mercoledì 29 giugno 2022

Le tasse non finanziano la spesa pubblica ?

 

L’affermazione del titolo (senza punto interrogativo) è spesso citata da parecchi attivisti MMT, al punto da essere da alcuni considerata un punto chiave di questa scuola di pensiero economico. Ma per la verità, non saprei dire se è condivisa in questi esatti termini dai più noti economisti che si riconoscono nella Modern Monetary Theory.

Si tratta di un concetto alquanto controverso, e vale quindi la pena di chiarirlo. Perché negli esatti termini del titolo (ripeto, senza punto interrogativo: “le tasse non finanziano la spesa pubblica”) non è corretto.

Chi sostiene che le tasse NON finanziano la spesa pubblica fa implicitamente riferimento, in effetti, a un principio base della MMT. In regime di fiat money, la moneta è un monopolio pubblico ed è lo Stato a produrla e a introdurla nel sistema economico.

Per cui, se lo Stato non la introducesse, in primo luogo mediante la spesa pubblica, non ci sarebbe moneta con cui pagare le tasse – visto che la moneta è un credito fiscale: lo Stato impone il valore della moneta richiedendo che le obbligazioni d’imposta siano saldate con la moneta nazionale.

Quindi il flusso logico degli eventi è, appunto, che lo Stato prima spende e poi ritira una parte della moneta emessa con le tasse. Per cui le tasse vengono dopo la spesa, che non ha bisogno delle tasse per essere effettuata.

La deduzione che ne traggono alcuni è che se lo Stato emette moneta, non ha mai bisogno di chiederla ai cittadini per spenderla. Ma non è così.

Il punto è che quanto detto sopra fa riferimento solo all’avvio del processo. La moneta deve essere creata per essere poi spesa, certo. Se non ci fosse stata creazione di moneta, non ci sarebbe modo di prelevare tasse, vero. Ma lo Stato spende ogni anno, non una tantum. Per cui la domanda a cui rispondere è: lo Stato potrebbe abolire completamente le tasse e spendere semplicemente moneta che viene prodotta ex novo ed ex nihilo, anno dopo anno ?

Lo risposta è no, per una ragione molto semplice. In un’economia che si sviluppa, è perfettamente normale che la moneta (nel senso lato di mezzi di pagamento e di strumento che incorpora potere d’acquisto) si incrementi anno dopo anno. E lo Stato deve quindi MEDIAMENTE essere in situazione di deficit del bilancio pubblico. Altrimenti i mezzi di pagamento in circolazione si espanderebbero solo per effetto del credito privato, il che sarebbe prociclico e destabilizzante (vedi qui per una breve trattazione dell’argomento).

Ma l’economia, misurata in base al PIL, si espande mediamente, per effetto della crescita reale e dell’inflazione, di qualche punto percentuale all’anno. Non di qualche DECINA di punti percentuali.

Ne deriva che, effettivamente, lo Stato deve essere mediamente in deficit di bilancio, per immettere nell’economia moneta di pari passo con lo sviluppo del PIL nominale: quindi per qualche punto. Ma NON per qualche decina di punti.

Perché fa differenza, che il deficit pubblico medio perseguibile sia “qualche punto” e non “qualche decina” ? Ma perché la spesa pubblica non è “qualche punto” di PIL. Da Stato a Stato la situazione varia, ma si parla di percentuali di solito comprese tra il 30% e il 50%.

Per cui una situazione tipica è che per esempio, NELLA MEDIA, lo stato spenda ad esempio il 40% del PIL, raccolga in tasse il 35% e faccia deficit per il residuo 5%.

Molto banalmente, l’equazione corretta è

spesa pubblica = tasse + deficit pubblico

che poi è una semplicissima identità contabile, niente di sconvolgente - ma dato quanto detto sopra, ci fa capire che le tasse in effetti finanziano non tutta, ma la maggior parte della spesa pubblica.

Per cui, affermare è che le tasse non finanziano (neanche una parte del)la spesa pubblica è scorretto. In effetti ne finanziano la parte preponderante. E, corollario, pensare che le tasse potrebbero essere abolite è pensare qualcosa di irrealizzabile. A meno di non ridurre la spesa pubblica a pochi punti percentuali di PIL.

 

domenica 26 giugno 2022

Eurozona e rischio di frammentazione

 

Robin Brooks è un commentatore economico molto attivo su twitter. Già collaboratore di Fondo Monetario Internazionale e Goldman Sachs, pubblica grafici e analisi spesso interessanti nei contenuti – ma non necessariamente condivisibili nelle conclusioni che ne deriva.

Faccio spesso fatica a condividerne le conclusioni perché Brooks non è tenero nei confronti dell’Italia: il che naturalmente è legittimo, ma non nel momento in cui ci imputa guai che nascono dalla (paurosamente disfunzionale) struttura dell’eurosistema – e non da problemi specifici del nostro paese.

Alcuni giorni fa, esattamente il 19 giugno scorso, un suo tweet riportava quanto segue.


“La BCE ha tenuto questa settimana una riunione d’emergenza sulla “frammentazione”. Il problema è che nessuno sa come misurare la frammentazione, quindi è una questione di percezioni. C’è frammentazione se il decennale italiano rende meno di quello neozelandese o australiano, anche se l’Italia ha più debito ?”.

In pratica il buon Robin sta implicitamente affermando che non vede la necessità di interventi per abbassare il costo del debito italiano. Perché questo costo è inferiore rispetto a paesi con meno debito, quindi perfino più basso di quanto “meriterebbe”. Allora, perché mai la BCE dovrebbe fare qualcosa ?

Suona ragionevole: ma i presupposti dell’analisi sono smentiti dal consueto “rompiscatole”, il Giappone. Sui due piedi mi era parso (a me come ad altri) che il grafico di Brooks ignorasse i nostri amici nipponici. Ma non è così, ci sono: soltanto sono posizionati così in basso e così a destra rispetto a tutti gli altri che a una prima occhiata si rischia di non vederli…

E invece il Giappone c’è, e guarda un po’: ha DI GRAN LUNGA IL DEBITO MENO COSTOSO, nonostante un RAPPORTO DEBITO PUBBLICO / PIL DI GRAN LUNGA PIU’ ALTO.

Il punto è che Brooks ha in testa che a maggior debito debba corrispondere maggior costo, ma questo è vero (e il grafico lo evidenzia chiaramente) SOLO ALL’INTERNO DELL’EUROZONA. Non c’è invece nessuna correlazione per quanto riguarda i paesi che sono nella (normale, normalissima) condizione di emettere e gestire la propria moneta.

Se il debito è nella tua moneta, decidi tu a che livello fissarne il costo, facendolo o non facendolo acquistare dal tuo istituto di emissione (e potresti addirittura fare deficit SENZA emettere debito). E lo puoi fare quale che sia il livello del debito. Per cui la correlazione costo / livello semplicemente non esiste.

Se invece il debito è in moneta straniera, la faccenda cambia aspetto. Ed è del tutto comprensibile che a maggior debito corrisponda maggior costo.

Brooks ci ha quindi fornito, con quel grafico, la miliardesima prova che l’Italia non doveva entrare nell’euro: perché entrandoci ha trasformato un NON problema – il debito pubblico in lire – in un problema gravissimo – il debito pubblico in moneta straniera.

Per cui, l’eurosistema – eh sì, Robin – è a costante rischio di frammentazione. Perché il debito alto diventa troppo costoso, ma i tentativi di ridurlo via austerità abbattono il PIL e non risolvono il problema: anzi lo peggiorano pesantissimamente, come visto in particolare tra il 2011 e il 2013.

E il rischio di frammentazione non scomparirà finché, de minimis, lo spread non verrà totalmente eliminato.

O finché non scomparirà l’euro…

 


mercoledì 22 giugno 2022

Francia: l’elettorato è diventato anti-establishment !

 

Ad aprile avevo scritto un post con un titolo identico a questo ma con un punto interrogativo finale.

Le elezioni legislative di domenica scorsa consentono di sostituirlo con un punto esclamativo.

Si è verificata una cosa che era considerata possibile ma scarsamente probabile. Macron non è riuscito a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. E sono fortemente avanzati, in contemporanea, sia Mélenchon che Marine Le Pen.

Ancora più che in occasione delle presidenziali, Macron si conferma essere un presidente che non gode di un’opinione favorevole da parte della maggioranza dell’elettorato. In effetti, un presidente che è stato eletto due volte solo grazie all’inconciliabilità tra anti-establishment di destra e anti-establishment di sinistra.

Probabilmente Macron riuscirà a rappattumare una risicata maggioranza parlamentare creando una coalizione con gli ex-gollisti. Con il rischio però di spostare l’agenda di governo verso tematiche economiche e sociali ancora più invise alle due ali estreme (ma, sommandole, maggioritarie) dell’elettorato.

In pratica, un presidente e un governo che la maggioranza della popolazione percepisce sempre più lontani dalle esigenze della persona media, per non dire delle classi disagiate.

Un presidente, tra l’altro, fallimentare nel tentativo dichiarato (nel 2017 molto più che nel 2022) di riformare la UE mitigandone le pesantissime disfunzioni.

L’establishment è ancora in sella. Ma le tensioni all’interno dell’eurosistema sono sempre più evidenti.

 

domenica 19 giugno 2022

Ma come si vince la guerra in Ucraina ?

 

Il mio recente post sulle vicende ucraine ha suscitato un vivace dibattito e una domanda ricorrente.

OK, tu (cioè io) dici che il sostegno all’Ucraina è una decisione di realpolitik. Che si giustifica (o non si giustifica) non sul piano etico ma su quello degli interessi e dei rapporti di forza.

Ma se si vuole andare fino in fondo, cioè fino alla sconfitta della Russia, come si fa a vincere ?

La risposta è semplice.

Non si vince sul piano economico. Le sanzioni fanno più danno all’Europa che alla Russia. Le materie prime indispensabili le ha Putin e non le abbiamo noi.

Non si vince per procura. Continuare a mandare armi agli ucraini allunga il conflitto e aumenta il costo in termini di vite umane e di sofferenze della popolazione, ma non è sufficiente per sconfiggere i russi.

La guerra si vince solo combattendola.

E combatterla significa mandare un esercito NATO, che come sempre vorrà dire coinvolgere in prima battuta gli USA, in seconda i britannici, ma poi anche i vari paesi europei. Mandarlo sul campo.

Non si esce dall’impasse se non si prende una decisione, da una parte o dall’altra, su questo punto.

Certo, Putin ha le armi atomiche. Può essere che non sia così folle da utilizzarle, e può essere che il conflitto rimanga convenzionale. Ma di fronte alla possibile sconfitta militare e al rovesciamento del suo regime, come esserne sicuri ?

D’altra parte, mi si obietta, se non sei disposto a prenderti il rischio di un conflitto, nessun aggressore deciso che attacchi un paese più debole potrà essere fermato.

E infatti Hitler è stato fermato e sconfitto SOLO quando ci si è decisi a combattere. Ai tempi peraltro si parlava “soltanto” di guerre convenzionali.

Da quando esistono le armi nucleari, prendere una posizione contro un aggressore che ne è dotato è diventato ancora più complicato e rischioso.

Ma è un fatto. Come dice Henry Kissinger, la bomba atomica non si può disinventare.

Se accettiamo una pace soddisfacente per Putin, corriamo il rischio che Putin non si fermi all’Ucraina. Se combattiamo – noi occidentali sul campo, non per procura – corriamo il rischio dell’escalation.

Quale rischio è il più grave ? a mio modesto avviso il secondo. Però comprendo chi la pensa diversamente.

Quello che credo proprio non abbia senso, tuttavia, è restare in mezzo al guado, come ci stiamo oggi. Non stiamo mettendo fine alle sofferenze degli ucraini, e stiamo invece provocando enormi danni all’economia europea.

 

venerdì 17 giugno 2022

La lira, la Cina, e le arrampicate euriste sui vetri

 

Un ennesimo leitmotiv eurista, per la lunga serie “difendere l’indifendibile”: “sì è vero dal passaggio dalla lira all’euro in poi le cose per l’Italia sono peggiorate ma è inutile prendersela con la moneta ! il mondo è cambiato !! la Cina non esisteva come realtà economica, e guarda invece adesso !!!”

A questa ennesima STUPIDAGGINE si può controbattere in varie maniere. Tra le altre cose, notando che se l’Italia ha subito la concorrenza asiatica su molte produzioni a basso costo, si è vista anche aprire un enorme mercato per i beni di qualità. E che il problema dell’Italia ha a che fare con la domanda interna (compressa dalle scellerate regole dell'eurosistema) molto più che con l’export o con i saldi commerciali.

Ma in questo post vorrei far notare un’altra cosa. Certo, negli anni Novanta del secolo scorso comincia a emergere un grande paese (grande sul piano territoriale e demografico, non ancora sul piano economico) che diventa competitivo grazie al suo basso costo del lavoro.

E tu (tu essendo l’Italia, o meglio gli ineffabili Prodi – Ciampi – Amato e compagna danzante) pensi bene di fare che cosa ? di spossessarti della tua moneta e di adottarne una condivisa con altri Stati con una storia di valuta più forte della tua. Quindi adotti una moneta più forte (troppo forte), e rinunci totalmente (tra le altre cose) a perseguire una politica autonoma sul cambio (che vuol dire anche riallinearlo al ribasso, leggi svalutare, in caso di necessità).

Come dire: sei l’allenatore di una squadra di calcio. Gli avversari mettono in campo, a inizio ripresa, un centravanti fortissimo di testa. Mossa per “controbattere” la nuova minaccia ? togli due difensori centrali alti 1,90 e inserisci due palleggiatori di 1,60.

L’emergere della Cina appartiene alla lunga serie di motivi per cui LA LIRA BISOGNAVA TENERSERLA BEN STRETTA.

E il “bello” è che è un motivo già di per sé FORTISSIMO, ma non è nemmeno (nemmeno da lontano) il principale

martedì 14 giugno 2022

“L’Italia che non cambia” ? magari…


Quante volte avete sentito pronunciare o visto scrivere, dai pensatori che scrivono sui giornaloni paludati e scorrazzano per i talk-show, che “l’Italia ha il problema di essere un paese bloccato, non si riesce a smuoverlo, non si riesce a riformarlo, non si riesce a cambiarlo” ? 

O varianti sul tema.

Naturalmente questa affermazione, pronunciata dall’euroausterico di turno, lascia intendere che le soluzioni ci sono, sono a portata di mano, ma purtroppissimo gli interessi clientelari, i gruppi d’influenza, i lavoratori pigri, i giovani svogliati, gli anziani che si adagiano sulle rendite di posizione, i partiti che pensano solo alla prossima elezione, i cavalieri templari, gli iscritti al club delle Giovani Marmotte, i venusiani, tutti congiurano per non metterle (le soluzioni) in atto.

La verità è un po’ diversa.

Dal 1992 (firma del trattato di Maastricht) e ancora di più dal 1999 (ingresso nell’euro), e di più di più dal 2011 (crisi dei debiti sovrani e applicazione delle “ricette” UE) l’Italia è cambiata TANTISSIMO.

In peggio.

Altro che “resistenza al cambiamento”. Altro che “non voler fare le riforme”.

Si è fatto di tutto e di più, in particolare dal 2011 in poi – e del resto salvo l’anno del governo giallo-verde, siamo sempre stati governati, in questo periodo, da coalizioni di strettissima osservanza bruxelloide.

Abbiamo eseguito le istruzioni, come no. Alla lettera, come l’alunno più diligente possibile e immaginabile.

Peccato che fossero sbagliate diagnosi, cura e prognosi.

Ne è seguito il disastro che abbiamo sotto gli occhi.

Ma non illudetevi che i soloni da talk-show lo ammettano. La colpa sarà sempre di chi (chi ?) “non ha permesso di fare quello che andava fatto”.

sabato 11 giugno 2022

Perché la Moneta Fiscale

 

Perché il Progetto Moneta Fiscale deve essere al centro del dibattito politico ? perché è in grado di risolvere le disfunzioni della moneta unica europea e di trasformare l’Eurozona in un’area di sviluppo economico condiviso e solidale.

Moneta Fiscale è qualsiasi titolo o attività che possa essere utilizzato per compensare obbligazioni finanziarie dovute al settore pubblico. È quindi un diritto a uno sconto fiscale, e può essere scambiato (con controparti che lo accettino su base volontaria) per ottenere beni, servizi o un corrispettivo finanziario. Il settore pubblico nazionale si impegna ad accettarlo in compensazione (come sopra definita) ma non ad effettuare pagamenti in cash.

Per comprendere la logica del Progetto va in primo luogo sgombrato il campo da alcune affermazioni insensate che purtroppo ancora orientano (per fortuna meno che in passato) il dibattito economico. In particolare, si sente tuttora dire che il deficit e il debito del settore pubblico sono “gravami” per l’economia.

L’affermazione è sbagliata, per la ragione fondamentale che il deficit è l’eccesso della spesa del settore pubblico rispetto al prelievo fiscale. Questo eccesso di spesa si tramuta INEVITABILMENTE in un saldo positivo a disposizione del settore privato. Se il pubblico spende più di quanto tassa, il privato riceve più di quanto paga: incrementa quindi i suoi redditi e i suoi risparmi.

Il deficit pubblico PUO’ rappresentare un problema ma SOLO in presenza di una di queste due situazioni: l’immissione di potere d’acquisto nell’economia crea (a) livelli di inflazione indesiderata, OPPURE (b) scompensi nei saldi commerciali esteri (il potere d’acquisto immesso dal settore pubblico defluisce all’estero).

L’Italia ha adottato feroci politiche di austerità nonostante NON soffrisse di nessuna di queste due situazioni: l’inflazione fino al 2021 è stata inferiore alle medie dell’Eurozona nonché ai target BCE; la NIIP (Net International Investment Position) è positiva; i saldi commerciali con l’estero sono stati, dal 2014 al 2021, eccedentari per 40-60 miliardi annui.

In tutti questi anni, quindi, maggiori deficit pubblici avrebbero ARRICCHITO il paese. Avrebbero messo a disposizione del settore privato nazionale capacità di spesa senza alzare l’inflazione a livelli indesiderati (anzi, casomai l’avrebbero avvicinata ai target BCE) e senza scompensi nei conti esteri.

Quanto al debito pubblico, un paese che emette la sua moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare il deficit. Spende, semplicemente, accreditando le controparti tramite i suoi conti correnti presso l’istituto di emissione.

In questo modo immette risparmio finanziario nell’economia. L’emissione di debito pubblico è un servizio offerto al settore privato per impiegare, in un investimento a basso rendimento ma privo di rischio, il risparmio stesso. Non ha però una necessità logica; è un evento successivo, potrebbe anche non aver luogo.

La gravissima disfunzione dell’euro consiste proprio nell’aver spossessato gli Stati dalla possibilità di effettuare spesa pubblica netta senza passare tramite il collocamento di debito presso i mercati finanziari; e di averli costretti ad emettere debito in una moneta di cui nessuno Stato ha il controllo.

Gli Stati hanno quindi dovuto utilizzare, come canale di finanziamento dei deficit, un debito che incorpora un rischio di default che in circostanze normali (emissione di moneta sovrana) non sarebbe esistito.

Disfunzione pesantissima, che impedisce, in varie circostanze, agli Stati di effettuare politiche di sostegno all’economia. Ne segue il rischio – già sperimentato in passato – di aggravare in modo disastroso situazioni di difficoltà che adeguate politiche anticicliche avrebbero consentito di superare rapidamente.

La UE stessa ha modificato la sua attitudine rispetto a quanto avvenuto durante la crisi dei debiti sovrani (2011-3), quando si chiedeva agli Stati in difficoltà di attuare contemporaneamente riforme economiche e di ridurre i deficit pubblici. Le politiche di “consolidamento fiscale” hanno invece pesantemente aggravato la crisi, provocando cadute di PIL e accrescendo, in luogo di diminuire, il rapporto tra debito pubblico e PIL medesimo.

Oggi invece i Piani Nazionali di Resilienza e Ripresa (PNRR) non prescrivono riforme “e” austerità”, ma riforme “insieme a” politiche espansive.

Il problema è che la dimensione dei piani UE, spesso definita “immensa”, “ciclopica”, “oceanica” e via iperboleggiando, è in realtà modestissima.

I mezzi disponibili per l’Italia vengono stimati in circa 200 miliardi. Di questi, tuttavia, 120 sono finanziamenti e incidono sul deficit: non rappresentano quindi soldi in più immessi nell’economia ma solo una fonte di approvvigionamento alternativa rispetto ai titoli di Stato.

Gli altri 80 miliardi, cosiddetti “grants” o “contributi a fondo perduto”, a fondo perduto in realtà non sono, in quanto dovranno essere compensati da futuri versamenti o tasse. Almeno temporaneamente, danno comunque un beneficio: ma insufficiente, tenuto conto che verranno resi disponibili nell’arco di 4-5 anni.

Draghi stesso sa che il PNRR è insufficiente, e infatti in più occasioni ha affermato che il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) non potrà essere riattivato in forma invariata. Ma le posizioni degli Stati membri sono antitetiche. I mediterranei vogliono un PSC più flessibile ed espansivo; i paesi del Nord ne chiedono il ripristino in termini invariati, se non più rigidi.

I paesi del Nord temono che un eccesso di debito pubblico di altri Stati membri possa dar luogo a eventi di default o alla spaccatura della moneta unica. Non accettano però un’illimitata e incondizionata garanzia da parte della BCE.

Il compromesso politicamente perseguibile consiste nel mantenere l’impegno alla riduzione del rapporto debito pubblico / PIL degli Stati, tenuto conto però che il debito pubblico di riferimento NON include la Moneta Fiscale.

La Moneta Fiscale potrà quindi essere utilizzata per attuare le politiche espansive necessarie al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego delle risorse produttive del paese.

La Moneta Fiscale non comporta impegni di pagamento da parte dello Stato emittente, che quindi non potrà mai essere forzato dai mercati finanziari ad andare in default. L’impegno di accettazione (per compensare obblighi finanziari verso lo Stato emittente stesso) potrà sempre essere onorato.

Un’eventuale “indisciplina” di uno Stato (eccesso di emissione di Moneta Fiscale) al massimo depaupererà il valore della Moneta Fiscale di quello Stato, perché circoleranno più titoli di quanti se ne riesca a utilizzare nelle scadenze prestabilite. Ma questa eventualità (peraltro del tutto improbabile) non avrà un riflesso sull’assetto generale dell’eurosistema né forzerà BCE o altri a intervenire per preservarne la stabilità. Resterà un problema interno allo Stato in questione.

La Moneta Fiscale potrà essere utilizzata sia per finanziare interventi di spesa pubblica (pubblico impiego, spesa sociale, investimenti, sostegno ai redditi) che per ridurre il carico fiscale effettivo (senza necessariamente ridurre tasse o imposte, bensì erogando Moneta Fiscale al contribuente).

La Moneta Fiscale può inoltre essere utilizzata come mitigante dell’inflazione, ritornata a essere un problema in seguito al dissesto delle catene di fornitura di materie prime e componenti, prodotto dalla ripartenza post Covid e aggravato poi dalla crisi ucraina.

Erogazioni di Moneta Fiscale agli utilizzatori di energia, carburanti, prodotti alimentari allevierebbero grandemente i problemi che oggi affliggono imprese e consumatori (e soprattutto le fasce sociali disagiate).

Una parte delle erogazioni di Moneta Fiscale potrà inoltre essere effettuata a beneficio dei datori di lavoro, riducendo il peso effettivo del cuneo fiscale. Le produzioni italiane diventeranno così più competitive, evitando che parte dell’effetto espansivo del Progetto si disperda in peggioramento dei saldi esteri.

Non occorre che BCE, UE o Stati membri forniscano garanzie addizionali. Si saranno create le condizioni per ridurre, gradualmente ma costantemente, il peso del debito a rischio di default rispetto a un PIL finalmente in crescita stabile. La constatazione che le disfunzioni del sistema sono state finalmente risolte è adeguata per rassicurare i detentori del debito che il sistema è diventato, finalmente, stabile e affidabile.

Il progetto Moneta Fiscale è stato criticato da alcuni commentatori in quanto, si afferma, non c’è certezza che l’espansione economica prodotta dalla disponibilità di maggior potere d’acquisto produca PIL e quindi gettito fiscale lordo in misura corrispondente agli sconti fiscali, via via che questi diventano utilizzabili.

Il motivo è che l’effetto espansivo è governato dai cosiddetti “moltiplicatori fiscali”, sulla cui dimensione (come su qualsiasi manovra di politica economica) a priori si possono formulare ragionevoli ipotesi, non previsioni precise al centesimo.

Va però chiarito: non occorre che questa equivalenza perfetta si verifichi, perché un eventuale ammanco potrà facilmente essere compensato incrementando gradualmente nel tempo le emissioni di Moneta Fiscale.

Ad esempio, la formulazione originaria del Progetto prevede che gli sconti fiscali che diventano via via utilizzabili (con un differimento temporale di due anni rispetto all’emissione) arrivino gradualmente a 100 miliardi di euro annui.

Gli incassi totali lordi del settore pubblico italiano sono dell’ordine di 800, e saliranno con l’espansione del PIL nominale. Emettere qualcosa più di 100 nell’anno in cui 100 di sconti fiscali vengono utilizzati significa che continuerà a esistere un’enorme differenza tra Moneta Fiscale in circolazione e incassi lordi del settore pubblico. Il rischio che le emissioni di Moneta Fiscale raggiungono livelli tali da svilirne il valore è in pratica infinitesimale.

La Moneta Fiscale non è un meccanismo per rompere l’euro. Risolvendone le disfunzioni ne garantisce in effetti la continuità, oggi periodicamente revocata in dubbio.

Non è uno strumento sostitutivo, ma integrativo dell’euro. Il Progetto prevede che la circolazione di Moneta Fiscale in Italia raggiunga qualche centinaio di miliardi, mentre il valore totale delle attività finanziarie detenute dal settore privato nazionale è dell’ordine di 5.000 circa.

Il Progetto Moneta Fiscale è un passaggio cardine per rimettere in carreggiata l’economia italiana e l’assetto dell’Eurozona; per far riprendere al nostro continente la strada di uno sviluppo economico armonico, solidale, inclusivo, rispettoso della coesione sociale.