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lunedì 5 giugno 2023

Il Superbonus è una Moneta Fiscale che si è fatta

 

Mi riferiscono che Claudio Borghi, senatore della Lega, avrebbe affermato che “il Superbonus 110 è un Minibot fatto male”.

Non so se l’abbia effettivamente detto, e se in questi termini, perché appunto commento qualcosa di riferito, non di letto o ascoltato in presa diretta.

Ma mi sembra opportuno precisare che sia il Superbonus che il Minibot (quest’ultimo, proposto da Borghi) sono in realtà, entrambi, applicazioni del concetto di Moneta Fiscale.

E come tutto nella vita, entrambi possono essere concepiti e applicati meglio. Vedi qui perché il Minibot non è la miglior forma di Moneta Fiscale, e qui perché non lo è il Superbonus.

Però una differenza sostanziale tra i due in effetti c’è.

Il Superbonus si è fatto, il Minibot no.

Il Superbonus è una forma di Moneta Fiscale – non la migliore possibile – che si è fatta.

Il Minibot è una forma di Moneta Fiscale – non la migliore possibile, e a mio modesto avviso meno valida del Superbonus – che sarebbe stato, comunque, interessante porre in atto. Ma che non si è fatta.

Questa differenza Claudio Borghi, persona competente e gradevole di cui apprezzo molto l’attività divulgativa (vedi qui un thread sulla riforma MES, che condivido al 100% - il thread, non la riforma ovviamente) -

questa “piccola differenza” tra Superbonus e Minibot farebbe bene a ricordarla.

 

martedì 28 febbraio 2023

La circolazione della Moneta Fiscale

 

Mi riaggancio a un’affermazione formulata nel mio ultimo post: “più il credito [fiscale] circola, e più è probabile che parte rilevante dei crediti emessi non vengano utilizzati per compensare tributi”. Il motivo è che il credito fiscale trasferibile è una Moneta Fiscale ad ampia accettazione, e chi la detiene quindi tende, in misura significativa, a scambiarla, senza necessariamente usarla per ridurre pagamenti di tributi.

Del resto, ai tempi del gold standard la moneta era convertibile in oro a un tasso prestabilito: ma in pratica chi si presentava effettivamente alla Banca Centrale per chiedere lingotti al posto delle banconote ? nessuno, a meno che non venisse emessa così tanta moneta da ingenerare il dubbio che la Banca Centrale NON sarebbe stata in grado di onorare le eventuali richieste di conversione.

In definitiva è sempre una questione di equilibrio. I pagamenti dovuti ogni anno alla Pubblica Amministrazione, a titolo di tasse, imposte, contributi eccetera, sono dell’ordine di circa 900 miliardi. Finché la circolazione di crediti fiscali rimane nettamente al di sotto di tale importo, il dubbio che si crei un “sovraffollamento”, cioè che le richieste di utilizzo superino il prelievo fiscale lordo, non ha ragione di esistere.

Tra l’altro la proposta Minibot di Claudio Borghi era impostata sull’idea di emetterli in forma cartacea, il che secondo il proponente avrebbe avuto il risultato di stimolare la circolazione e ridurre l’utilizzo (per compensazioni fiscali). Questa affermazione però mi lascia perplesso. Se l’utilizzo è semplice e certo, il valore del titolo è garantito. Il motivo per cui il Minibot cartaceo non sarebbe in pratica massicciamente utilizzato in compensazione è che raccogliere pezzi di carta e presentarli al fisco è scomodo. Ma se è scomodo al punto da far preferire la circolazione alla compensazione, significa che la compensazione è così macchinosa da svilire il valore del titolo.

Mi convince molto di più l’idea di favorire la circolazione, e quindi di differire la compensazione, creando degli appositi conti fiscali, gestiti dal MEF, presso cui la Moneta Fiscale verrebbe depositata, offrendo un tasso d’interesse superiore ai normali conti correnti bancari. Che attualmente (in effetti da parecchi anni) rendono zero. Quindi basterebbe un rendimento dell’1% o del 2%.

La circolazione avverrebbe addebitando il conto fiscale del pagatore e accreditando quello del percettore, esattamente come si verifica per i conti bancari. Il differimento dell’utilizzo in compensazione non avverrebbe perché la compensazione “è scomoda”, ma perché è conveniente che la Moneta Fiscale rimanga sui conti fiscali (anche passando da un conto all’altro) e renda interessi.

Ancora una volta, comunque, si conferma l’infondatezza della pretesa di Eurostat. Che vuole considerare “pagabili” i crediti fiscali NON soggetti a rimborso cash ma che possono circolare, in quanto “la circolazione rende certo che verranno utilizzati per compensare pagamenti all’erario, perché prima o poi finiranno in mano a qualcuno che li userà a quello scopo”. Al contrario: la libera circolazione DIMINUISCE, non aumenta, le probabilità di utilizzo in compensazione.

martedì 26 maggio 2020

CCF: perché forse è la volta buona


Il Decreto “Rilancio” ha introdotto vari meccanismi di assegnazione di crediti d’imposta, cedibili ai fornitori o, in alternativa, negoziabili contro euro sul mercato finanziario. E di altre ancora si sta parlando.

Si va dall’Ecobonus 110% per le ristrutturazioni immobiliari, al Bonus Turismo, a indennizzi per affitti e canoni pagati da attività commerciali che hanno ridotto il fatturato nel periodo più acuto dell’emergenza Covid.

Non è ancora un vero e proprio “progetto CCF”. Le dimensioni sono limitate, e vanno messi a punto i meccanismi di cessione e circolazione dei crediti d’imposta.

Però sono “teste di ponte” molto significative. Vanno estese, potenziate, migliorate sul piano operativo. Ma ci sono, e costituiscono un importantissimo passo in avanti.

Idee collegate alla Moneta Fiscale e ai Certificati di Compensazione Fiscale stanno a loro volta facendosi strada, per il tramite di una pattuglia di parlamentari M5S, nell’ambito della maggioranza di governo.

In primo luogo, la possibilità di creare una piattaforma informatica di scambio dei crediti fiscali (il SIRE di Fabio Conditi).

Da segnalare anche l’idea dei conti fiscali di risparmio, proposta da Giovanni Zibordi riprendendo un’idea di John Cochrane. Conti presso il Ministero dell’Economia su cui i privati cittadini possono depositare euro, con una remunerazione per esempio dell’1% (competitiva, quindi, rispetto allo zero che offrono attualmente i normali conti bancari).

Con i conti fiscali di risparmio, il Tesoro può fare raccolta senza passare tramite il collocamento di titoli sul mercato, evitando in particolare di piazzare BTP su cui le istituzioni finanziarie fanno trading e alimentano la volatilità di prezzi e spread (con i connessi effetti di panico, spesso e volentieri enfatizzato e strumentalizzato dai media e da chi li controlla).

Come dice il nome, i conti fiscali di risparmio possono essere anche utilizzati per effettuare pagamenti di tasse o comunque per soddisfare qualsiasi obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione. Il che li rende maggiormente tutelati rispetto a un titolo che promette semplicemente di essere rimborsato in euro (senza ulteriori possibili utilizzi).

E’ un paradosso che questi strumenti siano in corso di valutazione, e almeno in alcuni casi anche di introduzione, da parte di un governo pro-UE. Ma non mi stupisce: ho sempre pensato – e la proposta CCF nasce appunto da questa riflessione – che la rottura dell’euro sia troppo complessa e controversa, sul piano tanto operativo quanto politico, per avere significative possibilità di essere realizzata.

In altri termini, dubito che esistano le condizioni per vincere un confronto “muro contro muro” con la UE e con l’eurosistema.

C’è invece la possibilità di adottare una posizione di “fermezza costruttiva”: abbiamo identificato che cosa non funziona, ma sappiamo anche come correggerlo, senza passare tramite una deflagrazione. E lo faremo.

E senza passare tramite strumenti – il MES, il Recovery Fund – da cui (si è capito benissimo) non arriverà nulla di concreto, se non spiccioli con vincoli e condizionamenti che produrranno più danni di quanto possano valere gli (eventuali) benefici finanziari.

La “fermezza costruttiva” verrà adottata – si spera - in misura adeguata proprio perché i paurosi effetti economici della crisi sanitaria non possono, altrimenti, essere superati.

La “fermezza costruttiva” è quella che è mancata alla Lega nel periodo del governo gialloverde.

La Lega, di conseguenza, si è mosso in modo ambiguo e confuso (o percepito all’esterno come tale: ma è quello che conta).

Claudio Borghi, per esempio, ha lasciato intendere (prima delle elezioni del marzo 2018) che i Minibot (una forma di moneta fiscale) fossero un passo verso la rottura dell’euro. Poi (maggio 2019) la proposta è venuto alla luce ma è stata presentata come un mezzo per rimborsare i crediti verso fornitori della Pubblica Amministrazione, tra l’altro con un limite di 25.000 euro a posizione.

Era evidente che posta così la proposta Minibot risolveva poco o nulla, il che lasciava supporre che fosse un passo verso qualcos’altro. Troppo facile, a quel punto, spararle contro: “la Lega prepara il break-up”.

Le valenze di un programma di emissioni fiat, come i CCF, sono di ben altra portata. Si crea potere d’acquisto supplementare e lo si distribuisce; non ci si limita ad anticipare (una tantum, tra l’altro) l’effetto finanziario del pagamento di crediti già esistenti.

E nello stesso tempo, il progetto CCF spiega dettagliatamente come le disfunzioni dell’euro ne risultino superate, senza passare tramite la deflagrazione del sistema.

Preferireste lasciarvi completamente l’euro alle spalle ? le preferenze sono una cosa, la costruzione del consenso politico è un’altra e deve tener conto degli interessi in gioco e delle oggettive difficoltà tecniche.

Se no si fa battage mediatico, che magari ha la sua funzione, magari aiuta a prendere voti in campagna elettorale, ma di per sé non risolve nessun problema.


sabato 14 marzo 2020

La gaffe della Lagarde (sottotitolo: senza farina non si fa il pane)


La conferenza stampa di Christine Lagarde, presidente BCE, al termine del comitato direttivo di giovedì 12 marzo, è stata una catastrofe comunicativa.

Con sette parole – “we are not here to close spreads” – è riuscita a ottenere l’effetto esattamente opposto a quanto era stato conseguito da Mario Draghi usandone tre – “whatever it takes” – nel 2012.

Allargamento degli spread di tasso tra Germania e paesi europeriferici, crollo dei titoli di Stato, ribassi a due cifre delle borse.

Però…

Si può affermare che la Lagarde è inadatta per il ruolo che riveste. Si può dubitare della sua competenza. Ma una cosa va anche sottolineata.

Christine Lagarde ha messo a nudo una verità. In una situazione di crisi economica, a maggior ragione se causata da un evento esogeno come l’epidemia di Coronavirus, diventa vitale per lo Stato controllare la moneta che utilizza.

L’Eurozona non è uno Stato e le politiche di sostegno della domanda, mediante spesa pubblica e riduzione di tasse, sono lasciate agli stati membri: che sono costretti però a fare affidamento sui mercati per approvvigionarsi.

E la moneta viene prodotta da un’entità esterna, che non fornisce – per statuto le è in effetti impedito – una garanzia incondizionata del debito pubblico degli stati membri.

Mario Draghi è riuscito a imporre una soluzione di compromesso – predisporre strumenti d’intervento condizionati a non meglio precisate “riforme” degli Stati, e convincere i mercati che era troppo rischioso sfidare la volontà della BCE di attivarli.

Forse, anzi di sicuro, era un bluff. Ma i giocatori al tavolo non si sono sentiti di chiamarlo – per otto anni.

Ma Draghi, e questo è sempre stato chiaro, non ha potuto risolvere le disfunzioni del sistema. Ha solo applicato un grosso cerotto e ha evitato di farlo deragliare.

Le disfunzioni del sistema si risolvono solo se gli Stati tornano in possesso della facoltà di effettuare le necessarie politiche di rilancio senza dipendere dai mercati finanziari. Non si risolvono se esiste perennemente il dubbio che il mugnaio negherà la farina per fare il pane.

La volontà politica di trasformare la BCE in un garante incondizionato dei debiti pubblici nazionali non esiste. La Lagarde è stata estremamente malaccorta perché non aveva nessuna necessità di pronunciare quella frase. Ma ha detto la verità. E quello è il problema.

Alternative ? una è che gli Stati che ne hanno necessità – e in particolare l’Italia – emettano uno strumento di Moneta Fiscale. In un precedente articolo, si sono messe a confronto proposte già sul tavolo delle forze politiche: i CCF del Gruppo Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini) e i Minibot di Claudio Borghi.

L’altra ? la rottura dell’euro.


lunedì 9 marzo 2020

Moneta Fiscale per un nuovo Piano Marshall


Gli impatti economici del Coronavirus sono, benché al momento difficili da stimare, senz’altro molto rilevanti. Per di più, colpiscono un paese già fiaccato da anni di austerità e da una congiuntura negativa, non solo italiana, che era in effetti iniziata parecchi trimestri prima.

La decisione, presa nella notte tra il 7 e l’8 marzo, di mettere in quarantena la Lombardia e altre quattordici province dell’Italia Settentrionale rende ancora più impellente la necessità di agire.

Si invoca a gran voce un “Piano Marshall” che rappresenti un’autentica svolta per l’economia del paese. Ma i vincoli del sistema euro, nel suo assetto corrente, non lasciano margini di manovra minimamente adeguati alle dimensioni del problema.

La modalità di intervento attuabile dall’Italia, senza passare per la rottura deflagrante della moneta unica europea, è l’introduzione di una o più forme di Moneta Fiscale.

Una possibilità in questo senso è costituita dai Minibot di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega. Nella configurazione proposta, però, la sua portata è del tutto insufficiente.

L’idea è di rimborsare debiti della pubblica amministrazione (debiti di fornitura e debiti a fronte di crediti d’imposta) con uno strumento cartaceo utilizzabile per pagare le tasse. Questo strumento, quindi, circolerebbe a un valore presumibilmente in linea con quello dell’euro.

I Minibot hanno però il limite di essere assegnati a soggetti già titolari di crediti. Anticipano, in altri termini, una disponibilità finanziaria, ma non incrementano reddito e ricchezza del percipiente.

Il Gruppo Moneta Fiscale (che comprende Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini) ha elaborato uno strumento di intervento molto più potente, i CCF (Certificati di Compensazione Fiscale).

Il progetto CCF ha dato origine a una proposta di legge, sottoscritta da una novantina di parlamentari M5S e attualmente all’esame del Senato.

I CCF sono titoli che danno diritto, a partire da due anni dopo la loro assegnazione, a ridurre pagamenti verso l’erario di importo pari al valore facciale dei CCF stessi. Sono in pratica dei “BTP fiscali” a due anni, ma non rientrano nel debito pubblico in quanto non sono da rimborsare cash in euro.

Incorporando un beneficio certo a termine (lo sconto fiscale), i CCF hanno valore fin dal momento della loro emissione (nonostante l’utilizzo per ridurre i pagamenti verso l’erario sia differito).

Possono essere emessi dallo Stato e assegnati gratuitamente, per attuare una serie amplissima di azioni: integrazione di redditi, riduzione del carico fiscale alle imprese, spesa sociale, investimenti pubblici. E naturalmente anche per finanziare le azioni di contrasto alla crisi sanitaria prodotta dal Coronavirus.

Una forte emissione di CCF consente di rivitalizzare la domanda, la produzione e l’occupazione. La ripresa del PIL gradualmente produrrà anche la crescita del gettito fiscale lordo, il che compenserà l’utilizzo dei CCF nel momento in cui questi giungeranno a scadenza e verranno usati per ridurre pagamenti verso l’erario.

L’emissione di CCF può essere espansa a una condizione: le quantità che annualmente diventano utilizzabili non devono superare una modesta frazione degli incassi lordi della pubblica amministrazione. Diversamente, l’uso di CCF per ridurre pagamenti verso la P.A. diverrebbe “vischioso” e ridurrebbe il loro valore rispetto a quello dell’euro.

Il problema, in ogni caso, non si pone, in quanto il progetto CCF prevede emissioni massime annue intorno a 100 miliardi: una quantità modesta rispetto agli incassi lordi annui del settore pubblico (oltre 800). Più che sufficiente, nello stesso tempo, a produrre una forte ripresa dell’economia.

L’introduzione dei CCF andrà effettuata comunicando al mercato che, grazie alla disponibilità di questo nuovo strumento, il debito pubblico (quello da rimborsare in euro) diminuirà costantemente, anno dopo anno, in rapporto al PIL.

In questo modo i mercati finanziari vedrebbero invertirsi la tendenza alla crescita del rapporto debito pubblico / PIL, che oggi li preoccupa perché implica un rischio di default (essendo debito non garantito dalla potestà di emissione dello Stato o della sua banca centrale).

Per attuare il progetto CCF non occorre aprire alcun tavolo negoziale con la UE, né chiedere nulla a nessuno. I CCF possono essere introdotti per iniziativa autonoma del parlamento e del governo italiano.

Uno strumento di Moneta Fiscale con queste valenze e con queste direttrici di applicazione consente una “potenza di fuoco” adeguata non solo a contrastare gli effetti economici del Coronavirus, ma anche, una volta per tutte, a risolvere le disfunzioni dell’Eurozona e a far ripartire l’economia italiana.


sabato 22 febbraio 2020

La Lega e le ambiguità sull’euro


Negli ultimi giorni – ma in realtà è un tema ricorrente – si è parlato parecchio delle dichiarazioni di Salvini e di Giorgetti sull’euro: dichiarazioni apparentemente contraddittorie, con Giorgetti che esclude tassativamente che si stia studiando l’uscita (oggi…) e Salvini che come d’abitudine si esprime in toni molto più pugnaci.

Per chiarire la situazione, è bene prendere a riferimento i documenti ufficiali, ad esempio la mozione al congresso 2017 della Lega – relatore proprio Giorgetti.

In quella relazione “si sottolinea la necessità di tornare quantomeno allo status pre-Maastricht” (che significa pre-euro) e “in assenza di condizioni o di volontà politica affinché questi passaggi siano decisi in maniera concordata tra gli Stati membri, allora come misura estrema non resterà che l’alternativa di un negoziato bilaterale tra Italia e UE ricorrendo alla clausola di rescissione”.

In tutto questo di ambiguo non c’è proprio niente.

Il problema è un altro. E’ che le dichiarazioni – quelle ufficiali, non le fonti giornalistiche più o meno imprecise e travisate – delineano un percorso tanto chiaro quanto irrealistico.

La possibilità di “concordare i passaggi” è infatti completamente assente perché alla UE non passa neanche per l’anticamera del cervello di aprire un tavolo su questo argomento (né in merito a una revisione dei trattati che vada in direzione di maggiore flessibilità: al contrario).

Per questo motivo, il percorso delineato dalla Lega in sede di congresso porta direttamente all’attivazione della clausola di rescissione: l’articolo 50.

E’ la strada che ha percorso con successo il Regno Unito, certo. Ma ci sono voluti anni per arrivare alla decisione di tenere un referendum, altri anni (da giugno 2016 fino a gennaio 2020) per dare attuazione alla Brexit. E tutto questo in un paese che non aveva l’euro e non era quindi sottoposto alle turbolenze e ai condizionamenti dei mercati finanziari.

In pratica, la posizione della Lega sulla carta è di ricerca di un accordo; nella realtà, è, in effetti, di rottura. Imposta dall’inflessibilità della UE, certo: ma questa è la situazione.

Il problema quindi non è l’ambiguità. Sono altri due: in primo luogo, per la rottura dell’euro non c’è un consenso sufficientemente forte nel paese.

In secondo luogo, le difficoltà tecniche e operative sono elevatissime.

Se la Lega vuole assumere una posizione chiara e percorribile, la strada è un’altra: è il progetto CCF.

La proposta di legge, sottoscritta da 90 parlamentari M5S, è arrivata alla Commissione Finanze del Senato. Claudio Borghi dice che la Lega la voterà, e questo mi fa moltissimo piacere.

Nello stesso tempo, è però scettico sul fatto che venga approvata, e continua a ritenere i Minibot un progetto migliore.

E’ qui che si riscontra un’ambiguità vera. Non prendetela come una questione di personalismi. L’amico Claudio è stato il primo proponente dei Minibot, mentre io sono il primo proponente dei CCF.

Ma non è per “attaccamento alla creatura” che ripeto ancora una volta quanto ho già spesso affermato in passato: l’impatto espansivo dei Minibot è molto modesto rispetto a quello dei CCF. I Minibot sono del tutto insufficienti a risolvere le disfunzioni dell’euro.

E Claudio Borghi in realtà lo sa. Ma allora perché propone un intervento inadeguato ? E’ chiaro che la reazione dei mercati sarà di supporre che i Minibot siano il passaggio verso “un’altra cosa”, non meglio chiarita. Qui sta l’opacità della posizione leghista.

Per chiarire ulteriormente, e anche per rispondere ai molti che mi chiedono se CCF e Minibot non possono essere introdotti insieme: certo che sì, non c’è nessuna incompatibilità, ma il punto è un altro.

Se proponi i Minibot da soli, hai risolto ben poco. La loro eventuale introduzione “in solitario” ha senso solo in funzione di quanto afferma la relazione del Congresso Lega 2017: “tornare quantomeno allo status pre-Maastricht e in assenza di condizioni o di volontà politica affinché questi passaggi siano decisi in maniera concordata tra gli Stati membri, allora come misura estrema non resterà che l’alternativa di un negoziato bilaterale tra Italia e UE ricorrendo alla clausola di rescissione”

Siccome non c’è NESSUNA volontà di decidere passaggi “in maniera concordata”, e questo è chiarissimo a tutti, è anche chiaro che stai andando alla rottura, e che i Minibot sono una mossa preparatoria ad attuarla. Il che manderebbe immediatamente in fibrillazione i mercati finanziari.

La proposta CCF è invece la via giusta da percorrere, e i CCF sono lo strumento essenziale. Perché il progetto è adeguato a risolvere le disfunzioni dell’eurozona e può, inoltre, essere presentato alla piena luce del sole: si mette in atto il necessario impatto espansivo sulla domanda, impegnandosi nello stesso tempo, in modo ferreo e incontrovertibile, a ridurre gradualmente e costantemente il rapporto tra Maastricht Debt e PIL. Dove il Maastricht Debt è il debito da rimborsare, rifinanziare, collocare sul mercato.

Questa è la via per comunicare un percorso che sia non solo definito in termini chiari e non (percepiti come) ambigui, ma anche concreti e attuabili. Non rompere il sistema ma risolverne le disfunzioni: con una manovra non deflagrante, ma, nello stesso tempo, attuabile dall’Italia senza chiedere nulla a nessuno. E la mossa sono i CCF.


martedì 15 ottobre 2019

CCF: come uscire dall’eurostallo


Ogni giorno che passa senza risolvere le disfunzioni dell’eurosistema ha costi economici e sociali spaventosi. Ma i toni barricadieri e i conflitti “a chiacchiere” non risolvono niente.

I Certificati di Compensazione Fiscale appaiono, in modo sempre più incontrovertibile, l'unica via operativamente e praticamente percorribile per uscire dalla spaventosa situazione in cui l’economia italiana è caduta a seguito dell’adesione all’euro e delle politiche di austerità “prescritte” dalla UE.

Il governo gialloverde ha suscitato speranze, essendo nato dall’unione di due forze politiche che in passato avevano mostrato di essere consce del problema.

La sua capacità di incidere sulle linee di politica economica si è, purtroppo, rivelata del tutto inadeguata. E oggi abbiamo una nuova coalizione di governo, dove i ministeri chiave sono tornati in mano al PD, ovvero a meri esecutori delle ricette di Bruxelles.

All’interno del M5S non mancano, va detto, persone che con tenacia e determinazione cercano di imprimere una svolta. Una proposta di legge sull'adozione dei CCF è stata presentata dai deputati pentastellati Pino Cabras e Raffaele Trano. Ma se anche venisse approvata, un Ministero dell’Economia in mano a un esponente PD si limiterebbe, senz’altro, a ignorarla.

E la Lega che fa ? il tentativo di Salvini di forzare le elezioni anticipate non ha funzionato. Certo, può darsi che il governo attuale non regga e non è da escludere (anche se oggi non sembra probabile) che a elezioni, in tempi non lunghi, comunque si vada.

Ma se anche la Lega tornasse al governo, stavolta come leader indiscussa di una coalizione di centrodestra, quanto ha le idee chiare in merito ai passi successivi ?

Il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, al quale rinnovo le mie espressioni di simpatia e di stima – lo ritengo una persona molto competente e trovo encomiabile il lavoro di comunicazione che ha svolto in questi anni – punta sui Minibot: uno strumento che ha varie somiglianze con il progetto CCF, ma che ne costituisce una variante (perlomeno nella forma in cui è stato presentato) molto parziale e poco efficace.

Siccome, tra l’altro, i Minibot palesemente non sono risolutivi, è fin troppo facile per chi non vuole cambiare nulla degli assetti attuali ipotizzare che siano solo un ponte verso “qualcos’altro”. Il problema è che il non detto spaventa: è umano e normale che sia così.

I CCF sono invece un progetto chiaro, dettagliato, studiato in profondità a livello sia tecnico che giuridico.

E’ fondamentale comunicarlo in modo completo e privo di ambiguità.

Gli elementi chiave del progetto Certificati di Compensazione Fiscale, da avere ben chiari ogni volta che se ne parla, sono i seguenti.

UNO, non abbiamo nessuna intenzione di rompere l’euro, non perché abbiamo cambiato idea in merito alle disfunzionalità del sistema, ma perché, studiandone attentamente l’assetto, i trattati, i regolamenti, abbiamo trovato il modo per risolverle.

DUE, rompere l’euro sarebbe del resto alquanto complesso e controverso. E’ una via molto difficile da percorrere, e il progetto CCF peraltro la rende non necessaria.

TRE, il progetto CCF rilancia domanda e potere d’acquisto, SENZA incrementare il Maastricht Debt, quello che deve essere rimborsato in euro ed è quindi fonte di potenziali turbolenze sui mercati finanziari, rischi d’insolvenza, rischi di ridenominazione eccetera.

QUATTRO, appunto perché il Maastricht Debt non si incrementa – anzi scende gradualmente in rapporto a un PIL in ripresa – la tutela per i creditori e per i mercati finanziari AUMENTA.

CINQUE, una quota delle emissioni di CCF andrà a riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle aziende, consentendo un immediato recupero di competitività del sistema produttivo italiano ed evitando quindi che una parte dell’effetto espansivo si disperda a seguito del peggioramento dei saldi commerciali esteri.

SEI, i CCF rilanciano la domanda in modo enormemente più efficace rispetto ad azioni di politica monetaria quali il Quantitative Easing, e permettono anche di uscire dall’attuale contesto di tassi d’interesse bassissimi o addirittura negativi, che penalizza pesantemente i risparmiatori.

SETTE, i CCF sono in grado, correggendo le disfunzioni dell’Eurosistema, di ottenere un assetto efficace e stabile. Integrato dai CCF, l’euro è in grado di funzionare senza che ci si chieda costantemente se potrà o meno sopravvivere.

E’ totalmente sterile “abbaiare alla luna” invocando la rottura dell’euro o la revisione dei trattati che governano l’eurosistema. La prima è troppo complicata e controversa. Per la seconda, non c’è neanche la più pallida ombra di consenso tra gli stati membri dell’Eurozona.

“Abbaiare” magari è utile nei talkshow e nei comizi. Ma non risolve nulla. Zero.

Occorre invece muoversi con chiarezza di idee e determinazione, forti del fatto che con i CCF non abbiamo bisogno di chiedere nulla a nessuno, né di creare turbolenze, né di generare deflagrazioni.


lunedì 30 settembre 2019

Il differimento di due anni non è un problema per i CCF


Alessandro Carità mi ha riferito di uno scambio di opinioni con Claudio Borghi in merito alle varie opzioni di strumenti a utilizzo fiscale – CCF, Minibot e varianti sul tema.

Borghi ha manifestato dubbi sul differimento di due anni previsto per l’utilizzo dei CCF al fine di conseguire sconti fiscali. Differimento, s’intende, rispetto alla data di emissione.

La principale preoccupazione di Borghi sembra essere che il differimento potrebbe rendere difficile stimare il valore del CCF.

Non vedo però il problema. Se si parte dal presupposto che i Minibot valgano quanto un euro, in quanto si tratta di sconti fiscali a utilizzo immediato (e su questo ovviamente Borghi, che dei Minibot è il proponente, non ha dubbi) sussiste la relazione:

Minibot stanno all’euro

come

CCF stanno a titoli di Stato a due anni.

Se vale il rapporto 1:1 tra Minibot ed euro, un CCF utilizzabile come sconto fiscale tra due anni varrà come un titolo di Stato zero coupon rimborsabile in euro, sempre a due anni.

E in questo momento, essendo i tassi d’interesse sui titoli di Stato pressoché pari a zero, il titolo di Stato zero coupon a due anni è negoziabile a un valore molto vicino al facciale.

La situazione cambierà se i tassi d’interesse risaliranno. Comunque, anche in questo caso, l’equivalenza (in valore) CCF – titolo di Stato potrà essere salvaguardata dotando i CCF di un’appropriata cedola.


giovedì 19 settembre 2019

I terribili mercati, o forse neanche troppo


Di fronte all’eventualità di avviare il progetto CCF, l’obiezione forse più frequente è che scatenerebbero una “tremenda” reazione speculativa sul mercato dei capitali, con oscillazioni selvagge e incontrollate dello spread e tutto ciò che ne consegue.

Questo timore è radicato al punto che è perfettamente normale leggere, in merito all’eventualità di emettere uno strumento finanziario utilizzabile per conseguire sconti fiscali, commenti di questo tipo:

“Farlo scatenerebbe di per sé il panico sui mercati finanziari; l’abbiamo anche visto nel caso dell’Italia con la semplice menzione dei Minibot, un tipo di Moneta Fiscale”.

E’ un tweet recente (11.9.2019) di Thomas Fazi.

Ora, conosco Thomas, lo stimo e in genere sono, in larga misura, in sintonia con quanto afferma e scrive. Andiamo però a verificare nel merito.

Qui di seguito trovate (dati Borsa Italiana) l’andamento dello spread BTP – bund tra metà maggio e metà giugno di quest’anno.


Mercoledì
15-mag-19
283
Giovedì
16-mag-19
277
Venerdì
17-mag-19
275
Lunedì
20-mag-19
278
Martedì
21-mag-19
271
Mercoledì
22-mag-19
271
Giovedì
23-mag-19
276
Venerdì
24-mag-19
267
Lunedì
27-mag-19
279
Martedì
28-mag-19
284
Mercoledì
29-mag-19
281
Giovedì
30-mag-19
282
Venerdì
31-mag-19
283
Lunedì
3-giu-19
277
Martedì
4-giu-19
269
Mercoledì
5-giu-19
275
Giovedì
6-giu-19
273
Venerdì
7-giu-19
262
Lunedì
10-giu-19
258
Martedì
11-giu-19
254
Mercoledì
12-giu-19
266
Giovedì
13-giu-19
262
Venerdì
14-giu-19
257


Lo vedete, il momento in cui la “menzione dei Minibot” ha scatenato l’inferno sui mercati ? beh, neanch’io.

La mozione che parlava dei Minibot – ve lo dico, perché vi sfido a capirlo dai dati sopra riportati - è stata approvata dalla Camera martedì 28 maggio. E per una serie di equivoci e incomprensioni, con il voto favorevole di tutti i partiti, PD incluso.

Nei giorni successivi, si è letto di tutto sui media in merito ai “terrificanti” rischi che l’introduzione di quella che assomigliava a una forma di moneta parallela avrebbe potuto provocare.

Ma variazioni minimamente rilevanti dello spread, proprio non se ne sono viste.

Dai primi giorni di giugno si è invece registrata una tendenza al ribasso. Il motivo però non ha nulla a che vedere con i Minibot, bensì con la sempre più fondata aspettativa che la BCE avrebbe riavviato il Quantitative Easing (come, infatti, è avvenuto pochi giorni fa: ed è la ragione, molto più che il cambiamento di governo, per cui lo spread oggi è a 140).

Semplicemente, Thomas (e come lui tanti altri) rievocando nella sua mente gli eventi di quei giorni ha scambiato una grancassa mediatica con una reazione di panico sui mercati. Che, al contrario, non c’è proprio stata.


martedì 16 luglio 2019

Non esistono solo moneta e debito


Sul tema della fattibilità dei Minibot – ma anche, in generale, della Moneta Fiscale, di cui i Minibot sono un’applicazione, e i CCF un'altra – qualche settimana fa Mario Draghi ha dichiarato che o sono illegali in quanto valuta (emessa da un soggetto diverso dalla Banca Centrale), o sono debito. Non esisterebbe una terza alternativa.

Ovviamente è un’affermazione completamente infondata e penso che Draghi nel formularla ne fosse pienamente consapevole. D’altra parte ai banchieri centrali di tanto in tanto “corre l’obbligo” di non dire la verità – e qualche volta, magari, valutano che questo obbligo esista anche dove non sarebbe il caso.

Oltre la moneta legale (quella ad accettazione obbligatoria) e ai titoli di debito, esistono una varietà amplissima di attività finanziarie o patrimoniali che hanno valore e che possono essere scambiate, ma non sono né moneta legal tender, né indebitamento.

I casi sono innumerevoli. Una fede di deposito di merci, il Sardex, una carta di credito, un contratto di locazione che dà diritto a percepire affitti per un certo periodo di tempo, un titolo di usufrutto su dividendi, un titolo azionario.

Esistono la terza, la quarta, la quinta, l’ennesima alternativa.

La Moneta Fiscale è un'ulteriore fattispecie. E’ un diritto, incorporato in un titolo che può essere scambiato (su base volontaria), a beneficiare di riduzioni di imposte o, in generale, di pagamenti altrimenti dovuti verso la pubblica amministrazione.

Pensare che tutto ciò che non è moneta-euro sia (nell’ambito dell’Eurozona) una forma di debito (da conteggiare nel Maastricht Debt) va contro la normativa, la logica e l’esperienza quotidiana.

Draghi è troppo competente per non saperlo. Evidentemente, nella sua posizione, si è sentito di dover dichiarare qualcosa di non rispondente al vero. Ai banchieri centrali, ripeto, capita…