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mercoledì 22 ottobre 2025

Austerità e diete

 

Imporre austerità a un paese che non ha problemi di inflazione è come mettere a dieta stretta una persona in perfetto peso forma. Questo è quanto ha fatto all’Italia, tra il 2011 e il 2013, la triade UE – Monti – Letta.

L’unico risultato possibile era indebolire l’organismo, cioè l’economia, e questo è accaduto.

I danni inflitti al paese dalla triade sopra menzionata sono stimabili nell’ordine non di centinaia ma di migliaia di miliardi. Questo in termini strettamente economici. Poi ci sono state vite rovinate, carriere spezzate, famiglie ridotte in povertà e disperazione, giovani privati di prospettive.

E la UE secondo qualcuno dovrebbe essere la soluzione di non si sa che ?

 

martedì 23 luglio 2024

Niente scuse per la Fornero

 


Cottarelli si sbaglia, come si è sbagliata Elsa Fornero, e nessun suo critico si deve scusare. Lo squilibrio tra occupati e pensionati può essere riequilibrato allungando l'età lavorativa (di chi è nelle condizioni di lavorare, s'intende) ma SOLO a condizione che I POSTI DI LAVORO CI SIANO. Il problema della riforma Fornero, in un contesta di feroce austerità promossa da Monti su istruzioni UE, non è di aver fatto lavorare di più ma di aver creato disoccupazione ed esodati. QUESTO è il problema del sistema pensionistico, ma prima ancora dell'economia, finché si seguono le euroricette.

sabato 23 marzo 2024

La follia dell’austerità 2011-2013

 

Sarà che sono passati più di dieci anni e la memoria collettiva è labile, ma ogni tanto rispuntano commentatori vari a sostenere che “in realtà l’Italia non ha mai fatto austerità” oppure che “beh sì c’è stata negli anni della crisi dei debiti sovrani ma era indispensabile perché Berlusconi stava portando il paese al fallimento”.

A questi signori, è bene ricordare quanto segue.

I pacchetti di interventi fiscali restrittivi (tagli e tasse) sono stati fatti trangugiare a viva forza all’ultimo governo Berlusconi a partire dalla primavera del 2011. Ovviamente questo non ha risolto la crisi dello spread e ne è risultata la caduta del governo e (a novembre) l’insediamento di Mario Monti.

Le feroci azioni di restrizione fiscale – IMU, legge Fornero, aumento dell’IVA, tagli a sanità ed investimenti pubblici – non hanno minimamente risolto il problema della finanza pubblica.

Hanno invece provocato tredici trimestri complessivi di discesa del PIL reale, con cinque punti percentuali di decrescita cumulata (nel periodo in cui invece tutto il resto del mondo recuperava), decine di migliaia di fallimenti, quattro milioni di persone in più in povertà assoluta (in pratica, ridotte a fare la fila alla Caritas, o giù di lì).

E il debito pubblico ?

Il debito pubblico in rapporto al PIL è AUMENTATO dal 119% al 132%, per il peggior motivo possibile – la caduta del denominatore.

Nell’estate del 2012 si è quindi preso atto che si stava buttando benzina sul fuoco invece di spegnerlo con l’acqua. E quindi è intervenuto Mario Draghi con il whatever it takes: l’impegno della BCE a fare quello che fanno tutte le altre banche centrali, cioè a sostenere il debito pubblico in caso di necessità.

Questo ha prodotto finalmente il rientro a livelli accettabili dello spread di rendimento tra BTP e Bund; ma non il recupero del PIL, che le assurde politiche fiscali messe in atto nel frattempo hanno fatto proseguire ancora per un anno e mezzo, con danni ciclopici.

Quando ricordi tutte queste cose, l’euroausterico di turno spesso ribatte che “il whatever in takes senza austerità non ci sarebbe stato, la BCE non l’avrebbe posto in essere”.

Quest’ultima affermazione francamente non ricordo, ai tempi, che fosse stata formulata da nessun alto esponente della BCE né tantomeno da Draghi. Ma se corrispondesse alla realtà, non sarebbe che un’ulteriore prova della follia del sistema.

Per “risolvere” un problema di finanza pubblica metti in atto una serie di azioni che DEVASTANO l’economia e PEGGIORANO i livelli di debito. Ponendoli però come precondizione per pronunciare tre parole che mettono immediatamente fine alla crisi, come si poteva fare un anno prima – in condizioni MOLTO MIGLIORI, MOLTO MENO DETERIORATE.

Un comportamento del genere è poco definirlo folle. La parola giusta è CRIMINALE.

 

giovedì 19 gennaio 2023

Il punto chiave della riforma MES, e perché va bocciata

 

La riforma del MES peggiora un trattato già di per sé orribile. La modifica principale riguarda la possibilità di utilizzare la capacità d’investimento del MES per intervenire sulla risoluzione delle crisi bancarie.

Il che equivale a dire “tappare buchi di banche in difficoltà”, dove le difficoltà nascono da politiche di affidamento o di investimento imprudenti.

Questa possibilità sarebbe condizionata a buoni parametri di finanza pubblica dello Stato che chiede di accedere al MES per sostenere le sue banche. Non ci vuole un genio per capire che i parametri di finanza pubblica saranno considerati adeguati nel caso (per esempio) della Germania e della Francia, e non nel caso dell’Italia.

In sintesi: se le banche italiane hanno problemi, dovremo come sempre cavarcela da soli. Se le banche tedesche o francesi vanno nei guai, si utilizzeranno soldi (anche) nostri.

Tutto questo per inciso non è un’ipotesi fantasiosa. È già accaduto nel 2011-2, quando siamo stati forzati (per decisione dell’ineffabile Mario Monti, ai tempi non c’era un trattato che disciplinasse il meccanismo) a mettere decine di miliardi per tappare i buchi tedeschi e francesi, presi (principalmente) su finanziamenti erogati in Spagna e in Grecia. Le banche italiane erano al contrario pochissimo esposte.

Totalmente ridicola poi l’affermazione, che pure parecchi commentatori hanno il coraggio di ripetere senza ridersi in faccia da soli allo specchio, che la ratifica deve passare perché “comunque l’utilizzo del MES è improbabile”. L’utilizzo, o è possibile o non lo è. L’Italia sta subendo pressioni dalla UE per ratificare il trattato, il che significa che l’eventualità di utilizzarlo esiste.

E dall’utilizzo del MES (da parte di qualcuno, che potremmo benissimo non essere noi) l’Italia ha solo da perdere.

Non è questione di “picchiare i pugni sul tavolo”. Non è questione di “negoziare qualcosa in cambio”. Non prendiamoci in giro raccontando che ratificando otterremo altro, tipo la revisione del PNRR o un’applicazione morbida della direttiva che punta a rendere green gli immobili.

La prassi UE è quella di imporre cose perché “sono giuste” a loro giudizio. E in contropartita ? nulla. Sono cose fatte per il nostro bene, dicono (e magari qualcuno di loro lo crede anche).

Questa prassi non è accettabile. Le proposte di riforma che vanno contro i nostri interessi vanno respinte. Punto.

 

domenica 21 marzo 2021

Monti e la distruzione della domanda interna

 

Credo sia opportuno chiarire un equivoco, relativo a un’intervista rilasciata da Mario Monti a Fareed Zakaria nel 2012. Intervista molto nota ma molto mal compresa.

Si parla di quando Monti era presidente del consiglio del suo (catastrofico) governo.

Trovate qui il video e il testo. Il punto chiave è il seguente (dal minuto 2:10).

Zakaria: “In Italia, come lei dice, avete fatto più consolidamento fiscale di qualsiasi altro paese. Avete anche realizzato riforme strutturali. Ora, da dove arriverà la domanda ? Serve che qualcuno acquisti i vostri prodotti. State dicendo che la Germania dovrebbe essere il compratore ?”

Monti: “Beh noi stiamo migliorando la nostra competitività grazie alle riforme strutturali. In effetti stiamo distruggendo domanda interna via consolidamento fiscale. Da qui in poi, serve un intervento sulla domanda in Europa, un’espansione della domanda. Come lei ha chiaramente indicato, in Italia abbiamo problemi perché abbiamo ottenuto ottimi risultati sul piano fiscale – ma saranno davvero sostenibili nel lungo termine se il denominatore, il PIL, non cresce ?”.

L’equivoco è che queste frasi di Monti, o più esattamente quella evidenziata, sono state interpretate nel senso che il suo obiettivo fosse distruggere domanda interna per eliminare il deficit commerciale (che in effetti dal 2014 in poi è diventato un robusto surplus, “grazie” al crollo delle importazioni causato, come era logico aspettarsi, dalla violenta contrazione della domanda interna).

La mia opinione è che il (confuso) pensiero di Monti fosse un altro. Nella sua testa, il consolidamento fiscale e le riforme strutturali erano una necessità imprescindibile. Per ottenere una contrazione dei rapporti deficit pubblico / PIL e debito pubblico / PIL, era però ovviamente necessaria anche la crescita del denominatore.

Il consolidamento fiscale invece abbatteva la domanda interna e di conseguenza il PIL. Perché il meccanismo funzionasse, era quindi necessaria un’azione espansiva da parte di altri paesi, in particolare altri paesi dell’Eurozona – primo fra tutti la Germania.

Che cosa ne deduco ? che Monti NON aveva in mente il deficit commerciale come problema, ma il deficit e il debito pubblico. Il consolidamento fiscale li avrebbe fatti calare A CONDIZIONE CHE la domanda interna persa in Italia fosse sostituita da domanda esterna. Il che richiedeva, come detto sopra, una forte azione espansiva da parte dei nostri principali partner commerciali. Leggasi in primo luogo Germania. Ma la finalità non era la sistemazione dei conti con l’estero, bensì la riduzione dei saldi passivi del bilancio pubblico.

Questo assolve Monti ? no, per niente. Per due ragioni.

La prima è che la riduzione del deficit e del debito pubblico è un obiettivo sbagliato se si tenta di raggiungerlo in un contesto economico depresso; e l’Italia era ancora in quella situazione al momento dell’avvento di Monti, in quanto soffriva dei postumi della crisi finanziaria mondiale del 2008.

In secondo luogo, la repressione della domanda interna era, come detto, controproducente ANCHE ai fini del riequilibrio delle finanze pubbliche, SE NON accompagnata da una forte azione espansiva proveniente dall’estero. E questa azione espansiva chi mai aveva dato assicurazioni a Monti che sarebbe stata effettuata ? nessuno, tantomeno i tedeschi.

Anche accettando il concetto (in realtà sbagliato) che l’accoppiata contrazione domanda interna / espansione domanda estera fosse la strategia migliore, Monti ha attuato la prima parte senza poter intervenire sulla seconda. Ne è risultata la peggior catastrofe economica della storia del nostro paese, quantomeno dall’unità d’Italia in poi.

Il mio giudizio su Monti quindi è pesantemente (con tutti i superlativi possibili) negativo. Ma mi sembra utile chiarire che il suo scopo NON era quello di riequilibrare i conti con l’estero, ma di risolvere un (presunto) problema di finanza pubblica. Questo, perlomeno, è quanto risulta sulla base di quell’intervista.

 

mercoledì 19 dicembre 2018

Mario Draghi che scende in politica ?


L’ipotesi di Mario Draghi presidente del consiglio italiano al termine del suo mandato in BCE – termine ormai non molto distante: la scadenza è novembre 2019 – riaffiora con regolarità.

Quanto è plausibile, questa ipotesi ? servirebbe, in primo luogo, una maggioranza parlamentare disposta a votargli la fiducia. Che non si vede, data l’attuale composizione del parlamento, e ancor meno in caso di ipotetiche elezioni anticipate: almeno stando ai sondaggi che continuano ad attribuire a Lega + M5S il 60% dei suffragi.

A prescindere dalle maggioranze parlamentari, comunque, che possono sempre evolversi (magari anche in modo oggi inaspettato), l’ipotesi di Mario Draghi premier mi lascia perplesso per un’altra ragione.

Draghi gode di un’altissima reputazione presso l’establishment, italiano e ancora di più internazionale. E’ l’uomo che ha tenuto insieme l’euro quando stava per rompersi, che ha introdotto il QE contro le resistenze tedesche. Certo, non ha risolto l’eurocrisi. Ma è un eroe per chi voleva e vuole la sopravvivenza del sistema attuale.

Ora, vi immaginate Draghi nei panni di un Mario Monti 2, o peggio ancora di un Enrico Letta 2 ? intento a eseguire pedissequamente le istruzioni che arrivano da Bruxelles ?

Io no, anche perché significherebbe essere al governo di un paese in perenne depressione economica e a costante rischio di tracollo finanziario. Monti e Letta hanno fatto quello che gli veniva richiesto (dai loro mandanti esterni) ma non ne sono certo usciti con un’immagine vincente.

A Draghi interessa seguirli su questa strada ? io non credo.

Altro discorso è un Draghi che arriva, risolve i problemi dell’economia italiana e attua una forte azione di rilancio – senza rompere l’euro.

E la strada per ottenere tutto questo esiste. E’ il progetto CCF / Moneta Fiscale. A favore del quale Draghi non spenderà mai una parola… fino al momento in cui gli facesse gioco metterlo in atto.

Oh, se mai tutto questo avverrà, il progetto cambierà senz’altro nome, e con ogni probabilità anche vari dettagli operativi. Perchè dovrà essere il “progetto Draghi”. Il che comunque è possibile, senza che venga meno la sostanza.

Prendetelo come un esercizio di totale fantaeconomia politica. Le probabilità di questo scenario non provo neanche a stimarle. Una su cento, una su un milione, meno ancora ?

Però rifletteteci. Magari è uno scenario meno assurdo di altri.


venerdì 23 settembre 2016

No alle Olimpiadi – ma Raggi non è Monti

Roma, per decisione del sindaco Virginia Raggi, ritira la sua candidatura ad organizzare i Giochi Olimpici del 2024, così come l’Italia, per decisione dell’allora presidente del Consiglio Mario Monti, aveva ritirato la sua candidatura ad organizzare i Giochi Olimpici del 2020. Raggi come Monti, ha commentato qualcuno. Un attimo però.

Il principale motivo per cui organizzare le Olimpiadi in Italia oggi è un errore è che siamo inseriti in un determinato sistema economico-monetario.

E in questo sistema, le regole UE-Eurozona impongono limitazioni alla capacità dello stato di immettere potere d’acquisto nel sistema economico mediante deficit spending. Cosa significa ? che i soldi pubblici destinati alle Olimpiadi devono essere tolti da altre cose. Per esempio dalla sanità. Per esempio dagli interventi di ricostruzione post calamità naturali. Per esempio dalle tasche dei cittadini mediante maggiori tasse.

Queste regole sono profondamente sbagliate perché il contesto attuale è caratterizzato – particolarmente in Italia - da un pesantissimo sottoutilizzo della capacità di produzione, quindi anche da un’inaccettabile livello di disoccupazione. E le regole impediscono una necessarissima azione di espansione della domanda, che rimetterebbe al lavoro aziende e persone.

Ma al momento queste regole esistono e sono un vincolo. Ora, Virginia Raggi questo vincolo se lo trova e lo subisce. Non è suo potere agire per rimuoverlo – cosa fattibile, e anche facilmente – perché è il sindaco di Roma, non è il presidente del consiglio.

Mario Monti è la persona che questo vincolo l’ha introdotto, lavorando a stretto contatto con la UE e raccontando alla popolazione italiana che era indispensabile per il risanamento finanziario del paese. Risanamento che non s’è visto, mentre si sono visti il crollo del PIL, l’esplosione della disoccupazione e migliaia di fallimenti aziendali.

La differenza sta qui. Certo, l’occasione persa dispiace moltissimo, oltre che – e si può capirlo – agli atleti, a vari imprenditori che sull’organizzazione dei Giochi avrebbero sviluppato una serie di iniziative economiche.

Ora, una riflessione su quest’ultimo punto i vari Caltagirone, Malagò, Montezemolo dovrebbero però farla. Di sicuro, non sono mai stati in prima linea nel dichiarare che la politica economica italiana è fuori strada. Magari qualcuno di loro lo pensa. Ma si tratta di persone che non si pongono mai in contrapposizione con la linea delle istituzioni, anche quando è profondamente sbagliata. Perché l’attitudine è che il governo può anche sbagliare – purché mi lasci fare gli affari che mi interessano.

Caltagirone, Malagò, Montezemolo e tanti altri potrebbero, dovrebbero aver capito che la formula “il governo sfascia il paese ma pazienza, io gli affari miei me li faccio”, cinismo a parte, a un certo punto non funziona più. Un paese con un’economia tonica, con le giuste risorse destinate alla spesa sociale, che non deve infliggere ai propri cittadini l’orribile, rivoltante spettacolo di mendicare risorse per assistere i terremotati, può fare tante cose – compreso magari organizzare i Giochi Olimpici.

L’Italia non è in questa situazione. Ci sono dei responsabili, e ci sono dei conniventi. Alcuni nomi li ho citati sopra. E Virginia Raggi non è uno di questi.


sabato 23 febbraio 2013

Perchè (certi) politici non cambiano mai idea

Forse non è niente di particolarmente originale ma… non guasta riflettere sui motivi per i quali i politici non ammettono i propri errori, a dispetto delle smentite che la realtà quotidiana fornisce. Dal blog di Paul Krugman, questo commento (oggi) in merito al Cancelliere dello Scacchiere (il Ministro delle Finanze) inglese George Osborne, e ai pessimi risultati delle sue politiche di austerità.

“Suppose George Osborne were to admit that austerity isn’t working. What, then, would be left of his claim to be qualified to do, well, anything? He has to stick it out until something turns up, no matter how many lives it destroys… The point is that a large part of the reason we’re locked into such a mess is careerism. And yes, that’s quite vile, if you think about it: politicians and pundits alike letting the world burn — probably unconsciously, but still — because their personal position would be hurt if they admitted to past mistakes.”

“Immaginate che George Osborne ammetta che l’austerità non sta funzionando. Che cosa rimarrebbe, allora, della sua pretesa di essere qualificato per – bè, qualsiasi cosa ? E’ costretto a sostenere la sua posizione finchè qualcosa capita, e non importa quante vite si distruggono nel frattempo… Il punto è che buona parte del motivo per cui siamo incastrati in questo disastro è il carrierismo. E sì, è alquanto ripugnante se ci pensate: politici, così come esperti, che lasciano bruciare il mondo – probabilmente in modo inconscio, ma così è – perché la loro personale posizione sarebbe danneggiata se ammettessero gli errori passati”.
 
”In modo inconscio” non ci giurerei. Per il resto, ho solo da aggiungere che quanto sopra è ancora più vero se a “George Osborne” sostituiamo per esempio “Mario Monti”, “Alberto Alesina”, “Herman Van Rompuy” o “Olli Rehn".