giovedì 28 dicembre 2017

Moneta Fiscale: la guerra dell’establishment agli spaventapasseri

Il progetto Moneta Fiscale è oggetto di un crescente fuoco di sbarramento (questo almeno è il tentativo…) da parte di vari esponenti dell’establishment.

Abbiamo una volta di più approfittato dell’ospitalità di Micromega per replicare alle obiezioni di Lorenzo Codogno e altri sul Sole24 Ore, richiamando inoltre altre confutazioni già da noi pubblicate (a Perotti – che ha scritto su Repubblica - a De Bortoli – che è uscito sul Corsera - nonché a Banca d’Italia).


Non amo le polemiche fini a se stesse, ma in questo caso mi sembra appropriato sottolineare che abbiamo debitamente richiesto a Repubblica, Corsera e Sole spazio di replica sulle medesime testate. Spazio che in tutti questi casi non è stato concesso: Corsera e Sole rispondendo “mandateci il pezzo” per poi sparire; Repubblica in modo (riconosciamolo…) molto più diretto: “assoluta mancanza di spazio” (su un sito online: erano finiti i bit, a quanto pare. Posizione coerente per chi sostiene che lo Stato non può spendere di più perché “sono finiti i soldi”…).

Pazienza. Altri media e altri siti online, come Micromega appunto, come Economia & Politica, coprono con efficacia lo spazio lasciato libero dai giornaloni paludati.

Trovo sempre importante usare parole e terminologia con la massima precisione che mi è possibile, quindi non accuso i giornaloni di aver attuato una censura. “Censura” è il controllo e la limitazione della libertà di espressione da parte di un’autorità politica. La nostra libertà di espressione ovviamente l’abbiamo utilizzata altrove, e nessuna autorità ce lo ha impedito.

No, Repubblica Corsera e Sole non hanno fatto censura. Però hanno adottato un atteggiamento che li qualifica in modo molto chiaro. Non si tratta di quotidiani di opinione. Un quotidiano di opinione mette a confronto temi e posizioni e dà al lettore modo di documentarsi e di valutare tesi e proposte.

Non si tratta di quotidiani di opinione ma di organi di propaganda. Tutto qui.


martedì 26 dicembre 2017

Debito pubblico, CCF e Minibot

Come rilevabile dai dati pubblicati a pagina 7 di questo documento Bankitalia, il debito pubblico lordo italiano al 31.10.2017 era pari a 2.290 miliardi di euro, composti come segue:

Raccolta postale                                                      15
Altri depositi e monete metalliche                        170
Titoli a breve termine                                            114
Titoli a medio e lungo termine                           1.820
Prestiti di Istituzioni Finanziarie Monetarie          127
Passività connesse con i prestiti EFSF                    34
Altre passività                                                           9
TOTALE                                                            2.290

Il dato coincide con quello riportato da Eurostat e rappresenta il cosiddetto “Maastricht Debt”, su cui si calcolano i parametri soglia o obiettivo per i rapporti deficit pubblico / PIL e debito pubblico lordo / PIL.

Le “Istituzioni Finanziarie Monetarie” sono le istituzioni creditizie abilitate a operare con il Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC). Comprendono le banche centrali, nonché le istituzioni finanziarie residenti nell’Eurozona abilitate (i) a ricevere dal pubblico depositi o strumenti ad essi facilmente sostituibili o altri fondi rimborsabili, e (ii) a concedere crediti ed effettuare investimenti in titoli per conto proprio.

Le “Passività connesse con i prestiti EFSF” sono gli impegni non ancora versati ai fondi Salvastati. Va notato che, ancorché non ancora erogati e contingent al fatto che l’ESM li richiami, questi importi sono già considerati parte del debito pubblico in quanto l’Italia è irrevocabilmente impegnata a versarli cash (in caso di richiesta).

Le “Altre passività”, come ci fa sapere la nota a pagina 23 del documento Bankitalia, sono “cessioni pro-soluto a favore di intermediari finanziari non-bancari in attuazione della decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012”.

E la decisione Eurostat in questione è contenuta in questo documento e i passaggi chiave sono a pagina 2:

“When a supplier of goods or services, holding a claim on a government unit, which is recorded as a trade credit (AF.71) in national accounts, transfers totally and irrevocably its claim to a financial institution (notably a unit engaged in factoring activity), the original liability of the government unit recorded as trade credit AF.71 has to be reclassified as a loan (AF.4), part of the EDP Maastricht Debt (Nota MC: EDP = Excessive Deficit Procedure), when the two following conditions are both met: (1) the government unit has no longer any payment obligation to its supplier, and (2) the financial institution has no direct or indirect recourse on the supplier (transferor of the claim) if the government unit does not meet its payment obligations in due time.

The rationale for this decision is that the financial institution established an unquestionable claim on a government unit, which, by consistency, must be fully reflected in the accounts of the latter. This new claim is no longer a simple time lag directly linked to the original commercial transaction and its payment”.

Se ho ricostruito correttamente il tutto, i debiti di fornitura non rientrano nel “Maastricht Debt”. Vi rientrano i corrispondenti importi solo in caso di cessione pro-soluto, cessione che li trasforma da debiti commerciali a debiti finanziari.

Tutto questo ha un rilievo per il “progetto Minibot” di Claudio Borghi (responsabile economico della Lega), che prevede di distribuire titoli di Stato di piccolo taglio, in forma cartacea, a fronte di crediti già esistenti e già ricompresi nel debito pubblico: in primo luogo, crediti di fornitori della Pubblica Amministrazione, e crediti di natura fiscale (per esempio quelli a fronte di ristrutturazioni immobiliari). I Minibot sarebbero poi utilizzabili per pagare tasse, imposte, prodotti e servizi commercializzati da aziende pubbliche, ecc. Gli importi complessivi da distribuire arriverebbero a diverse decine di miliardi.

L’erogazione di Minibot non aumenterebbe il debito in circolazione, perché si convertono in titoli crediti già esistenti. Ma a quanto pare questi crediti, pur essendo impegni del settore pubblico, non sono ricompresi nel “Maastricht Debt”.

I crediti per forniture, come visto, non sono nel “Maastricht Debt”, salvo che non siano trasformati in crediti finanziari mediante una cessione pro-soluto. E non ha un gran senso erogare Minibot alle società di factoring (e non a cittadini o aziende). Comunque, l’importo complessivo è relativamente modesto (9 miliardi circa).

I crediti di natura fiscale, a loro volta, non sembrano proprio comparire nel prospetto Bankitalia: l’implicazione è che non rientrano nel “Maastricht Debt”.

Rimane possibile erogare Minibot a fronte di queste categorie di debito, ma è necessario aver presente che non vale l’affermazione “il Maastricht Debt non si incrementa perché sono già ricompresi”. Inoltre, se i Minibot sono utilizzati immediatamente per ridurre tasse, in anticipo quindi rispetto alla data di rimborso del credito sottostante, l’utilizzo comporta – nel momento in cui si verifica – un incremento di deficit e di debito pubblico (ai sensi di Maastricht).

Quest’ultimo inconveniente è evitabile emettendo Minibot utilizzabili per pagare tasse non subito, bensì alla data di rimborso del credito. In questo caso  sarebbero strumenti fiscali a utilizzo differito: in effetti, qualcosa di estremamente simile ai CCF (Certificati di Credito Fiscale).

Occorre però anche accettare il presupposto che i Minibot a utilizzo differito non vanno inclusi nel “Maastricht Debt” nel momento dell’emissione (altrimenti lo si aumenterebbe, sforando gli eurovincoli). Il che è perfettamente corretto, in quanto sono utilizzabili a pagamento di tasse ma non non danno diritto a rimborso cash.

A questo punto tuttavia, a prescindere da come chiamiamo questi titoli, mi sembra decisamente preferibile adottare il percorso previsto per i CCF. Emettere cioè titoli fiscali a utilizzo differito creati ex nihilo, senza limitazioni (di quantità e/o di soggetti riceventi) causate dalla preesistenza di un credito.

In altri termini: posso emettere sia Minibot a utilizzo differito (a fronte di un credito sottostante, che però non è incluso nel “Maastricht Debt”) sia CCF (senza che preesista alcun credito), in quanto nessuno dei due incrementa il Maastricht Debt al momento dell’emissione; ma con i CCF si attua un’azione di politica economica molto più mirata ed efficace dal punto di vista, soprattutto, dell'impulso sulla domanda interna.

Tra la altro si evitano anche le complicazioni procedurali dovute alla necessità di accertare l’esistenza del credito di fornitura, o del credito fiscale, prima di attuare l’erogazione.

Vedi la parte finale di questo post in merito agli ultimi due punti.


venerdì 22 dicembre 2017

Con il QE si producono euro ?

Chi ha ascoltato la conversazione radiofonica che ho avuto pochi giorni fa con Fabio Conditi, avrà notato a un certo punto uno scambio di battute in merito al fatto che la Banca d’Italia produca (o meno) “euro non gravati da passività”: in particolare, nell’ambito delle operazioni di Quantitative Easing, in cui le banche centrali nazionali comprano titoli di Stato sul mercato.

Sicuramente il tema non è risultato chiaro all’ascoltatore, non per colpa sua ma perché mancava il tempo di approfondirlo (la conversazione riguardava altro: Moneta Fiscale e CCF). In effetti l’abbiamo toccato un po’ casualmente, di sfuggita, e tra l’altro sono emersi (ma non c’era in quella sede la possibilità di chiarirli) punti di vista diversi.

Mi fa quindi piacere riprendere l’argomento: è molto tecnico, ma è utile padroneggiarlo per comprendere sempre meglio i meccanismi di funzionamento delle banche centrali in generale, e dell’Eurosistema in particolare (ringrazio Massimo Costa per una serie di verifiche e chiarimenti).

Vediamo in particolare due casi:

CASO 1: Bankitalia compra un BTP, il venditore è un residente italiano.
CASO 2: Bankitalia compra un BTP, il venditore è un residente estero (in un altro paese dell’Eurozona).

Per comodità, ipotizziamo che il BTP abbia un valore nominale di un euro, e venga acquistato per il medesimo importo (sempre un euro, quindi).

In pratica, l’acquisto di BTP viene effettuato da Bankitalia mediante movimentazioni bancarie (non passaggi di banconote cartacee o monete metalliche).


Parliamo a questo punto del CASO 1. Mario Rossi possiede un BTP, depositato in custodia su un suo conto titoli presso Banca Intesa. Mario Rossi ha anche un conto corrente presso Banca Intesa.

Bankitalia desidera comprare il BTP di Mario Rossi.

Bankitalia NON va da Mario Rossi con una moneta da un euro. Attiva invece una serie di movimentazioni bancarie, che si chiudono tutte lo stesso giorno.

E le movimentazioni bancarie sono le seguenti:

Il conto corrente di Mario Rossi presso Banca Intesa si incrementa di un euro.
Le riserve di Banca Intesa presso Bankitalia si incrementano di un euro.

Il BTP viene trasferito da Mario Rossi a Bankitalia.

Quindi:

Mario Rossi ha un BTP in meno e un euro in più sul suo conto corrente presso Banca Intesa.

Banca Intesa ha un euro in più di depositi attivi presso Bankitalia e un euro in più di depositi passivi di spettanza di Mario Rossi.

E Bankitalia ha un BTP in più, e un euro in più di depositi passivi di spettanza di Banca Intesa.

Per cui:

Mario Rossi ha un euro in più sul suo conto corrente in Banca Intesa. Questo euro in più di moneta bancaria ha come corrispettivo un euro di passività di Bankitalia (verso Banca Intesa).


Passiamo a questo punto al CASO 2.

Hans Richter possiede un BTP, depositato in custodia su un suo conto titoli presso Deutsche Bank. Hans Richter ha anche un conto corrente presso Deutsche Bank.

Bankitalia desidera comprare il BTP di Hans Richter.

Come nel caso precedente, Bankitalia NON va da Hans Richter con una moneta da un euro, ma attiva invece una serie di movimentazioni bancarie.

Il conto corrente di Hans Richter presso Deutsche Bank si incrementa di un euro.
Le riserve di Deutsche Bank presso Bundesbank (non verso Bankitalia) si incrementano di un euro.

La differenza rispetto al caso precedente è che Deutsche Bank, essendo una banca tedesca, ha riserve presso la sua banca centrale nazionale: quindi Bundesbank e non Bankitalia.

A fronte di questo incremento di riserve (che sono un passivo di Bundesbank), la Bundesbank medesima ottiene un incremento delle sue riserve presso la BCE.

Il motivo per cui entra in gioco la BCE è che ha avuto luogo una transazione tra paesi diversi dell’Eurosistema, e la BCE funge da stanza di compensazione tra le banche centrali nazionali (tramite il sistema Target2).

Il corrispettivo, per la BCE, dell’incremento di passività verso la Bundesbank, è un incremento del saldo attivo Target2 della BCE stessa verso Bankitalia.

E il BTP viene trasferito da Hans Richter a Bankitalia.

Quindi:

Hans Richter ha un BTP in meno, e un euro in più sul suo conto corrente presso Deutsche Bank.

Deutsche Bank ha un euro in più di depositi attivi presso Bundesbank e un euro in più di depositi passivi, di spettanza di Hans Richter.

La Bundesbank ha un euro in più di attivo Target2 verso la BCE, e un euro in più di passivo verso Deutsche Bank.

La BCE ha un euro di in più di passivo Target2 verso Bundesbank, e un euro in più di attivo Target2 verso Bankitalia.

Bankitalia, infine, ha un euro in più di passivo Target2 verso la BCE. E un BTP in più.

Anche in questo caso, si crea un euro di moneta in più, e lo troviamo nel conto corrente di Hans Richter presso Deutsche Bank

Contemporaneamente, si crea un passivo in più, quello di Bankitalia (compratrice del BTP) nei confronti della BCE.


In sintesi: la creazione di moneta mediante operazioni di QE, finalizzate all’acquisto di titoli, comporta comunque un aumento di passività. E l’aumento di passività è rilevabile nel bilancio della banca centrale acquirente.

Se Bankitalia acquista da un residente italiano, la sua maggiore passività è nei confronti della banca italiana dove il compratore ha il conto corrente su cui è stata effettuata l’operazione di pagamento.

Se Bankitalia acquista da un residente estero, la sua maggiore passività è verso la BCE, ai sensi del Target2.


lunedì 18 dicembre 2017

Intervista radiofonica - su Radio1909 Bologna

Condotta con il consueto piglio frizzante da Fabio Conditi, una conversazione radiofonica che abbiamo registrato pochi giorni fa. Sempre sul tema Moneta Fiscale e Certificati di Credito Fiscale, naturalmente.

Qui la registrazione.

venerdì 15 dicembre 2017

Bankitalia, la Moneta Fiscale e la necessità di ripassare (per bene...) i principi contabili...

Pochi giorni fa, la Banca d'Italia ha pubblicato sul suo sito istituzionale un commento sul progetto Moneta Fiscale, a cui ci è sembrato doveroso replicare in modo esauriente.


E qui le repliche pubblicate su Micromega, che sono in effetti due, una predisposta da me insieme a Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini; l'altra, da Enrico Grazzini e Guido Ortona.

In parte i temi delle due repliche si sovrappongono, ma nello stesso tempo si completano e si rafforzano.

Gli amici di Micromega sono forse stati un filo cattivelli nell'intitolare il (doppio) pezzo "Le bugie di Bankitalia". Fino a prova provata del contrario, io non sospetto nessuno di essere un bugiardo.

Non c'è dubbio però che l'autore del commento di Bankitalia abbia frainteso le caratteristiche del progetto (può capitare, ma un esame più approfondito l'avrebbe evitato; e in caso di dubbio bastava chiedere, siamo qui...) e abbia preso una grossa topica per quanto attiene ai principi contabili che definiscono la natura dei Certificati di Credito Fiscale.

Ben venga il confronto e il dialogo comunque: purché finalizzati a superare un gravissimo problema - le disfunzioni dell'eurosistema e i loro catastrofici impatti sull'economia italiana - che sventuratamente è, e rimane, irrisolto.

martedì 12 dicembre 2017

Ma se i CCF li introduce anche la Germania ??


Quella del titolo è una critica-zombie. Pensavo di essermene liberato, avendola confutata fin dai primi articoli in cui, in questo blog ma anche altrove, esponevo il progetto CCF. E invece è un morto vivente, lo ammazzi eppure ancora cammina (nel senso che riaffiora, inattesa, di quando in quando…).

Il bello è che si tratta di una critica “uguale e contraria” a un’altra. C’è chi mi rimprovera di introdurre, con i CCF, uno strumento di espansione della domanda interna, senza tener conto che in assenza di variabilità dei cambi, si verrebbe a creare un peggioramento dei saldi commerciali esteri.

E c’è chi invece ha correttamente capito che i CCF verrebbero utilizzati (anche) per ridurre il cuneo fiscale, quindi il costo del lavoro lordo (non le retribuzioni nette che invece aumenterebbero, perché i CCF vengono erogati anche al dipendente, oltre che all’azienda). Ma avendolo capito, immediatamente formula la domanda “sì con i CCF tu vuoi colmare il gap di competitività rispetto alla Germania; ma se poi i CCF li introducono anche loro ?”

Allora, riassumo per l’ennesima volta: i CCF servono rilanciare domanda interna, e quindi produzione e occupazione in Italia. Una quota va anche alle aziende, a riduzione del cuneo fiscale, il che permette di conseguire il recupero di domanda senza impatti negativi sui saldi commerciali esteri.

Quanto al rischio che la manovra possa deragliare perché i tedeschi ci imiterebbero – per mantenere un vantaggio di competitività nei nostri confronti – non c’è da preoccuparsene, per i motivi qui di seguito sintetizzati:

PRIMO, il progetto CCF prevede rilancio di domanda interna a saldi commerciali invariati: il che significa che il resto del mondo in generale – e la Germania in particolare – NON subisce penalizzazioni della sua posizione commerciale estera. L’Italia esporta di più e sostituisce alcune importazioni con produzioni interne; ma importa anche di più perché il recupero del PIL stimola gli acquisti (anche) di beni esteri. Non c’è, a priori, penalizzazione né per la Germania né per nessuno.

SECONDO, se la Germania emettesse CCF per ridurre il suo costo del lavoro, renderebbe ancora più competitive le sue esportazioni in un momento in cui il suo altissimo surplus commerciale già infastidisce parecchio i partner internazionali.

TERZO, ma se anche decide comunque di provarci, l’economia tedesca è già in pieno impiego. Se aumenta ulteriormente la sua spinta verso l’export, rischia di scoprire che non ha risorse produttive sufficienti a soddisfare la crescita della domanda totale. Il potenziale vantaggio a questo punto viene vanificato da maggiori costi di lavoro e maggiore inflazione interna (risultato quanto mai sgradito all’establishment tedesco, non ci sarebbe neanche bisogno di sottolinearlo…).

QUARTO, in ogni caso la Germania non è l’unico partner commerciale dell’Italia. Il recupero di competitività l’avremmo comunque nei confronti di tutto il resto del mondo, quand’anche la Germania cercasse di imitare – senza averne, come visto, né la necessità, né le condizioni, né l’interesse – la strategia CCF applicata al cuneo fiscale.

OK, ho abbattuto lo zombie. Prima o poi si rialzerà e tornerà a camminare. Non resterà che sparargli ancora. Ci vuole pazienza…

sabato 9 dicembre 2017

CCF e Minibot: massimizzare l’impulso fiscale

Non ci sono ovviamente certezze, ma esiste una significativa probabilità che le prossime elezioni politiche diano alla coalizione di centrodestra la maggioranza dei seggi in Parlamento.

Se un governo di centrodestra si formerà, il tema chiave sarà il rilancio dell’economia e l’uscita dalla depressione economica che affligge l’Italia ormai da quasi dieci anni. Il che richiede di risolvere la crisi di domanda, attuando un significativo impulso fiscale: in parole semplici, più potere d’acquisto a cittadini e aziende, più investimenti pubblici e più spesa sociale.

I vincoli disfunzionali dell’Eurosistema hanno, dal 2011 in poi, forzato l’Italia ad adottare politiche procicliche, con risultati catastrofici. Questi vincoli devono essere superati.

Tuttavia, per citare un tweet di pochi giorni fa del responsabile economico della Lega - Claudio Borghi - "l'uscita dall'euro necessita di un consenso popolare che ora non c'è. Bisogna prepararsi gli strumenti."

Personalmente non giurerei che il consenso popolare non ci sia. Non escludo che un referendum sull'euro possa (potrebbe) esprimere una maggioranza favorevole all'uscita. Ma non rileva, perché l'uscita dall'euro mediante referendum è, in pratica, irrealizzabile: la maggioranza per il breakup dovrebbe quindi formarsi in Parlamento, dove i numeri non ci saranno neanche dopo lo elezioni.

Il nuovo governo dovrà quindi avere a disposizione gli strumenti per superare le eurodisfunzioni e per attivare un forte impulso sulla domanda, senza mettere in conto la rottura dell’euro.

E le idee sul tappeto, se non mi è sfuggito qualcosa, sono due: i Minibot proposti da Borghi da un lato; e il progetto CCF / Moneta Fiscale che sto sviluppando e promuovendo – con il sostegno e il contributo di un ampio e via via crescente gruppo di economisti e di ricercatori – da ormai cinque anni, dall’altro.

I due progetti non sono affatto incompatibili. Possono coesistere e rafforzarsi vicendevolmente.

I Minibot sono titoli cartacei, simili a banconote, da assegnare a titolari di crediti verso il settore pubblico (crediti originati, ad esempio, a seguito di detrazioni o rimborsi d’imposta, o per forniture a enti pubblici). Sono utilizzabili per pagare tasse e imposte. E non sono debito pubblico aggiuntivo in quanto “cartolarizzano” debiti già esistenti.

I CCF sono invece titoli emessi dallo Stato e assegnati senza corrispettivo a una pluralità di soggetti – lavoratori a titolo di integrazione retributiva, aziende per ridurre il cuneo fiscale effettivo, pensionati, cittadini in condizioni di disagio economico-sociale. Possono anche essere utilizzati per cofinanziare investimenti pubblici e interventi di spesa sociale. Danno diritto a riduzioni fiscali future e sono liberamente negoziabili tra privati. Non creano debito pubblico aggiuntivo all’atto dell’emissione perché, ai sensi dei principi contabili internazionali recepiti anche da Eurostat, non c’è debito se non sussiste impegno al rimborso “cash” da parte dell’emittente del titolo.

L’utilizzo congiunto dei due strumenti, dicevo, può rafforzare l’efficacia di entrambi. Ad esempio: i CCF sono utilizzati per ridurre i pagamenti d’imposta a partire da due anni dopo l’assegnazione. L’effetto espansivo dell’emissione di CCF ha così tempo di produrre un incremento del PIL e (conseguentemente) delle entrate statali lorde, sufficiente a compensare gli sconti fiscali ottenuti dai titolari dei CCF.

Ora, se contestualmente all’emissione dei CCF già circolano i Minibot, il CCF diventerà ancora più simile a un normale CTZ a due anni. L’unica differenza sarà che il titolare del CTZ riceve euro a scadenza, mentre il CCF dopo due anni si converte in un Minibot (e da quel momento dà diritto agli sconti fiscali). In pratica, l’abitudine a utilizzare i Minibot consolida anche l’accettazione dei CCF.

Nell’eventualità in cui vengano introdotti i Minibot ma non i CCF, mi pare invece necessario valutare le dimensioni dell’impulso fiscale che verrebbe effettivamente conseguito.

I CCF sono uno strumento di Moneta Fiscale “fiat”, che lo Stato può creare e allocare nelle dimensioni più opportune.

I Minibot invece verrebbero attribuiti a chi già detiene un credito verso la pubblica amministrazione. Borghi ha quantificato l’ammontare di questi crediti in circa 70 miliardi, che sono una dimensione rilevante. Ci sono però alcuni temi da analizzare (ringrazio Fabrizio Vanzan e Marco Quaglierini per una serie di riflessioni sul tema).

I crediti verso la pubblica amministrazione, per forniture o per rimborsi d’imposta, nascono da un’autocertificazione. Detto altrimenti: il mio titolo di credito proviene dall’aver emesso una fattura (nel primo caso) o dall’aver presentato una dichiarazione d’imposta da cui risulta una posizione a credito (nel secondo).

Ora, questi crediti non possono essere pagati (in euro o anche in Minibot) per il semplice fatto che qualcuno emetta una fattura o presenti una dichiarazione. Devono essere preventivamente verificati e dichiarati esigibili. Altrimenti il rischio di abusi diventerebbe ingestibile.

Nel momento in cui l’esigibilità è certa, tuttavia, in molti casi è possibile – per l’azienda titolare di un credito di fornitura – farsi anticipare l’importo da una banca. E comunque i tempi residui di attesa per ottenere l’incasso spesso non sono molto elevati.

Sia il fornitore, che il contribuente titolare di un credito, inoltre, non necessariamente espandono la loro spesa nel momento in cui ricevono il pagamento. L’azienda fornitrice riceve liquidità e questo naturalmente è gradito, specialmente se si trova in condizioni finanziarie non floride. Ma non ne segue un aumento della domanda per i suoi prodotti: quindi non c’è incentivo ad assumere e a investire.

Potrebbe essere maggiore l’incentivo a spendere nel caso di un contribuente che riceve Minibot subito, invece di aspettare qualche anno per ottenere il rimborso in euro. Però va visto di chi, in pratica, si tratta. Una persona agiata che riceve 10.000 Minibot, invece di risparmiare mille euro di tasse all’anno nei dieci anni successivi (perché aveva diritto, ad esempio, a una detrazione per aver effettuato una ristrutturazione immobiliare), probabilmente non modifica un granché il suo profilo di spesa.

L’emissione di Minibot, in altri termini, avviene per definizione “ndo cojo, cojo”. Va a una serie di soggetti che spesso non sono quelli a cui la liquidità serve di più, e che attiverebbero in modo più accentuato espansioni di domanda.

I Minibot sono quindi un mezzo per introdurre nell’economia uno strumento di pagamento complementare o alternativo all’euro. Non permettono però un’azione mirata di politica economica. L’impulso fiscale che producono è difficile da stimare, ma probabilmente è solo una frazione delle emissioni complessive.

Un’azione mirata richiede invece uno strumento come i CCF, appunto perché in questo caso si tratta di uno strumento “fiat”. Lo emetto nelle dimensioni opportune e lo posso destinare ai soggetti che con maggiore probabilità lo spenderanno – in particolare, fasce sociali disagiate e lavoratori a basso reddito. Una parte inoltre è allocabile alle aziende in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti – il che ne migliora immediatamente la competitività ed evita che l’impulso sulla domanda si disperda parzialmente a seguito di un peggioramento di saldi commerciali esteri. Il settore pubblico può anche assumere dipendenti o effettuare investimenti parzialmente pagati in CCF, generando un’espansione di PIL immediata, di pari importo.

Queste sono le condizioni per avviare un immediato, robusto rilancio di domanda, occupazione e PIL. Che dovrà essere la priorità del prossimo governo.

Lo stesso Berlusconi, rispondendo a un quesito posto da Paolo Becchi e Fabio Dragoni, pochi mesi fa ha dichiarato che l’obiettivo è disporre di uno strumento per “rilanciare i consumi e la domanda che sono leve fondamentali per una crescita sostenibile e duratura del Paese”.

Definiti i dettagli tecnici, le condizioni per l’accordo tra Forza Italia e Lega, come messo molto bene in luce da questo articolo di Giuseppe Palma, chiaramente esistono.


mercoledì 6 dicembre 2017

Le confusioni di Stefano Parisi


Un tweet rilanciato da Stefano Parisi pochi giorni fa durante la presentazione del suo neonato movimento politico, “Energie per l’Italia”, recita: “Dobbiamo riacquisire la nostra sovranità ma in modo serio: non uscendo dall’euro e dall’Europa. Per riottenere la sovranità, dobbiamo liberarci del debito. Ridurre il debito pubblico”.

A parte il consueto (non so quanto voluto) equivoco creato dall’assimilare l’Europa alla UE, Parisi mostra di non rendersi conto che il debito pubblico comporta, effettivamente, il rischio di uno spossessamento di sovranità: ma questo rischio dipende dall’averlo denominato in una moneta che il debitore non emette. L’euro, appunto.

Il debito pubblico italiano è diventato un problema nel momento in cui si è effettuata la scelta, insensata e catastrofica, di convertirlo da lire a una moneta estera. E verrebbe meno se l’Italia uscisse dall’euro (quella che Parisi definisce un’azione non “seria”) tornando alla lira.

Ora, se il ritorno alla lira con annessa conversione del debito è un’operazione per la quale non ci sono oggi le condizioni politiche (per tacere delle complessità operative), il problema è risolvibile solo con una combinazione delle seguenti due azioni.

UNO, politiche che diano un forte impulso a domanda, crescita e occupazione, riducendo quindi il peso del debito (quello vero, da rimborsare in moneta estera, cioè in euro) sul PIL.

DUE, utilizzo (per attuare queste politiche) di uno strumento finanziario emesso dallo Stato, di cui quindi non c’è necessità di approvvigionarsi sui mercati.

I CCF hanno, appunto, queste caratteristiche. La loro adozione consente all’Italia di riappropriarsi delle leve di politica economica indispensabili per rilanciare l’economia e per ridurre, gradualmente ma costantemente, l’incidenza del debito (da rimborsare in euro) sul PIL.

I CCF non sono titoli soggetti a rimborso: esiste invece l’impegno, da parte del settore pubblico italiano, di accettarli per soddisfare obbligazioni finanziarie nei suoi confronti (tasse e imposte in primo luogo).

Non esiste quindi, per la speculazione finanziaria, la possibilità di forzare lo Stato italiano a disconoscere l’impegno assunto emettendo CCF.

Esiste naturalmente il rischio che si emetta una quantità eccessiva di CCF, tale da rendere problematico utilizzarli tutti nel momento in cui giungono a maturità. Se questo avviene (ma è molto improbabile, in presenza di una corretta gestione del progetto) si avrà quindi un rischio di inflazione e di perdita di valore dei CCF - non di default. Esattamente come nel caso in cui si emettesse moneta nazionale.

Il debito che limita la sovranità nel senso sottointeso all’affermazione di Parisi (perché rischia di metterla in mano - la sovranità - alla speculazione finanziaria) è quello in moneta estera – in moneta, cioè, non garantita dalla potestà di emissione dello Stato.

Anche un’inflazione eccessiva naturalmente è da evitare, motivo per cui le politiche espansive devono essere correttamente dimensionate. Ma in un contesto di domanda depressa come l’attuale, l’inflazione è un problema in quanto troppo bassa, non in quanto troppo alta.

L’Italia è stata forzata ad adottare politiche procicliche, con danni catastrofici, nel 2011-2, e anche successivamente non ha potuto effettuare le azioni di stimolo necessarie per invertire la tendenza. Questo è il problema in cui l’Italia si trova oggi. Che non esisteva con la lira. E che, in assenza di un’uscita dall’euro, è però risolvibile mediante il progetto CCF.


lunedì 4 dicembre 2017

Come non tutelare l'equilibrio del sistema pensionistico


Letta su twitter alcuni giorni fa: “Solidarietà a Carlo Cottarelli, che armato di numeri e pazienza va a parlare in TV di pensioni con mistificatori, demagoghi, trecartari, arruffapopoli, e analfabeti funzionali”.

E in risposta un altro commento: “Cottarelli eroico ma dibattito deprimente su cui ci aggrovigliamo da 20 anni mai mai mai focus su crescita innovazione investimenti produttività”.

Chi sostiene queste posizioni dovrebbe riflettere sul fatto che vent’anni, guarda caso, sono (anno più, anno meno) quelli decorsi dall’introduzione dell’euro.

E la correlazione tra meccanismi di funzionamento dell’Eurosistema, e blocco di “crescita innovazione investimenti produttività” in Italia, è ben chiara e argomentata (altro che “correlazioni spurie”, come le chiama chi cerca di difendere l’indifendibile).

Il “focus” sulla mancanza di “crescita innovazione investimenti produttività” ha un senso a due condizioni: che se ne identifichino le CAUSE, e che se ne propongano le SOLUZIONI.

Niente di tutto questo avviene se ci si limita ad affermare che “manca crescita eccetera, QUINDI non ci sono i soldi per le pensioni”.

I soldi per le pensioni (e per la sanità, per l’ordine pubblico, per la tutela del territorio, per diminuire le tasse e per molte altre cose ancora) ci sono A CONDIZIONE che si risolva la crisi di domanda a causa della quale l’economia italiana lavora e produce molto al di sotto del suo potenziale.

Una volta compreso che la crisi di domanda trascina tutto il resto - ovvero, una volta effettuata la diagnosi corretta - si identificano anche le soluzioni (immettere domanda nel sistema economico) e gli strumenti tecnici (il progetto CCF / Moneta Fiscale).

Tagliare le pensioni “per preservare l’equilibrio del sistema pensionistico”, al contrario, distrugge ulteriore domanda, produzione e occupazione. Con il risultato che il sistema si squilibra ulteriormente. E la depressione dell’economia si aggrava.


sabato 2 dicembre 2017

I tempi di reazione dell'economia italiana

Scambiando opinioni qualche giorno fa con Claudio Nesti, è emerso il tema dei tempi di reazione sull’economia di un’azione espansiva della domanda.

In altri termini, se immetto potere d’acquisto aumentando la spesa pubblica o i trasferimenti, oppure diminuendo le tasse, mi attendo un beneficio su produzione e occupazione.

Questo beneficio richiede che esistano massicce quantità di capacità produttiva inutilizzata: se l’economia fosse in situazione di pieno impiego l’effetto sarebbe sui prezzi (quindi si creerebbe inflazione indesiderata), non sulle quantità prodotte e vendute. Ma il sottoutilizzo della capacità produttiva – che va di pari passo con elevate disoccupazione e sottoccupazione – è esattamente la situazione odierna dell’Italia.

Detto ciò, il beneficio in quali tempi si concretizza ? immediatamente ? in pochi mesi ? in un anno ? in parecchi anni ? Nelle varie analisi e simulazioni effettuate riguardo al progetto CCF, si è sempre supposto che si verifichi entro i dodici mesi successivi all’immissione di domanda nell’economia.

Più a lungo termine, ci saranno con ogni probabilità ulteriori vantaggi in conseguenza del riavvio degli investimenti privati: ma questo avverrà molto più gradualmente, via via che si riassorbirà la capacità inutilizzata e le aziende avranno quindi stimolo e interesse a investire, non solo a riavviare gli impianti fermi o che comunque oggi funzionano a basso regime.

Ma l’impatto diretto, dicevo, è stato stimato aver luogo entro dodici mesi.

La plausibilità di questa stima è rafforzata dal fatto che tra il 2011 e il 2012 è avvenuto, proprio (ahinoi) in Italia, un “esperimento naturale” in cui una violenta azione fiscale (di segno opposto, contrazione invece di espansione) è stata effettuata in omaggio alle “prescrizioni” UE.

Le azioni restrittive, condotte soprattutto mediante aumenti di tasse e riduzioni di trasferimenti, hanno avuto luogo grosso modo in tre fasi. La prima nel secondo trimestre 2011; la seconda a fine estate; e la terza (la più violenta) a inizio 2012, dal governo Monti appena insediato.

Lo scopo era “riportare sotto controllo lo spread”: come è noto, un fallimento totale. Lo spread era ancora a 500 punti nel luglio 2012 ed è sceso in modo permanente solo quando, finalmente, la BCE si è decisa a fornire ai mercati una garanzia realmente ferma e credibile in merito alla sua volontà di agire per evitare la rottura dell’euro (il famoso “whatever it takes” di Draghi).

Ma gli impatti sull’economia reale italiana si stavano purtroppo producendo, perché il segno delle azioni fiscali restrittive non è certo stato invertito. E come si vede da questo ormai celebre (o famigerato) grafico, il PIL italiano ha iniziato IMMEDIATAMENTE a flettere in corrispondenza del primo pacchetto restrittivo (secondo trimestre 2011) per poi continuare fino, grosso modo, a inizio 2013 (un anno dopo l’ultima pesantissima azione di Monti).



Da lì in poi si è smesso di violentare ulteriormente (quantomeno, non più in modo così feroce e dissennato) la domanda interna italiana, e la curva del PIL si è stabilizzata.

Sventuratamente, la stabilizzazione è avvenuta a livelli ben più bassi dei precedenti, con il connesso effetto di disoccupati, aziende fallite, esplosione di persone gettate in povertà. Per poi lasciar posto, dal 2014 in poi, alla modestissima attuale “ripresa” a ritmi dello zero virgola o dell’uno virgola, del tutto insufficienti ad alleviare il pesantissimo disagio sociale prodotto dalla crisi.


I pacchetti di euroausterità del 2011-2012 danno comunque un’indicazione molto chiara in merito ai tempi di impatto di un’azione sulla domanda: iniziano in modo pressoché immediato, e sviluppano pienamente i loro effetti (quelli diretti, gli effetti indotti sugli investimenti sono più lenti e graduali) entro, all’incirca, un anno.