venerdì 22 giugno 2018

Germania, Argentina, California: condizioni per la funzionalità della Moneta Fiscale


Un recente articolo (commentato qui) apparso su Lavoce.info, sul tema CCF, Minibot, e Moneta Fiscale in genere, riportava la seguente sorprendente affermazione: “non si può non rilevare che le rare esperienze internazionali di misure del genere qui considerato si sono rivelate dei fallimenti (Germania del 1933, Argentina, California)”.

L’affermazione è sorprendente (lascia in effetti sbigottiti) perché denota una gravissima mancanza di conoscenza dell’episodio “MEFO Bills”, che diede al contrario risultati eccezionalmente positivi. I MEFO Bills sono un diretto ispiratore del progetto CCF: se ne è parlato ampiamente in questo blog, ad esempio qui e qui.

Vale la pena però di soffermarsi sull’episodio argentino e su quello californiano, citati anche da qualche altro commentatore come esempi che confuterebbero, o quantomeno creerebbero dubbi, in merito alla validità della proposta MF / CCF.

La Moneta Fiscale consente di superare una fase di depressione dovuta a deficit di domanda all’interno di un’economia nazionale, senza creare nuovo debito e senza dover fare affidamento su collocamenti presso i mercati finanziari. Ci sono però alcune condizioni che devono essere rispettate affinché lo strumento MF funzioni. In particolare:

UNO, la MF in circolazione deve essere utilizzabile per ottenere riduzioni di impegni finanziari (in primo luogo, tasse da pagare) verso il settore pubblico, in misura pari a una frazione limitata degli impegni stessi. Se troppa MF è utilizzabile rispetto all’ammontare degli impegni finanziari, la MF perde di valore. Un esempio limite per rendere il concetto: se un comune emette 100 milioni di MF utilizzabili esclusivamente per pagare multe per divieto di sosta, e se le multe sono all’incirca 1 milione all’anno, è chiaro che il valore di quella MF tende a zero.

DUE, una parte delle emissioni di MF deve essere utilizzata per eliminare gli (eventuali) deficit di competitività nei confronti dei partner commerciali: la via più semplice è destinare quella parte delle emissioni a ridurre il cuneo fiscale. Altrimenti il maggior potere d’acquisto in circolazione finisce per rivolgersi soprattutto alle importazioni, sbilancia i saldi commerciali esteri e non avvia un’adeguata ripresa produttiva ed occupazionale nel paese che emette la MF.

La condizione UNO rende molto problematico far funzionare l’emissione di MF da parte di un ente pubblico locale. Il motivo è semplice: solo una piccola parte della raccolta tributaria è gestita dall’ente locale. Diventa quindi molto difficile emettere quantità significative di MF il cui valore sia adeguatamente garantito dall’utilizzabilità fiscale.

Questo è il problema che ha condotto, dopo pochi mesi, all’interruzione del progetto californiano del 2009. La California, per quanto si tratti di un’area economica molto evoluta e di ampie dimensioni, è uno stato USA, quindi un ente locale. La raccolta fiscale è solo in parte minore gestita dagli stati; la parte di gran lunga predominante dei pagamenti di tasse e imposte è dovuta al governo federale.

Nel caso argentino del 2001, sussisteva lo stesso problema. I titoli (che erano in effetti obbligazioni con impegno di pagamento, quindi debito, ma successivamente si diede loro valenza fiscale, trasformandoli perciò in MF) erano emessi da singole province della federazione argentina. Erano infatti noti con il nome di patacones, nome che non significa quello che a un italiano verrebbe intuitivo pensare (!) ma proviene dal fatto che il primo emittente fu la provincia della Patagonia.

Altre province seguirono, e si pensò effettivamente a emettere patacones nazionali. Ma qui entrava in gioco l’altro problema: dopo anni di cambio fisso con il dollaro, le differenze cumulate di inflazione tra Argentina e USA avevano raggiunto livelli tali che il riallineamento di competitività necessario era nell’ordine del 200% (come poi in effetti avvenne, con la rottura della convertibilidad e la svalutazione del peso). Erano differenze, in altri termini, impossibili da gestire mediante un’allocazione di CCF a riduzione del cuneo fiscale.

Il progetto MF / CCF proposto per l’Italia non soffre di nessuna di queste due controindicazioni.  I CCF possono essere emessi con valenza di Moneta Fiscale nazionale, utilizzabile per ridurre qualsiasi tipo di pagamento altrimenti dovuto nei confronti di tutto il settore pubblico italiano: non solo tributi locali ma anche e soprattutto imposte nazionali (oltre che contribuiti sanitari e pensionistici, tariffe, canoni, ecc.).

L’ammontare di emissioni necessario non supererà, in nessuno scenario prevedibile,  una modesta frazione delle entrate lorde totali del settore pubblico.

E il riallineamento di competitività necessario per l’Italia non è certo ai livelli di quello argentino del 2001. Stime plausibili, formulate sia da istituzioni finanziarie sovranazionali che da grandi banche, indicano cambi di equilibrio (se l’Italia uscisse dall’euro) della Nuova Lira circa alla pari contro dollaro (a fronte dell’attuale 1,15), mentre l’euro si assesterebbe intorno a 1,30 Nuove Lire. In altri termini, è plausibile che il riallineamento di competitività sia del 15% contro dollaro e del 30% contro euro. Non certo del 200% e più come nel caso argentino.

In sintesi, nessuno dei problemi che si sono verificati in Argentina nel 2001 e in California nel 2009 è rilevante nell’ipotesi in cui l’Italia avvii oggi un progetto MF / CCF.


mercoledì 20 giugno 2018

La redditività macroeconomica degli investimenti


Si è discusso parecchio, ieri, dell’intervento del nuovo ministro dell’Economia – Giovanni Tria – durante il dibattito sul DEF (Documento Economico Finanziario) alla Camera.

Parecchi equivoci sono nati perché molti hanno interpretato il documento come un piano d’azione del governo. E’, invece, solo il quadro “tendenziale” (quindi in assenza di interventi) predisposto dal governo uscente.

Il DEF 2019-2021 che rifletterà le intenzioni del nuovo governo sarà invece predisposto a settembre. Tria ha delineato verbalmente alcuni principi, che sono ancora ben lontani, evidentemente, da costituire proposte specifiche.

Diversi commentatori non esattamente favorevoli alla nuova compagine governativa hanno parlato di “marcia indietro” rispetto all’accordo di coalizione M5S – Lega, ma dopo una lettura attenta delle parole di Tria, mi sono formato un’altra opinione.

Due cose non mi sono piaciute: l’insistenza sul fantomatico beneficio che ci si attende (prima o poi…) dalle fantomatiche e sempiterne “riforme strutturali” (Tria dovrebbe dare un'occhiata a questo…) e il riferimento “al debito contratto negli anni Ottanta che grava sulle nostre spalle” (anche qui, ho un paio di letture da suggerire al ministro: per esempio questa, e questa).

Ma nella sostanza, le intenzioni di Tria si possono riassumere come segue: (1) sostegno alle fasce sociali disagiate (2) abbassamento delle tasse e (3) rilancio degli investimenti pubblici.

Tutto questo è in effetti coerente con l’accordo di coalizione, e se l’Italia portasse il deficit / PIL al 3% adottando la golden rule (pareggio del saldo entrate-uscite correnti e deficit realizzato con investimenti) gli effetti in termini di ripartenza della crescita economica nel paese sarebbero tutt’altro che disprezzabili.

Ovviamente l’applicazione della golden rule, cioè dello scorporo degli investimenti dal deficit, bisogna ottenerla dalla UE, o meglio imporla.

Premesso che la partita è politica, a livello strettamente tecnico mi pare il caso di commentare un’osservazione di Maurizio Gustinicchi, secondo cui la dimostrazione che gli investimenti a deficit non impoveriscono il paese richiede una previsione plausibile che le entrate future associate agli investimenti stessi siano almeno di pari valore.

E’ vero, ma bisogna anche, come spesso succede, non trattare le stime macroeconomiche come se si avesse a che fare con valutazioni di tipo aziendale (microeconomico).

La differenza è importantissima ma tende spesso a sfuggire. Un investimento aziendale produce ricavi e costi, e i costi sono quelli relativi all’acquisizione delle risorse necessarie ad attuarlo. In primo luogo, costi di lavoro.

Ma a livello macroeconomico, se le risorse produttive sono sottoutilizzate e l’investimento mette quindi all’opera persone e mezzi che altrimenti resterebbero inattivi, i costi relativi non sono costi. Sono una distribuzione di valore aggiunto, quindi di reddito supplementare, a favore (per esempio, e in primo luogo) di manodopera e fornitori.

Il reddito operativo generato da un’azienda su un nuovo investimento è già molto soddisfacente quando si colloca tra il 20% e il 30%. Ma il valore aggiunto, quindi il contributo al PIL, a livello macroeconomico si avvicina al 100% quando l’investimento mette al lavoro persone e aziende che altrimenti resterebbero inattive. E quasi la metà di questo valore aggiunto rientra nel settore pubblico sotto forma di maggiori tasse.

Gli intendimenti di Tria in definitiva non mi sembrano male, senz’altro meglio (avendo esaminato il testo dell’intervento) rispetto a parecchi commenti che si sono letti. Naturalmente, bisogna che seguano i fatti.

E fin da subito bisogna sminare, invece, il tentativo franco-tedesco di una “fuga in avanti” per un’ulteriore integrazione dell’Eurozona (che si tradurrebbe, tanto per cambiare, in nuovi vincoli in cambio sostanzialmente di nulla). Speriamo (è abbastanza probabile) che si tratti di molto fumo dietro il quale non c’è nessuna possibilità di concretizzare, in sostanza, nulla (le resistenze arrivano da molti fronti e da molti paesi, e questo aiuta).


lunedì 18 giugno 2018

Dual Currencies in the Eurozone: Stiglitz is Right - but only partially


As usual, we found Joseph Stiglitz’s last article on Project Syndicate (“Can the Euro Be Saved”, June 13, 2018) very insightful. However, there is a point on which we do not quite agree with him, namely the following:

“Italy is large enough, with enough good and creative economists, to manage a de facto departure – establishing in effect a flexible dual currency that could help restore prosperity. This would violate euro rules, but the burden of a de jure departure, with all of its consequences, would be shifted to Brussels and Frankfurt, with Italy counting on EU paralysis to prevent the final break. Whatever the outcome, the eurozone will be left in tatters”.

Our Group ("The Group of Fiscal Money": Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini) actually has been very active in developing and promoting such a “dual currency” scheme, in the form of Fiscal Money.

Our proposal is for government to issue transferable and negotiable bonds, which bearers may use for tax rebates two years after issuance. Such bonds would carry immediate value, since they would incorporate sure claims to future fiscal savings, and would be immediately exchangeable against euros in the financial market, or usable as payment instruments (in parallel to the euro) to purchase goods and services.

Fiscal Money would be allocated, free of charge, to supplement employees’ income. fund public investments and social spending programs, and reduce enterprises’ tax wedge on labour. These allocations would increase domestic demand and (by mimicking an exchange rate devaluation) improve enterprise competitiveness. As a result, Italy’s output gap would close without affecting the country’s external balance.

Notice that under IFRS, Fiscal Money bonds would not constitute debt, since the issuer would be under no obligation to reimburse them in cash. Also, under Eurostat rules they would be treated as non-payable tax assets (of which many instances already exist) and would not be recorded in the budget until used for tax rebates - that is, two years after issuance, when output and fiscal revenue have recovered.

While we verified this debt-related issue extensively form both a legal and an accounting standpoint, it is also important to add that the reason for not including non-payable tax liabilities (i.e., Fiscal Money) in the Maastricht Debt is a matter of substance, not just of form. The reason is that a non-payable liability does not bear any default risk due to the lack of repayment capacity from the issuer of the liability.

Based on very conservative assumptions (i.e., fiscal multiplier of 1 and a resumption in private investments to recover half of the drop since the 2007) GDP recovery would generate additional tax revenues sufficient to offset the tax rebates. Projections show that these would peak at around € 100 billion per year, which compares to more than € 800 billion of Italy’s total government revenue. Thus, the cover ratio (that is, the ratio between government gross receipt and tax rebates coming due each year) would be large enough to accomodate for possibile shortfalls due to future recessions.

Have we found the philosopher’s stone ? Certainly not – in an economy with large resource slack, the multiplier work its effects largely on output and moderately on price. And if external leakages are contained (which increased competitiveness would do), the multiplier effects are the highest. Fiscal Money is about mobilizing unutilized resources, accelerating investments and inducing banks to resume lending.

By activating a Fiscal Money program, Italy would solve its output gap problem without asking anything to anybody. No European treaty revisions would be required. No financial transfers would be needed. Public debt would stop growing and start declining relative to GDP, thus attaining the Fiscal Compact goal.

Even if Italy were to lessen its fiscal discipline and decide to over-issue Fiscal Money, only recipients would take the hit, as the value of the instrument would fall while over-issuance would neither affect the value of the euro nor create default risk on a default-free instrument. In any case, the large cover ratio would make this scenario totally unlikely. Besides, it is only fair to remember that Italy’s inability to rein in net public spending is a false myth. Between 1998-2017, Italy has been the only Eurozone country to never achieve a primary budget deficit (other than in 2009). If anything, Italy has suffered from excessive public budget restraint, which has led to its dramatic output decline.

The Fiscal Money proposal is fully consistent with the euro rules and might very well be a permanent set-up for the whole eurozone going forward. There is just no technical or legal reason why the eurozone should be “left in tatters” as a consequence of Italy (and possibly other countries) introducing national Fiscal Money alongside the euro.

venerdì 15 giugno 2018

La difficoltà di far capire che la Moneta Fiscale non è deflagrante


Un recentissimo articolo di Joseph Stiglitz è (come sempre) in larga misura condivisibile; non del tutto, però, nel punto citato qui di seguito:

“L’Italia è sufficientemente grande, con un sufficiente numero di economisti competenti e creativi, per gestire un’uscita dall’euro de facto – introducendo una doppia valuta flessibile che potrebbe aiutare a ristorarne la prosperità. Violerebbe così le regole dell’euro, ma l’onere di un’uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, si sposterebbe su Bruxelles e su Francoforte, e l’Italia potrebbe contare sulla paralisi delle istituzioni UE per evitare la rottura finale. Qualunque sia l’esito, l’Eurozona finirebbe a pezzi”.

In quanto afferma Stiglitz, i punti non condivisibili sono due. Il primo è che la “doppia valuta” può essere introdotta mediante il progetto Moneta Fiscale / CCF, che non viola alcuna regola di funzionamento dell’Eurozona (nessun trattato, nessun regolamento, nessun vincolo).

Il secondo, è che si verrebbe a creare una struttura in grado di costituire un assetto stabile ed efficiente. Sul piano tecnico, quindi, il progetto MF / CCF non comporta che l’Eurozona “finisca a pezzi”. Questo è un grosso equivoco che, per qualche ragione a me non evidente, si fa molta fatica a chiarire.

Sul piano politico, si possono naturalmente fare altre considerazioni. Il progetto MF / CCF ridà agli stati autonomia di azione nella formulazione delle proprie politiche economiche, e fa quindi venir meno l’intento “centralizzatore” che l’euro doveva svolgere (quantomeno nelle intenzioni di alcuni dei suoi proponenti originari).

Ma il progetto di centralizzazione (e di integrazione politica) sta comunque fallendo, e le disfunzioni dell’euro sono proprio una delle principali cause di questo fallimento.

L’attuale Eurozona deve cambiare assetto, questo è fuori discussione. Intestardirsi a non risolvere le cause delle disfunzioni è una battaglia di retroguardia.

Se poi l’integrazione politica europea sia un progetto che potrà aver successo, lo dirà la storia. Ma un assetto economico e monetario pesantemente inefficiente, come l’attuale, è deleterio per il futuro del nostro continente, qualunque sia l’obiettivo finale dei processi politici oggi in corso.


martedì 12 giugno 2018

Perchè l'espansione fiscale non fa esplodere il deficit


L’ultimo post chiariva la (fondamentale) differenza tra impulso fiscale e variazione del deficit pubblico. Il tema è tutt’altro che accademico e, anzi, è estremamente rilevante nell’attuale contesto economico italiano.

Il motivo è molto semplice. Il governo M5S – Lega ha un programma espansivo, che comporta l’immissione nel sistema economico di circa 100 miliardi di euro tra minori tasse, maggiori pensioni e trasferimenti, e maggiore spesa pubblica. Moltissimi commentatori hanno lanciato alti strali, in quanto 100 miliardi sono circa il 6% del PIL italiano. Si è quindi parlato di “sfondamento dei conti pubblici”, di “esplosione del deficit”, di “terribile irresponsabilità fiscale”, eccetera.

Questi commenti nascondono un (gravissimo) equivoco tra i due concetti sopra menzionati. Effettivamente l’ordine di grandezza degli interventi proposti è di 100 miliardi: ma si tratta di 100 miliardi di impulso fiscale. Che a questo corrisponda un incremento del deficit di pari dimensione, è possibile sostenerlo solo sulla base dell’ipotesi che questa immissione di potere d’acquisto abbia ZERO effetto espansivo sull’economia.

Un’ipotesi completamente infondata, sia sul piano teorico, che su quello pratico (come, per nostra disgrazia, ampiamente dimostrato dagli eventi del periodo 2011-2013, quando manovre di segno contrario – restrittive e non espansive – hanno affondato il PIL e, nello stesso tempo, prodotto solo una modestissima diminuzione del deficit pubblico).

Per rendersi conto della differenza, applicata al possibile contesto italiano del prossimo futuro, tra impulso fiscale e variazione del deficit pubblico, proviamo a ipotizzare quanto segue:

UNO, il moltiplicatore keynesiano dell’impulso fiscale è pari a 1,00x (ipotesi cautelativa, nel contesto attuale italiano caratterizzato da fortissima depressione della domanda e da pesante sottoutilizzo dei fattori produttivi).

DUE, i 100 miliardi di impulso fiscale vengono distribuiti nell’arco di tre anni (2019-2020-2021).

Le più recenti previsioni “tendenziali” (cioè in assenza di interventi) elaborati dal precedente governo (Documento di Economia e Finanza del Ministero dell’Economia, aprile 2018) si sintetizzano come segue.

Miliardi di euro

2017
2018 DEF
2019 DEF
2020 DEF
2021 DEF
PIL

1.717
1.765
1.822
1.877
1.928
Crescita reale


1,5%
1,4%
1,3%
1,2%
Inflazione


1,3%
1,8%
1,7%
1,5%
Deficit pubblico

-39
-28
-15

4
Altre variazioni debito pubblico

-18
-8
-9
-15
Debito pubblico

2.263
2.309
2.332
2.341
2.352
Deficit pubblico %
-2,3%
-1,6%
-0,8%

0,2%
Debito pubblico %
131,8%
130,8%
128,0%
124,7%
122,0%


L’applicazione dei 100 miliardi di impulso fiscale, sulla base delle (semplici e conservative) ipotesi sopra menzionate, porta a quanto segue:




2018 con
2019 con
2020 con
2021 con
Miliardi di euro

2017
impulso
impulso
impulso
impulso
PIL

1.717
1.765
1.855
1.944
2.028
Crescita reale


1,5%
3,3%
3,0%
2,8%
Inflazione


1,3%
1,8%
1,7%
1,5%
Deficit pubblico

-39
-28
-33
-35
-49
Altre variazioni debito pubblico

-18
-8
-9
-15
Debito pubblico

2.263
2.309
2.350
2.394
2.457
Deficit pubblico %
-2,3%
-1,6%
-1,8%
-1,8%
-2,4%
Debito pubblico %
131,8%
130,8%
126,6%
123,1%
121,2%
Moltiplicatore



1,00
1,00
1,00
Impulso fiscale


33
67
100
Maggior PIL per impulso fiscale


33
67
100
Entrate / PIL
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
Maggiori entrate


16
32
48


Altrimenti detto: tre anni di crescita reale intorno al 3% annuo invece che sotto l’1,5%; 100 miliardi di PIL in più nel 2021; un rapporto debito pubblico / PIL in calo più rapido rispetto all’ipotesi “tendenziale” (quella senza impulso fiscale); e…

…il deficit / PIL che rimane comunque sempre sotto il 3%.

E tutto questo senza neanche bisogno di attuare la manovra espansiva mediante emissione di Moneta Fiscale / CCF – che non essendo debito, migliorerebbe nettamente sia il deficit / PIL che il debito / PIL.

In sintesi, in un contesto di forte sottoutilizzo delle risorse produttive, l’espansione fiscale produce un notevolissimo miglioramento della crescita economica a fronte di un modesto innalzamento del deficit. Al contrario, politiche restrittive hanno scarsi impatti riguardo agli obiettivi di contenimento del deficit, mentre danneggiano enormemente produzione e occupazione.


venerdì 8 giugno 2018

Impulso fiscale, deficit e debito pubblico


Qualche elemento di chiarezza riguardo a un tema di primaria importanza: l’impatto del maggiore (o minore) deficit pubblico sulla crescita e sul debito.

Un punto critico è il livello del moltiplicatore: ovvero, in che misura la maggior immissione di potere d’acquisto nell’economia si traduce in maggiore crescita.

Mi limito qui a ricordare quanto già illustrato in un post precedente: il moltiplicatore è basso quando l’economia è vicina al pieno impiego delle sue risorse produttive, alto quando c’è molta capacità inutilizzata (che implica anche molta disoccupazione e sottoccupazione).

Un altro elemento su cui occorre soffermarsi, tuttavia, è la distinzione tra impulso fiscale da un lato, e variazione del deficit dall’altro.

Nulla di complicato, ma si tende molto spesso a confondere le due cose.

L’impulso fiscale è la variazione del deficit prevista a parità di condizioni: se aumento la spesa pubblica di 10, senza toccare nessun’altra leva di politica economica, l’impulso fiscale è 10.

La variazione del deficit pubblico invece è l’effetto finale: l’impulso fiscale espande il PIL (in modo più o meno accentuato, a seconda del livello del moltiplicatore); e il maggior PIL produce maggiori incassi fiscali per la pubblica amministrazione – il che rende la variazione del deficit inferiore all’impulso fiscale.

Qui di seguito, vediamo che cosa tutto questo può comportare partendo dai dati 2017 e 2018 relativi all’economia italiana, così come riportati dall’ultimo DEF (Documento di Economia e Finanza) elaborato (nell’aprile scorso) dal governo uscente.

I dati 2017 sono consuntivi. Il 2018 “senza impulso fiscale” è la previsione “tendenziale”: in altri termini, che cosa il DEF prevede se non viene attuata (durante il 2018) nessuna nuova azione di politica economica.

Le previsioni 2018 “con impulso fiscale” recepiscono invece gli impatti di un’azione espansiva (soldi immessi nell’economia mediante maggiore spesa pubblica, maggiori trasferimenti o minori tasse) pari all’1% del PIL 2017: quindi, 17 miliardi circa.





2018 senza
2018 con
2018 con
2018 con
2018 con
2018 con
Miliardi di euro

2017
impulso
impulso
impulso
impulso
impulso
impulso
PIL

1.717
1.765
1.774
1.782
1.786
1.791
1.799
Crescita reale


1,5%
2,0%
2,5%
2,7%
3,0%
3,5%
Inflazione


1,3%
1,3%
1,3%
1,3%
1,3%
1,3%
Deficit pubblico

-39
-28
-41
-37
-35
-33
-29
Altre variazioni debito pubblico

-18
-18
-18
-18
-18
-18
Debito pubblico

2.263
2.309
2.322
2.318
2.316
2.314
2.310
Deficit pubblico %
-2,3%
-1,6%
-2,3%
-2,1%
-2,0%
-1,8%
-1,6%
Debito pubblico %
131,8%
130,8%
130,8%
130,1%
129,7%
129,2%
128,4%
Moltiplicatore



0,55
1,00
1,20
1,50
2,00
Impulso fiscale


17
17
17
17
17
Maggior PIL per impulso fiscale


9
17
21
26
34
Entrate / PIL
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
47,5%
Maggiori entrate


4
8
10
12
16
Variazione deficit / impulso fiscale


74%
53%
43%
29%
5%


Senza impulso fiscale, il 2018 dovrebbe registrare una crescita reale dell’1,5%, una discesa del rapporto deficit / PIL dal 2,3% all’1,6%, e del rapporto debito pubblico / PIL dal 131,8% al 130,8%.

Con l’impulso fiscale e un moltiplicatore di 1,20x, la crescita sale al 2,7%. Il deficit / PIL è più alto (2%) ma comunque in calo rispetto al 2017. Il rapporto debito PIL scende invece più velocemente, grazie al maggior incremento del denominatore, fino a 129,7%.

E’ interessante riflettere sui due casi estremi presentati nella tabella. Un moltiplicatore molto basso di 0,55x è sufficiente a incrementare la crescita al 2% (invece di 1,5%), lasciando invariato il deficit / PIL rispetto al 2017 (2,3%) e ottenendo lo stesso risultato previsto “senza impulso fiscale” riguardo al rapporto debito / PIL (130,8%).

Un’ipotesi ottimistica (improbabile ma non impossibile, data la profonda depressione di cui soffre oggi, in Italia, la domanda per beni e servizi) in cui il moltiplicatore è 2,00x implica una crescita reale del 3,5% e un deficit / PIL che raggiunge lo stesso livello previsto “senza impulso” (1,6%). Quanto al debito / PIL, il calo sarebbe molto netto (128,4%).

La cosa interessante è che in tutte le ipotesi prese in considerazione sia il deficit / PIL che il debito / PIL sono in calo, o alla peggio invariati.

Lo sottolineo perché se si verificasse una di queste ipotesi, gli opinionisti “pro-euroausterità” non mancherebbero di affermare a gran voce che “l’austerità funziona !”

Ad esempio, nello scenario intermedio di moltiplicatore 1,20x (a mio avviso il più plausibile) avremmo (finalmente !) una robusta crescita, e nello stesso tempo un deficit / PIL e un debito / PIL in calo.

Ma naturalmente, il commento degli “euroausterici” sarebbe del tutto fuori luogo. Non si sarebbe infatti verificata una situazione in cui “più austerità” (cioè più tagli e/o più tasse) abbattono deficit  e debito, e “così” stimolano la crescita.

Avremmo invece la seguente concatenazione di eventi: impulso fiscale positivo, più crescita, maggior gettito fiscale grazie alla crescita, deficit che comunque si riduce perché il maggior gettito compensa buona parte dell’impulso fiscale. E riduzione accelerata del rapporto debito / PIL.