiderata, e nessun rischio di credito aggiuntivo. Questo, nonostante la moneta emessa sia anch’essa una passività del settore pubblico - se per passività intendiamo “impegno”, “liability”: lo Stato emittente è infatti impegnato a riconoscere il valore legale della moneta e ad accettarla per estinguere le obbligazioni finanziarie nei suoi confronti (in primo luogo, le tasse).

Il punto fondamentale è che il debito in moneta estera comporta in primo luogo un rischio di credito; il debito in moneta propria (o il finanziamento monetario diretto del deficit), invece, un rischio d’inflazione. Sono due tipologie di rischio nettamente diverse e nella situazione odierna dell’Italia preoccupa il primo, NON IL SECONDO.

Per effettuare un’azione espansiva della domanda e uscire dalla depressione che attanaglia l’economia italiana, evitando di passare tramite la rottura della moneta unica europea, è necessario immettere potere d’acquisto nel sistema economico, a beneficio di cittadini e imprese.

I CCF si affiancano all’euro e mettono a disposizione dello Stato italiano un titolo che pur non essendo moneta legale né unità di conto (quella rimane l’euro) possiede altre caratteristiche della moneta: è una riserva di valore e un intermediario di scambio.

Come non esiste un rischio di credito su un’emissione di moneta, non esiste neanche per il CCF, in quanto non sussiste obbligo di rimborso.

I due anni di dilazione temporale tra assegnazione dei CCF e loro utilizzabilità per conseguire gli sconti fiscali permettono di evitare, sulla base di ipotesi prudenziali (recupero anche solo parziale dell’enorme output gap di cui soffre oggi l’economia italiana) che il Maastricht Debt (e quindi i connessi impegni di rimborso in euro) si incrementi. E questo corrisponde al raggiungimento dell’obiettivo fondamentale del Fiscal Compact.

Va anche notato che quand’anche non si realizzasse una perfetta corrispondenza, negli anni futuri, tra maggior gettito fiscale lordo e utilizzo dei CCF, basterebbe sostenere in CCF e non in euro una piccola parte degli incrementi futuri di spesa pubblica per gestire le potenziali discrasie. Sono poi possibili varie altre azioni, qui sintetizzate.

Solo se le emissioni di CCF raggiungessero livelli tali da far sì che in un anno futuro ne giungano a scadenza quantità molto elevate rispetto agli incassi lordi delle pubbliche amministrazioni, si avrebbe un rischio di “svilimento” del valore dei CCF, dovuto a un fenomeno di “intasamento di scadenze”. Ma è un’eventualità remotissima, tenuto conto che il livello massimo previsto delle scadenze annue è di 100 miliardi, contro incassi lordi delle pubbliche amministrazioni (già oggi) di 800 circa.

Vale la pena di commentare anche il probabile punto di vista degli altri stati membri dell’Eurozona. I tedeschi, in particolare, sono enormemente preoccupati dal rischio d’insolvenza dell’Italia sul suo debito pubblico. Si rendono conto che l’Italia è too big too fail, che un suo dissesto finanziario sarebbe disastroso e, in pratica, inaccettabile. Temono di dover subire enormi esborsi per evitarlo.

Ipotizzano, di conseguenza, meccanismi che dovrebbero evitare questi esborsi, introducendo sotto certe condizioni la ristrutturazione automatica dei debiti che non si riescono a rifinanziare sul mercato. Ma è un’idea totalmente irrealistica: se questi meccanismi venissero adottati il debito italiano perderebbe valore subito perché sconterebbe un rischio che oggi il mercato percepisce come modesto. I tassi d’interesse sui BTP decollerebbero; il meccanismo che dovrebbe rendere “morbida” la ristrutturazione rischierebbe, al contrario, di produrre un violento dissesto – e in tempi molto rapidi.

Oggi il mercato non crede a questi scenari perché fa affidamento sul whatever it takes di Mario Draghi. Il cui venir meno, con ogni probabilità, implicherebbe la fine – immediata – dell’euro. Il problema che rende tutti inquieti è: si può mantenere in essere il whatever it takes a garanzia di un debito pubblico italiano che continua ad aumentare ?

Da qui derivano le pressioni sull’Italia per mantenere in essere politiche fiscali restrittive (o addirittura inasprirle) e raggiungere il pareggio di bilancio. Sventuratamente, tutto ciò impedisce qualsiasi ripresa economica degna di questo nome e lascia il nostro paese in una situazione di pesantissimo disagio economico e sociale, senza che si intravedano svolte né a breve termine né oltre.

Utilizzare CCF per effettuare politiche economiche espansive permette, al contrario, una forte ripresa e nello stesso tempo blocca una volta per tutte l’incremento del debito garantito dal whatever it takes. I CCF non comportano impegni di rimborso e non hanno necessità di essere garantiti dalla BCE. Il loro valore è garantito dall’utilizzabilità a fini fiscali.

L’emissione di CCF non comporta rischi per i partner dell’Eurozona. Se l’Italia eccedesse con le emissioni, produrrebbe eccesso di domanda e quindi inflazione: ma solo qui, non negli altri paesi. E nel momento in cui i CCF diventano utilizzabili per conseguire sconti fiscali si potrebbe creare l’”intasamento di scadenze” sopra descritto. Ma lo subirebbero solo gli assegnatari italiani, o chi ha deciso di comprare CCF sul mercato secondario; rischio comunque assimilabile a una perdita su un investimento in valuta, senza passare da un evento traumatico come un default.

Quanto sopra, ricordo, si riferisce in ogni caso ad eventualità remotissime. Oggi il problema dell’economia italiana è una pesantissima carenza di domanda interna che si accompagna a un’inflazione troppo bassa, non troppo alta. E come visto il progetto prevede che giungano a utilizzabilità, nei singoli anni, quantità di CCF pari a una modesta frazione delle entrate lorde delle pubbliche amministrazioni.

In sintesi e in conclusione: il progetto Moneta Fiscale / CCF consente di colmare lo spaventoso output gap che affligge attualmente l’economia italiana

senza creare rischi di credito addizionali

se correttamente gestito (emissioni nella misura necessaria a recuperare l’output gap, e non oltre) senza rischi di inflazione indesiderata

senza che debbano essere richiesti trasferimenti finanziari né condivisioni di rischi (ulteriori rispetto al whatever it takes applicato allo stock di debito attuale)

con flessibilità operative molto vicine a quelle che si avrebbero emettendo moneta nazionale

e tutto questo, senza passare tramite la rottura dell’euro.


mercoledì 18 aprile 2018

Il Maastricht Debt non comprende i crediti fiscali


Qui di seguito è riportata la composizione del debito delle amministrazioni pubbliche italiane a fine 2017, come esposto a pagina 8 della pubblicazione Banca d’Italia reperibile a questo link.

I criteri di composizione del prospetto sono perfettamente omogenei con quelli utilizzati da Eurostat per determinare il cosiddetto “Maastricht Debt”, che è la grandezza rilevante ai fini del Patto di Stabilità e Crescita e del Fiscal Compact. Il dato totale (2.256 miliardi) non comprende ancora circa 11 miliardi imputabili alle operazioni di ristrutturazione e salvataggio di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza.

Raccolta postale                                                  14
Altri depositi e monete metalliche                    159
Titoli a breve termine                                        107
Titoli a medio e lungo termine                       1.805
Prestiti di Istituzioni Finanziarie Monetarie     127
Passività connesse con i prestiti EFSF               34
Altre passività (*)                                               10
TOTALE                                                        2.256

(*) Debiti commerciali per la sola parte oggetto di operazioni di factoring pro-soluto: vedi penultima nota dal fondo a pagina 24 della pubblicazione Banca d’Italia sopra citata.


Come si vede, nessun credito di natura fiscale è incluso nel prospetto, nonostante già oggi esistano svariate categorie di crediti utilizzabili in compensazione (tra cui crediti per ristrutturazioni immobiliari, perdite pregresse, superammortamenti), senza però dare diritto a rimborsi “cash”: esattamente come i CCF.

lunedì 16 aprile 2018

Perché il M5S sbaglia su Berlusconi


Le trattative per la formazione del nuovo governo sono in stallo. E uno dei motivi, anzi di gran lunga il principale, è il veto posto dal M5S a una maggioranza che includa Forza Italia, o per essere più esatti Silvio Berlusconi.

Ora, SB è ben lontano dall’essere il mio ideale di statista. E naturalmente coinvolgerlo nel governo non è una decisione né ovvia né semplice per un movimento che ha fatto della lotta alla corruzione un punto chiave della sua proposta politica.

Ci sono però alcune considerazioni su cui il M5S dovrebbe riflettere più in profondità di quanto (apparentemente) emerga dalle dichiarazioni dei suoi esponenti.

In primo luogo, il problema fondamentale del paese oggi è la profonda depressione in cui si trova l’economia. Che a sua volta può essere risolta solo staccandosi dai vincoli dell’Eurosistema. Per farlo occorrono idee e progetti chiari, nonché una maggioranza solida.

Maggioranza solida che senza Forza Italia non c’è. Un eventuale accordo M5S + Lega + Fratelli d’Italia, o alternativamente M5S + PD + Leu, quand’anche le possibili controparti lo prendessero in considerazione (cosa che oggi negano di voler fare) avrebbe margini risicati, soprattutto al Senato.

Senza contare che, per quanto riguarda la seconda ipotesi, accordarsi con il PD per staccarsi dall’euroausterità appare chimerico, visto che il PD fin qui non è stato altro che la longa manus della UE nel nostro paese.

Per quante colpe si possano imputare a Berlusconi, va poi sempre ricordato che per applicare la fase più feroce e catastrofica dell’austerità euroindotta è stato necessario (a novembre 2011) rimuoverlo dal governo.

D’altra parte, che cosa si teme se Forza Italia entra in maggioranza ? leggi ad personam ? distorsioni a tutela degli interessi economici di SB ? ma queste cose ha potuto farle quando il capo del governo era lui, con Forza Italia in posizione di netto predominio nella coalizione. Oggi sarebbe il terzo partito su quattro, quindi non in condizione di imporre nulla.

Se non d’imposizione, SB avrebbe comunque una capacità di ricatto ? no: se si ritirasse dalla maggioranza la indebolirebbe ma non sarebbe comunque in grado di farla cadere, soprattutto se un certo numero di parlamentari di Forza Italia non lo seguissero. Cosa molto probabile, a legislatura avviata e con un governo in carica.

Queste cose SB – sul quale si possono dire molte cose, ma non che sia uno sprovveduto – le ha ben chiare. Il suo obiettivo è salvare la faccia e vivere con un po’ di tranquillità i prossimi anni. Non molto altro: età, salute, calo di influenza politica fanno sì che il suo ruolo non possa che continuare a ridimensionarsi.

Chiarito tutto questo, torniamo al problema chiave. E’ fondamentale comporre una maggioranza solida per cambiare corso (in primo luogo) all’economia. E le idee su cui convergere, tra M5S e centrodestra, ci sono (vedi anche e soprattutto la Moneta Fiscale, in una delle sue possibili declinazioni).

Si può conseguire moltissimo con un programma condiviso, che evidentemente non rispecchierà al 100% i desideri di tutti, ma che senz’altro potrà riportare il paese nella direzione giusta.

Se invece il M5S si inchioda su posizioni “travaglistiche”, se antepone l’antipatia verso un avversario politico alle esigenze del paese, rischia di condannarsi all’irrilevanza e a lasciare irrisolti i problemi dell’economia. E sarebbe gravissimo.


sabato 14 aprile 2018

Che cosa sfugge a Perotti


Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini


I nostri principali commenti all’articolo pubblicato ieri da Roberto Perotti su Lavoce.info.

La critica di Perotti al progetto CCF / Moneta Fiscale è basata sostanzialmente su tre punti, che possono essere riassunti – e confutati – come segue.

UNO: “i CCF sono debito pubblico”. No, non lo sono. I principi contabili internazionali adottati anche nella definizione del “Maastricht Debt” ai fini dello Stability & Growth Pact e del Fiscal Compact sono molto chiari al riguardo. Vedi per esempio qui . Il nocciolo è che titoli a utilizzabilità fiscale senza obbligo di rimborso in euro sono “non-payable deferred tax assets” e non hanno impatti sui conti pubblici fino al loro utilizzo per conseguire sconti fiscali (cioè due anni dopo l’emissione, quando produzione e gettito avranno recuperato).

DUE: “se non sono debito, i CCF sono comunque una passività per lo Stato”. Se per “passività” intendiamo “impegno” (di accettazione) lo è anche la moneta. Il punto è che l’economia italiana ha necessità di rilanciare la domanda, BLOCCANDO nello stesso tempo l’incremento delle passività su cui può essere forzata al default in quanto impongono un rimborso in una moneta (l’euro) che l’Italia non emette. I CCF risolvono il problema appunto perché NON richiedono un approvvigionamento sul mercato dei capitali.

TRE: “i CCF sono un progetto “Lafferista””. No: non fanno affidamento su un incentivo ad aziende e cittadini a lavorare di più perché le tasse sono più basse, ma su un’azione espansiva della domanda. L’utilizzabilità fiscale dello strumento è l’elemento che conferisce ai CCF potere d’acquisto e quindi spendibilità, ma la proposta è demand-side, non supply-side: vedi qui .



giovedì 12 aprile 2018

Target2: la Germania che chiede i soldi ?


Come ho già spiegato più di una volta, i saldi Target2 sono una delle caratteristiche dell’Eurosistema peggio comprese e quindi maggiormente fraintese.

Un commento espresso piuttosto di frequente da vari opinionisti, e particolarmente significativo di questo stato di confusione, si può riassumere nei termini seguenti. La Germania avrebbe tutto l’interesse a lasciare l’Eurosistema perché la Bundesbank vanta un saldo attivo Target2 con la BCE di circa 900 miliardi. “Quindi” in caso di GermanExit la BCE dovrebbe “staccare un assegno” di 900 miliardi.

Dove sta il fraintendimento ?

Poniamo pure che esista un “impegno di liquidazione” in caso di uscita (che in realtà non c’è, in quanto, come si spiegava qui, non esiste alcun contratto di finanziamento o di deposito: il Target2 è un meccanismo di regolazione contabile, non un rapporto creditizio).

Ma trascuriamo quest’ultimo punto. La Germania, immaginiamo, esce dall’Eurosistema, e il signor Bundesbank si presenta dal signor BCE (il viaggio è breve, stanno tutti e due a Francoforte) e con piglio fermo e deciso chiede “i miei 900 miliardi, li voglio qui, sul tavolo, li devi saldare !!”

Il signor BCE guarderebbe il signor Bundesbank con aria alquanto sbigottita.

Perché il signor Bundesbank detiene, certamente, un attivo di 900 miliardi, a cui però già oggi può attingere quando gli pare. E l’impegno correlato è a carico dell’istituzione che emette gli euro (la BCE). Una controparte, quindi, solvibile per definizione.

Già oggi, senza bisogno di fare nulla di particolare, la Bundesbank può prelevare quanto vuole, fino al limite del suo saldo attivo.

Perché non lo fa ? ma perché la Bundesbank centralizza su di sé i saldi interbancari del sistema creditizio tedesco, a cui fanno riferimento le persone fisiche e giuridiche (non necessariamente tutte tedesche) che hanno depositi presso le banche del paese.

E i saldi Target2 si formano appunto perché i residenti tedeschi incassano (collettivamente) più euro dagli altri paesi dell'Eurosistema, rispetto a quanti ne pagano. E la differenza rimane depositata presso la BCE.

Altrimenti detto, i residenti tedeschi potrebbero in qualsiasi momento decidere di spendere questi euro per importare più prodotti esteri, o per effettuare maggiori investimenti finanziari all’estero. Se non lo fanno, i soldi rimangono depositati presso la BCE. E dove se no ?

Non c’è bisogno di attivare la GermanExit né di presentarsi dal signor BCE, con aria truce, per “esigere il dovuto”. Basta effettuare un prelievo.

Un altro modo di descrivere la situazione è il seguente. Se la Bundesbank “preleva i suoi 900 miliardi” è perché i residenti tedeschi hanno deciso (in qualche modo) di utilizzare surplus di bilancia dei pagamenti generati in questi anni. Questo lo possono fare in qualsiasi momento.

Se non lo vogliono fare, l’ipotetico prelievo di 900 miliardi verrebbe effettuato dalla Bundesbank senza che venga attivata alcuna altra forma di impiego. In pratica la Bundesbank li preleverebbe e li ridepositerebbe un secondo dopo, sempre presso la BCE. Che senso ha questa operazione ? esattamente e precisamente nessuno.

In sintesi, la Bundesbank ha effettivamente 900 miliardi di disponibilità presso la BCE. Ma li ha già oggi, e li può utilizzare in qualsiasi momento i residenti tedeschi lo desiderassero. Se esce dall’euro, non le arriva un centesimo in più rispetto a quanto è già disponibile e utilizzabile oggi.