giovedì 21 marzo 2019

La nostra risposta a CESifo

Come Gruppo della Moneta Fiscale abbiamo pubblicato pochi giorni fa la nostra risposta alle obiezioni formulate dal think tank tedesco CESifo in merito al progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale.

Qui l'articolo, che riprende con varie estensioni i contenuti già pubblicati in italiano qui.

lunedì 18 marzo 2019

Perchè la deflazione va temuta più dell'inflazione


Come in molti altri casi, è difficile spiegare più chiaramente e più elegantemente quali siano i danni della deflazione, e perché possano essere parecchio peggiori di quelli dell’inflazione, di quanto abbia fatto John Maynard Keynes - qui in “Social Consequences of Changes in the Value of Money” (1923):

Inflation is unjust and Deflation is inexpedient. Of the two perhaps Deflation is, if we rule out exaggerated inflations such as that of Germany, the worse: because it is worse, in an impoverished world, to provoke unemployment than to disappoint the rentier. But it is not necessary that we should weigh one evil against the other. It is easier to agree that both are evils to be shunned”.

“L’inflazione è ingiusta e la deflazione è sconveniente. Delle due forse la deflazione, se escludiamo inflazioni spropositate come quella della Germania [nei primi anni della Repubblica di Weimar], è la peggiore: perché è peggio, in un mondo indigente, provocare disoccupazione che deludere chi vive di rendita. Ma non è necessario che noi confrontiamo un male con l’altro. E’ più semplice concordare che entrambi i mali debbano essere evitati”.

Entrambe possono essere evitate, infatti: sia la deflazione che l’inflazione spropositata. Basta che i governi gestiscano in modo appropriato la quantità di potere d’acquisto in circolazione nell’economia. Non ci sono motivi tecnici per cui questo non debba essere possibile, come è noto a chi segue questo blog fin dai suoi primissimi articoli.

Ci sono invece ragioni istituzionali e politiche, che sono il riflesso in parte di incompetenza, in parte di avidità, in parte di malafede da parte delle élites che oggi condizionano massicciamente la gestione delle economie, in particolare nell’Eurozona.

Condizionamenti difficili da superare. Ma non è impossibile, e presto o tardi ci si riuscirà.

giovedì 14 marzo 2019

La "Belt and Road Initiative"


In moltissimi si chiedono, e alcuni di conseguenza chiedono anche a me, che opinione ci si possa fare in merito all’annunciata partecipazione italiana al megaprogetto cinese, noto come Belt and Road Initiative (BRI) o anche come Nuova Via della Seta.

La mia risposta è che al momento faccio fatica a formarmi un giudizio, semplicemente perché si sta parlando della firma di un memorandum d’intesa piuttosto vago nei contenuti e di carattere, a quanto pare, del tutto non vincolante.

Resta il fatto che l’amministrazione USA (e anche la UE, per quanto in maniera più soffusa nei toni) ha espresso preoccupazione e si è detta, senza mezzi termini, infastidita dal fatto che un paese del G7 come l’Italia si accinga, in qualche modo, a sostenere i progetti di espansione mondiale dei cinesi.

Non sarebbe una buona notizia se in qualche modo si deteriorassero i rapporti italiani con gli USA, tenuto anche conto che Trump ha fin qui espresso molta simpatia per il governo Conte.

Ha anche ragione, d’altra parte, chi fa notare che tutti gli altri paesi del mondo in realtà fanno affari e collaborano con la Cina. Che cosa ci sia nella BRI di più minaccioso rispetto a quanto già avviene non mi è chiaro.

Allo stesso modo, tuttavia, non so giudicare se la BRI – che in larga misura si impernia su grandi progetti infrastrutturali, soprattutto marittimi e ferroviari – possa essere un importante volano di alimentazione per gli investimenti in Italia, tale da dare una necessarissima spinta alla domanda interna.

Una cosa comunque va notata. Se devono affluire in Italia risorse finanziarie che rilancino produzione e occupazione, le strade sono due: reperirle all’esterno o crearle all’interno.

La creazione interna è una strada possibilissima, modificando la governance dell’eurosistema: via impercorribile se si cerca il consenso dei partner, Germania in primis; immediatamente attivabile, invece, se si parte con il progetto MF / CCF, che non richiede nessun consenso né nessuna modifica dei trattati.

La valenza della Moneta Fiscale è ben più certa e rapida dei benefici che l’Italia potrebbe ottenere dalla BRI. Non ci si decide a lanciarla, con ogni probabilità, perché troppi gruppi d’interesse, esterni e interni al paese, la osteggiano.

Fare sponda sugli USA, da questo punto di vista, potrebbe essere estremamente utile. Se l’amministrazione Trump fa valere il suo peso politico – e non deve fare nient’altro se non esprimere il proprio apprezzamento per il progetto, implicitamente facendo sapere alla UE che “gradisce” se non si mette di traverso - la Moneta Fiscale può diventare realtà in tempi rapidissimi.

Con ricadute positive, sull’economia italiana, molto più certe e veloci rispetto alla BRI.

Quello che farei al posto di Conte è rassicurare in tutte le maniere possibili gli USA in merito alla natura non lesiva dei loro interessi della futura partecipazione italiana alla BRI. E in cambio ottenere la loro “dichiarazione di apprezzamento” – e lanciare la MF.


martedì 12 marzo 2019

Gli immaginari problemi dell'Italia


L’Italia, dice Stefano Sylos Labini, “è in preda a un pessimismo autodistruttivo: qualsiasi cosa non serve a nulla e non funzionerà [nella mente di buona parte dell’opinione pubblica, s’intende]. Abbiamo sperato che l’adesione all’euro risolvesse parecchi nostri problemi ma non è stato così”.

Riflessioni su quest’ultimo punto. Non serviva alcuna particolare dote o intuito per comprendere che l’euro non avrebbe risolto proprio nulla ma anzi, con fortissima probabilità, creato problemi – e molto, molto gravi.

Bastava aver letto che cosa ne pensavano grandi economisti di tutte le tendenze e di tutte le scuole di pensiero – il monetarista Friedman, il neokeynesiano Dornbusch, il postkeynesiano Godley, e parecchi altri.

Se il progetto euro è stato accettato, inizialmente, con tanto entusiasmo in Italia lo si deve (almeno in buona parte) alla nostra atavica tendenza a ritenerci un paese “inadeguato”, che ha bisogno di importare dall’esterno modelli di pensiero e schemi di comportamento per risolvere chissà quali carenze.

Quali problemi avrebbe mai dovuto risolvere l’euro ?

Il debito pubblico – che problema è, o può diventare, quando lo denomini in una moneta che non emetti (come appunto l’euro), non quando è espresso nella tua ?

L’inflazione – che esauriti gli effetti delle crisi petrolifere, dagli anni Ottanta in poi stava rapidamente scendendo, da noi come del resto in tutto il mondo ?

In Italia abbiamo l’abitudine di vedere problemi immaginari, o comunque non così gravi, o in procinto di risolversi da sé. E poi di cercare di “risolverli” creando, invece guai veri.

Abbiamo il difetto di non credere alle nostre potenzialità, alle valenze delle nostre originalità, dell’ineguagliabile capacità di essere creativi, flessibili e innovativi. Potenzialità e doti che tutto il mondo, al contrario, ci riconosce.

Ad eccezione, chissà perché, di noi stessi.


sabato 9 marzo 2019

MMT e "frequent flyers miles"


Dopo quella di John T. Harvey e dei pneumatici da gonfiare, un’altra metafora molto utile per capire la MMT. Contributo, questa volta, di Joe Weisenthal di Bloomberg.

“A state issuing money is like a airline issuing frequent flyer miles. It can’t run out of miles but it can devalue them, by issuing so many such that there aren’t enough seats on the plane to accomodate flyers. MMT reframes the spending debate around real resource constrains”.

“Uno stato che emette moneta è come una compagnia aerea che emette “miglia” a favore dei suoi clienti abituali. Non può esaurire le miglia, ma può svalutarle emettendone così tante che non c’è abbastanza posto sull’aereo per far sedere tutti i passeggeri. La MMT riformula il dibattito sulla spesa [pubblica] in termini di limitazioni di risorse reali”.

Un concetto su cui riflettere, magari avendo in mente anche questo post, che sviluppa riflessioni non proprio identiche, ma collegate.

giovedì 7 marzo 2019

MMT e pneumatici da gonfiare


Raccomando a tutti la lettura di questo eccellente articolo di John T. Harvey sulla polemica che si è recentemente accesa tra vari economisti MMT (in primo luogo Stephanie Kelton) da una parte, e parecchi “keynesiani mainstream”, tra cui Krugman, Summers, Rogoff (e anche il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell) dall’altra.

Spero che qualcuno trovi il tempo di tradurlo in italiano. A me in questo periodo risulta difficile, ma do un (piccolo) contributo con la seguente versione del punto 13, che ho trovato particolarmente appropriata e illuminante:

“Queste politiche (quelle raccomandate dalla MMT) sono inflazionistiche solo quando ci si trova in condizioni di pieno impiego e si cerca si spingere la domanda al di sopra della capacità produttiva. Tuttavia, dato che l’obiettivo è appunto il raggiungimento del pieno impiego, non c’è ragione di continuare oltre quel punto. E’ un po’ come dire che se continuate a soffiare aria in uno pneumatico, alla fine scoppierà. Certo, e questa è la ragione per cui (a un certo punto) smettete. Lo scopo è solo di poter continuare a guidare”.

Per cui, il fatto che soffiando aria in uno pneumatico oltre un certo punto scoppierebbe, non è una ragione per lasciarlo sgonfio.

Un modo efficace e anche simpatico di esporre i concetti di cui a questo post.


lunedì 4 marzo 2019

Gli autogol di Giampaolo Galli


Giampaolo Galli, parlamentare PD nella scorsa legislatura, europeista di ferro con tanto di bandiera UE nella schermata di presentazione del suo twitter account, lo scorso 28 febbraio senza volerlo e senza accorgersene ha pubblicato un fortissimo atto di accusa nei confronti dell’eurosistema.

L’ha fatto con questo tweet: “Se fanno la manovra correttiva la recessione si aggrava. Se fanno la manovra espansiva sale lo spread per l’assenza di un progetto a medio termine per crescita e debito pubblico e la recessione si aggrava lo stesso. Questo è l’orrendo pasticcio in cui ci hanno cacciati”.

A suo parere, il soggetto della frase “ci hanno cacciati” è il governo attualmente in carica. In realtà, è la UE, nonché il sistema dei trattati che governano l’eurosistema.

E’ l’eurosistema, infatti, che prescrive sempre e comunque leggi di bilancio con un’impostazione restrittiva, anche a un paese come l’Italia che soffre da oltre dieci anni di una pesantissima depressione da domanda.

E’ l’eurosistema che sulla base di considerazioni totalmente cervellotiche e infondate ha il coraggio di sostenere che l’Italia è vicina al pieno impiego delle sue risorse produttive, quando invece soffre di gravissimi livelli di disoccupazione e sottoccupazione.

E’ l’eurosistema che pretende di imporre agli stati di finanziare i deficit di bilancio con titoli emessi in una moneta fuori dal controllo degli stati stessi, soggetta quindi a tensioni speculative potenzialmente distruttive.

Galli queste cose le dovrebbe sapere, e implicitamente in qualche modo nel suo tweet le riconosce. Precisa infatti che una manovra espansiva farebbe salire lo spread non in quanto in sé sbagliata in questa situazione congiunturale, ma a causa dell’”assenza di un progetto a medio termine per crescita e debito pubblico”.

Ma questa affermazione è in contrasto con i comportamenti degli euroburocrati. Che non hanno criticato la legge di bilancio italiana per l’assenza di un progetto di crescita. Non hanno detto, ad esempio, “più deficit non ci va bene se usato per reddito di cittadinanza e riduzione dell’età pensionabile, ma saremmo d’accordo se finanziasse più investimenti e meno tasse alle imprese”.

Esiste, per loro, solo il dogma che il deficit pubblico debba essere ridotto sempre e comunque, nonostante i catastrofici risultati che questa ricetta ha prodotto in Italia soprattutto tra il 2011 e il 2013 – nel periodo, appunto, in cui i governi in carica hanno agito con la massima osservanza delle ricette di Bruxelles.

E se dipendesse solo da Bruxelles, queste ricette verrebbero riproposte pari pari. Con gli applausi di Galli, ovviamente.