martedì 23 gennaio 2018

Esternazioni berlusconiane


Negli ultimi giorni, alcune interviste rilasciate da Berlusconi hanno creato una certa agitazione, e anche un certo scoramento, tra i potenziali elettori della coalizione di centrodestra. Quantomeno, tra chi spera che il centrodestra al governo possa costituire una svolta nelle relazioni con la UE – in termini di uscita dai vincoli dell’eurosistema, in particolare.

Sentire Berlusconi che parla di “rapporto debito pubblico / PIL da far scendere al 100% anche mediante privatizzazioni per cinque punti di PIL” sotto questo profilo non è granché incoraggiante.

Il mio commento ? è una perdita di tempo prendere Berlusconi alla lettera, qualunque cosa dica. Per questo motivo non mi deprimo per le ultime esternazioni, così come non mi euforizzerei se urlasse “Moneta Fiscale” a squarciagola.

Berlusconi dice solo e sempre quello che in un determinato momento della campagna elettorale ritiene convenirgli. In fatto di tattica non lo batte nessuno. La strategia è un altro discorso.

In questa fase, ritiene che la cosa migliore si mostrare un volto rassicurante a Bruxelles e tener le acque calme fino alle elezioni, anche in vista della sentenza di Strasburgo sulla sua possibile riabilitazione (per quanto difficile sia che arrivi prima del 4 marzo).

Poi, se il centrodestra vince le elezioni, si vedrà quali sono i pesi all’interno della coalizione. Fermo restando che il programma condiviso (inclusi i Minibot di Borghi - da far evolvere in CCF, aggiungo io) a mio modesto avviso piace (a Berlusconi) molto più dell’ipotesi di vendere beni pubblici per il 5% del PIL (ammesso che sia possibile, cosa di cui dubito fortissimamente: sarebbero 90 miliardi in cinque anni…).

L’importanza di immettere potere d’acquisto nell’economia, Berlusconi l'ha capita da tempo, e non credo proprio che abbia cambiato idea adesso.

I giochi sono ancora tutti da fare.


sabato 20 gennaio 2018

Prodi non è Garibaldi

Qualche tempo fa, un commentatore argomentava che non è giusto prendersela con Prodi per aver portato l’Italia nell’euro. La moneta unica europea è stata costruita e gestita in modo decisamente sbagliato, certo. Ma sarebbe (questa era la tesi) come criticare Garibaldi perché l’Italia poteva essere unificata meglio.

A chi ha formulato questo parallelo sfuggono, mi pare, alcune differenze di grande rilievo.

Le vicende dell’Italia post unificazione hanno molte luci e molte ombre, molto di buono e molto di cattivo. Com’è normale per la storia di qualsiasi nazione.

Si può sostenere che l’Italia andasse costruita in un altro modo. Che dovesse nascere repubblicana come sosteneva Mazzini, o federale come voleva il mio illustre omonimo.

Si può perfino pensare – non è la mia opinione, ma rispetto chi la pensa diversamente – che i siciliani sarebbero stati meglio rimanendo con i Borbone, e i veneti con gli Asburgo.

Però l’Italia è stata una grande realizzazione, e ne sono nate grandi cose. Nel male ma anche e (io penso) soprattutto nel bene. E chi la vede diversamente non può, comunque, presumere che i difetti di costruzione del futuro Stato italiano fossero prevedibili quando i Mille sbarcavano a Marsala.

Non era chiaro, per esempio, che adottare una moneta comune fosse deleterio per il Sud, perché le differenze economiche tra le due parti della nazione non erano evidenti. Con ogni probabilità il gap si è creato successivamente, e le politiche sabaude nei confronti del Meridione ne hanno grandi responsabilità. Ma poteva essere ovvio tutto questo a Garibaldi, nel 1861 ?

Quanto all’euro, invece…

L’euro è una costruzione priva di qualsiasi senso economico, che esponeva l’Italia a due gravissimi rischi: la perdita di competitività delle proprie aziende costrette ad adottare una moneta strutturalmente più forte rispetto ai fondamentali della sua economia; e la trasformazione di un debito in moneta propria (un non-debito, in realtà) in debito in moneta straniera.

Tutto questo era sotto gli occhi di chiunque, negli anni in cui si concepiva e poi si firmava il trattato di Maastricht.

Lo stesso Prodi del resto ne era perfettamente conscio, e a quanto ha affermato lui stesso, il suo fu un atto di fede nel fatto che una futura crisi avrebbe spinto ad adottare i provvedimenti necessari a risolvere le disfunzioni del sistema.

Ma quali garanzie esistevano che questo sarebbe avvenuto ? nessuna, come si è visto.

Quanto all’idea che l’euro avrebbe condotto all’unificazione politica europea, ammesso e non concesso che sia un obiettivo di per sé desiderabile, c’era chi ammoniva con grande lucidità e chiarezza che un’unione monetaria gravemente disfunzionale avrebbe allontanato, non avvicinato, il traguardo.

Se il problema di Prodi & C. sia stata l’incompetenza, la collusione con interessi esterni, l’autoillusione, le prospettive di carriera che si spalancavano, o altro ancora, lo lascio alla riflessione di chi legge.

Ma l’errore è stato catastrofico, e le premesse perché tale si rivelasse c’erano tutte. Per l’Italia, sui due piatti della bilancia c’erano rischi enormi ed evidenti da un lato, e nessun beneficio apprezzabile dall’altro.

La storia sarà durissima nel giudicare “le conseguenze economiche del signor Prodi” – e quindi Prodi stesso. Perché purtroppo queste conseguenze tante, troppe persone le vivono e le subiscono quotidianamente e tragicamente.


giovedì 18 gennaio 2018

Sul rischio del debito pubblico


Chiunque parli di “rischio del debito pubblico” senza distinguere tra debito in moneta nazionale e debito in moneta straniera non ha praticamente nessuna possibilità di dire nulla di sensato sull’argomento.

Un paese indebitato in una moneta che non emette può essere forzato al default. Se m’indebito in dollari (*) o in euro, alla scadenza posso non detenere dollari o euro sufficienti per rimborsare il debito.

(*) Salvo se mi chiamo Stati Uniti d’America (ovviamente…).

Un paese indebitato nella moneta che emette può, invece, sempre evitare il default. La preoccupazione in questo caso è di evitare eccessi di domanda che producano inflazione inaccettabilmente alta. Non di essere forzato al default.

Il default su debito in moneta propria, quando avviene, è quindi una scelta volontaria che può trovare motivazione solo in circostanze estreme, collegate all’incapacità dello Stato emittente di venire a capo di un gravissimo problema di inflazione. Non è ovviamente la situazione odierna dell’Italia, caratterizzata da domanda depressa e inflazione – al contrario - troppo bassa.

Se emetto CCF, anche a volerli considerare debito (cosa che non sono, né sul piano giuridico né su quello dei principi contabili) non posso essere forzato al default perché non assumo impegni di rimborso ma solo di accettazione (per ridurre tasse, imposte o altri impegni finanziari nei confronti della pubblica amministrazione).

Se l’Italia porta in pareggio incassi e pagamenti in euro (quindi non incrementa più il debito da rimborsare in euro, neanche di un centesimo) e rimane in essere il whatever it takes della BCE (anche in quanto si rispetta pienamente, in tal modo, il Fiscal Compact), la solvibilità sul debito in euro è garantita.

Le emissioni di CCF si compenseranno con il maggior gettito fiscale prodotto dalla ripresa economica. Se questo non dovesse avvenire in quanto se ne è emessa una quantità eccessiva, può verificarsi un allungamento dei tempi necessari per ottenere gli sconti fiscali. Si verificherà, in questo caso, un’”inflazione di CCF” e quindi una loro perdita di valore. Ma nel contesto attuale italiano, è un’eventualità altamente improbabile.

In questa situazione, avremo un sistema misto, euro + CCF, in cui il debito in euro è garantito (a condizione che non si incrementi neanche di un centesimo) dal whatever it takes, e la preoccupazione dovrà essere solo quella di strutturare le emissioni di CCF in modo da non inflazionarle. La stessa situazione che si avrebbe, peraltro, emettendo debito in moneta nazionale.

E’ di gran lunga il metodo più rapido ed efficiente per uscire dai vincoli dall’eurosistema e avviare una forte ripresa dell’economia italiana: in assenza della quale, la permanenza dell’Italia nell’eurozona continuerà a generare depressione economica e pesantissimo, inaccettabile disagio sociale.


lunedì 15 gennaio 2018

Cosa rispondere a chi si lamenta dell'alto debito pubblico italiano


Il primo concetto da chiarire è che il debito pubblico può essere espresso in moneta nazionale, oppure in moneta estera.

Nel primo caso, la capacità di emissione dello Stato gli permette sempre di evitare il default sul debito. In effetti lo Stato non si sta indebitando: sta raccogliendo depositi, con un vincolo di scadenza, presso il suo ministero dell’economia.

L’elemento di preoccupazione principale che può insorgere, in questo caso, non è l’insolvenza ma l’eventuale creazione di un eccesso di domanda (nell’ambito dell’economia) che spinge l’inflazione a livelli indesiderati.

In casi estremi, è possibile che uno Stato attui un default volontario su debito in moneta propria, a causa dell’incapacità di venire a capo di un grave eccesso di inflazione.

Ma questo non è assolutamente il problema odierno dell’Italia. L’economia italiana soffre, invece, di una pesantissima insufficienza di domanda, che comporta disoccupazione e sottoccupazione massiccia, sottoutilizzo della capacità produttiva delle aziende, disincentivo a investire, e inflazione troppo bassa (non troppo alta).

In Italia il debito pubblico è un problema perché è stato commesso gravissimo errore di convertirlo in una moneta – l’euro – che l’Italia non emette.

In questa situazione, esiste un concreto rischio di insolvenza.

Ma il rischio d’insolvenza non sparisce se il debito inizia a diminuire, in percentuale rispetto al PIL, rispetto all’attuale 130%. Il rischio default si è manifestato (Irlanda, Spagna nel 2011: debito in euro) o concretizzato (Argentina nel 2001: debito in dollari) anche in paesi dove il rapporto debito pubblico / PIL era al 30-40%.

Se il debito è espresso in moneta estera, non garantito da un ente con potestà di emissione di quella moneta, l’unico livello che garantisce contro il rischio di insolvenza è zero.

E il debito pubblico italiano non può essere portato a zero – ma neanche ridotto in misura significativa rispetto al PIL – adottando politiche che costringono il paese a crescite asfittiche e a soffrire di altissimi livelli di disoccupazione e sottoccupazione.

In questa situazione, il problema non verrà risolto per i prossimi svariati decenni. E il paese continuerà a stagnare economicamente su livelli di attività economica depressa. Non verrà risolto il pesantissimo disagio sociale né la situazione di indigenza in cui si è venuta a trovare una larghissima parte della popolazione.

Il problema è invece risolvibile in due modi.

Il primo è la ridenominazione del debito, da euro in moneta nazionale. In pratica, si parla dell’uscita dall’euro mediante breakup. E’ una via complessa operativamente e controversa politicamente.

Il secondo è stabilizzare il debito ai livelli attuali (in valore assoluto) introducendo nell’economia uno strumento finanziario-fiscale che possa anche svolgere funzioni monetarie, in affiancamento all’euro.

Questo strumento, di cui i CCF sono la modalità tecnica che propongo da svariati anni, non è debito, e non possono crearsi situazioni di mercato finanziario che forzino l’emittente al default.

La forma e la sostanza del Fiscal Compact risultano in tal modo rispettate, perché il debito cessa di aumentare in valore e inizia a scendere rapidamente in rapporto al PIL.

Il whatever it takes della BCE è l’elemento chiave di rassicurazione (dal punto di vista dei mercati) che non si verificheranno tensioni finanziarie, né rischi di default sullo stock di debito che rimane in essere.

Nel frattempo, la discesa del rapporto debito pubblico / PIL è assicurata dal fatto che l’immissione di CCF nell’economia incrementa la domanda interna e migliora la competitività delle aziende, creando le condizioni per una rapida e vigorosa ripresa.

mercoledì 10 gennaio 2018

Breve riflessione su centrodestra ed euroexit


Breve davvero. Berlusconi ripete che “l’euro è fatto male ma non se ne può uscire”; la Lega invece, per bocca di Salvini e soprattutto di Borghi “prepareremo l’uscita, per attuarla appena ce ne saranno le condizioni”.

Se tutto questo vi suona contradditorio, vi capisco. Ma prima di saltare a qualsiasi tipo di conclusione, invito a tener conto di quanto segue.

Anche la pura e semplice uscita da un sistema di cambi fissi, che è naturalmente molto più semplice della rottura di un’unione monetaria, viene attuata (quando viene attuata) di sorpresa, negandola fino all'ultimo istante - fino al momento dell’esecuzione.

Allora, la coalizione di centrodestra non sta dicendo nulla di chiaro. Ma se ci fosse una decisione già presa, non avrebbe nessun senso annunciarla in anticipo – soprattutto durante una campagna elettorale.

A maggior ragione in quanto il primo passo da effettuare – se si pensa di arrivare al break-up, ma anche se si pensa di no – è un’altra cosa. E’ rilanciare l’economia introducendo uno strumento di natura fiscale, in grado di funzionare (anche) come una moneta.

Questo passo può produrre una serie di effetti che porteranno al break-up. O forse no. E gli effetti in questione, se si verificheranno, non necessariamente dipenderanno da azioni effettuate dall’Italia. Anzi, con molta maggiore probabilità saranno la conseguenza di eventi esterni.

Quindi, essere pronti è indispensabile. Il che non significa essere certi del passaggio finale.

Significa essere certi del primo passo da effettuare.

Magari non in modo del tutto volontario, ma la coalizione di centrodestra sta adottando una comunicazione che si può definire “costruttivamente ambigua”.

Non mi sorprendo quindi se quanto sopra vi è riuscito opaco. Nonostante i miei sforzi, di solito coronati da un ragionevole successo (dicono), di spiegare in modo semplice concetti complessi.

Non vi sarà riuscito estremamente chiaro, e non è colpa vostra.

Ma intanto pensateci.


lunedì 8 gennaio 2018

Moneta Fiscale e moneta garantita da attivi


Riflessioni su uno spunto di Stefano Sylos Labini. E’ concettualmente diverso emettere moneta fiat, che ha valore in quanto lo Stato la accetta in pagamento delle obbligazioni d’imposta, rispetto a moneta garantita da attività reali ? sì, è diverso, ma il tema merita un approfondimento.

Il Venezuela sta, a quanto pare, valutando la possibilità di emettere una “criptovaluta inizialmente garantita da una parte delle riserve sotterranee del petrolio venezuelano”. C’è molto scetticismo su questa iniziativa, a causa – naturalmente - dell’instabilità politica e sociale del paese sudamericano. Ma l’idea in sé è concettualmente sbagliata ?

In ultima analisi, sia la Moneta Fiscale (MF) che la moneta garantita da attivi (MGA) hanno valore in funzione della capacità di generazione di reddito dello Stato emittente.

La MF è un progetto che ha senso, in questo momento, per l’Italia, in quanto la capacità produttiva del paese è fortemente sottoutilizzata e i vincoli dell’Eurosistema impediscono di saturarla immettendo maggiore domanda nel sistema economico mediante gli strumenti tradizionali. Non si possono emettere titoli di Stato oltre certi livelli (livelli oggi insufficienti); né euro (perché l’Italia utilizza l’euro ma non lo emette).

Se non esistesse questo enorme livello di sottoutilizzo delle risorse produttive, il progetto MF non sarebbe in grado di ottenere nulla di positivo.

In effetti, anche la MGA ha valore in quanto esiste un potenziale inespresso di produzione di reddito. Le riserve petrolifere avranno un valore nel momento in cui verranno estratte e rese commercializzabili - da qui deriva il maggior reddito potenziale. Ma l’estrazione dell’intero ammontare delle riserve si svilupperà in un arco di tempo molto esteso: il valore può allora essere reso disponibile in anticipo, emettendo MGA e utilizzando le riserve come garanzia.

Qual è la principale differenza ? Che la MF fa leva su un sottoutilizzo di capacità produttiva del sistema economico. E una volta portata a regime, la maggior capacità produttiva – quindi anche di generazione di reddito – è destinata a rimanere, anzi ad accrescersi nel tempo, via via che l’accumulazione di capitale fisico e i progressi tecnologici lo consentono.

Le riserve di petrolio invece sono destinate ad esaurirsi. La MGA rischia quindi di mettere a disposizione della collettività nazionale un potere d’acquisto che non potrà essere mantenuto in futuro. E nel frattempo, di produrre inflazione (perché si spinge la domanda interna ben al di sopra della capacità produttiva del paese) e di rendere non competitive le produzioni interne.

La Norvegia ha fatto qualcosa che può essere considerato l’opposto dell’emissione di MGA. Invece di emettere moneta garantita dallo sfruttamento futuro delle riserve petrolifere, ha creato un gigantesco fondo sovrano accantonando una grossa quota dei proventi derivanti dal loro sfruttamento. Il fondo ha raggiunto un valore investito di circa 1.000 miliardi di dollari, enorme in assoluto e ancora di più se lo confrontiamo con una popolazione di poco più di cinque milioni. Sono quasi 200.000 dollari a persona, per ogni cittadino norvegese.

Lo scopo è non scaricare sull’economia interna un potere d’acquisto del tutto sproporzionato rispetto alle capacità del sistema produttivo, di ripartire nel tempo i benefici delle risorse petrolifere (il cui sfruttamento è destinato a declinare nel prossimo futuro) e anche di smussare gli effetti delle fluttuazioni nel prezzo del petrolio.

Tornando alla MGA, è un progetto che può avere senso se il valore delle emissioni viene utilizzato (in misura adeguata) per investire e migliorare la capacità produttiva del sistema economico, in modo da assicurare la coerenza tra il maggior potere d’acquisto implicito nella MGA, e livelli sostenibili di generazione di reddito (sostenibili, s’intende, anche quando lo sfruttamento dei giacimenti declinerà).

Nel caso della MF applicata all’Italia, il problema non esiste perché la capacità produttiva esiste già: si tratta di portarne a regime l’utilizzo, eliminando la carenza di domanda interna.

mercoledì 3 gennaio 2018

Bankitalia, che c'entrano le monetine ?


Vari lettori si sono stupiti leggendo, in uno degli ultimi post, che le monete metalliche sono incluse del computo del debito pubblico, anche e soprattutto ai fini del Patto di Stabilità e Crescita nonchè del Fiscal Compact.

Il controvalore delle monete metalliche coniate in Italia è modesto (4-5 miliardi circa) rispetto all’ammontare complessivo del debito pubblico lordo (2.290 miliardi al 31 ottobre 2017). Però non è irrilevante in cifra assoluta.

E vale la pena di soffermarsi sull’argomento anche perché la Banca d’Italia, nel documento ampiamente commentato qui, ha espresso l’opinione che la Moneta Fiscale “sulla base delle norme statistiche in vigore” e “come già avviene per le monete metalliche” andrebbe inclusa “tra gli strumenti che concorrono a formare il debito pubblico” il che la renderebbe soggetta “alle regole del Patto di Stabilità e Crescita”.

En passant, quella di Banca d’Italia è un’opinione. Legittima come qualsiasi altra, ma niente più che un’opinione, perché le “norme statistiche” non sono sua materia di competenza: valgono i regolamenti Eurostat che a loro volta si rifanno ai principi contabili internazionali.

E i principi contabili internazionali sono chiarissimi: un titolo che dà diritto a uno sconto non è un debito.

Non sorprende quindi che la Banca d’Italia abbia formulato la sua affermazione ma non sia stata in grado di supportarla con alcun riferimento normativo: il motivo è che, semplicemente, non ne esistono.

La Banca d’Italia si limita, appunto, a citare il caso delle monete metalliche. Riferimento estremamente vago, in quanto sfugge il motivo per cui il trattamento contabile di un diritto di sconto dovrebbe essere equiparato a quello degli spiccioli.

Ad ogni modo, sul tema monete metalliche vale quanto stabilito da un corposo documento dal titolo “ESA 2010” (dove ESA sta per European System of Accounts) che alle pagine 134-135 ci fa sapere quanto segue.

“Box 5.2 – Currency issued by the Eurosystem

B5.2.1. Euro banknotes and coins issued by the Eurosystem are the domestic currency of the Member States in the euro area. Although treated as domestic currency, holdings of euro currency by residents of each partecipating Member State are liabilities of the resident national central bank only to the extent of its notional share in the total issue, based on its share in the capital of the ECB. A consequence is that, in the euro area, from a national perspective, part of residents’ holdings of domestic currency may be a financial claim on non-residents.

B.5.2.2. Currency issued by the Eurosystem includes notes and coins. Notes are issued by the Eurosystem: coins are issued by central governments in the euro area, although, by convention, they are treated as liabilities of the national central banks which as a counterpart hold a notional claim on general government. Euro banknotes and coins may be held by euro area residents or by non-residents of the euro area”.

Il passaggio chiave si trova in B.5.2.2.: l’emissione di monete metalliche (al contrario di quella delle banconote) è effettuata dagli Stati Membri e non dalle banche centrali, ma “per convenzione” le monete metalliche sono trattate come passività delle banche centrali medesime, che a fronte di tale passività vantano un diritto nei confronti dei rispettivi governi.

In pratica, le monete metalliche sono un debito (dello Stato che le conia) in quanto la loro produzione è possibile a seguito di una concessione da parte del Sistema Europeo delle Banche Centrale (SEBC, o Eurosystem).

Va notato che ESA 2010 sente la necessità di precisare che tutto ciò è una “convenzione”. Quasi un’excusatio non petita, piuttosto sorprendente all’interno di un testo regolamentare. In effetti è un trattamento contabile discutibile, perché le monete metalliche non sono un debito di cui possa essere richiesta la restituzione da parte di chi ha concesso la facoltà di conio (il SEBC).

In ogni caso, nulla di tutto ciò è applicabile alla Moneta Fiscale e ai CCF. L’emissione in questo caso non avviene per concessione del SEBC, o di qualsiasi altra entità diversa dallo Stato emittente. Lo Stato la esercita nell’ambito della definizione delle sue politiche fiscali. E vale il principio che, trattandosi di non-payable tax credits, di sconti a utilizzabilità futura, non c'è alcun effetto sul debito al momento dell'emissione.




lunedì 1 gennaio 2018

Perché servono le tasse

(…fermo restando che è Capodanno, per cui a tutti i migliori auguri che nel 2018 si creino le condizioni per subirne molte meno…)

Di tanto in tanto – anzi, di frequente - spunta qualcuno a chiedere: “se uno stato sovrano può stampare moneta, a che cosa gli servono le tasse ?”.

La risposta non è complicata.

Stampare moneta e immettere domanda nel sistema economico non produce inflazione indesiderata, fino al momento in cui non si raggiunge il cosiddetto “pieno impiego”.

Che cosa significa “pieno impiego” ? Chi cerca lavoro lo trova, a condizioni stabili e decorose, in tempi ragionevoli. E le aziende, quantomeno in larga maggioranza, sfruttano al meglio la loro capacità produttiva, fatte salve le normali necessità di soste per manutenzione, stagionalità di alcune produzioni e simili.

Ne deriva che non ci sono problemi a monetizzare il deficit pubblico, purché in misura coerente con la crescita del PIL potenziale, misurato in termini nominali. Il che significa anche, tra parentesi, che il debito pubblico non ha necessità di esistere (se ne era parlato qui).

Ho scritto “PIL potenziale misurato in termini nominali”. E’ infatti naturale il verificarsi di un incremento reale della produzione – in funzione della crescita demografica e dei miglioramenti di produttività consentiti dalla tecnologia e dall’accumulazione di capitale fisico. Ma è anche desiderabile un minimo di inflazione – per evitare che si cada in deflazione in periodi di congiuntura negativa.

Un 2% di crescita reale potenziale e un 2% di obiettivo d’inflazione (il target BCE) portano a stimare che un deficit / PIL medio di qualche punto percentuale sia un obbiettivo corretto. Il 3% di Maastricht avrebbe quindi avuto un senso (forse meglio sarebbe stato 4% o 5%, ma se ne può discutere): se non fosse che era inteso come livello massimo, non medio. E se il Fiscal Compact non pretendesse oggi di imporre non il 3%, ma il pareggio di bilancio…

“Obiettivo di deficit medio” significa che in anni di congiuntura molto positiva può essere opportuno portare il bilancio pubblico in pareggio, per evitare surriscaldamenti della domanda ed eccessi d’inflazione; ma se bisogna ripartire da una profonda depressione, può essere appropriato arrivare temporaneamente al 6%, all’8%, al 10%.

Prendiamo quindi il 3% come deficit medio (non massimo !) di riferimento. Se la spesa pubblica fosse pari al 3% del PIL, si potrebbe finanziarla tutta con emissione monetaria, senza tasse.

Ma la spesa pubblica non è il 3% del PIL. E’ oltre il 40%. Quindi la situazione a cui puntare è, ad esempio, spesa pubblica al 43% del PIL, tasse (più esattamente, entrate pubbliche totali) al 40%.

Immettendo nel sistema economico, in un anno, moneta per il 43% del PIL (tramite spesa pubblica effettuata senza tassare), si produrrebbe un pauroso eccesso di domanda, nonché un altissimo livello di inflazione.

Per cui le tasse devono esistere, già per questo solo motivo.

Poi ci sono altre due finalità: la redistribuzione del reddito in senso (si spera) progressivo e a tutela dell’equità sociale.

E l’esigenza di dare valore alla moneta fiat, rendendola accettata per assolvere obbligazioni d’imposta.

Qui ci si riallaccia al tema Moneta Fiscale / CCF, ovviamente…