mercoledì 14 agosto 2019

Certificati di Compensazione Fiscale

In attesa di scoprire se la "crisi di governo" diventerà una crisi di governo, abbiamo ragionato sulla denominazione del progetto - in particolare, noi del Gruppo Moneta Fiscale e Pino Cabras, su cui, qualunque cosa accada, faccio pieno affidamento per continuare a promuoverlo a livello politico.

Fermo restando che rimane in essere l'ormai "storica" sigla CCF, il significato di quest'ultima è stato modificato da Certificati di Credito Fiscale in

CERTIFICATI DI COMPENSAZIONE FISCALE

La nuova denominazione riflette molto meglio la natura del titolo. Non è legal tender money. Non è un credito destinato a essere rimborsato cash.

E' un titolo che dà diritto appunto a compensare, quindi a ridurre, pagamenti altrimenti da effettuare nei confronti della Pubblica Amministrazione.

mercoledì 7 agosto 2019

Limiti legali (da introdurre ?) all’emissione dei CCF


Devo riflettere ulteriormente su questo tema. Mi pare comunque che il il Progetto Moneta Fiscale / CCF potrebbe essere corredato da un’impalcatura giuridica che dia le massime garanzie in merito a quanto segue.

PRIMO, la crescita del Maastricht Debt sarà limitata in maniera tale da ridurre costantemente nel tempo la sua incidenza rispetto al PIL. Per esempio, il deficit / PIL massimo potrebbe essere fissato nella misura del 2% annuo.

SECONDO, la quantità di CCF che diventeranno utilizzabili, in ogni singolo anno, come sconti fiscali, rimarrà al di sotto di una percentuale – sempre per esempio – del 20% rispetto agli incassi (al lordo degli sconti fiscali stessi) della Pubblica Amministrazione. Si assicurerà in tal modo un valore dei CCF in circolazione sempre molto prossimo a quello dell’euro.

TERZO, le percentuali sopra citate potranno essere superate solo in presenza di particolari e rare condizioni congiunturali, tali da produrre una forte contrazione del PIL e, nello stesso tempo, un’inflazione nettamente inferiore al 2% (le condizioni del 2009 post crisi Lehman, per intenderci).

QUARTO, l’assetto sopra descritto risolve le disfunzioni dell’eurosistema e rende non più necessaria, né utile, la rottura della moneta unica europea.

I temi principali su cui riflettere mi sembrano essere (1) il livello delle percentuali sopra citate da introdurre nel dettato normativo, e (2) se questa impalcatura giuridica debba essere incorporata in norme di rango costituzionale.

In ogni caso, va superato l’attuale dettato dell’articolo 81 della Costituzione.

giovedì 1 agosto 2019

Spesa pubblica e luoghi comuni


Il mio interlocutore twitter @eligio68 mi invita spesso a riflettere sulla necessità di razionalizzare, efficientizzare, rendere più trasparente la spesa pubblica italiana. Ovviamente sono obiettivi di per sé condivisibili: ma aiuterebbero molto, a suo giudizio, anche l’implementazione di progetti quali i CCF / Moneta Fiscale.

Perché, secondo @eligio68 ? perché le obiezioni all’utilizzo dei CCF per rivitalizzare l’economia italiana non saranno principalmente di natura tecnica, giuridica o macroeconomica. Verteranno sul fatto che lo Stato italiano “notoriamente” spende male. Da questo, nasce una buona parte dei dubbi sull’opportunità di politiche di rilancio della spesa pubblica.

Non sono certo in disaccordo con il concetto di “spendere meglio”. Chi potrebbe esserlo ? Ma invito a riflettere su quanto sia, o non sia, dimostrato che lo spesa pubblica italiana crei problemi in quanto qualitativamente scadente.

Io lo ritengo un luogo comune. La spesa pubblica si aggira intorno agli 800 miliardi annui, di cui però circa 300 sono trasferimenti (soprattutto pensioni e interessi sul debito pubblico), che non rappresentano quindi produzione di beni e servizi e non entrano direttamente nel calcolo del PIL.

Vogliamo esaminare un paio di voci importanti tra quante compongono gli altri 500 ?

Il sistema sanitario italiano assorbe circa 110 miliardi annui, ed è sistematicamente piazzato tra i primi cinque al mondo per efficienza, nelle classifiche prodotte annualmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci giochiamo regolarmente le posizioni di vertice con Hong Kong, Singapore, Giappone, Israele e Spagna. Per intenderci, la Germania è oltre il quarantesimo posto, gli USA oltre il cinquantesimo.

La pubblica istruzione assorbe 50 miliardi all’anno. In percentuale sul PIL, spendiamo molto meno delle medie OCSE. Ma in termini qualitativi non siamo affatto sotto la media, come risulta dalle rilevazioni comparative elaborate dalle varie organizzazioni internazionali.

Gli aneddoti valgono per quello che valgono, ma a me è successo varie volte di parlare con persone residenti in Canton Ticino (inclusi cittadini elvetici) e di sentirmi dire “mio figlio / figlia l’anno prossimo va al liceo ma io l’ho iscritto /  iscritta alle scuole pubbliche in Italia. Molto meglio di quelle svizzere”.

Dov’è, insomma, tutta questa inefficienza del settore pubblico italiano ? a mio modesto avviso, appunto, è in larghissima misura un condensato di aneddoti e di luoghi comuni.

Qualcuno senz’altro obietterà che i luoghi comuni hanno comunque la loro importanza. Non ne dubito: il problema è però che non li schiodi in un paio d’anni, ma neanche in dieci o venti, per quante azioni di razionalizzazione tu intraprenda.

Ipotizziamo che l’Italia lanci un ampio programma di riqualificazione del settore pubblico. Ma senza metterci soldi in più, perché si rimane inchiodati ai vincoli dell’Eurosistema.

Quale sarà il risultato ? l’economia resterà al palo, il debito / PIL non scenderà, e la percezione generale rimarrà che il debito pubblico italiano è alto e l’economia non cresce “perché, evidentemente, si spende male”.

Partiamo invece con il progetto Moneta Fiscale / CCF, riportiamo l’economia italiana a crescere, e abbassiamo il Maastricht Debt in rapporto al PIL. Non dico che questo spazzerà via tutti i luoghi comuni. Ma probabilmente spingerà a pensare che forse in Italia non si spende poi così male. E comunque, se l’economia cresce e il debito scende, a chi importa più dei luoghi comuni ?


martedì 30 luglio 2019

Un titolo fiscale è un attivo per chi lo emette


Poche settimane fa, Nino Galloni si è confrontato con Michele Boldrin. Trovate qui, su Youtube, il video del dibattito.

Successivamente Boldrin è tornato sugli argomenti discussi in quella sede, con il seguente commento su twitter:

“Nello scambio con un amico sul dibattito con Nino Galloni è emerso che ho fatto un errore: ho dato per scontato che una corbelleria contabile di NG venisse notata come tale senza necessità di mio commento. Rimedio al grave errore in questi tweet.

Nel cercare di differenziare la sua “moneta” dall’euro e da tutte le altre monete Nino Galloni insiste che essa dovrebbe entrare come un attivo nello stato patrimoniale dello Stato emissore. Non una passività ma un’attività. Come le imposte, insiste, come le tasse.

Insiste anche che la ragione fondamentale (unica infatti) per cui il pubblico l’accetterebbe in cambio di beni e servizi (facendola circolare ad un valore pari a quello di emissione) è che ESSA VERREBBE CERTAMENTE ACCETTATA DALLO STATO IN PAGAMENTO DELLE IMPOSTE DOVUTE.

Ecco, pensateci. Secondo Nino Galloni una posta che sta dallo stesso lato delle tasse nello stato patrimoniale potrebbe essere usata per pagare le tasse, cancellandole quindi ! Capite ? un + che cancella un + (o un – che cancella un -, fa lo stesso).

Se questo MADORNALE ERRORE di ragioneria elementare non dovesse essere chiaro abbastanza, ci sarebbe anche la storia di Maria, Mario e Gigio… se serve racconterò anche quella ma, mi auguro, questo thread basti. Vero Nino Galloni ?”

Boldrin qui si esprime in un suo tipico atteggiamento. I dibattiti video con chi non la pensa come lui non li organizza per approfondire temi e confrontarsi con serietà, ma per cercare di mettere alla berlina l’interlocutore. Il risultato (ne ho avuto prova anch'io) è che (primo) non ci riesce, e (secondo) dimostra di non aver capito l’oggetto del dibattito, raggiungendo, spesso, vette di involontaria comicità.

Vediamo, nel caso specifico, perché è andato fuori strada Boldrin, e non Galloni.

Accenno solo, di sfuggita, che parlare di situazione patrimoniale di un’entità pubblica che emette moneta (o un suo equivalente o succedaneo) ha probabilmente poco senso. Il perché lo trovate sintetizzato qui.

Ma se vogliamo ragionare in termini contabili, è fuori discussione che se lo Stato emette un titolo a utilizzo fiscale, crea un’attività che ha un valore. Dove mai dovrebbe registrarla, se non all’attivo ?

Lo stesso Boldrin, del resto, in altre sedi afferma che lo Stato, emettendo moneta, genera capacità di spesa tramite la quale si può appropriare di beni e servizi prodotti dal settore privato. Uno strumento che mi consente di “appropriarmi di valore” cos’è, se non un attivo ?

Ed è anche vero che, se la quantità di beni e servizi prodotti è fissa, l’emissione di questo strumento è una forma di imposizione. Lo Stato genera lo strumento, lo spende, acquista beni e servizi, e i privati ne hanno quindi di meno (in ipotesi, ripeto, di produzione fissa). I prezzi salgono (l’”odiosa tassa da inflazione”) e il settore pubblico si arricchisce a danno del privato.

In quale situazione, invece, l’emissione di moneta, o di titoli a utilizzo fiscale, non impoverisce il settore privato ma, al contrario, arricchisce la collettività ?

Quando la produzione di beni e servizi NON è fissa, perché esiste una forte quantità di risorse produttive (lavoro in primo luogo) inutilizzate. Ed è in QUESTO CASO (non in altri) che l’emissione di moneta, o di titoli a utilizzo fiscale, a sostegno della domanda è assolutamente raccomandabile.

Lo Stato emette questi titoli, che rappresentano un’attività, ma non allo scopo di tenerseli, bensì di immetterli nell’economia riducendo le tasse, aumentando i trasferimenti o commissionando la produzione di beni e servizi. I titoli sono effettivamente un attivo, ma rimangono nella disponibilità dello Stato solo per un istante: immediatamente dopo l’emissione, infatti, vengono distribuiti al settore privato.

La maggior domanda accresce produzione e occupazione – e non i prezzi, perché la produzione sale di pari passo con la domanda.

Quindi: più occupazione, più produzione, più redditi, senza impatti inflattivi indesiderati.

Successivamente, lo Stato preleva imposte e tasse, che possono essere saldate mediante i titoli a utilizzo fiscale. I titoli, una volta ricevuti, sono anche in questo caso un’attività di cui lo Stato dispone: ma ancora una volta solo per un istante – immediatamente vengono annullati, o ridistribuiti al settore privato mediante ulteriori azioni di spesa pubblica.

Non c’è nessun “madornale errore di ragioneria elementare”. Ed emettere titoli a utilizzo fiscale, quali i CCF, è lo strumento per risollevare l’economia da uno stato di depressione economica. E’ la strada che l’Italia deve percorrere, il prima possibile.


venerdì 26 luglio 2019

Alberi, sgabelli, deficit e moneta


I principi della MMT spiegano come la formazione di risparmio finanziario netto nell’ambito del settore privato richieda che lo Stato emetta più risorse finanziarie con la sua spesa, di quanta ne prelevi con le imposte. Questa è la ragione per cui le amministrazioni pubbliche devono, mediamente e normalmente, trovarsi in condizione di deficit, non di pareggio o tantomeno di surplus.

E’ vero che questo risparmio finanziario privato netto potrebbe prodursi in capo a soggetti esteri, se un paese ha saldi commerciali esteri passivi. Ed è vero che all’accumulo di risparmio finanziario netto in termini nominali può non corrispondere una sua crescita in termini reali, se l’inflazione erode il valore reale del risparmio.

Ma proprio queste ultime considerazioni fanno capire che il limite all’espansione della spesa netta da parte dello Stato sta, appunto, nei saldi commerciali e nell’inflazione: non in uno specifico livello di deficit o di debito pubblico in rapporto al PIL.

Rispetto a queste argomentazioni, un’obiezione che ho letto di recente si riassume nel modo seguente.

Il risparmio reale, l’arricchimento reale da parte del settore privato, non richiede necessariamente deficit pubblici. Prendiamo il caso di un individuo che taglia un albero e ne ricava uno sgabello. Lo sgabello ha un valore, quindi l’attività di produrlo ha arricchito l’individuo: questo, senza che la moneta e i deficit siano entrati, in alcun modo, in gioco.

Che l’arricchimento dell’individuo sia anche un arricchimento della collettività presuppone, va detto, che l’albero sia una risorsa a costo zero. Sul che ci sarebbe, per la verità, da discutere. Ma accettiamola comunque come ipotesi.

Accettando l’ipotesi, l’obiezione, in astratto, ha un suo valore. Ma se ci pensate, è applicabile solo a transazioni dove la moneta non viene utilizzata affatto. Ed assume quindi un rilievo solo in economie fondate sull’autoconsumo o, al massimo, sul baratto.

Da migliaia di anni, al contrario, qualsiasi sistema economico di un qualche rilievo utilizza la moneta come intermediario di scambio, e il settore pubblico provvede, di regola, ad emetterla.

E se le economie crescono, anche l’emissione monetaria netta deve incrementarsi nel tempo. Il che conferma come, in qualsiasi sistema economico minimamente evoluto, i deficit pubblici siano la normalità e non l’eccezione.

mercoledì 24 luglio 2019

Chi si può permettere l'espansione di bilancio


Gli esponenti dell’alta finanza internazionale esprimono frequentemente un giudizio sulle politiche economiche dell’Eurozona, che troviamo sintetizzato in questo scambio di battute (da una recente intervista di Federico Fubini, del Corriere della Sera, a Larry Fink - numero uno di Blackrock, il più grande gestore patrimoniale del mondo).

“L’Europa ha bisogno di più politica di bilancio”.

“Vuole dire, espansiva ?”

“Specialmente in Germania, sì, per stimolare”.

“Alcuni però dicono che altrove, specie in Italia, non c’è spazio per aumentare l’investimento pubblico”.

“No, l’Italia non ha quello spazio, chiaramente. Ma la Germania sì e dovrebbe essere leader in questo”.

Bene, Larry Fink è fuori strada. Le sue affermazioni sono implicitamente basate sul presupposto che lo spazio per fare politica di bilancio dipenda dal debito pubblico. In Germania è il 60% del PIL, in Italia il 130%, quindi la Germania ha spazio e l’Italia no – giusto ?

No, non è giusto.

La considerazione da fare è invece che le politiche di stimolo alla domanda servono a rimettere al lavoro capacità produttiva inutilizzata. I dati da tenere in considerazione sono quindi in primo luogo non il debito pubblico ma la disoccupazione e la sottoccupazione.

In Germania la disoccupazione è al 4% e l’indice U6 (che tiene conto anche di part-time involontari e potenziali lavoratori che non stanno attivamente cercando occupazione perché scoraggiati) è sotto il 10%.

In Germania, quindi, non c’è molta capacità produttiva da attivare. Una politica espansiva genererebbe, probabilmente, inflazione e peggiorerebbe i saldi commerciali esteri (cioè sosterrebbe produzione e occupazione fuori dalla Germania). Per questo motivo i tedeschi non hanno nessuna intenzione di attuarla. E non lo faranno, anche se tutti i giorni qualcuno gli suggerisce il contrario.

In Italia la disoccupazione è al 10% e l’indice U6 intorno al 25%. E’ in Italia, molto ma molto più che in Germania, che servono politiche espansive.

Ma il debito ?

E chi ha detto che le politiche espansive richiedano di emettere debito ? si possono attuare emettendo moneta. E nell’ambito dell’Eurozona, dato che la moneta-euro non può essere emessa dagli stati, basta mettere in atto il progetto Moneta Fiscale / CCF.

Se non si esce da questo equivoco, le disfunzioni dell’Eurozona e, in particolare, i problemi dell’economia italiana non si risolveranno ancora per chissà quanti anni.


lunedì 22 luglio 2019

Il tavolo dell'Unione Europea


Nei resoconti giornalistici, l’interazione tra Italia e UE è spesso descritta facendo riferimento a un non meglio identificato “tavolo”. “E’ fondamentale sedersi al tavolo”. “Non bisogna restare esclusi dal tavolo”. “Picchiamo i pugni sul tavolo”.

Mi permetto di dare, su questo tema, qualche consiglio al nostro governo.

“Sedersi al tavolo” con la UE è perfettamente inutile, anzi controproducente. Al tavolo UE, l’Italia si siede esclusivamente per ricevere istruzioni. Quanto propone non viene preso in considerazione, anzi nemmeno ascoltato.

“Picchiare i pugni sul tavolo” presuppone di essercisi seduti. Ma quando si picchiano i pugni, si scopre che il tavolo è di gomma, fortemente elastica. Nessuno dei (presunti) interlocutori dà il minimo segno di accorgersi che sia successo qualcosa.

“Alzarsi dal tavolo” se non altro è un’opzione che fa risparmiare tempo. Però, naturalmente, non risolve nulla.

La strada da seguire quindi è “passare di fianco al tavolo”, salutare quelli chi ci stanno seduti, e se ti chiedono “serve qualcosa ?” rispondere “un caffè, grazie”.

Perché all’economia italiana, per uscire dai suoi problemi, dalla UE non serve proprio nulla.

Serve mettere in atto il progetto Moneta Fiscale / CCF. Che non richiede nessuna autorizzazione, nessuna sovvenzione, nessuna revisione di trattati, nessun sostegno.

Serve la volontà di procedere, esercitando l’autonomia di cui l’Italia è dotata e facendo leva sulle potenzialità del paese e del suo tessuto economico. Niente di più, niente di meno, e niente di diverso.