domenica 16 settembre 2018

Sostegno della domanda e innalzamento della crescita


Ultimamente leggo e sento dichiarazioni di alcuni noti difensori dell’”ordine costituito eurosistemico” (Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli, Daniel Gros per citare i primi che mi vengono in mente) che si riassumono come segue.

“Sì va bene, aumentare il deficit pubblico produce crescita – per un anno. Ma dal secondo in poi che cosa succede ? Dovremmo tutti gli anni aumentare il deficit, altrimenti i tassi di crescita ripiomberebbero ai livelli precedenti. Ma il deficit, se continua ad aumentare, va fuori controllo. E se non lo aumentiamo e non cresciamo più – dopo il primo anno – torniamo alla situazione di prima, con un PIL più alto ma sempre con crescita insufficiente, e con più debito di prima”.

Una prima osservazione è che il problema del “più debito” è, ovviamente, un’implicazione del fatto che la manovra espansiva sia finanziata con indebitamento del settore pubblico.

Se invece viene emessa moneta, o un titolo a utilizzo fiscale che non rientra nel debito pubblico (come i CCF, che non sono parte del “Maastricht Debt”, ovvero del debito pubblico come definito da trattati e regolamenti UE), il maggior debito non si viene a creare, neanche nella fase iniziale della manovra espansiva.

Questo (dovrebbe essere ovvio, ma repetita iuvant…) non significa che una manovra espansiva sia sempre giustificata. Se non c’è un rilevante output gap, quindi un grave sottoutilizzo della capacità produttiva del sistema economico (che significa anche alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione) la manovra espansiva non produce crescita ma inflazione.

Ma nella situazione italiana odierna, l’inflazione non è un problema (anzi lo è in quanto troppo bassa, non in quanto troppo alta) e la disoccupazione, al contrario, sì. Un forte impulso espansivo sull’economia è quindi sia giustificato che necessario.

Ciò premesso, è bene riassumere perché un impulso espansivo produce un’accelerazione della crescita non solo nel momento in cui viene attuato, ma anche dopo.

Primo, più reddito induce più spesa. Se lo Stato costruisce un ospedale utilizzando mezzi e persone altrimenti inattivi, le aziende e i loro dipendenti vengono pagati e spendono una parte del loro reddito. Non solo quindi il PIL aumenta in misura pari al valore dell’ospedale (e una parte del maggior PIL tra l’altro produce subito maggior gettito fiscale), ma l’aumento è ancora superiore perché c’è un effetto indotto di crescita della spesa privata.

Secondo, la produttività delle aziende aumenta perché attualmente la loro capacità è sottoutilizzata. L’incremento di produzione non richiede un incremento dei costi fissi, fino al momento in cui non si torna a un normale livello di utilizzo della capacità produttiva. Aumenta quindi la produttività sia del lavoro che delle strutture fisiche.

Terzo, ripartono gli investimenti aziendali con il riavvicinarsi alla normalità dell’utilizzo della capacità produttiva. Maggior domanda significa più utili per le aziende, quindi più soldi da investire, e maggior incentivo ad espandere il potenziale produttivo. Questo non avviene immediatamente, ma gradualmente, a ritmi sempre più rapidi, via via che il sistema economico si riporta verso il pieno utilizzo delle proprie risorse produttive.

Quarto, si riavvia anche il credito privato, in quanto aziende e lavoratori migliorano i loro redditi e le banche sono quindi maggiormente incentivate a finanziare investimenti produttivi, acquisti immobiliari eccetera. Mentre in condizioni di domanda depressa il credito non solo si fa fatica a concederlo, ma c’è anche scarso desiderio di richiederlo. Chi non ha redditi tende, ovviamente,  a non pianificare investimenti.

Quinto, la ripartenza degli investimenti produce un rinnovo tecnologico della capacità produttiva. Il nuovo macchinario oltre ad ampliare la capacità fisica del vecchio è, naturalmente, più efficiente e più produttivo.

Tutti questi fattori del resto li abbiamo visti all’opera – ma sciaguratamente nella direzione contraria – durante la fase di contrazione dell’economia italiana prodotta, tra metà 2011 e inizio 2014, dalle catastrofiche politiche di “aggiustamento” prescritte dalla UE. Tredici trimestri consecutivi di calo del PIL reale (che già partiva da una situazione convalescente perché non si erano certo ancora esauriti gli effetti della crisi Lehman, di cui giusto in questi giorni ricorre il decennale).

Abbiamo avuto, in quel periodo, tutti gli effetti sopra descritti – ma in senso inverso. Contrazioni di spesa pubblica e di trasferimenti, e aumenti di tasse, hanno abbattuto il PIL, sia direttamente che a seguito del calo successivamente indotto nella spesa. Le aziende hanno contratto gli investimenti, e le banche il credito. E la produttività delle aziende ne ha pesantemente risentito.

E tutto questo ha “risanato la finanza pubblica” ? il rapporto debito / PIL è salito dal 116% al 129%, “grazie” al crollo del denominatore...

I Cottarelli, i Galli, i Gros, hanno plaudito alle azioni di politica economica attuate in quel periodo appunto perché sono partiti dal presupposto che le azioni di politica economica (azioni restrittive, in quel caso) avessero effetti limitati al periodo in cui venivano effettuate. Quindi si sarebbe dovuta ottenere una riduzione del deficit a fronte sì di un calo del PIL, ma solo nel periodo in cui veniva effettuato l’”aggiustamento”.

Le loro ipotesi di lavoro erano totalmente errate. E oggi, però, ripropongono lo stesso schema di analisi. Il consolidamento fiscale, dicevano allora, avrebbe avuto modesti e temporanei effetti di contrazione dell’economia reale. L’espansione fiscale, dicono oggi, produrrebbe al massimo un temporaneo innalzamento del PIL, ma nessun impatto sulla crescita a medio e lungo termine.

Si sono tragicamente sbagliati allora, e per l’Italia le conseguenze sono state un paio di milioni in più di persone in povertà assoluta e qualche decina di migliaia di aziende fallite.

Continuano a sbagliarsi, completamente, oggi. Per fortuna la popolazione e l’elettorato italiano hanno, adesso, le idee molto più chiare in merito a questi argomenti.


mercoledì 12 settembre 2018

Deficit spending, crescita e il ministro Tria


Un giudizio più compiuto sul Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sarò in grado di fornirlo tra poche settimane, dopo la presentazione della proposta di legge di bilancio 2019.

Nel frattempo comunque mi sento di dire che ne ammiro molto la sottigliezza delle dichiarazioni e delle argomentazioni: eccellenti esercizi di equilibrismo dialettico.

Una dote certamente utile in questa fase, in cui Tria si propone di contenere i fenomeni speculativi sul mercato del debito pubblico italiano (e quindi il famigerato spread: con ottimi risultati, in questi ultimi giorni).

Ma senza, nello stesso tempo, smentire che il programma economico del governo M5S – Lega (meno tasse, sostegno alle fase sociali disagiate, rilancio della domanda e della crescita) sia realizzabile. Sia pure – ma questo personalmente lo ritenevo evidente fin dall’inizio – diluendo gli interventi nell’arco di alcuni anni, in un orizzonte di legislatura quindi.

Un esempio è una frase pronunciata in pubblico pochi giorni fa: “la carenza di crescita non si risolve con il deficit spending”.

Frase interpretata da qualcuno come indicativa del fatto che Tria non creda alla valenza di immettere nell’economia più potere d’acquisto, tramite più spesa pubblica, più trasferimenti, o minori tasse.

E dagli operatori di mercato finanziario come un’indicazione che non ci si lancerà in programmi di spesa “folli e incontrollati” (cosa che ovviamente, in realtà, non aveva mai proposto nessuno: ma non guasta chiarire il fraintendimento una volta di più piuttosto che una di meno).

Chiarire l'equivoco è semplice. Il deficit spending, o più esattamente, appunto, l'incremento del potere d'acquisto immesso nell'economia, non incrementa, di per sé e direttamente, il tasso di crescita potenziale dell'economia.

Ma svolge un’altra, fondamentale, funzione: riduce l’output gap, cioè il minor livello di produzione rispetto alle capacità del sistema economico, nel momento in cui questa minore produzione è dovuta a una pesantissima e conclamata carenza di domanda.

Detto in soldoni: se l’automobile sta viaggiando a 80 kmh mentre ha una velocità di crociera ottimale di 130, il deficit spending (nel senso sopra definito) non la porta (la velocità di crociera) a 150. Ma equivale a schiacciare l’acceleratore, salendo appunto da 80 a 130.

E per l’automobile / sistema economico, raggiungere la velocità di crociera significa sfruttare al meglio le risorse produttive e abbattere la disoccupazione.

Sul potenziale di crescita, peraltro, raggiungere e mantenere la velocità di crociera ha tutta una serie di benefici indiretti, non istantanei ma evidenti già a breve-medio termine. Tornare a un livello ottimale di occupazione migliora enormemente anche la redditività e la produttività delle aziende e dà loro le risorse, nonché l’incentivo, a innovare, a fare ricerca, e a investire.

Quindi la carenza di crescita non si risolve – direttamente – con il deficit spending. Ma la disoccupazione e il sottoutilizzo di capacità delle aziende sì.

E l’innalzamento del potenziale produttivo del paese viene di conseguenza.


lunedì 10 settembre 2018

I disallineamenti di interessi che la Moneta Fiscale risolve


A ulteriore chiarimento dell'ultimo post ed elaborando alcuni commenti di Biagio Bossone, va sottolineato che il progetto Moneta Fiscale / CCF risolve due fondamentali disallineamenti d’interessi: quello tra l’Italia e i mercati finanziari, nonché quello tra l’Italia e la UE.

Il progetto MF / CCF consente infatti di rilanciare la crescita italiana e nello stesso tempo di bloccare definitivamente l’incremento del Maastricht Debt: il debito su cui il paese emittente può essere forzato al default, in quanto è denominato in una moneta emessa da terzi.

Incrementare il Maastricht Debt aumenta la dipendenza dai mercati finanziari, e i rischi connessi. Questo pone gli interessi italiani in contrapposizione rispetto a quelli dei mercati.

D’altra parte, il Maastricht Debt italiano è sostenibile solo a condizione di ridurlo, in modo graduale ma continuo, rispetto al PIL. Se questo non avviene il rischio di default, o di rottura dell’Eurozona, è sempre presente. Ed entrambe queste possibilità sono altamente rischiose, oltre che per i mercati, anche e soprattutto per la UE.

La UE insiste quindi sul contenimento del Maastricht Debt, ma se questo ha come conseguenza (come è accaduto, pesantissimamente, nel 2011-2013) la compressione del PIL, il rapporto aumenta invece di diminuire.

Occorre quindi uno strumento di espansione della domanda, della produzione e dell’occupazione che agisca senza incrementare il Maastricht Debt. Identificare e utilizzare questo strumento è indispensabile per l’Italia, ma è anche una via estremamente appropriata per ridurre i fattori di instabilità che continuano a caratterizzare l’Eurozona.

Il progetto MF / CCF ha le caratteristiche necessarie per raggiungere questo obiettivo.


venerdì 7 settembre 2018

Moneta Fiscale: più che una terza via, una strada obbligata


Un recente articolo di Giorgio La Malfa sintetizza il dilemma in cui si trovano attualmente molti sinceri europeisti. Nelle sue parole:

“La moneta unica, così come è stata pensata, è stata uno sbaglio perché essa richiede e richiederebbe una solidarietà sostanziale tra i paesi che ne fanno parte che non vi potrà essere… Se si vuole creare una terza posizione che si frapponga tra i due opposti estremismi di chi non vuole andare avanti e di chi vuole andare indietro bisogna dire con chiarezza che si prende atto che l’Unione Monetaria va ripensata dalle fondamenta poiché i paesi membri dell’Unione Monetaria hanno visioni radicalmente opposte di quello che significa un passo in avanti… Bisogna fare in modo di tranquillizzare i tedeschi che non saranno chiamati a pagare i debiti ma nello stesso tempo bisogna consentire che un paese possa fare una politica di sostegno della crescita e dell’occupazione senza passare per dei vincoli europei senza contropartite… Bisogna studiare il modo, in contropartita di minori impegni di solidarietà, di concedere una maggiore possibilità per i singoli paesi di fare politiche economiche indipendenti”.

La Moneta Fiscale è stata concepita esattamente per risolvere questo dilemma.

Un punto chiave di qualsiasi riflessione in merito è che non esiste il consenso politico necessario affinché la Banca Centrale Europea garantisca incondizionatamente i debiti pubblici degli stati dell’Eurozona. La garanzia introdotta dall'OMT è vincolata all’attuazione di politiche da definire caso per caso, ma comunque basate su principi che portano a compressioni della domanda, dell’attività economica e dell’occupazione. Non è su queste basi che l’Eurosistema può raggiungere condizioni di efficienza e di sostenibilità.

La logica della Moneta Fiscale – da attuarsi ad esempio nella forma (operativamente di semplice e rapida attuazione) dei Certificati di Credito Fiscale – si riassume come segue.

Il debito pubblico che deve essere collocato e rifinanziato, e rispetto al quale l’andamento dei mercati può forzare l’emittente al default (quello che è regolamentato con precisione dai trattati di governo dell’Eurosistema, e che per questo motivo viene denominato “Maastricht Debt”) smette definitivamente di incrementarsi. L’Italia definisce un livello soglia corrispondente per esempio all’attuale – circa 2.350 miliardi di euro – e non lo incrementa più, neanche di un centesimo.

Tutte le politiche macroeconomiche necessarie ad incrementare la domanda interna, migliorare la competitività delle aziende (per esempio riducendo gli oneri fiscali e contributivi a loro carico), nonché a ripristinare il pieno impiego, vengono attuate emettendo CCF.

Il CCF è un titolo accettato dallo Stato emittente, a partire da una data futura prestabilita (la proposta è due anni dopo l’emissione) per ridurre pagamenti altrimenti dovuti nei suoi confronti. Ma non sussiste alcun obbligo di rimborsarlo in cash. E il CCF non rientra nel Maastricht Debt.

Non potrà quindi mai accadere che lo Stato emittente sia forzato a dichiarare default su un CCF. Potrà al massimo accadere che l’emittente ne emetta una quantità eccessiva, rendendo in pratica problematico utilizzare tutti i CCF in possesso del pubblico nel momento in cui giungono a maturazione. Si allungherebbero quindi i tempi di utilizzo, il che svilirebbe il valore del titolo.

Ma questo rischio è in pratica remoto, perché i CCF non supererebbero mai, anche in scenari pessimistici, una modesta frazione degli incassi pubblici lordi a fronte dei quali sono utilizzabili.

E i titolari del debito pubblico italiano constaterebbero che il Maastricht Debt del paese cessa completamente di incrementarsi e diminuisce costantemente in proporzione al PIL, via via che la crescita dell’economia e un minimo di inflazione innalzano il PIL reale e (ancora di più) il PIL nominale.

Più che una terza via, questo percorso mi appare una strada obbligata per mettere l’Eurosistema in condizioni di funzionalità e sostenibilità.


mercoledì 5 settembre 2018

A volte mi sembra così banale...


L’Eurosistema ha dei difetti strutturali gravissimi.

Ma possono essere risolti, anche senza rompere l’euro:

Se al suo fianco si introduce uno strumento finanziario

che costituisce una riserva di valore

che può essere anche utilizzato come intermediario di scambio

e che non rientra nel debito pubblico ai sensi dei trattati e delle regolamentazioni dell’Eurozona.

Se questo strumento viene emesso dallo Stato nella misura necessaria per effettuare le necessarie politiche macroeconomiche: espansione della domanda interna e miglioramento di competitività delle aziende (ad esempio, riducendo il cuneo fiscale effettivo).

E se il Maastricht Debt, il debito che deve essere finanziato sui mercati perché soggetto a rimborso in una moneta (l’euro) che lo Stato italiano non emette, cessa di aumentare in valore assoluto e si riduce rapidamente in percentuale del PIL – via via che il PIL cresce.

Lo strumento necessario è stato definito in tutte le sue caratteristiche fondamentali, ed è la Moneta Fiscale, nella forma dei Certificati di Credito Fiscale.


lunedì 3 settembre 2018

Una legge di bilancio "tre volte tre"


La prima proposta di legge di bilancio del 2019 sarà presentata entro poche settimane. Secondo alcuni commentatori, il rischio da evitare è quello dell’apertura di una procedura di infrazione da parte della commissione UE, se la previsione di rapporto deficit / PIL non sarà in calo rispetto al 2018 (anno per il quale l’obiettivo era l’1,6%, ma probabilmente a consuntivo sarà un po’ più alto).

Il problema è veramente quello ? la commissione UE, la procedura d’infrazione ? non ne sono convinto. Spagna e Francia sono stati in procedura d’infrazione per quasi dieci anni, ma su spread e tassi del loro debito pubblico la cosa è risultata del tutto irrilevante.

Il problema (visto che ci troviamo nella sciagurata situazione di aver convertito il nostro debito pubblico in un moneta che il nostro paese non emette) è l’atteggiamento dei mercati. La domanda da porsi è quindi un’altra: che cosa effettivamente si aspettano, o che cosa temono, i mercati finanziari.

Per i mercati i punti chiave non sono gli obiettivi di riduzione deficit previsti dal Fiscal Compact (che è da sempre ampiamente disatteso, e alla cui possibilità di realizzazione non ha mai creduto nessuno).

Per i mercati i punti chiave sono:

UNO, rispettare il limite originario del 3% per il rapporto deficit / PIL: limite che il Fiscal Compact sulla carta ha fatto decadere, ma tutti (data, appunto, l’irrealizzabilità del Fiscal Compact nell’ambito dell’attuale Eurosistema) hanno tuttora in mente. Anche perché le dichiarazioni degli esponenti dei partiti di maggioranza e del governo continuano a ruotare intorno a questo punto: rispettare o non rispettare il 3%.

DUE, vedere l’economia italiana che torna, finalmente, a crescere con vigore.

TRE, constatare che si riduce non il rapporto deficit / PIL, ma il rapporto debito / PIL.

Ora, come si argomentava qui, è assolutamente plausibile per l’Italia conseguire una crescita reale del 3% senza superare il rapporto del 3% per il deficit / PIL.

Anzi è possibile starne al di sotto se verranno almeno in parte attuate una o più delle seguenti proposte: sblocco di investimenti pubblici già conteggiati nei deficit degli anni scorsi ma non messi in atto, come propone il Ministro Tria; accelerazione degli investimenti da parte delle società partecipate dallo Stato (ENI, ENEL, Leonardo, Terna, Fincantieri ecc.) come propone il Ministro Savona; e attuazione anche solo parziale del progetto Moneta Fiscale.

Mantenendo comunque le ipotesi di crescita reale al 3%, crescita nominale al 4,5% (che richiede una modesta accelerazione dell’inflazione, più che plausibile se la crescita si incrementa) e deficit / PIL al 3%, che cosa accade al debito / PIL ?

A fine 2018 il rapporto sarà pari al 132% circa.

A fine 2019, il PIL passerebbe (fatto pari a 100 il dato 2018) a 104,5 (100 più 4,5), e il debito a 135 (132 più 3).

Il rapporto diventa quindi, in questa ipotesi, 135 / 104,5 = 129% circa.

Sarebbe una legge di bilancio “tre volte tre”: 3% di deficit, 3% di crescita reale, e tre punti in meno di rapporto debito / PIL.

Una legge di bilancio con queste (plausibili) previsioni non ci creerebbe nessun problema con i mercati. Anzi, applausi a scena aperta.


domenica 26 agosto 2018

Alleanze nell'Eurozona: perchè sono scettico


Mia figlia ha appena terminato il primo anno di liceo, ed una ragazza molto motivata e scrupolosa nello studio (sicuramente più di quanto lo fossi io alla sua età…).

Qualche mese fa ho quindi passato diverse serate a fare da “cassa di risonanza” dei suoi ripassi in vista delle interrogazioni di fine anno.

Una in particolare, a cui teneva molto, riguardava la storia romana del periodo monarchico e repubblicano (fino alle Guerre Puniche).

Lei esponeva, io ero incaricato di fare domande… infinite ripetizioni, alla fine anche le gatte di casa sapevano tutto delle guerre tarantine e dell’assedio di Sagunto.

Una cosa che mi ha colpito – una quarantina d’anni fa l’avevano raccontata anche a me, immagino, ma nel frattempo me l’ero abbondantemente scordata – è la descrizione della strategia politica romana nel periodo in cui Roma era ancora una città-stato, in posizione di predominio rispetto ai suoi “confederati” (che però non erano ancora stati trasformati in province).

La strategia aveva come punto essenziale, molto semplicemente, quello di trattare abbastanza bene qualcuno, e molto male qualcun altro.

E’ il ben noto principio del divide et impera. Differenziando i trattamenti, eviti che i tuoi “confederati” (nella sostanza, in effetti, tuoi subordinati) si alleino ai tuoi danni.

La posizione della UE nei confronti degli Stati europei, nel corso dell’eurocrisi, ha seguito lo stesso principio. Si spiega così, ad esempio, la rigidità applicata ad alcuni paesi (Italia, Grecia) e niente affatto ad altri (Francia, Spagna) riguardo ai limiti di deficit pubblico.

Per questo sono scettico quando si parla di alleanze con altri paesi dell’Eurozona che l’Italia dovrebbe costruire per spingere alla revisione delle regole di funzionamento.

Le alleanze non si formano, e la ragione è che il divide et impera continua a essere applicato. Gli spagnoli (per esempio), trattati meglio degli italiani, eviteranno di entrare in un fronte comune di opposizione.

L’Italia deve contare su sé stessa. La sua dimensione politica ed economica gli dà tutto il peso necessario. I punti chiave sono non sono le alleanze all’interno dell’Eurozona, ma altri due.

Un sufficiente livello di coesione interna, che nasce dalla determinazione a dare priorità agli interessi generali del paese.

E la capacità di disegnare un percorso di revisione efficace e non deflagrante dei meccanismi di funzionamento dell’Eurozona. Qui entra in gioco la validità tecnica di proposte come la Moneta Fiscale.

Quanto alle alleanze esterne, l’unica sponda che potrebbe essere decisiva nello spostare gli equilibri è quella USA (pura fantasia è che possano giocare un qualche ruolo Cina e Russia).

Alcune voci al riguardo sono uscite di recente, ma non ho nessuna idea in merito alla loro affidabilità. In ogni caso, non serve che gli USA “comprino debito italiano”. Molto più plausibile e utile sarebbe che esprimessero una valutazione positiva – è sufficiente a parole – in merito alla capacità della Moneta Fiscale / CCF di produrre la soluzione della crisi senza alcuna destabilizzazione nè deflagrazione.


martedì 21 agosto 2018

Investimenti pubblici, ma non solo


Le più recenti dichiarazioni di vari esponenti del governo confermano l’intenzione di puntare su un rafforzamento degli investimenti pubblici per ottenere un rilevante effetto espansivo e portare la crescita economica 2019 almeno al 2%.

Lo si era già detto qui: è il livello minimo perché si possa affermare che è stata ottenuta una significativa discontinuità rispetto al recente passato. Per inciso, basterebbe un'applicazione anche solo parziale del progetto CCF per arrivare senza problemi al 3%.

Anche in assenza di CCF, ad ogni modo, alcune leve di azione possibili sono state indicate dal Ministro Tria, che ha citato 118 miliardi di investimenti già approvati in passato, che sono già stati computati nei deficit pubblici degli anni scorsi, ma che non sono stati attuati per problemi operativi e legali (ad esempio le normative – da rivedere – che costringono gli enti pubblici territoriali, quali comuni e regioni, a investire solo l’avanzo di cassa dell’anno, quando spesso hanno liquidità accumulata negli anni precedenti).

Basta sbloccare solo una parte minore di quegli importi per ottenere un effetto significativo sulla crescita reale del PIL.

Il Ministro Savona ha da parte sua indicato che varie società partecipate dallo Stato – Terna, Leonardo, ENI, ENEL – hanno importanti programmi di investimenti, che daranno un ulteriore contributo se arriveranno a livelli superiori a quelli del 2018 – e, va ricordato, se verranno attuati utilizzando strutture organizzative e fornitori localizzati in Italia.

La terribile sciagura del Ponte Morandi di Genova rafforza senz’altro la sensibilità della pubblica opinione a favore dell’urgenza di investire su infrastrutture, manutenzione e sicurezza. Anche rivedendo e ripensando il sistema delle concessioni di pubblici servizi e imponendo (de minimis) ai concessionari vincoli molto più stringenti degli attuali.

Due annotazioni, però. Benissimo rilanciare gli investimenti pubblici (nel senso più ampio del termine, quindi incluse le partecipate statali e i concessionari). Ce n’è la necessità, anzi l’urgenza, e per incrementare lo sviluppo del PIL sono molto efficaci. Non dimentichiamo però che, presa la decisione politica, vanno anche valutati i vincoli operativi. Spesso non è banale, sul piano strettamente pratico ed esecutivo, avviare un investimento anche quando ce ne sono mezzi e volontà.

In secondo luogo: l’opinione pubblica si sta, un po’ alla volta, liberando da dicotomie errate – deficit brutto / pareggio di bilancio bello; pubblico brutto / privato bello. Ma attenzione a non ricadere in una nuova contrapposizione, altrettanto errata: spesa corrente brutta / investimento bello. Contrapposizione che sento menzionare (come fosse una verità evidente) un po’ troppo spesso negli ultimi tempi.

La spesa pubblica corrente non ha nulla che la debba far considerare negativa a priori. Anzi: spesa pubblica corrente è anche quella necessaria a dotare delle strutture adeguate (personale e organizzazione) la sanità, le scuole, la pubblica sicurezza, i vigili del fuoco, la tutela del territorio e molte altre cose.

Se oggi risulta più facile far ripartire la crescita facendo leva sugli investimenti, benissimo. Ma il più rapidamente possibile, vanno creati i presupposti per irrobustire, invertendo le demenziali politiche di tagli che ci affliggono da molti anni, anche la spesa pubblica corrente nei molti settori in cui il paese ne ha grandissimo bisogno.


lunedì 13 agosto 2018

Turchia


Molti commentatori economici “antisovranisti” stanno utilizzando la crisi turca per contrastare la tesi secondo la quale è (di gran lunga) preferibile emettere e gestire la propria moneta nazionale.

La Turchia sta attraversando forti tensioni finanziarie e la lira turca si sta rapidamente svalutando. Meglio quindi essere nell’Eurosistema, “che ci protegge da questo tipo di problemi" ?

No, proprio per niente. I problemi della Turchia nascono da un eccesso di indebitamento in valuta estera, contratto durante i recenti anni di forte crescita economica, domanda interna effervescente e alti deficit commerciali.

Questi eccessi sono la prova delle difficoltà che possono nascere dalla libera e deregolamentata circolazione di capitali: uno dei principi basilari dell’Eurosistema, in effetti.

Indebitarsi in moneta estera è certamente un rischio. Usare l’euro al posto della propria moneta nazionale lo evita ? al contrario. Se si usa l’euro e si cessa di emettere la propria moneta, TUTTI i debiti – pubblici e privati – diventano debiti in moneta estera.

E infatti la crisi dei PIGS, nell’ambito dell’Eurosistema, si è venuta a creare nel 2009-2012 a causa di un eccesso di indebitamento estero, soprattutto privato, contratto per finanziare deficit commerciali (nel caso di Spagna, Portogallo e Grecia) o a causa di movimenti finanziari speculativi (Irlanda) o di bolle immobiliari (Spagna e Irlanda). Problemi in larga misura analoghi a quelli attuali della Turchia.

Tra l’altro la Turchia ha un rapporto debito pubblico / PIL molto basso (40% circa), su livelli simili a quelli di Spagna e Irlanda all’inizio della crisi: prova che i “conti pubblici in ordine” non evitano l’instabilità finanziaria.

Se c’è una cosa che la crisi turca, una volta di più, dimostra è che i mercati sono spesso inaffidabili nella loro valutazione di breve-medio termine riguardo all’affidabilità di un paese. E che è quindi potenzialmente catastrofico infilarsi in una situazione dove i mercati diventano il giudice supremo della “credibilità” dei paesi stessi – come è invece costretto a fare chi (i paesi dell’Eurozona) raccoglie debito (in particolare debito PUBBLICO) denominato in una moneta che non emette.

Che cosa avrebbe dovuto fare di diverso, la Turchia ? gestire il suo sviluppo economico con maggiore attenzione ai saldi commerciali esteri e regolare gli afflussi di capitale in valuta, limitando in particolare quelli che non davano solide garanzie di essere utilizzati per espandere produzione locale, in parte destinabile alle esportazioni.

Sento dire: i finanziamenti non sarebbero arrivati se non in valuta estera, perché della lira turca non ci si fidava. Probabile, o quantomeno non nella stessa misura. Questa però è un ulteriore prova della scarsa capacità di valutazione dei “mercati”: non gli va bene prendersi un rischio di svalutazione e però invece accettano un rischio di default… (o magari contano sul fatto che arriverà a tempo debito un Fondo Monetario Internazionale o una Troika a limitargli i danni e a far pagare il conto alle popolazioni locali…).

Ma comunque, con meno finanziamenti esteri in valuta sarebbero arrivati quelli meglio in grado di rientrare grazie a flussi di export futuri, e meno di quelli a sostegno dei consumi o della speculazione immobiliare. Crescita meno rapida, quindi, ma più equilibrata.

Che cosa può fare la Turchia, adesso ? come argomenta Krugman qui, prendere esempio da chi nel recente passato ha avuto problemi analoghi ed è stato in grado di uscirne: la Malesia nel 1998, l’Islanda nel 2009, l’Argentina nei primi anni dopo la crisi del 2001.

Nelle parole di Krugman, per un periodo transitorio “interrompere l’esplosione del rapporto d’indebitamento con una qualche combinazione di controlli temporanei sui capitali, per creare un coprifuoco sulle fuoriuscite “da panico”, ed eventualmente ripudiare una parte del debito in valuta estera”.

Tutte cose che un paese appartenente all’Eurosistema, ovviamente, non ha l’autonomia di mettere in atto.

La sovranità monetaria non evita QUALSIASI problema. Questa ovviamente non è la tesi. E’ sempre possibile, anche avendo la propria moneta, cedere alle lusinghe di chi, nelle fasi di euforia, offre credito facile in moneta estera. Ma i problemi attuali della Turchia non sarebbero stati evitati affatto usando l’euro. Al contrario, sarebbero scoppiati molti anni fa, come nel caso dei PIGS, e sarebbero poi stati ancora più difficili da risolvere.

La sovranità monetaria non evita e non risolve qualsiasi problema, ma fornisce delle leve di azione che avrebbero evitato all’Italia i problemi attuali, e gli darebbero gli strumenti per risolverli oggi.

Mantenendo il suo debito pubblico in lire, l’Italia non avrebbe avuto, nel 2011, alcuna crisi dello spread. E oggi potrebbe tranquillamente immettere nell’economia il potere d’acquisto necessario a rilanciare la domanda interna, nonché migliorare la propria competitività senza passare da lunghi e dolorosi processi di deflazione salariale.

L’Italia, al contrario della Turchia e degli altri PIGS, non ha mai avuto alti deficit commerciali né una posizione finanziaria netta sull’estero (“NIIP”) fortemente passiva. Nel 2017 in realtà i saldi commerciali esteri sono stati in surplus per oltre 50 miliardi. La NIIP è oggi negativa ma solo per l’8% del PIL circa.

L’Italia non ha bisogno di capitali esteri per tornare a crescere. Sono i vincoli dell’Eurosistema che generano, artificialmente, costrizioni il cui superamento è indispensabile per uscire, finalmente, dalla depressione economica.


mercoledì 8 agosto 2018

Come arrivare al 3% di crescita


L’ultimo aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, elaborato a cura dell’allora ministro Padoan nell’aprile scorso, riportava un’ipotesi 2019 “tendenziale” (cioè a legislazione invariata) di crescita del PIL reale dell’1,4%, e di deficit / PIL dello 0,8%.

Nel frattempo però la congiuntura europea si è raffreddata e tutte le principali economie del continente sono in rallentamento. Vedremo le nuove previsioni del Ministero dell’Economia a settembre-ottobre, ma proprio oggi alcune dichiarazioni del Ministro Tria citavano (sempre a legislazione invariata) una crescita 2019 all’1% e un deficit dell’1,2%.

Claudio Borghi pochi giorni fa scriveva su Twitter che, in assenza di vincoli dovuti alle interlocuzioni con la UE e alle turbolenze dei mercati finanziari, punterebbe a un deficit / PIL del 3%.

Supponiamo che si convenga, alla fine, di approvare una legge di bilancio 2019 che preveda un impulso fiscale (maggiori spese e/o minori tasse) positivo per un punto di PIL, corrispondente a circa 18 miliardi.

Stimando (prudenzialmente) un moltiplicatore fiscale di 1x, l’accelerazione della crescita sarebbe anch’essa dell’1%. Quasi metà dell'impulso fiscale verrebbe recuperato (ai fini del deficit pubblico) mediante maggiori incassi della pubblica amministrazione (visto che la pressione fiscale complessiva è, in Italia, di poco inferiore al 50%). Diciamo uno 0,4%. Il deficit / PIL aumenterebbe quindi dello 0,6%.

Avremmo quindi una crescita del 2% con un deficit dell’1,8%.

Come ottenere un maggior impulso fiscale, come (giustamente) desidera Borghi, e di conseguenza una crescita significativamente superiore ?

Introducendo nell’economia Moneta Fiscale (CCF o Minibot – ma nella misura in cui si trattasse di Minibot, emessi fiat con valenza espansiva, non a compensazione di crediti già esistenti: altrimenti l’effetto sulla crescita del PIL è molto più basso dell’importo facciale, come si spiegava qui) per un ulteriore punto di PIL: altri 18 miliardi.

Una parte dell’azione espansiva può essere destinata a ridurre il cuneo fiscale a beneficio delle imprese. Questo ridurrebbe il costo del lavoro lordo (senza però penalizzare i redditi netti dei lavoratori) ed eviterebbe che l’accelerazione dell’economia peggiori i saldi commerciali esteri.

La Moneta Fiscale non è debito pubblico. Avremmo un punto di ulteriore maggior crescita del PIL e un calo dello 0,4% nel deficit / PIL, dovuto al maggior gettito prodotto dall’incremento del PIL.

La crescita del PIL reale 2019 sarebbe quindi pari al 3%, e il deficit / PIL si assesterebbe all’1,4%.

Un 2019 così sarebbe un vero punto di svolta per l’economia italiana.

Si potrebbe fare ancora meglio (dal punto di vista del deficit) utilizzando Moneta Fiscale per l’intero importo (e non solo per una parte) della manovra espansiva totale.

Questo risultato però, dal punto di vista politico, è probabilmente più difficile da ottenere, in quanto la Moneta Fiscale è uno strumento innovativo, il che potrebbe (per motivi più psicologici che razionali) indurre – almeno per il primo anno – a non utilizzarla nella misura massima possibile.

In ogni caso, a costo di ripetere cose ovvie, mi preme ribadire che la legge di bilancio 2019 è un passaggio assolutamente chiave per il successo del governo in carica. Occorre ottenere una decisa accelerazione della crescita economica, e quindi l’avvio di una vera ripresa occupazionale.

Una crescita del 3% del PIL reale per il 2019 può sembrare ambiziosa, ma è invece fattibilissima. Raggiungerla, o quantomeno arrivarci molto vicini, uscendo dal tunnel degli zero virgola e degli uno virgola, è, per il governo in carica, la linea di demarcazione tra il successo e l’insuccesso.


lunedì 6 agosto 2018

CCF: eppure non è complicato


se si studia la proposta con attenzione:

Introdurre i Certificati di Credito Fiscale (CCF).

Utilizzarli per rilanciare la domanda interna e migliorare la competitività delle imprese.

Privilegiare investimenti pubblici, rilancio del pubblico impiego, sostegno alle fasce sociali deboli, riduzione del cuneo fiscale a beneficio delle imprese.

Proseguire fino a che si riassorbe tutta la disoccupazione e la sottoccupazione prodotta dalla crisi (se non si va oltre, non si innesca inflazione eccessiva).

La riduzione del cuneo fiscale massimizza l’impatto dell’azione espansiva perché evita peggioramenti nei saldi commerciali esteri.

Bloccare una volta per tutte l’incremento del debito pubblico da rimborsare in euro (il debito vero, il Maastricht Debt).

I CCF possono essere introdotti in congiunzione con un sistema di clausole di salvaguardia che evita qualsiasi possibile obiezione in merito all’assenza di coperture.

L’ammontare dei CCF utilizzabili per sconti fiscali resterà sempre e comunque una modesta frazione degli incassi lordi del settore pubblico.

CCF possono anche essere emessi per rifinanziare debito pubblico via via che giunge a scadenza, riducendo progressivamente le passività su cui lo Stato può essere forzato al default.

Non c’è violazione di alcun trattato o regolamento UE.

Non c’è nessuna richiesta di risorse finanziarie supplementari al mercato dei capitali.

La presenza dell’Italia nell’Eurosistema sotto queste condizioni è stabile e sostenibile.


martedì 24 luglio 2018

Flat Tax, anzi Dual Tax: mie perplessità


Naturalmente sono del tutto favorevole, anzi le ritengo totalmente indispensabili, a politiche espansive già in sede della prossima legge di bilancio, sia sotto forma di maggiori spese, che di minori tasse.

Ma sulla Flat Tax ho più di una perplessità.

Per prima cosa, non mi tornano i numeri. Per la verità, la Flat Tax inclusa del contratto di governo M5S – Lega non è flat, nel senso che non prevede un’unica aliquota IRPEF, ma due: il 15% fino a 80.000 euro di imponibile annuo, e il 20% oltre. In tal modo la si è resa leggermente più progressiva (come da richesta M5S). In effetti non è più una Flat Tax ma una Dual Tax.

Ciò premesso, cerchiamo di stimare gli effetti sul gettito IRPEF che potrebbero derivare dall’applicazione di queste aliquote. La stima ha inevitabilmente delle approssimazioni, perché l’idea è anche di semplificare l’attuale sistema di detrazioni, sostituendolo con uno basato sulle dimensioni del nucleo famigliare (e favorevole ai redditi bassi). E una determinazione precisa delle differenze tra vecchio e nuovo sistema di detrazioni richiede più dati di quanti il MEF (Ministero dell’Economia) ne metta pubblicamente a disposizione.

All’incirca, comunque, avremo una situazione dove l’aliquota effettiva partirà da zero, arriverà vicina al 15% (senza però raggiungerlo) per i redditi dello scaglione che tocca, appunto, gli 80.000 euro, e crescerà poi fino a portarsi vicino al 20% per i redditi più alti.

Analizzando i dati più recenti disponibili, forniti dal MEF e relativi all’anno fiscale 2016, si nota che lo scaglione 50.000 – 80.000 euro paga un’aliquota media del 27,9%, mentre il più alto (da 300.000 euro in su) del 39,5%.

Se dimezziamo esattamente l’aliquota media per tutti i livelli di reddito, si ottiene che lo scaglione 50.000 – 80.000 pagherebbe il 14%, e lo scaglione oltre 300.000, invece, il 19,7%. Che è appunto grosso modo quanto ci si aspetterebbe dall’applicazione della Dual Tax 15% - 20%, come spiegato sopra.

Una simulazione che preveda come effetto finale, sic et simpliciter, il dimezzamento delle aliquote medie appare quindi plausibile. E dà i seguenti risultati.


Segmenti di reddito

Reddito al netto cedolare secca


Imposta netta

Imposta

Ipotesi con dual tax

Minimo
Massimo
Numero
Totale mld
Media
Numero
Totale mld
Media
netta %
%
Gettito mld
Riduzione
meno di
€ 10.000
11.958.413
54,2
€ 4.536
3.984.595
1,4
€ 353
2,6%
1,3%
0,7
0,7
€ 10.000
€ 20.000
11.579.457
173,2
€ 14.958
10.353.220
17,7
€ 1.712
10,2%
5,1%
8,9
8,9
€ 20.000
€ 26.000
6.369.284
144,0
€ 22.612
6.255.854
21,8
€ 3.477
15,1%
7,6%
10,9
10,9
€ 26.000
€ 35.000
5.305.994
156,6
€ 29.508
5.263.915
29,1
€ 5.519
18,6%
9,3%
14,5
14,5
€ 35.000
€ 50.000
2.786.853
111,1
€ 39.853
2.774.575
25,7
€ 9.265
23,1%
11,6%
12,9
12,9
€ 50.000
€ 80.000
1.372.900
82,8
€ 60.305
1.368.742
23,1
€ 16.878
27,9%
14,0%
11,6
11,6
€ 80.000
€ 100.000
331.173
28,6
€ 86.296
330.439
8,8
€ 26.754
30,9%
15,5%
4,4
4,4
€ 100.000
€ 150.000
281.268
32,5
€ 115.651
280.658
10,7
€ 38.294
33,0%
16,5%
5,4
5,4
€ 150.000
€ 200.000
82.972
13,8
€ 166.071
82.811
4,9
€ 58.778
35,3%
17,7%
2,4
2,4
€ 200.000
€ 300.000
51.296
11,9
€ 232.574
51.202
4,4
€ 86.026
36,9%
18,5%
2,2
2,2
€ 300.000
oltre
35.718
21,4
€ 598.932
35.677
8,4
€ 236.709
39,5%
19,7%
4,2
4,2
TOTALE

40.155.328
830,1
€ 20.672
30.781.688
156,0
€ 5.069
18,8%
9,4%
78,0
78,0


A parità di condizioni, quindi, si avrebbe un minor gettito di 78 miliardi. Questo sarebbe l’impulso fiscale prodotto dalla Dual Tax, ovvero il maggior potere d’acquisto immesso nell’economia per produrre maggiore spesa, produzione e occupazione.

La cifra è molto alta rispetto alle ipotesi di impulso fiscale complessivo implicite nel contratto di governo M5S – Lega, che si aggirano sui 100 miliardi. Se 78 vanno in riduzioni IRPEF, rimane poco per tutte le altre cose di cui si è parlato (misure di contrasto alla povertà e al disagio sociale, minori tasse alle imprese, rilancio degli investimenti pubblici).

Altra mia perplessità è che il maggiore effetto espansivo sul PIL si ottiene per azioni di spesa e investimenti pubblici, di riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese, e di sostegno ai redditi bassi. Ridurre le tasse alle fasce medio-alte e alte probabilmente si traduce in un beneficio modesto sulla spesa e sui consumi, perché si tratta di persone che non hanno dovuto, in questi anni di economia depressa, sacrificare un granché dei loro consumi.

Esaminando i dati, si nota che i redditi sotto i 20.000 euro (quelli, cioè, sotto la media nazionale) dei 78 miliardi di beneficio ne percepiscono solo 9,6. Il segmento 20.000 – 35.000 ottiene 25,4 miliardi. Altri 12,9 vanno al segmento 35.000 – 50.000, e 11,6 miliardi al 50.000 – 80.000.

I redditi oltre gli 80.000, quelli per cui scatta l’aliquota marginale del 20%, hanno un vantaggio di 18,6 miliardi, di cui 4,2 vanno alla fascia oltre i 300.000 euro. C’è da pensare che in questi ultimi casi la quota di impulso fiscale che si tradurrà in spesa e quindi in rilancio dell’economia sia modesta: molto inferiore alla propensione marginale al consumo stimata per l’intera economia nazionale (80%-90%).

Ci sono, comunque, quantomeno altri tre fattori da tenere in considerazione per farsi un’opinione sulla proposta Dual Tax.

In primo luogo, possono verificarsi fenomeni di emersione di redditi (alti) non dichiarati. Un certo numero di potenziali contribuenti mettono in atto azioni di elusione o evasione, a volte sicuramente illecite, altre di liceità incerta. Trasferimenti all’estero, creazioni di società di comodo, architetture societarie più o meno complesse.

L’idea è che queste azioni – che comportano costi (commercialisti e fiscalisti non lavorano gratis) e/o rischi (anche quando non è pura e semplice evasione fiscale, ci si muove comunque in aree grigie del diritto tributario) – in molti casi non verrebbero attuate se l’aliquota media da pagare, con dichiarazioni trasparenti e regolari in Italia, fosse inferiore al 20% invece che vicina al 40%.

Tutto questo è possibile, ma stimarne gli effetti è veramente un esercizio molto aleatorio. L’emersione di redditi oltre i 300.000 euro (il segmento in cui probabilmente ricadono quasi tutte queste potenziali situazioni) produrrà oltre 4 miliardi di maggiori imposte (compensando il minor gettito stimato per quel segmento, vedi la tabella sopra) ? Mi pare dubbio, e se anche accadesse saremmo ancora in pari. Avremmo recuperato quattro miliardi di gettito da evasione / elusione, a favore dei contribuenti (ad alto reddito) che erano regolari anche prima. Bene sul piano dell’equità, ma l’effetto macroeconomico in effetti è pressoché nullo.

Il secondo fattore da valutare è che almeno in parte il beneficio delle maggiori imposte verrebbe in effetti traslato dal lavoratore dipendente al datore del lavoro, migliorando la competitività aziendale. Ad esempio, un manager di alto livello con una retribuzione lorda di 500.000 euro ne percepisce 300.000 netti se l’aliquota media è il 40%. Se l’abbassiamo al 20%, l’azienda può assumerne uno che percepisce gli stessi 300.000, ma con un lordo di 375.000 (20% di 375.000 è 75.000 euro). Il netto è lo stesso di prima ma calano i costi aziendali, con vantaggi riguardo a competitività verso l’estero e saldi commerciali.

Anche questo è un fenomeno che in qualche misura si verificherà, ma è difficile da stimare. In ogni caso, io sono fortemente a favore dei provvedimenti che migliorano la competitività aziendale senza penalizzare (anzi) il reddito netto dei dipendenti (è sempre stato uno dei punti chiave del progetto CCF, infatti) ma mi lascia perplesso arrivarci per questa via indiretta, invece di abbassare direttamente il cuneo fiscale.

Infine, c’è la proposta di “pace fiscale”, che è inclusa nello schema di Flat Tax formulato da Armando Siri (senatore della Lega). Siri ammette che ci sarà un forte impatto iniziale sul gettito e che i benefici su domanda e produzione hanno bisogno di un po’ di tempo in più per concretizzarsi in pieno. L’idea quindi è di introdurre un provvedimento che (tra le altre cose) tamponerebbe questa discrasia iniziale.

La “pace fiscale” consisterebbe nel proporre, ai contribuenti che hanno una pendenza verso il fisco che non contestano, ma che non è stata saldata semplicemente per mancanza di mezzi finanziari, di azzerarla pagando una frazione del dovuto.

L’ammontare di queste pendenze, cumulato nell’arco di molti anni (oltre dieci) è una cifra enorme, dell’ordine di 1.000 miliardi. Se tutti questi soggetti accettassero la proposta, pagando un’aliquota per esempio del 5%, il gettito sarebbe di svariate decine di miliardi e compenserebbe gli effetti della Flat / Dual Tax nell’anno d’introduzione (effetti intesi come minori imposte pagate e non ancora pienamente compensati dal recupero dell’economia).

La proposta non mi dispiace in sé, anche perché sana tantissimi strascichi amministrativi e riduce il carico di lavoro futuro per gli uffici pubblici. Ma temo che pensare a incassi di decine di miliardi sia molto fantasioso. I 1.000 miliardi nascono da stratificazioni di fenomeni da ricondurre spesso a società liquidate da anni, a persone che magari non sono più neanche in vita, che non hanno comunque intenzione o possibilità di riprendere attività lavorative o imprenditoriali, che non hanno i mezzi per pagare nemmeno il 5% e che l’amministrazione finanziaria non è, in ogni caso, in grado di perseguire (e infatti non lo sta facendo).

La “pace fiscale” magari è una buona idea, ma sarei molto stupito se generasse decine di miliardi di incassi. Probabilmente “qualche” miliardo (2, 3, forse 5) è una stima molto più attendibile.

Conclusione. Sono altamente favorevole a una decisa azione di impulso fiscale sull’economia italiana, ma le linee di attuazione che preferisco sono altre: rilancio degli investimenti pubblici e anche della spesa corrente in settori come sanità, ordine pubblico, istruzione, protezione del territorio; riduzione del cuneo fiscale; sostegno ai redditi delle classi disagiate.

La Flat Tax, o Dual che sia, io nel contratto di governo non l’avrei messa. Siccome c’è – e la Lega ci tiene moltissimo – penso che verrà applicata. Ma su numeri molto ridimensionati, e con meccanismi che la renderanno ancora meno flat. Per esempio con una doppia aliquota molto più divaricata (non 15 – 20% ma per esempio 13% - 30%), o con una terza aliquota per i redditi più elevati.