Ultimamente
leggo e sento dichiarazioni di alcuni noti difensori dell’”ordine costituito eurosistemico”
(Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli, Daniel Gros per citare i primi che mi
vengono in mente) che si riassumono come segue.
“Sì va bene,
aumentare il deficit pubblico produce crescita – per un anno. Ma dal secondo in
poi che cosa succede ? Dovremmo tutti gli anni aumentare il deficit, altrimenti
i tassi di crescita ripiomberebbero ai livelli precedenti. Ma il deficit, se
continua ad aumentare, va fuori controllo. E se non lo aumentiamo e non cresciamo
più – dopo il primo anno – torniamo alla situazione di prima, con un PIL più
alto ma sempre con crescita insufficiente, e con più debito di prima”.
Una prima
osservazione è che il problema del “più debito” è, ovviamente, un’implicazione
del fatto che la manovra espansiva sia finanziata con indebitamento del settore
pubblico.
Se invece viene
emessa moneta, o un titolo a utilizzo fiscale che non rientra nel debito
pubblico (come i CCF, che non sono parte del “Maastricht Debt”, ovvero del
debito pubblico come definito da trattati e regolamenti UE), il maggior debito non
si viene a creare, neanche nella fase iniziale della manovra espansiva.
Questo (dovrebbe
essere ovvio, ma repetita iuvant…)
non significa che una manovra espansiva sia sempre
giustificata. Se non c’è un rilevante output
gap, quindi un grave sottoutilizzo della capacità produttiva del sistema
economico (che significa anche alti livelli di disoccupazione e
sottoccupazione) la manovra espansiva non produce crescita ma inflazione.
Ma nella situazione italiana odierna, l’inflazione non è un problema (anzi lo è in
quanto troppo bassa, non in quanto
troppo alta) e la disoccupazione, al contrario, sì. Un forte impulso espansivo
sull’economia è quindi sia giustificato che necessario.
Ciò premesso, è
bene riassumere perché un impulso espansivo produce un’accelerazione della
crescita non solo nel momento in cui viene attuato, ma anche dopo.
Primo, più
reddito induce più spesa. Se lo Stato costruisce un ospedale utilizzando
mezzi e persone altrimenti inattivi, le aziende e i loro dipendenti vengono
pagati e spendono una parte del loro reddito. Non solo quindi il PIL aumenta in
misura pari al valore dell’ospedale (e una parte del maggior PIL tra l’altro produce
subito maggior gettito fiscale), ma l’aumento è ancora superiore perché c’è un
effetto indotto di crescita della spesa privata.
Secondo, la
produttività delle aziende aumenta perché attualmente la loro capacità è
sottoutilizzata. L’incremento di produzione non richiede un incremento dei
costi fissi, fino al momento in cui non si torna a un normale livello di
utilizzo della capacità produttiva. Aumenta quindi la produttività sia del
lavoro che delle strutture fisiche.
Terzo, ripartono
gli investimenti aziendali con il riavvicinarsi alla normalità dell’utilizzo
della capacità produttiva. Maggior domanda significa più utili per le aziende, quindi
più soldi da investire, e maggior incentivo ad espandere il potenziale
produttivo. Questo non avviene immediatamente, ma gradualmente, a ritmi sempre
più rapidi, via via che il sistema economico si riporta verso il pieno utilizzo
delle proprie risorse produttive.
Quarto, si
riavvia anche il credito privato, in quanto aziende e lavoratori
migliorano i loro redditi e le banche sono quindi maggiormente incentivate a
finanziare investimenti produttivi, acquisti immobiliari eccetera. Mentre in
condizioni di domanda depressa il credito non solo si fa fatica a concederlo,
ma c’è anche scarso desiderio di richiederlo. Chi non ha redditi tende,
ovviamente, a non pianificare investimenti.
Quinto, la ripartenza
degli investimenti produce un rinnovo tecnologico della capacità produttiva. Il nuovo
macchinario oltre ad ampliare la capacità fisica del vecchio è, naturalmente,
più efficiente e più produttivo.
Tutti questi
fattori del resto li abbiamo visti all’opera – ma sciaguratamente nella
direzione contraria – durante la fase di contrazione dell’economia italiana
prodotta, tra metà 2011 e inizio 2014, dalle catastrofiche politiche di “aggiustamento”
prescritte dalla UE. Tredici trimestri consecutivi di calo del PIL reale (che
già partiva da una situazione convalescente perché non si erano certo ancora
esauriti gli effetti della crisi Lehman, di cui giusto in questi giorni ricorre
il decennale).
Abbiamo avuto,
in quel periodo, tutti gli effetti sopra descritti – ma in senso inverso. Contrazioni di spesa pubblica e di
trasferimenti, e aumenti di tasse, hanno abbattuto il PIL, sia direttamente che
a seguito del calo successivamente indotto nella spesa privata. Le aziende hanno contratto gli
investimenti, e le banche il credito. E la produttività delle aziende ne ha
pesantemente risentito.
E tutto questo
ha “risanato la finanza pubblica” ? il rapporto debito / PIL è salito dal 116%
al 129%, “grazie” al crollo del denominatore...
I Cottarelli, i
Galli, i Gros, hanno plaudito alle azioni di politica economica attuate in quel
periodo appunto perché sono partiti dal presupposto che le azioni di politica
economica (azioni restrittive, in quel caso) avessero effetti limitati al
periodo in cui venivano effettuate. Quindi si sarebbe dovuta ottenere una
riduzione del deficit a fronte sì di un calo del PIL, ma solo nel periodo in
cui veniva effettuato l’”aggiustamento”.
Le loro ipotesi
di lavoro erano totalmente errate. E oggi, però, ripropongono lo stesso schema
di analisi. Il consolidamento fiscale, dicevano allora, avrebbe avuto modesti e
temporanei effetti di contrazione dell’economia reale. L’espansione fiscale,
dicono oggi, produrrebbe al massimo un temporaneo innalzamento del PIL, ma
nessun impatto sulla crescita a medio e lungo termine.
Si sono
tragicamente sbagliati allora, e per l’Italia le conseguenze sono state un paio
di milioni in più di persone in povertà assoluta e qualche decina di migliaia
di aziende fallite.
Continuano a sbagliarsi, completamente, oggi. Per fortuna la popolazione e l’elettorato
italiano hanno, adesso, le idee molto più chiare in merito a questi argomenti.