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martedì 23 luglio 2024

Niente scuse per la Fornero

 


Cottarelli si sbaglia, come si è sbagliata Elsa Fornero, e nessun suo critico si deve scusare. Lo squilibrio tra occupati e pensionati può essere riequilibrato allungando l'età lavorativa (di chi è nelle condizioni di lavorare, s'intende) ma SOLO a condizione che I POSTI DI LAVORO CI SIANO. Il problema della riforma Fornero, in un contesta di feroce austerità promossa da Monti su istruzioni UE, non è di aver fatto lavorare di più ma di aver creato disoccupazione ed esodati. QUESTO è il problema del sistema pensionistico, ma prima ancora dell'economia, finché si seguono le euroricette.

mercoledì 11 gennaio 2023

L'aumento delle accise, che brutta storia

 

Se c’è una cosa che il governo non doveva fare, era eliminare (in parte a novembre scorso, e per il residuo dall’inizio del 2023) lo sconto sulle accise applicate ai carburanti. Il venir meno dello sconto pesa sul costo attuale al distributore innalzandolo di 30 centesimi (più IVA).

Un bruttissimo errore, sia di sostanza che di immagine.

Di sostanza, perché il maggior problema odierno dell’economia italiana è l’inflazione sui prezzi al consumo, e il modo migliore per mitigarla è abbassare imposte indirette e oneri vari sui generi di prima necessità e a domanda rigida. Categoria nelle quali rientrano anche e soprattutto, a pieno titolo, i carburanti.

Eliminare lo sconto sulle accise, cioè in parole povere aumentarle, va esattamente nella direzione opposta, e sbagliata. Sbagliatissima.

Di immagine, perché è il tipico provvedimento di cui si accorgono tutti. Non è nascosto tra le pieghe della legge di bilancio. Non si confonde nel calderone dei mille più e meno. No, tocca l’intera popolazione che se lo vede nella colonna dei prezzi dei distributori, e se lo ritrova a smagrire il portafogli.

Una comica totale poi le giustificazioni che si sono tentate di fornire. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio (non una carica marginale) Giovanbattista Fazzolari se ne è uscito con l’affermazione che le minori accise erano un regalo ai ricchi, perché pagavano di meno anche quelli che girano in Ferrari.

Che ovviamente sono l’uno per diecimila della popolazione, incidono quasi nulla sul gettito accise, e dello sconto nemmeno si accorgono.

Per non “regalare” qualche soldo a loro, si martellano milioni di persone a cui l’auto serve per lavorare, e per i quali il maggior costo di benzina e gasolio pesa, eccome.

A prendere alla lettera Fazzolari, le uniche tasse che sarebbe giusto ridurre sono quelle che i proprietari di Ferrari risultano autorizzati a non pagare. Non ho capito quali siano, però. Sospetto che non l’abbia capito neanche Fazzolari.

La salvezza dell’attuale maggioranza di governo, a livello quantomeno di consenso dell’elettorato, è l’esistenza di un’opposizione è così sgangherata che, invece di attaccarli su un provvedimento demenziale, gli dà ragione.

Lo stesso identico “ragionamento” di Fazzolari l’hanno formulato, infatti, Carlo Cottarelli e Luciano Capone (giornalista del “Foglio”, quotidiano che piace così tanto all’establishment da sopravvivere – grazie ai sussidi pubblici - praticamente senza vendere copie).

Rovesciando la nota massima, il governo con dei nemici così non ha bisogni di amici.

 

venerdì 21 gennaio 2022

La sovranità nella terra di nessuno

 

Sono molto in sintonia con questo commento di Jean-Paul Fitoussi, formulato al termine di un articolo in cui Milano Finanza gli chiedeva (unico non euroausterico, a fianco di Codogno, Cottarelli e Gros…) un’opinione sul progetto franco-italiano di riforma del patto di stabilità:

“Se vogliamo risolvere i problemi dell’Europa bisogna comunque andare oltre i contenuti tecnici e occuparci innanzitutto del problema della sovranità. È solo a questa condizione che la scelta potrebbe prevalere sulla regola e la democrazia sulla tecnocrazia”.

Qui sta il nocciolo della questione. La UE e in particolare l’Eurozona sono in una situazione infernale perché la sovranità è stata tolta agli Stati senza attribuirla a nessun’altra istituzione democratica. In altri termini, non si sa dove stia: è finita nella terra di nessuno.

Gli europeisti, perlomeno alcuni di loro, ammettono pure che è vero, ma la soluzione unica accettabile a loro avviso è “completare l’opera”, cioè realizzare l’unione politica.

Ma come è possibile realizzare un’unione politica se non c’è desiderio di arrivarci, da parte della maggioranza dei cittadini dei vari Stati ?

In particolare, non ne esiste la minima volontà in Germania. Qualcuno crede che un referendum per formare gli Stati Uniti d’Europa e farvi confluire lo Stato tedesco avrebbe la minima possibilità di successo ?

I tedeschi non lo desiderano, tra le altre cose perché le regole dell’Eurosistema per LORO non sono un problema. Sono lo Stato economicamente più forte, quindi le regole vincolano gli altri, non loro.

Chi crede in buona fede all’unità politica dovrebbe andare a propagandarla presso l’opinione pubblica IN GERMANIA. Buona fortuna.

Invece il ritornello dei nostri europeisti è “le regole sono sbagliate ma non si possono cambiare (se non con l’accordo tedesco, che non c’è, o non per quanto realmente occorre) perché non possiamo fare passi indietro sul nostro sogno di unione…”. Che per i paesi del Sud non è un sogno ma un incubo.

Si è creato uno status quo demoniaco perché l’assetto è pessimo ma c’è una convergenza di interessi tra vari soggetti, ai quali lasciarlo com’è va bene: i paesi del Nord; le grandi istituzioni finanziarie e le grandi multinazionali, che hanno un accesso privilegiato alla BCE e alla UE; e i burocrati che fanno carriera legandosi al carro dei più forti.

La Moneta Fiscale è la via per sbloccare la situazione perché ridà agli Stati il livello di autonomia necessario per far funzionare le regole, senza cambiarle e senza rompere l’euro – cosa che sarebbe estremamente complicata sul piano sia tecnico che politico.

E, giusto per rassicurare gli europeisti sinceri e in buona fede (ce ne sono): la Moneta Fiscale non impedisce di arrivare all’unione politica. Anzi, se l’assetto dell’euro cessa di essere disfunzionale, le probabilità aumentano perché si rimuove un enorme fattore d’incertezza sul destino dell’Eurozona e della UE.

Poi, che un tedesco voglia diventare concittadino di un italiano lo considero, come ho detto, molto ma molto improbabile. Ma questo è un altro discorso.

 

domenica 6 dicembre 2020

Gli amici europei amano salvare le LORO banche con i NOSTRI soldi

 

Il buon Carlo Cottarelli ci fa sapere via twitter che “tra le critiche alla riforma del MES la più strana è che la possibilità di ricapitalizzare le banche col MES favorirebbe la Germania. Ma se le banche tedesche avessero problemi, la Germania non avrebbe problemi a finanziare il salvataggio indebitandosi sui mercati. L’Italia sì”.

Cottarelli è veramente così ingenuo ?

Certo che la Germania potrebbe salvare le sue banche indebitandosi sul mercato. Ma sia per loro che i francesi, non sarebbe stato un problema neanche nel 2010-2012 tappare i buchi presi dalle loro banche in Spagna e in Grecia (i tedeschi più in Spagna, i francesi più in Grecia).

Problema: avrebbero dovuto dichiarare al loro elettorato che il LORO sistema bancario si era comportato in modo dissennato, e quindi che era necessario intervenire.

Molto più facile, politicamente, dare tutta la colpa al debitore e dichiarare che si era creato un problema “di natura generale”. Quindi, suddividere l’onere con gli altri paesi dell’Eurozona (Italia in primis), che in quei paesi erano molto meno esposti.

La riforma del MES tra le altre finalità ha anche quella di ripetere, se mai servisse, lo stesso esercizio. Le landesbanken sono nei guai ? interviene il MES, anche con i soldi italiani, “perché è un problema collettivo”.

Se invece il problema l’hanno le banche italiane ? il MES in teoria può intervenire anche in questo caso, ma con il rischio (altissimo) che l’onere scaricato (via MES) sul bilancio pubblico italiano spinga a farne dichiarare l’insostenibilità, obbligando quindi l’Italia a “ristrutturarlo” (a fare default, in altri termini) nonché ad accettare pesantissimi condizionamenti sulla politica economica degli anni a venire.

Peggio ancora: può benissimo capitare che in crisi vadano le banche tedesche e non le italiane, che si ricapitalizzino via MES le banche tedesche e non le italiane… e che come risultato il debito italiano venga dichiarato insostenibile e ristrutturato. E il debito tedesco invece no.

Questo è il nocciolo della “bellissima, equa, solidale ed europeistica” riforma del MES.

Che ne dite, lo spieghiamo a Cottarelli ?

domenica 16 settembre 2018

Sostegno della domanda e innalzamento della crescita


Ultimamente leggo e sento dichiarazioni di alcuni noti difensori dell’”ordine costituito eurosistemico” (Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli, Daniel Gros per citare i primi che mi vengono in mente) che si riassumono come segue.

“Sì va bene, aumentare il deficit pubblico produce crescita – per un anno. Ma dal secondo in poi che cosa succede ? Dovremmo tutti gli anni aumentare il deficit, altrimenti i tassi di crescita ripiomberebbero ai livelli precedenti. Ma il deficit, se continua ad aumentare, va fuori controllo. E se non lo aumentiamo e non cresciamo più – dopo il primo anno – torniamo alla situazione di prima, con un PIL più alto ma sempre con crescita insufficiente, e con più debito di prima”.

Una prima osservazione è che il problema del “più debito” è, ovviamente, un’implicazione del fatto che la manovra espansiva sia finanziata con indebitamento del settore pubblico.

Se invece viene emessa moneta, o un titolo a utilizzo fiscale che non rientra nel debito pubblico (come i CCF, che non sono parte del “Maastricht Debt”, ovvero del debito pubblico come definito da trattati e regolamenti UE), il maggior debito non si viene a creare, neanche nella fase iniziale della manovra espansiva.

Questo (dovrebbe essere ovvio, ma repetita iuvant…) non significa che una manovra espansiva sia sempre giustificata. Se non c’è un rilevante output gap, quindi un grave sottoutilizzo della capacità produttiva del sistema economico (che significa anche alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione) la manovra espansiva non produce crescita ma inflazione.

Ma nella situazione italiana odierna, l’inflazione non è un problema (anzi lo è in quanto troppo bassa, non in quanto troppo alta) e la disoccupazione, al contrario, sì. Un forte impulso espansivo sull’economia è quindi sia giustificato che necessario.

Ciò premesso, è bene riassumere perché un impulso espansivo produce un’accelerazione della crescita non solo nel momento in cui viene attuato, ma anche dopo.

Primo, più reddito induce più spesa. Se lo Stato costruisce un ospedale utilizzando mezzi e persone altrimenti inattivi, le aziende e i loro dipendenti vengono pagati e spendono una parte del loro reddito. Non solo quindi il PIL aumenta in misura pari al valore dell’ospedale (e una parte del maggior PIL tra l’altro produce subito maggior gettito fiscale), ma l’aumento è ancora superiore perché c’è un effetto indotto di crescita della spesa privata.

Secondo, la produttività delle aziende aumenta perché attualmente la loro capacità è sottoutilizzata. L’incremento di produzione non richiede un incremento dei costi fissi, fino al momento in cui non si torna a un normale livello di utilizzo della capacità produttiva. Aumenta quindi la produttività sia del lavoro che delle strutture fisiche.

Terzo, ripartono gli investimenti aziendali con il riavvicinarsi alla normalità dell’utilizzo della capacità produttiva. Maggior domanda significa più utili per le aziende, quindi più soldi da investire, e maggior incentivo ad espandere il potenziale produttivo. Questo non avviene immediatamente, ma gradualmente, a ritmi sempre più rapidi, via via che il sistema economico si riporta verso il pieno utilizzo delle proprie risorse produttive.

Quarto, si riavvia anche il credito privato, in quanto aziende e lavoratori migliorano i loro redditi e le banche sono quindi maggiormente incentivate a finanziare investimenti produttivi, acquisti immobiliari eccetera. Mentre in condizioni di domanda depressa il credito non solo si fa fatica a concederlo, ma c’è anche scarso desiderio di richiederlo. Chi non ha redditi tende, ovviamente,  a non pianificare investimenti.

Quinto, la ripartenza degli investimenti produce un rinnovo tecnologico della capacità produttiva. Il nuovo macchinario oltre ad ampliare la capacità fisica del vecchio è, naturalmente, più efficiente e più produttivo.

Tutti questi fattori del resto li abbiamo visti all’opera – ma sciaguratamente nella direzione contraria – durante la fase di contrazione dell’economia italiana prodotta, tra metà 2011 e inizio 2014, dalle catastrofiche politiche di “aggiustamento” prescritte dalla UE. Tredici trimestri consecutivi di calo del PIL reale (che già partiva da una situazione convalescente perché non si erano certo ancora esauriti gli effetti della crisi Lehman, di cui giusto in questi giorni ricorre il decennale).

Abbiamo avuto, in quel periodo, tutti gli effetti sopra descritti – ma in senso inverso. Contrazioni di spesa pubblica e di trasferimenti, e aumenti di tasse, hanno abbattuto il PIL, sia direttamente che a seguito del calo successivamente indotto nella spesa privata. Le aziende hanno contratto gli investimenti, e le banche il credito. E la produttività delle aziende ne ha pesantemente risentito.


E tutto questo ha “risanato la finanza pubblica” ? il rapporto debito / PIL è salito dal 116% al 129%, “grazie” al crollo del denominatore...

I Cottarelli, i Galli, i Gros, hanno plaudito alle azioni di politica economica attuate in quel periodo appunto perché sono partiti dal presupposto che le azioni di politica economica (azioni restrittive, in quel caso) avessero effetti limitati al periodo in cui venivano effettuate. Quindi si sarebbe dovuta ottenere una riduzione del deficit a fronte sì di un calo del PIL, ma solo nel periodo in cui veniva effettuato l’”aggiustamento”.

Le loro ipotesi di lavoro erano totalmente errate. E oggi, però, ripropongono lo stesso schema di analisi. Il consolidamento fiscale, dicevano allora, avrebbe avuto modesti e temporanei effetti di contrazione dell’economia reale. L’espansione fiscale, dicono oggi, produrrebbe al massimo un temporaneo innalzamento del PIL, ma nessun impatto sulla crescita a medio e lungo termine.

Si sono tragicamente sbagliati allora, e per l’Italia le conseguenze sono state un paio di milioni in più di persone in povertà assoluta e qualche decina di migliaia di aziende fallite.

Continuano a sbagliarsi, completamente, oggi. Per fortuna la popolazione e l’elettorato italiano hanno, adesso, le idee molto più chiare in merito a questi argomenti.


lunedì 4 dicembre 2017

Come non tutelare l'equilibrio del sistema pensionistico


Letta su twitter alcuni giorni fa: “Solidarietà a Carlo Cottarelli, che armato di numeri e pazienza va a parlare in TV di pensioni con mistificatori, demagoghi, trecartari, arruffapopoli, e analfabeti funzionali”.

E in risposta un altro commento: “Cottarelli eroico ma dibattito deprimente su cui ci aggrovigliamo da 20 anni mai mai mai focus su crescita innovazione investimenti produttività”.

Chi sostiene queste posizioni dovrebbe riflettere sul fatto che vent’anni, guarda caso, sono (anno più, anno meno) quelli decorsi dall’introduzione dell’euro.

E il nesso tra meccanismi di funzionamento dell’Eurosistema, e blocco di “crescita innovazione investimenti produttività” in Italia, è ben chiaro e argomentato (altro che “correlazioni spurie”, come le chiama chi cerca di difendere l’indifendibile).

Il “focus” sulla mancanza di “crescita innovazione investimenti produttività” ha un senso a due condizioni: che se ne identifichino le CAUSE, e che se ne propongano le SOLUZIONI.

Niente di tutto questo avviene se ci si limita ad affermare che “manca crescita eccetera, QUINDI non ci sono i soldi per le pensioni”.

I soldi per le pensioni (e per la sanità, per l’ordine pubblico, per la tutela del territorio, per diminuire le tasse e per molte altre cose ancora) ci sono A CONDIZIONE che si risolva la crisi di domanda a causa della quale l’economia italiana lavora e produce molto al di sotto del suo potenziale.

Una volta compreso che la crisi di domanda trascina tutto il resto - ovvero, una volta effettuata la diagnosi corretta - si identificano anche le soluzioni (immettere domanda nel sistema economico) e gli strumenti tecnici (il progetto CCF / Moneta Fiscale).

Tagliare le pensioni “per preservare l’equilibrio del sistema pensionistico”, al contrario, distrugge ulteriore domanda, produzione e occupazione. Con il risultato che il sistema si squilibra ulteriormente. E la depressione dell’economia si aggrava.


martedì 19 agosto 2014

Un suggerimento per la Spending Review


Il tema è di moda, visti i malumori pre- e post-ferragostani espressi dal commissario Cottarelli. E la maggior parte dei commenti segue la falsariga tipica: non si riescono a tagliare gli sprechi, per questo i conti dello stato sono in difficoltà, non usciremo mai dalla crisi in questo modo.

La verità è un po’ diversa, anzi parecchio. Non usciremo mai da questa crisi con azioni di riduzione della spesa. Da una situazione di depressione economica e di deflazione si esce incrementando le risorse messe a disposizione del sistema economico, non riducendole.

Questa è una verità semplice ma controintuitiva che parecchie persone comprendono, ma molte altre no. E constato quotidianamente che non c’è alcuna correlazione tra il livello di istruzione di chi capisce e di chi non capisce: parecchie mie conoscenze, magari professionisti di ottimo standing e di eccellente qualità, impegnati in settori legati alla finanza, all’economia, alla pratica legale, non ci arrivano assolutamente.

La Spending Review ha senso se condotta in tutt’altro modo. All’annuncio che un costo è stato tagliato, si dovrebbe immediatamente associare la dichiarazione “e quei soldi li abbiamo, invece, spesi così”.

Una cattiva spesa che viene sostituita da una spesa migliore, o da un’efficace riduzione di tassazione, è positiva. Ma l’impatto maggiore, anzi l’unico che costituisce un beneficio di vera sostanza nel contesto attuale, arriva se per un euro di riduzione ce ne sono due di maggiore spesa. Spesa pubblica o anche spesa privata (grazie, per esempio, a minori tasse).

Tagliare un euro di spreco per ridurre il deficit pubblico significa invece, oggi, aumentare la disoccupazione. Lo “spreco” è, in realtà, allocazione poco equa della spesa. Metto qualcuno in condizione di spendere (un consigliere provinciale corrotto ? Er Batman, ricordate ?) e quello comunque spende e dà lavoro ad altri.

Molto meglio dare soldi a pensionati, disoccupati, o lavoratori e aziende (sotto forma di minori tasse) che a Er Batman. Ma molto, molto PEGGIO tagliare lo spreco per ridurre il deficit. Invece di spesa mal distribuita (ma che comunque alimenta domanda e lavoro) ottengo solo di far sparire soldi dalla circolazione, riducendo quindi il reddito della collettività.

Non sarebbe così se l’economia fosse in condizioni normali, cioè in uno stato in cui non ci sono livelli anomali di disoccupazione. Se l’economia lavora al suo normale regime, la spesa di Er Batman fa lavorare risorse produttive che altrimenti sarebbero impiegate altrimenti, ma comunque lavorerebbero: e l’allocazione sarebbe più equa.

Oggi invece meno soldi a Er Batman, se non sono riallocati verso un’altra forma di spesa, significa un maggior sottoutilizzo delle capacità produttive: più disoccupazione, come si diceva.

Tagliamo quindi la spesa sbagliata, ma per RIALLOCARE, non per diminuire il deficit. E per ogni euro di spesa tagliata, aumentiamo di due altre forme di spesa migliori.

Molti capiscono tutto questo, molti altri hanno letteralmente un blocco mentale nel rendersi conto che in una situazione di domanda depressa, di disoccupazione massiccia, le cose stanno così. Pazienza. Io continuo a spiegare.