martedì 11 dicembre 2018

Il disonore e la guerra


Andunedhel scrive oggi su Twitter: “Io mi domando cosa possa pensare lo spirito di Churchill nel vedere il primo ministro di Sua Maestà andare a Berlino, e poi a Bruxelles, con il cappellino in mano come un cazzabubbolo qualsiasi. Poi dice che la Brexit non ha senso”.

In realtà, tuttavia, quanto sta accadendo non è nulla di nuovo, men che meno per Churchill: che vide il suo predecessore Neville Chamberlain fare - mutatis mutandis - qualcosa di molto simile quando firmò il patto di Monaco.

Il commento del buon Winston ai tempi rimase celebre: “Avevano da scegliere tra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore, e avranno la guerra”.

Perlomeno Chamberlain ai tempi era motivato dalla sincera volontà di evitare un conflitto mondiale. Era un illuso, ma almeno non si può dubitare (almeno, io non ne vedo il motivo) della sincerità delle sue intenzioni.

Theresa May invece mi suscita più di un dubbio. Quali argomentazioni, e provenienti da chi, hanno potuto indurla a negoziare un accordo privo di qualsiasi senso per il suo paese – e che, prevedibilmente, il parlamento britannico ha rigettato ?

Qui non si tratta di evitare una guerra mondiale, ma semplicemente l’hard Brexit. Che a questo punto mi sembra uno scenario con un significativo grado di probabilità.

Ma non preoccupatevi (più di tanto). Non è una guerra.


domenica 9 dicembre 2018

Ancora sulle pensioni, in sintesi


Riprendo qui e metto in evidenza il commento di un lettore al precedente articolo, per inquadrare il nocciolo della questione: gli effetti espansivi degli interventi sulle pensioni (e sui trasferimenti in genere).

“Credo derivi dalla solita confusione tra PIL effettivo e PIL potenziale, per cui se paghi la pensione al pensionato o il reddito di cittadinanza a uno che sta a casa non produci niente. Non si rendono conto che il PIL effettivo è ben al di sotto del PIL potenziale e che l’importante è che girino più soldi, detto brutalmente”.

La chiave è proprio questa. Ed è un’assurdità sostenere che non esista un fortissimo sottoutilizzo di risorse produttive nell’ambito del sistema economico. Sono del tutto cervellotici i tentativi di UE, FMI, OCSE di negare o minimizzare il fenomeno: basta ragionare brevissimamente sui dati.

Altrettanto assurdo è affermare che i trasferimenti (non solo le pensioni ma appunto anche, per esempio, il reddito di cittadinanza) verrebbe “risparmiato e non speso” nel momento in cui la propensione al consumo della popolazione italiana è vicina al 100%, com’è tipico delle fasi di depressione economica.

Esiste naturalmente una gerarchia di efficacia degli interventi di politica economica, ed è possibile e anche plausibile sostenere che il mix di azioni sarebbe ancora più proficuo se maggiormente rivolto a investimenti, spesa diretta o riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese. Se ne era parlato qui.

Ma questo è un tema che riguarda la composizione degli interventi, non il principio generale che il miglioramento dell’economia italiana richiede un’azione espansiva su domanda e capacità di spesa.


venerdì 7 dicembre 2018

Pensioni e dintorni


Tra i provvedimenti inclusi nella manovra economica 2019, uno dei più rilevanti – e anche dei più discussi – è la modifica del sistema pensionistico con l’introduzione di “quota 100” (la possibilità, in altri termini, di andare in pensione se la somma dell’età e degli anni di contributi pagati da parte del lavoratore è almeno pari a 100).

Al di là dei dettagli, il dibattito è su una questione di base, in quanto molti commentatori sostengono che l’anticipo dell’età pensionabile non ha effetti espansivi per l’economia, non produrrà maggiore occupazione e provocherà, anzi, conseguenze negative sui conti dell’INPS.

Come in altre occasioni, mi pare che ricondurre il tema ai suoi effetti macroeconomici essenziali sia il modo migliore per chiarirlo.

Un incremento dei benefici pensionistici non compensato da altre azioni di segno opposto produce l’immissione di maggior potere d’acquisto nell’economia.

L’economia italiana soffre di un'enorme carenza di potere d'acquisto rispetto alla capacità produttiva del sistema: un’azione che mette in circolazione più potere d’acquisto va quindi (a parità di altre condizioni) nella direzione giusta.

Se la domanda aumenta, le aziende avranno bisogno di accrescere la produzione, e quindi di assumere, in proporzione anche superiore al numero di dipendenti che lasceranno il posto di lavoro per accedere alla pensione.

Al contrario, se si pretende di effettuare manovre “a saldo zero”, senza che si crei un impulso fiscale netto positivo – se a fronte di maggiori benefici pensionistici si tagliano o si tassano altre cose, in altri termini – l’immissione netta di potere d’acquisto non si verifica.

A quel punto, occorre prendere in esame gli impatti effettivi dei singoli provvedimenti. I maggiori benefici pensionistici sono un trasferimento, che si traduce in maggiore domanda al netto della quota che viene risparmiata e non spesa, nonché (se non si interviene sulla competitività delle aziende, per esempio con azioni sul cuneo fiscale) del peggioramento dei saldi commerciali esteri.

Questo però non significa che i trasferimenti non abbiano effetto espansivo sulla domanda, come a volte si legge. Significa che un’azione di incremento degli investimenti pubblici (mettendo al lavoro risorse produttive al momento non occupate o sottoccupate) o un potenziamento del pubblico impiego (e ci sono molti settori di attività dove se ne sente il bisogno: sanità, istruzione, tutela del territorio e molti altri) hanno probabilmente un impatto (un effetto espansivo) maggiore, perché si traducono direttamente in maggior domanda e in maggior PIL, senza l’erosione dovuta alla quota risparmiata e non spesa.

Va anche detto che, in un contesto economico depresso come quello italiano di oggi, la propensione marginale a risparmiare è bassa, quindi il moltiplicatore dei trasferimenti è sì, con ogni probabilità, inferiore a quello della spesa diretta, ma solo in misura modesta.

In ogni caso, si sta parlando qui del mix più appropriato di interventi da effettuare: non è in dubbio che - in un contesto di domanda depressa - maggiori pensioni abbiano di per sé un effetto espansivo sulla domanda.

E come detto, se c’è maggior domanda, le aziende dovranno assumere, in misura anche superiore al numero di dipendenti che lasciano il posto di lavoro per pensionarsi. Il che non crea problemi all’equilibrio del sistema pensionistico: anzi, buoni livelli di occupazione sono l’unico sistema per garantirlo.

mercoledì 5 dicembre 2018

Non sono un politico - ma...


A volte me lo rimproverano. Non sono un politico, sono un tecnico dell’economia e della finanza. Ragionare in termini politici non è la cosa che mi riesce più spontanea. E gestire la complessa situazione dell’Italia nell’ambito dell’Eurozona è sicuramente un tema che richiede forti doti di comunicazione, persuasione, tattica negoziale. Doti politiche, in altri termini.

Però qualcuno mi dovrebbe spiegare perché l’Italia è partita impostando una legge di bilancio con una previsione di deficit / PIL al 2,4% e nello stesso tempo riconoscendo che gli eurorequisiti ne risultavano non rispettati.

Naturalmente venivano anche addotte argomentazioni logiche, solide, fondate, condivisibili in base alle quali questo mancato rispetto era necessario, per dare all’Italia possibilità di recupero dall’attuale, del tutto insoddisfacente, contesto economico, nonché per condurre il debito / PIL su una traiettoria di riduzione. Perché la riduzione si ottiene solo riportando l’economia italiana ad esprimere il suo potenziale produttivo: incrementando il denominatore, in altri termini.

Problema: era totalmente noto, in partenza, che la UE su questo argomento avrebbe avuto una differente opinione.

Non era più coerente invece approfondire il progetto CCF / Moneta Fiscale, comprendere che non viola nessun trattato e nessun regolamento, e utilizzare quello per attuare le azioni espansive di cui l’economia italiana ha bisogno ?

E impostare fin da subito una legge di bilancio dichiarando che era totalmente in regola con gli eurorequisiti, in quanto l’immissione del necessario potere d’acquisto nell’economia italiana è garantita via CCF / MF ?

La UE sarebbe comunque stata in disaccordo ? sul pieno dei trattati e dei regolamenti, il disaccordo è infondato. E comunque non c’era nulla da guadagnare affermando “emettiamo più debito del consentito ma ci serve”. Molto, ma molto meglio: otteniamo quanto ci serve senza emettere maggior debito.

Dove per debito si intende il Maastricht Debt, quello da rimborsare in euro, quello che ti rende dipendente dai mercati finanziari. Dipendenza da cui, invece, i CCF ti svincolano.

Si poteva fare, e non si è fatto. Approccio politico sbagliato ? credo, invece, mancanza di conoscenza e di approfondimento dello strumento tecnico.

Adesso bisogna correggere la rotta. Era meglio farlo prima, ma comunque si può. E si deve.


sabato 1 dicembre 2018

Convegno Associazione Moneta Positiva: il video

Tre ore filate, ma ne vale la pena. E' il convegno tenuto a Roma lo scorso 23 novembre.

Ecco qui il video.. Il mio intervento è giusto a metà, parte da 1 ora 28 minuti circa, fino a 1 ora 49 minuti.

mercoledì 28 novembre 2018

Sterili atteggiamenti di sfida


Mi era sfuggito un commento apparso pochi giorni fa (22.11.2018) nel sito Eurointelligence.com, gestito da Wolfgang Munchau (editorialista del Financial Times e, di tanto in tanto, anche del Corriere della Sera).

Non so se l’autore del commento sia Munchau stesso (un europeista critico, favorevole al processo di integrazione ma con forti dubbi sul modo in cui lo si sta ponendo – o non ponendo - in atto). Alcuni collaboratori del sito (gli articoli non sono firmati) hanno posizioni maggiormente pro-UE rispetto a Munchau.

Ad ogni modo, un passaggio su cui riflettere è il seguente.

“Abbiamo segnalato, in passato, che esistono strategie intelligenti per sfidare la UE e le sue troppo rigide regole fiscali. Può essere fatto alla maniera francese, oppure è possibile espandere la spesa mediante vouchers che agiscono come una moneta parallela. Quello che non si può fare è ignorare le regole, e non fare altro. Un atteggiamento di sfida puro e semplice non funziona”.

La “maniera francese”, per intenderci (ma si potrebbe chiamarla, ancora più appropriatamente, “maniera spagnola”) è presentare una previsione che rispetta le regole, sapendo in partenza che a consuntivo si sforerà. Rispetto formale e violazione sostanziale, in altri termini.

I vouchers citati come alternativa possono invece prendere la forma dei Certificati di Credito Fiscale, ben noti ai lettori di questo blog: strumenti utilizzabili per effettuare un’azione espansiva sull’economia, senza incrementare il Maastricht Debt.

Effettivamente, il governo italiano per ora non ha fatto né l’una né l’altra cosa. Ha presentato una legge di bilancio che comporta una modesta (e comunque insufficiente) azione espansiva, affermando che violava le regole ma che la violazione era necessaria e giustificata.

Quest’ultima affermazione è corretta, ma la sua correttezza non è, di per sé, d’aiuto. Il clamore mediatico e le turbolenze di mercato che si sono generate hanno, sicuramente, complicato la situazione.

Munchau (o chi per esso) ha ragione quando afferma che l’atteggiamento di sfida dal punto di vista tattico non paga (magari invece porta consensi elettorali, ma da un certo momento in poi conteranno i risultati, non le sensazioni del momento).

Naturalmente la via che preferisco è quella dei vouchers, altrimenti detto dei CCF, che tra l’altro evita le ipocrisie dell’alternativa “franco-spagnola”. E, soprattutto, consente di avviare la ripresa dell’economia riducendo – in contemporanea – la dipendenza dai mercati finanziari.

Era meglio partire fin da subito così: toni sfumati, e lanciare i CCF.

E’ andata diversamente, e il passato non si può cambiare. Da qui in poi, tuttavia, è fondamentale correggere il tiro.

Lo spiegavo qui, e ne sono sempre più convinto.


domenica 25 novembre 2018

Una vecchia slide


L’avevo predisposta per un convegno tenuto a inizio 2014, e in forma molto disadorna (come tutte le mie slides: decisamente la grafica non è il mio forte…) diceva semplicemente quanto segue


L’Italia non ha MAI perso la sua sovranità monetaria
In regime “fiat”, la moneta sovrana è un credito fiscale.
Uno stato che ha sovranità fiscale ha anche sovranità monetaria.
L’Italia oggi non la sta utilizzando, ma può riprendere quando vuole.


Né più né meno di questo.

Quando vengono capite, queste poche righe sono la chiave che porta alla soluzione dei nostri guai odierni.

L’eurosistema è disfunzionale, e il debito pubblico è (potenzialmente) un grosso guaio se è denominato (e va quindi ripagato e rifinanziato) in una moneta più forte della tua, e che comunque tu non emetti e non gestisci.

Ma un titolo emesso dallo Stato, e da quest'ultimo accettato per adempiere obbligazioni fiscali, è un equivalente della moneta. E’ una riserva di valore e può essere utilizzato come intermediario di scambio. Non è debito perché non c’è impegno di rimborso in cash.

E non essendoci impegno di rimborso, nessuno potrà mai forzare lo Stato emittente al default. Potrà al massimo crearsi un problema di inflazione, di svilimento del titolo fiscale, se ne emetto in quantità eccessiva. Come succederebbe peraltro con qualsiasi forma di moneta. E fermo restando che l'inflazione oggi in Italia è un problema in quanto è troppo bassa, non viceversa.

La via per risolvere la crisi economica italiana, nonché per liberare l’eurosistema dalle sue disfunzioni, è questa. Non il dibattito sui decimali di deficit. Non il breakup dell’euro, che è, semplicemente, troppo complesso e controverso.

E’ un’idea innovativa (ma fino a un certo punto, i precedenti storici non mancano). Attuarla richiede coerenza, competenza e determinazione.

Ma è di gran lunga più semplice, più fattibile e più efficace, di qualsiasi altra proposta.

Il mio punto di vista è naturalmente influenzato dall’aver dedicato al progetto CCF / Moneta Fiscale una frazione significativa del mio tempo, ormai da oltre sei anni.

Non l’ho fatto perché cercavo visibilità, non l’ho fatto perché immaginavo di guadagnarci qualcosa, non l’ho fatto con l’idea di diventare ministro.

L’ho fatto perché mi pareva doveroso, da cittadino italiano, farlo.

E continuo.


giovedì 22 novembre 2018

Finto europeismo e vero nazionalismo


Una riflessione di Biagio Bossone, che condivido in pieno:

“Al finto europeismo di questi decenni, non si sostituisce un europeismo autentico (non ce n’è traccia) ma un nazionalismo meno ipocrita, nell’ambito del quale il tuo alto debito mette a rischio anche me, dunque non appoggio la tua politica di deficit.

Altra cosa sarebbe una vera unione in cui i meccanismi (sovranazionali) di aggiustamento, anti-ciclici e simmetrici (alla Keynes) aiuterebbero i governi più indebitati a rientrare, evitando i danni e gli effetti prociclici dell’austerità.

Naturalmente, altro che unione ! dopo gli evidenti fallimenti di un’architettura sbagliata, e che ha funzionato solo a beneficio del paese che se le è costruita su propria misura, adesso si marcia nella direzione opposta.

Il progetto CCF / Moneta Fiscale permette di mantenere lo status quo (chiamiamola “finta unione” per evitare ipocrisie) consentendo a chi lo adotta una via autonoma alla crescita.

E’ un progetto in grado di creare una solida stampella a un sistema altrimenti perennemente zoppo. Sempre, si capisce, che non se ne abusi”.

Ma questo – aggiungo - vale per qualsiasi politica di rilancio della domanda, e significa semplicemente che occorre, oltre all’identificazione dello strumento da adottare, la definizione di un programma ben dimensionato e correttamente strutturato.


domenica 18 novembre 2018

Non ha senso aspettare le europee


Nel corso dei nostri frequenti contatti con forze politiche, parlamentari ed esponenti di governo, ci siamo spesso sentiti dire che il progetto CCF / MF va avviato, anzi lo sarà, ma probabilmente “nell’imminenza o in corrispondenza o subito dopo” le elezioni europee.

Ora, questo punto ha bisogno di essere chiarito.

Le elezioni europee, per quanto riguarda i temi dell’economia italiana, non hanno, un buona sostanza, nessun rilievo.

Le elezioni europee certificheranno una forte avanzata degli schieramenti politici euroscettici. Ma la nuova commissione UE sarà comunque presieduta da un esponente scelto da un’alleanza di forze “variamente europeiste”: PPE, verdi, ALDE, socialisti.

Gli euroscettici avanzeranno, certamente. Ma non abbastanza per essere maggioritari. E per di più sono divisi tra euroscettici di destra (Lega, Le Pen, AfD, Wilders nei Paesi Bassi, Strache in Austria, blocco Visegrad, nordeuropei) e di sinistra (Melenchon, DIEM25 di Varoufakis, sinistre portoghesi, Podemos, Syriza – se ancora lo vogliamo definire euroscettico…). A parte il M5S, non inquadrabile nella dicotomia “destra o sinistra”.

L’euroscetticismo critica la UE per ragioni diverse. Alcuni contestano l’austerità, altri le politiche migratorie. Qualcuno, ma in effetti non tantissimi, entrambe.

Quanto ai due principali paesi UE, oggi esprimono una leadership fortemente indebolita. Ma anche se un pessimo risultato alle europee inducesse Angela Merkel alle dimissioni, il nuovo cancelliere non modificherebbe certo l’atteggiamento tedesco nei confronti della governance economica dell’Eurozona.

E non è immaginabile – date le caratteristiche del sistema politico francese – che cada Macron, anche se ottenesse un pessimo risultato alle europee e venisse scavalcato dalla La Pen quanto a voti ottenuti.

“Aspettare le europee” per lanciare i CCF significa non aver capito due cose, peraltro tra loro strettamente connesse.

In primo luogo, i CCF possono essere introdotti dall’Italia perché non violano nessun trattato e nessuna regolamentazione dell’Eurozona, e non richiedono quindi di essere discussi né tantomeno autorizzati.

E in ogni caso, se ci preoccupiamo dell’atteggiamento di singoli paesi o della UE nel suo complesso, questo atteggiamento resterà esattamente lo stesso di oggi, anche dopo le elezioni del maggio prossimo.

Il progetto CCF può essere lanciato, in qualsiasi momento. Serve volontà politica, chiarezza di idee, compattezza da parte del governo italiano. La posizione dei partner UE prima e dopo le elezioni non ha rilievo ai sensi di trattati e regolamenti, e in ogni caso è un’invariante: non è destinata a mutare in alcun modo significativo – non per effetto delle elezioni, quanto meno.

L’ho detto e lo ripeto: smorzare i toni, e lanciare i CCF. Il prima possibile.


venerdì 16 novembre 2018

Smorzare i toni, e lanciare i CCF


La critica all’Eurosistema è giusta e doverosa, ma va bene a livello accademico, va bene a livello di campagna elettorale, può essere, in generale, efficace a fini di marketing politico.

Ma gli obiettivi dell’Italia e gli obiettivi della UE (quelli dichiarati, quanto meno) in realtà non sono in conflitto.

E si riducono in prima e in ultima analisi a: rilanciare la nostra economia, riducendo, nello stesso tempo, il rapporto tra Maastricht Debt e PIL.

Emettere Certificati di Credito Fiscale (CCF) raggiunge contemporaneamente entrambi gli obiettivi.

Aumentare il deficit nella modesta misura prevista dalla legge di bilancio non ne consegue, invece, nessuno. Non è sufficiente – dato il debole contesto macro internazionale – a produrre una significativa ripresa. E comunque aumenta, invece di diminuire (come invece è senz’altro necessario), la dipendenza dai mercati finanziari.

E in più si sviluppa un clima antagonistico, arroventato.

Ci sono molte, comprensibili, ragioni per cedere alla tentazione di “sfogarsi”. Il punto, però, è semplice.

Sfogarsi non è di nessun aiuto.

La reazione al progetto CCF / Moneta Fiscale sarebbe comunque ostile ? forse sì o forse no. Ma ostile per ostile, affrontiamo l’ostilità per attuare una vera svolta, non per una timida manovra espansiva che non risolve il problema.

Ci sono idee migliori ? non credo al concetto di TINA.

Ma in questo caso altre non ne vedo, non ne sento proporre, neanche ipotizzare. Da nessuno.


domenica 11 novembre 2018

Convegno a Roma, venerdì 23 novembre 2018, ore 15.30

Parteciperò come relatore, presso l'Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati (via Campo di Marzio 78).

Convegno organizzato dall'Associazione Moneta Positiva dell'infaticabile Fabio Conditi.



venerdì 9 novembre 2018

Gli equivoci sulla sovranità monetaria


Un recente articolo di Frances Coppola, nota commentatrice di temi economici, ha suscitato un ampio dibattito e anche provocato una certa sorpresa, quantomeno in alcuni lettori.

La sorpresa sta già nel titolo: “The Myth of Monetary Sovereignty” ci si sarebbe aspettati di vederlo utilizzato da un sostenitore dell’eurosistema, non da questa autrice che è, al contrario, una fervente eurocritica.

La mia opinione, comunque, è che siamo in presenza di equivoci abbastanza consueti, ma in definitiva anche abbastanza facili da chiarire, in merito al ruolo e alla valenza della sovranità monetaria (definita come la potestà di uno stato di emettere una propria moneta).

Per comprendere questi equivoci, una via molto efficace è rileggere l’attacco di un famosissimo pezzo di Michal Kalecki, “Political Aspects of Full Employment”, che già nel 1943 affermava con grande chiarezza che

“A solid majority of economists is now of the opinion that, even in a capitalist system, full employment may be secured by a government spending programme, provided there is in existence adequate plan to employ all existing labour power, and provided adequate supplies of necessary foreign raw-materials may be obtained in exchange for exports”.

I benefici potenziali della sovranità monetaria emergono già chiaramente dal paragrafo sopra citato.

La sovranità monetaria consente di ottenere il pieno impiego delle risorse produttive a disposizione, purché il governo immetta nell’economia un adeguato (e correttamente allocato) livello di risorse finanziarie, e purché si rispetti il vincolo dell'equilibrio nei saldi commerciali esteri (“adeguate forniture di materie prime estere possano essere ottenute in cambio delle esportazioni”).

Che cosa si sta dicendo ? che la sovranità monetaria è lo strumento a disposizione dello Stato per ottenere il pieno impiego, ma ovviamente non è l’albero degli zecchini d’oro: non consente di produrre più di quanto le risorse fisiche del paese (in particolare, la risorsa-lavoro) permettano.

E che anche in presenza di sovranità monetaria, debbano essere mantenuti in equilibrio i saldi commerciali esteri, perché altrimenti il paese accumulerebbe indebitamento verso l’estero, denominato in una moneta straniera (diversa, cioè, da quella che il paese stesso emette).

Il vincolo dei saldi commerciali esteri in equilibrio è decisamente meno stringente se lo stato in questione emette una moneta che è universalmente accettata per i pagamenti internazionali. Questa situazione – quella, oggi, degli USA, e di nessun altro paese (perlomeno, non in misura comparabile) - rende molto meno critico l’accumulo di debito estero (perché lo si accumula in moneta nazionale, non straniera).

Va anche aggiunto che consumare sistematicamente più beni e servizi di quanti se ne producono genera comunque, a lungo andare, il rischio di erodere la struttura produttiva del paese. Ma non c’è comunque dubbio che il vincolo di equilibrio nel commercio estero sia molto più lasco per gli USA che per chiunque altro

Per il “chiunque altro”, tuttavia, cioè per qualsiasi stato diverso dagli USA, valgono entrambi i concetti impliciti in quanto afferma Kalecki:

Un adeguato programma di spesa pubblica netta NON consente a un paese di generare più reddito di quanto consentito dalla sua capacità produttiva – MA è lo strumento adeguato per evitare il sottoutilizzo delle sue risorse produttive (sottoutilizzo che implica disoccupazione e sottoccupazione).

Nello stesso tempo, tuttavia, generare sistematicamente deficit commerciali implica (sempre salvo il caso degli USA) accumulo di debito in moneta estera: il che è rischioso.

Detto questo, se uno Stato non emette la sua moneta, che cosa accade ? che TUTTO il debito del paese, pubblico e privato, per definizione è in valuta estera ! Quel paese si trova inevitabilmente in una situazione che presenta un grosso potenziale di pericolosità.

Uno Stato che emette la propria moneta, al contrario, non ha necessità di indebitarsi in valuta, e in particolare non ha bisogno di emettere titoli di debito pubblico in moneta estera.

Occorre comunque porre attenzione al debito privato in moneta estera, situazione in cui una serie di operatori si verranno a trovare se i saldi commerciali esteri sono tendenzialmente deficitari. Ma per la verità, anche con saldi complessivamente in equilibrio, ci saranno aziende che accumulano surplus di valuta e aziende che accumulano deficit, quindi che si indebitano.

Il debito privato in moneta estera è anch’esso un problema, perché può destabilizzare aziende nonché (anche e soprattutto) banche e intermediari finanziari, il che in condizioni sfavorevoli pone il governo nella condizione di accettare che si creino situazioni di dissesto, oppure di intervenire con azioni di sostegno. Due alternative entrambe alquanto complicate, sgradevoli e (a dir poco) difficili da gestire.

Tiro le mie conclusioni.

La sovranità monetaria, o per meglio dire l’estrema utilità della sovranità monetaria, è tutt’altro che un mito. Privarsene rischia di creare guai molto, molto grossi.

Detto questo, anche in presenza di sovranità monetaria, saldi commerciali esteri in equilibrio sono un obiettivo di assoluto rilievo per l’azione di politica economica del governo.

Limitare i movimenti di capitali è necessario ? de minimis, è necessaria un’azione da parte delle autorità per evitare che singole entità aziendali o bancarie, di dimensione e rilevanza sistemica, accumulino eccessi di passività in valuta, per ragioni commerciali o (ancora di più) a seguito di transazioni finanziarie.

La sovranità monetaria dà certezza che questi obiettivi vengano raggiunti ? evidentemente no, PERO’ fornisce gli strumenti di prevenzione (flessibilità del cambio, detassazione delle produzioni interne), e/o d’intervento successivo (sostegno ad aziende di importanza sistemica), senza le quali stabilizzare il sistema, evitare le crisi o comunque risolverle con rapidità ed efficienza diventa molto, ma molto più difficile.

La sovranità monetaria non risolve tutti i problemi dell’economia (e chi l’ha mai detto ?).

Ma essersene spossessati complica enormemente tutta una serie di situazioni che altrimenti sarebbero prevenibili, gestibili e/o risolvibili.

E se hai commesso, come l’Italia, il gravissimo errore di entrare nell'euro, quindi di adottare una moneta troppo forte per la tua economia, e che comunque non sei tu ad emettere e a gestire ? romperlo (l’euro) è complicato e controverso, per cui…

...la via da percorrere, di gran lunga più appropriata, è il progetto CCF / Moneta Fiscale.


martedì 6 novembre 2018

L'appiglio nel contratto di governo


Stefano Sylos Labini rammenta oggi che nel contratto di governo M5S – Lega si fa menzione di un concetto – la cartolarizzazione dei crediti fiscali – che in nuce può rappresentare l’appiglio per l’avvio di un progetto CCF / Moneta Fiscale.

Il passaggio è il seguente:

“Occorre intervenire per risolvere la questione dei debiti insoluti della pubblica amministrazione nei confronti dei contribuenti, tenuto conto della portata patologica del fenomeno nel nostro Paese… Tra le misure concretamente percorribili, spiccano l’istituto della compensazione tra crediti e debiti nei confronti della pubblica amministrazione, da favorire attraverso l’ampliamento delle fattispecie ammesse, e la cartolarizzazione dei crediti fiscali anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, anche valutando nelle sedi opportune la definizione stessa di debito pubblico”.

Vero, è un appiglio. Però è del tutto insufficiente.

La “cartolarizzazione dei crediti fiscali” richiama la proposta dei Minibot, elaborata da Claudio Borghi della Lega, che infatti è stato uno dei principali estensori del contratto di governo. Ma i Minibot, almeno nei termini in cui sono stati fin qui proposti, danno un contributo molto limitato all’espansione dell’economia, per le ragioni spiegate diffusamente qui.

Gli appigli non risolvono nulla, a meno che non siano il trampolino per l’applicazione del progetto completo CCF / MF. Non è più il tempo – se mai lo è stato – delle mezze misure.

sabato 3 novembre 2018

Moneta Fiscale per l'Italia


Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini

Alcuni anni fa, abbiamo iniziato a proporre la Moneta Fiscale (MF) come strumento in grado di superare le disfunzioni dell’Eurozona. E’ quindi abbastanza frustrante leggere sul Financial Times (28 ottobre 2018) in un articolo di Wolfgang Munchau (“Italy is setting itself for a monumental fiscal failure”) che la MF, data la sua natura di moneta parallela, innescherebbe la rottura dell’euro.

Non è così. La MF è un titolo trasferibile e negoziabile emesso dallo Stato, che i titolari potranno utilizzare per conseguire sconti fiscali a partire da due anni dopo l’emissione. Questi titoli avranno valore fin dall'emissione, in quanto incorporeranno un impegno irrevocabile dello Stato emittente, e potranno immediatamente essere scambiati contro euro o utilizzati come strumento di pagamento (in parallelo all’euro) su una piattaforma dedicata dove verrebbero accettati su base volontaria.

La MF sarà distribuita gratuitamente per finanziare investimenti pubblici e programmi di spesa sociale, per integrare i redditi dei lavoratori e per ridurre il cuneo fiscale sui costi di lavoro a vantaggio delle aziende. Questo produce un incremento sostenibile di domanda interna e migliora la competitività delle aziende (con effetti analoghi a un riallineamento del cambio). Diventa quindi possibile riassorbire l'enorme output gap dell’Italia senza deteriorare il saldo commerciale estero del paese.

Sulla base di quanto affermato dagli IFRS (International Financial Reporting Standards), la MF non costituisce debito, in quanto non esiste obbligazione di rimborso da parte dell’emittente. L’ESA (European System of Accounts) infatti la considera un “non-payable deferred tax asset”, che non impatta sui conti pubblici fino al momento dell’utilizzo per conseguire sconti fiscali – quando, due anni dopo l’emissione, produzione e gettito fiscale si saranno incrementati grazie al maggior potere d’acquisto in circolazione.

Sulla base di ipotesi prudenziali (moltiplicatore fiscale di 1x e ripresa degli investimenti privati tale da riassorbire, in quattro anni, metà della flessione rispetto al PIL subita tra il 2007 e oggi) una graduale emissione di MF, che inizi nel 2019 e raggiunga 100 miliardi nel 2021 (il che si confronta con oltre 800 miliardi di entrate fiscali del settore pubblico), continuando poi invariata, innalzerebbe la crescita del PIL reale al 3% nel periodo 2019-2021 e in un intervallo 1,5%-2% successivamente. Ciò genera maggior gettito sufficiente a compensare gli sconti fiscali via via che arrivano a maturazione.

In caso di temporanei scostamenti negativi rispetto alle previsioni, una serie di azioni possono essere attuate per garantire gli obiettivi fiscali: finanziare alcuni investimenti pubblici in MF e non in euro; aumentare le tasse da pagare in euro ma compensare il contribuente mediante erogazioni di MF; incentivare i titolari di MF a posporne l’utilizzo per conseguire sconti fiscali riconoscendo una maggiorazione di importo dei quantitativi da essi posseduti; ridurre il debito collocando (a pagamento) MF sul mercato. Queste azioni innalzerebbero la disponibilità di euro per il governo evitando effetti prociclici e – punto di grande importanza – impedirebbero il formarsi sul mercato finanziario di situazioni di incertezza. L’alto margine di copertura (il rapporto tra gli incassi pubblici lordi e gli sconti fiscali che diventano utilizzabili ogni anno) renderebbe la manovra sostenibile.

Attivando un programma di MF, l’Italia farebbe ripartire la sua crescita senza richiedere alcuna revisione dei trattati, senza richiedere trasferimenti da altri paesi e senza aumentare il ricorso ai mercati finanziari. Il debito pubblico smetterebbe di crescere e si ridurrebbe in rapporto al PIL, raggiungendo così l’obiettivo del Fiscal Compact. Tra l'altro, se l’Italia allentasse la sua disciplina ed emettesse un eccesso di MF, il valore di quest’ultima calerebbe senza però che questo influenzi il valore dell’euro o crei rischi di default (la MF è intrinsecamente un titolo default-free e le azioni sopra descritte garantiscono che il debito a rischio di default comunque non si incrementerà). L’elevato rapporto di copertura, sopra menzionato, rende peraltro questo scenario del tutto improbabile.

In un’economia con un ampio sottoutilizzo di risorse produttive, il moltiplicatore fiscale e l’acceleratore degli investimenti hanno un forte, combinato effetto sulla produzione (e solo moderatamente sui prezzi). Inoltre, l’impatto sulla domanda è massimizzato in quanto l’azione sulla competitività (via riduzione del cuneo fiscale) evita deterioramenti del saldo commerciale estero. E in ultimo, incrementare la domanda darà benefici su produttività e crescita di lungo termine, entrambe fortemente indebolite dai molti anni di contrazione degli investimenti pubblici e privati.

Tutto questo non è un passo verso il break-up. Eliminando le disfunzioni dell’Eurosistema, la sua rottura non è più un passo necessario. Per inciso, nella nostra proposta l’ammontare totale di FM in circolazione raggiungerà un massimo di 200 miliardi: una piccola frazione dei depositi bancari (4.000) e dei titoli di debito pubblico in circolazione (oltre 2.000). La MF non sostituirebbe, ma integrerebbe queste attività finanziarie; e l’euro rimarrebbe l’unità di conto dell’economia italiana.

Munchau afferma che la principale caratteristica di un’unione monetaria non è l’esistenza di una moneta legal-tender (cioè ad accettazione obbligatoria) ma il fatto che si formi un’area monetaria comune con un libero flusso di pagamenti: le moneta parallele e i controlli sui capitali sarebbero quindi incompatibili con questo assetto. Ma la MF strutturata secondo la nostra proposta non richiede alcun controllo sui capitali e non ostacola in alcun modo i flussi di pagamenti.

La MF ha la funzione di mobilitare risorse produttive inutilizzate, di accelerare gli investimenti, e di riavviare il credito privato: e ottiene questi risultati in un’economia priva dei tradizionali strumenti di sovranità monetaria e di espansione fiscale convenzionale.


giovedì 1 novembre 2018

La stagnazione del PIL


La stima preliminare del PIL italiano per il terzo trimestre 2018 è di crescita zero: la previsione era invece del +0,2%. Naturalmente i commentatori antigovernativi hanno colto la balla al balzo per imputare il dato al nuovo esecutivo. Fa parte della normale dialettica (e della normale polemica) politica. Però è importante mettere in evidenza quanto segue:

PRIMO, tutta l’Eurozona ha fatto segnare risultati deludenti. L’Italia ha sottoperformato di due decimi di punto rispetto alle previsioni, l’Eurozona nel suo complesso anche: 0,2% contro 0,4%. Certo, l’Italia continua a viaggiare più lentamente. Ma non in misura superiore a prima.

SECONDO. il governo è in carica da giugno 2018 e a tutt’oggi non ha ancora messo in atto significative azioni di politica economica, con l’unica eccezione del “decreto dignità”. Il varo della legge di bilancio 2019 è in corso in queste settimane. Sui risultati del periodo luglio-settembre 2018, la responsabilità evidentemente non è del governo oggi in carica.

TERZO, da maggio in poi è salito lo spread BTP – Bund. E’ difficile stabilire se questo di per sé abbia avuto un peso rilevante. Qualcuno ricorda che nell’aprile 2011 l’economia italiana entrò in recessione in corrispondenza con l’aumento dello spread: ma appunto in conseguenza di quell’aumento fu messa in atto dal governo Berlusconi una prima manovra di austerità (la seconda avvenne poi a settembre, la terza a fine anno dopo l’insediamento di Monti). Non servì a nulla perché lo spread continuò a salire, mentre fin da subito si constatarono pesanti danni su domanda, produzione e occupazione. Dovuti sicuramente all’austerità, mentre non è affatto chiaro che ci sia stato un influsso diretto dello spread.

QUATTRO, lo spread che sale è, evidentemente, una conseguenza delle disfunzioni dell’Eurozona: in paesi che emettono la propria moneta, l’indebolimento del contesto economico tende a far scendere i tassi, non viceversa. Sarebbe folle prendere lo spread a pretesto per rendere meno espansiva la manovra economica programmata per il 2019. Casomai, ci sono ancora maggiori motivi per ritenere che la legge di bilancio 2019 sia troppo poco espansiva.

QUINTO, così come a primavera 2011 la BCE prese inopportunamente la decisione di incrementare i tassi, allo stesso modo oggi appare molto dubbia (a dir poco) la scelta di azzerare il programma di Quantitative Easing da fine 2018 in poi. I problemi dell’Italia (soprattutto) e dell’Eurozona nel suo complesso sono sempre gli stessi: sottostima dell’output gap, e ossessione per rischi inflazionistici che in realtà non esistono. E’ vero che in queste condizioni serve espansione fiscale, mentre la politica monetaria è in grado di fare poco: ma rivolgere questo “poco” in direzione restrittiva mentre tutto rallenta è comunque, senz’altro, un errore. UE e BCE continuano ad agire in modo prociclico, peggiorando gli effetti già di per sé perniciosi di un sistema disfunzionale.

SESTO ED ESTREMAMENTE IMPORTANTE: che cosa aspetta il Governo a lanciare il progetto CCF / Moneta Fiscale ? altre soluzioni sospetto fortemente che non ne esistano, e comunque non se ne vede nessuna all’orizzonte.

Il problema della legge di bilancio 2019 è che in ogni caso, nel contesto attuale, è troppo timida. Questo può essere imputato al governo: di aver sollevato un contenzioso con la UE non per ottenere qualcosa di risolutivo, bensì qualcosa di comunque insufficiente.

Una forte spinta a domanda interna e competitività, unitamente al progressivo declino del Maastricht Debt (in rapporto al PIL): i CCF consentono di ottenere questi risultati. Ed è, assolutamente, il minimo necessario per risolvere i problemi dell’economia italiana.


domenica 28 ottobre 2018

Titoli di Stato non speculativi


Il video dell'intervento di Guido Grossi al Convegno Sovranità Popolare (Roma, 21 settembre scorso) ha ottenuto un successo mediatico veramente notevole (oltre 500.000 visualizzazioni ! ero anch’io tra i relatori ma non mi sono certo avvicinato a quei numeri parlando di Moneta Fiscale - comunque qualcosa d’interessante spero di averlo detto).

Oltre che vedervi il video se non l’avete già fatto, vi suggerisco questo bellissimo pezzo di Guido, dove replica a un articolo critico nei confronti del suo intervento.

Veramente tutto da leggere l'articolo di Guido, con grande attenzione. Io mi limito a sottolineare un punto, perché tocca un tema che mi viene spesso chiesto di commentare.

Tra le più comuni tipologie di titoli del debito pubblico italiano, BOT e CCT sono classici strumenti destinati ai risparmiatori individuali: i BOT per la loro breve scadenza, i CCT per i meccanismi di indicizzazione di cui sono dotati, tendono entrambi a manifestare un basso livello di volatilità del loro prezzo di mercato.

I BTP, a tasso fisso e a medio-lunga scadenza,  sono invece strumenti destinati a “investitori propensi al rischio”: non chiamateli speculatori se non vi piace, ma non è comunque una forma di impiego del risparmio adatta a chi cerca semplicemente tranquillità e si accontenta di un rendimento modesto (il recupero dell’inflazione o poco più). Il tasso fisso e la scadenza più lunga amplificano infatti gli effetti (sul prezzo di mercato del titolo) delle variazioni di spread e tassi di mercato

Non a caso, nell’era ante Maastricht gli strumenti di gran lunga più comprati dal pubblico erano, appunto, BOT e CCT (molto più dei BTP). E i risparmiatori individuali li acquistavano, appunto, direttamente, cioè senza passare (in genere) tramite l’intermediazione di fondi o di altre, più o meno complicate, strutture di gestione patrimoniale.

Modificare la struttura delle emissioni – meno BTP, più strumenti stabili e NON speculativi (CCT e BTP) – è una cosa che si può fare subito, molto più velocemente del progetto CIR (che pure ha i suoi elementi d’interesse, ma non è concepito per mobilitare in tempi rapidi grandi masse di risparmio).

Si può fare, e si deve fare, immediatamente.

Naturalmente, non viene per questo meno la criticità del progetto CCF / Moneta Fiscale: perché stabilizzare il collocamento dei titoli di Stato è estremamente importante, ma avere a disposizione uno strumento per immettere potere d'acquisto nell'economia lo è ancora di più.


mercoledì 24 ottobre 2018

Economia italiana: tre problemi e una soluzione


PRIMO PROBLEMA: un pesantissimo output gap - altrimenti detto, un enorme sottoutilizzo di risorse produttive, che significa altissima disoccupazione e sottoccupazione.

SECONDO PROBLEMA: il debito da rifinanziare in moneta estera – il Maastricht Debt – è rischioso ed è elevato rispetto al PIL. Va quindi trovata una strategia per ridurlo progressivamente. Ma questa strategia è inefficace, anzi controproducente per non dire distruttiva – come visto nel 2011-2014 – se si pretende di attuarla con tagli e tasse.

TERZO PROBLEMA: la rottura dell’euro con ridenominazione in Nuove Lire del debito esistente è però operativamente complessa, è destabilizzante, e non esiste il necessario consenso politico per attuarla.

Non si risolve nulla con modesti sforamenti (rispetto alle richieste UE) del rapporto deficit / PIL: sono insufficienti per rilanciare la crescita in misura adeguata, ma sufficienti invece per agitare le acque sul piano dei rapporti politici e dell’incertezza sui mercati.

LA SOLUZIONE – non credo che ne esistano altre, al di là di possibili varianti tecniche – è emettere una attività finanziaria che abbia valore, quindi dia potere d’acquisto chi la riceve, e funzioni anche come intermediario di scambio.

Emetterla in misura tale da produrre una forte ripresa dell’economia, riducendo nel frattempo, in modo costante e significativo, il rapporto Maastricht Debt / PIL.

Lasciamoci i timori alle spalle, e procediamo. Si sa come fare: i CCF hanno tutte le caratteristiche appropriate per raggiungere l’obiettivo.

Serve visione, coerenza, coraggio politico.

Ma non esistono alternative sensate.


sabato 20 ottobre 2018

L'interlocutore dell'Italia non è la UE: sono i mercati


L’attuale tensione in merito alla legge di bilancio italiana per il 2019 viene descritta come un conflitto tra l’Italia e la UE. E i toni sono, effettivamente, molto accesi.

Ricordiamoci, tuttavia, che il vero interlocutore dell’Italia non è la UE, e neanche singole nazioni quali Germania o Francia (per quanto nella UE abbiano un peso politico particolarmente elevato).

La UE dà “consigli” e “raccomandazioni” (seguendo le quali l’economia italiana si è ridotta nelle condizioni attuali…) ma non dà soldi né fornisce garanzie.

La UE è un consulente: la paghiamo noi (siamo contribuenti netti), diamo soldi noi e forniamo noi garanzie per altri paesi (e non viceversa) tramite i fondi salvastati. Un consulente il cui contributo alla soluzione dei problemi economici italiani non è stato esattamente brillantissimo - e che per di più si pone in termini e toni che un consulente, nei confronti del suo cliente, non userebbe mai (e se lo facesse il suo incarico non durerebbe a lungo…).

Ma al di là di questo, il punto chiave è che i soldi li danno i mercati. E’ così perché l’Italia è indebitata in una moneta che non emette. Un errore enorme, ma questa è la situazione odierna.

E i mercati devono essere convinti che l’Italia sia in grado di ridurre (in proporzione al PIL) il Maastricht Debt, il debito in euro che deve essere collocato e rifinanziato.

Come è possibile ? introducendo uno strumento finanziario che non è debito (i CCF) per effettuare azioni di politica economica espansiva.

In queste condizioni sarà possibile mostrare in modo assolutamente convincente che la strategia di riduzione del Maastricht Debt (in rapporto al PIL) esiste, è solida e fondata.

Questa è le linea da adottare, e questa è la logica sottostante. Da spiegare al mercato, non alla UE.


martedì 16 ottobre 2018

La Moneta Fiscale non porta al breakup


Dora Di Caprio e Raphael Raduzzi hanno riportato alla mia attenzione un tema che in effetti è un leitmotiv ricorrente del dibattito in merito alla Moneta Fiscale: introdurre la MF non verrà inevitabilmente visto come un passo verso lo scioglimento totale dell’Eurozona, o quantomeno verso l’uscita dall’euro dell’Italia, con tutte le turbolenze e le complicazioni insite in un processo di breakup ?

Effettivamente nell’equivoco “moneta parallela = breakup” sono caduti in parecchi (vedi qui, tra i tanti, Stiglitz). Ma le cose stanno diversamente, per varie ragioni.

In primo luogo, anche nel momento in cui esistesse già una Moneta Fiscale in circolazione, uscire dall’euro attivando un breakup è una procedura molto complessa. I problemi operativi sono molteplici: la necessità di ridenominare da euro a Nuove Lire un numero enorme di contratti, gli inevitabili contenziosi legali, le turbolenze che si produrranno sui mercati finanziari.

Nello stesso tempo, la Moneta Fiscale risolve le disfunzioni dell’eurosistema e restituisce allo Stato la possibilità di sviluppare le necessarie azioni di politica economica: immettere potere d’acquisto, ridurre il carico fiscale, rilanciare gli investimenti. A questo punto, l’incentivo a “rompere” l’euro viene meno. Nessuno si sveglia la mattina con l’idea di produrre uno sconquasso nel sistema monetario. Se l’ipotesi di breakup continua, oggi, a incombere (pur non rientrando nel programma dell’attuale governo) è per una ragione molto semplice: il sistema attuale è spaventosamente inefficiente. Le disfunzioni vanno comprese e risolte; solo a quel punto gli scenari di deflagrazione cesseranno di essere considerati una minaccia concreta.

Un altro elemento da avere ben presente è che l’immissione di Moneta Fiscale necessaria a sviluppare le necessarie politiche di rilancio dell’economia italiana è una modesta frazione delle attività finanziarie in circolazione sul territorio italiano. Le nostre stime sono che, adottando il formato CCF (Certificati di Credito Fiscale), l’ammontare di titoli fiscali in circolazione non supererà mai un ordine di grandezza di circa 200 miliardi.

Queste poche centinaia di miliardi di CCF si confrontano con quasi 4.000 miliardi di depositi bancari e monete, e con oltre 3.000 di titoli a reddito fisso in euro (di cui 2.000 titoli di Stato).

Il confronto è quindi tra poche centinaia di miliardi di Moneta Fiscale, e molte migliaia di miliardi di attività finanziarie (denominate in euro) già oggi in circolazione – attività finanziarie che la Moneta Fiscale peraltro non è destinata a sostituire, ma a integrare.

Tra parentesi anche i CCF, pur non essendo titoli di debito (in quanto non sono soggetti a essere rimborsati cash) sono denominati in euro, in quanto sono utilizzabili per ridurre pagamenti verso la Pubblica Amministrazione (soprattutto a titolo di tasse e imposte) che andrebbero, altrimenti, corrisposti in euro.

L’euro in questo scenario rimane la valuta di conto (quella in cui si esprimono bilanci, posizioni bancarie, crediti e debiti). Non si verificano rotture del sistema, né ridenominazioni.

Il progetto Moneta Fiscale è, in sintesi, la maniera più efficace per risolvere le disfunzioni del sistema economico-monetario oggi in essere nell’Eurozona. Consente di sviluppare le necessarie azioni di politica economica bloccando, contemporaneamente, l’incremento del Maastricht Debt (il debito pubblico da rimborsare cash e da rifinanziare costantemente sul mercato dei capitali: quello che rappresenta un enorme fattore di inquietudine per tutti, perché l’Italia ha nello stesso tempo necessità di incrementare il potere di acquisto in circolazione, ma anche di ridurre – e non, viceversa, di incrementare – la dipendenza dai mercati finanziari).

E non ha neanche senso preoccuparsi più di tanto dell’ostilità dei media allineati all’establishment in merito al progetto Moneta Fiscale. Non mancherà, e già lo si è constatato. Ma è un’ostilità che va data per scontata, qualunque strada si prenda. Oggi la stiamo affrontando per una legge di bilancio che prevede un modesto incremento del deficit pubblico: un passettino nella direzione giusta, ma di per sé del tutto insufficiente. Il progetto Moneta Fiscale ha ben altre potenzialità. La sfida all’establishment va lanciata e vinta per effettuare un’azione risolutiva, non per raggiungere obiettivi di scarsa portata.


domenica 14 ottobre 2018

Bussero, venerdì 19 ottobre 2018 ore 21

Salone di Villa Casnati - via San Carlo 5 - Bussero (MI) - Linea Verde MM2

Nell'ambito del ciclo di seminari organizzato da "Sottosopra", parlerò insieme a Filippo Abbate (presidente MMT Italia) sul tema

"Debito pubblico e ricchezza dei cittadini"

Qui la locandina.

venerdì 12 ottobre 2018

Riflessioni sul PIL potenziale


Uno scambio di idee con Biagio Bossone mi ha spinto a mettere a fuoco alcune considerazioni in merito a questo articolo di Antonio Fatas. Articolo, peraltro, che riprende temi sviluppati dallo stesso Fatas in un precedente lavoro, elaborato in collaborazione con Larry Summers.

Fatas e Summers argomentano in termini molto convincenti che la reazione prociclica alla crisi dell’Eurozona – in particolare l’austerità attuata da vari paesi, soprattutto tra il 2010 e il 2014 – ha generato un processo di “aspettative autorealizzantesi”. L’errata valutazione dei moltiplicatori fiscali ha condotto ad azioni di consolidamento che hanno abbattuto il PIL molto più del previsto. A sua volta, l’andamento negativo delle economie ha spinto a rivedere al ribasso le stime in merito al PIL potenziale e ai suoi tassi di crescita.

Si è generato in effetti un circolo vizioso in cui l’austerità abbatteva il PIL, la mancanza di crescita creava dubbi sul potenziale di sviluppo delle economie, e la revisione al ribasso del PIL potenziale veniva addotta come giustificazione del rifiuto di abbandonare le politiche di austerità (perché, si sosteneva, gli spazi di recupero, in altri termini la differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale, non erano poi così elevati).

Non si tratta, in effetti, solo di psicologia. Il pessimo andamento dell’economia, in particolare (soprattutto in Italia) tra metà 2011 e inizio 2014, ha prodotto caduta dei redditi, fallimenti aziendali, riduzione della propensione a investire, contrazione del credito bancario. Tutto questo crea non solo disoccupazione e sottoutilizzo delle risorse produttive, ma anche un abbassamento del potenziale economico del paese, dovuto in prima battuta e principalmente al calo degli investimenti.

Premesso che si tratta di ulteriori conferme in merito a quanto siano state scellerate le politiche intraprese in quel periodo, il dubbio che si pone oggi è il seguente: se il potenziale produttivo è inferiore a quanto sarebbe altrimenti stato, attuare politiche espansive della domanda non rischia di essere meno efficace di quanto ci si attende – appunto perché gli spazi di recupero sono meno ampi del previsto, a causa della diminuzione del potenziale ?

Una prima considerazione in merito è che il potenziale a breve termine è una cosa, quello a medio-lungo termine è un’altra. Le aziende hanno a disposizione un’enorme riserve di manodopera inattiva o sottoutilizzata, che può rientrare velocemente in azione se la domanda riparte. La capacità impiantistica invece può essersi in una certa misura contratta, ma ripristinarla non è difficile (anche se è meno immediato) quando i livelli di attività tornano a crescere e (di conseguenza) le aziende riprendono a investire.

Esempio pratico: un’azienda aveva sei linee produttive in un capannone e ne ha disattivate due perché la domanda si è abbassata. Quanto è difficile riportarle a sei ? è solo questione di comprarle e di metterle in funzione. Non lo fai in pochi mesi non perché sia impossibile, ma perché vuoi prima verificare che il recupero di domanda sia permanente. Ma entro un paio d’anni, se la tendenza prosegue, senz’altro sì. E gli investimenti sono un ulteriore fattore di accelerazione della ripresa.

In altri termini, una depressione economica che dura un anno termina con un forte e rapido rimbalzo, una depressione che è durata dieci anni, invece, con un recupero più graduale. Se viene ripristinato un adeguato livello di domanda, l’Italia è in grado di generare crescite del PIL non, evidentemente, del 7% o del 10%, ma sicuramente superiori al 3% annuo per tre o quattro anni in fila. E questi ultimi risultati sono infatti quelli che riteniamo raggiungibili con il progetto Moneta Fiscale.

La crisi del 2008 e le catastrofiche politiche euroausteriche hanno sicuramente ridotto, in questi anni, il potenziale di crescita del PIL italiano. Ma questo non significa che non esista, oggi, un enorme output gap, cioè una fortissima differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale.

A valori costanti 2017, il PIL reale è sceso da 1.816 miliardi nel 2007 a 1.716 nel 2017. Ipotizzando che il livello del 2007 (ultimo anno precrisi) esprimesse la piena capacità dell’economia italiana, il PIL potenziale del 2017 sarebbe arrivato a 2.107 crescendo dell’1,5% annuo (stima che ai tempi era ritenuta ragionevole, e anzi cautelativa). Gli avvenimenti di questa decade hanno sicuramente ridotto il trend di sviluppo potenziale: ma anche stimandolo allo 0,5% (un punto annuo in meno) si arriva, nel 2017, a 1.909.

Gli ordini di grandezza, in sintesi, sono i seguenti; la crisi e le politiche procicliche “prescritte” dalla UE hanno tagliato il potenziale italiano di un paio di centinaia di miliardi, ma ciò nonostante il PIL reale è comunque un altro paio di centinaio al di sotto del potenziale stesso.

Un’indicazione in merito alla plausibilità di queste stime la fornisce il diverso trend delle esportazioni reali italiane rispetto al PIL: +8,7% le prime nel 2007-2017, -5,5% le seconde. Sono circa quattordici punti di differenza, che corrisponde a un ordine di grandezza grosso modo di 240 miliardi. Questo è il maggior PIL che l’Italia genererebbe se la sua domanda interna avesse seguito il trend della produzione rivolta all’estero, cioè ai mercati dove la domanda non è stata artificialmente compressa dagli eventi del 2011-2014.

Iniettando la domanda mancante nell’economia italiana, i margini di recupero, nonostante i danni inflitti al tessuto produttivo dalle catastrofiche azioni “europrescritte”, sono enormi. Questa è la direzione lungo la quale procedere. E la Moneta Fiscale è lo strumento da adottare.