domenica 21 maggio 2017

Deficit e debito pubblico: alcune verità

Molte delle quali controintuitive.

UNO: Il deficit pubblico è l’eccedenza della spesa governativa rispetto agli incassi.

DUE: E’ un dato di fatto contabile che, se il settore pubblico nazionale spende più di quello che incassa, il totale degli operatori economici al di fuori di esso incassa più di quanto spende.

TRE: Quindi se il settore pubblico nazionale è in deficit, si crea un accumulo di risparmio per pari importo in capo o al settore privato nazionale, o al settore estero.

QUATTRO: A fronte del deficit pubblico, se i conti con l’estero non sono passivi – e quelli dell'Italia oggi non lo sono, anzi – non si formerà risparmio netto nel settore estero. Dovrà invece formarsi, inevitabilmente, risparmio nel settore privato nazionale.

CINQUE: Se l’economia si trova in condizioni di pieno utilizzo delle sue risorse produttive, immettere ulteriore potere d’acquisto nel sistema economico crea inflazione. In queste condizioni, maggiori deficit pubblici aumentano il livello dei prezzi: di conseguenza si crea risparmio privato in termini monetari, ma non necessariamente in termini reali, perché il valore del risparmio privato viene eroso dall’inflazione.

SEI: Se invece nell’economia c’è un forte livello di risorse produttive inutilizzate, l’immissione di potere d’acquisto non è inflazionistica: la produzione aumenta di pari passo con la domanda, senza tensioni sui prezzi. Il risparmio privato quindi aumenta in termini sia nominali che reali.

SETTE: Il potere d’acquisto immesso nell’economia tramite il deficit pubblico potrebbe assumere la forma di un’emissione di moneta da parte dello Stato, per coprire la differenza tra spese e incassi.

OTTO: Tuttavia gli Stati hanno delegato alle banche centrali la facoltà di emettere moneta. Finanziano quindi l’immissione di potere d’acquisto collocando titoli di debito pubblico.

NOVE: Quest’ultimo passaggio non ha alcuna necessità logica. Lo Stato potrebbe emettere direttamente moneta. Il debito pubblico non esisterebbe. Lo Stato potrebbe casomai offrire ai cittadini che accumulano risparmio la possibilità di lasciarlo depositato in conti presso (per esempio) il Ministero dell’Economia, con scadenze e tassi d’interesse tali da fornire al depositante un’interessante opportunità d’investimento. Ma sarebbe un servizio proposto ai cittadini, non una necessità dello Stato per coprire le sue esigenze finanziarie.

DIECI: Chiamare debito il cosiddetto “debito pubblico”, e soprattutto considerarlo un problema, ha un senso solo se ed in quanto lo Stato non ha facoltà di emettere la moneta in cui è denominato il “debito” stesso, o comunque in quanto esiste il dubbio (più o meno remoto) che la banca centrale non garantisca la solvibilità dello Stato.


venerdì 19 maggio 2017

L’inflazionistica Italia, ma anche no

Tra i preconcetti duri a morire, più o meno alla pari con l'idea che l'Italia non possa crescere a causa del debito pubblico, c’è quello che la libertà di emettere moneta per attuare politiche di espansione della domanda sarebbe una sciagura perché “il nostro paese non sa gestire la moneta”, “ha politici sempre pronti a spendere”, quindi si trasformerebbe “in un paese con tassi d’inflazione sudamericani per non dire africani”, eccetera.

Non è chiaro da dove nascano queste convinzioni. Non dai dati, come è facile constatare con un minimo di analisi.

Prendendo in considerazione un quarantennio (41 anni per la precisione, il periodo dal 1956 al 1996 anno di partenza e anno d’arrivo inclusi) di dati relativi all’indice dei prezzi al consumo, si scopre che l’inflazione italiana, rispetto a quella di un gruppo di altre economie avanzate, ha registrato le seguenti medie.

Indice medio dei prezzi al consumo, periodo 1956-1996
Germania             3,8%
Svizzera               3,9%
USA                    4,8%
Francia                6,1%
Svezia                  6,3%
Regno Unito        6,7%
Italia                    7,7%
Spagna                9,1%
Media Francia – Svezia – Regno Unito – Spagna        7,1%


Il motivo per cui l’analisi si ferma al 1996 è che dal 1997 si entra in “era-euro”: i tassi di cambio in quell’anno si sono assestati in modo definitivo, con scarti minimi, ai livelli in base ai quali le varie monete nazionali sono state poi convertite (appunto) in euro. Sono quindi rappresentativi del periodo in cui l’Italia aveva la sua moneta.

Nel 1997 si è deciso chi era dentro l’euro e chi era fuori, e a quali cambi, anche se i “cambi fissi irrevocabili” sono entrati formalmente in vigore solo il 1° gennaio 1999 (e l’euro come moneta fisica ha iniziato a circolare il 1° gennaio 2002). Dal 1997 nella sostanza, e dal 1999 anche nella forma, è in pratica finita (per sempre ? mah…) l’era dei riallineamenti valutari, quantomeno per i paesi che hanno aderito all’unione monetaria europea.

I dati medi appaiano molto alti in confronto alla situazione odierna, caratterizzata da tassi d’inflazione semimoribondi e addirittura dal rischio di cadere in deflazione.

In misura significativa, i dati sono peraltro influenzati dagli anni degli shock petroliferi, in particolare dal periodo 1973-1984, quando l’inflazione a due cifre affliggeva spesso e volentieri le principali economie industriali (non solo l’Italia). Infatti:

Indice medio dei prezzi al consumo, periodo 1973-1984
Germania             4,8%
Svizzera               4,5%
USA                    7,9%
Francia                10,6%
Svezia                  9,7%
Regno Unito        12,5%
Italia                    15,7%
Spagna                15,8%
Media Francia – Svezia – Regno Unito – Spagna        12,2%


Se escludiamo quegli anni dal campione abbiamo:

Indice medio dei prezzi al consumo, periodo 1956-1996 escludendo 1973-1984
Germania             2,6%
Svizzera               2,9%
USA                    3,0%
Francia                4,0%
Svezia                  4,6%
Regno Unito        4,2%
Italia                    4,4%
Spagna                6,4%
Media Francia – Svezia – Regno Unito – Spagna        4,8%


E’ riportato anche (per i vari periodi) un dato medio relativo a un quartetto di paesi. Le due principali economie europee dopo la Germania – ovvero la Francia e il Regno Unito. Un paese scandinavo – la Svezia. E un paese latino, che peraltro non viene in genere ritenuto essere tra i più “disordinati” sotto il profilo della gestione monetaria – la Spagna.

Ora, rispetto a questo quartetto di paesi, l’inflazione media italiana è stata superiore di soli sei decimi di punto (7,7% contro 7,1%) nel quarantennio esaminato, e addirittura più bassa (4,4% contro 4,8%) escludendo l’anomalo periodo delle crisi petrolifere.

En passant, anomalo soprattutto perché le economie oggi sono (in termini relativi) meno manifatturiere e più orientate ai servizi, e quindi è molto improbabile che pressioni dal lato delle materie prime possano produrre una situazione simile a quella degli anni Settanta.

Il punto chiave, ad ogni modo, è che l’Italia mostra dati in linea con quelli di un quartetto di importanti economie europee – di cui tre centro-nordico-continentali e una sola latina.

L’Italia sta in questo gruppo, dal punto di vista delle tendenze storiche dell’inflazione. Non sta né in Sudamerica né in Africa. E’, assolutamente, un paese europeo occidentale, con tendenze, riguardo alla dinamiche dei prezzi, del tutto normali.

E tutto questo, senza bisogno dell’euro…


martedì 16 maggio 2017

La Moneta Fiscale come proposta politica


Quanta strada ha fatto il progetto Moneta Fiscale / CCF nel dibattito politico italiano ? spesso mi dicono “ancora troppo poca, non ne sento parlare sui media”.

Sarebbe quindi facile convincersi che il progetto come proposta politica non esiste. Ma i dati di fatto sono in realtà parecchio diversi.

Il M5S sta esaminando il suo inserimento nel programma economico per le prossime elezioni nazionali.

La Lega Nord propone i “Minibot fiscali”, di fatto una forma di Moneta Fiscale – con la differenza, indubbiamente importante, che sono concepiti come ponte verso l’Euroexit, non come soluzione per evitarla (risolvendone le disfunzioni).

E Berlusconi parla sistematicamente da mesi (occasionalmente anche da prima) di moneta parallela nazionale, sia pure senza chiarirne i dettagli.

La situazione è che quasi tutti i principali schieramenti politici italiani stanno ragionando sulla possibilità di introdurre una moneta nazionale parallela, sicuramente (M5S e Lega) o probabilmente (Forza Italia) con valenza fiscale – tutti tranne il PD, in effetti.

Sarebbe importante ottenere un maggiore rilievo mediatico ? vi sembrerà strano, ma non ne sono certo.

Si vincono le elezioni proponendo la Moneta Fiscale ? non lo so, perché la proposta – finché non viene attuata – non è affatto semplice da spiegare e da capire per la maggior parte dell’opinione pubblica. Non nei principi di base, ma nelle implicazioni.

In realtà è difficile da accettare anche per parecchi – troppi – “addetti ai lavori”, perché è qualcosa di molto innovativo per il grosso degli economisti mainstream (senza contare quelli che hanno interesse a non capire… ma questo è un altro discorso).

Certo, si sta dicendo a famiglie e aziende che verrà erogato potere d’acquisto (soldi, in pratica) senza contropartita. E certo, gli ottanta euro di Renzi sono stati (questa perlomeno è la convinzione generale) la chiave del suo successo alle elezioni europee del 2014.

Ma c’è una differenza fondamentale. Gli ottanta euro in busta sono arrivati a parecchi milioni di persone a fine aprile 2014, e a maggio si votava. Sono stati un segnale molto tangibile, quindi.

Chi ne sapeva qualcosa di più si rendeva conto che gli ottanta euro, in ossequio alle “ricette” UE, erano dati con una mano e ripresi con l'altra. Compensati da tagli e tasse per importi complessivi esattamente uguali, in altri termini.

Ma questo la maggior parte dei riceventi l’ha scoperto dopo. E va anche detto che almeno in parte i riceventi non erano le stesse persone che hanno poi subito una delle varie “azioni compensative”.

Gli ottanta euro sono stati una manovra di pura riallocazione, e non stupisce - anzi era assolutamente da prevedere - che non si sia, quindi, prodotta alcuna apprezzabile espansione di consumi e PIL.

Ma sono serviti a spostare la decisione di voto di molte persone che se li sono visti in busta paga, poche settimane prima delle elezioni.

L’erogazione di Moneta Fiscale (o sue varianti) potrà essere annunciata come intento prima delle elezioni da uno o più schieramenti politici, ma non potrà, evidentemente, essere attuata (salvo che lo faccia il governo su sollecitazione del PD, che però è l’unico partito di rilievo che non ne parla).

E se la annunci senza attuarla, susciti interesse, sicuramente dibattito, probabilmente (purtroppo) cagnara (“ma che roba è ? soldi del monopoli ? pizze di fango ?”) ma rischi di non spostare granché le decisioni di voto. Perché ancora non l’hai erogata: nessuno l’ha ancora toccata con mano, nessuno ne ha ancora percepito tangibilmente il valore.

Allora, mi preoccupa che l’interesse mediatico non sia per ora alto ? vorrei che se ne parlasse moltissimo in TV, in vista delle elezioni ?

Non ne sono sicuro. Vorrei che andasse al governo qualcuno che voglia attuare la Moneta Fiscale, e che immediatamente dopo essersi insediato lo faccia, coadiuvato da un gruppo di tecnici con le competenze necessarie. Questi sì da identificare prima.

Ma che sia un fattore chiave parlarne massicciamente in campagna elettorale, non lo so. Se qualcuno più competente di me in materia di comunicazione, politica e non, o comunque con le idee più chiare, mi fa sapere come la pensa, gli sono grato in anticipo.


domenica 14 maggio 2017

Gli equivoci sul debito pubblico


Uno dei grandi equivoci in merito alla situazione economica italiana è che l’elevato livello del debito pubblico renda impossibile effettuare azioni espansive, e che quindi l’Italia sia condannata a crescite asfittiche – che implicano il permanere di altissimi, inaccettabili livelli di disoccupazione, sottoccupazione, e disagio sociale – per un periodo di tempo indefinito.

In realtà l’Italia come paese ha una net international investment position – la differenza tra attività estere possedute da residenti italiani, e attività italiane possedute da stranieri, negativa, ma soltanto per il 15% del PIL (dati Bankitalia al 31.12.2016).

L’Italia non ha affatto livelli preoccupanti o anomali di debito verso l’estero, e la situazione è in costante miglioramento dato che i saldi commerciali esteri sono in forte surplus.

L’Italia è caratterizzata non da alti livelli di debito estero, ma da un elevato rapporto debito pubblico lordo / PIL – oltre il 130% a fine 2016. Debito pubblico, peraltro, per circa due terzi posseduto da residenti italiani. Senza contare che il risparmio privato interno è un multiplo (3-4 volte circa) del debito pubblico lordo.

Di tanto in tanto si leggono fantasiose ipotesi in merito a quanto sarebbe “semplice”, di conseguenza, “compensare” una parte del debito pubblico con una parte del risparmio privato. In pratica, mettere in atto una megapatrimoniale poniamo per l’importo del 30% del PIL – circa 500 miliardi – che abbatterebbe all’istante il debito pubblico lordo dal 130% al 100%.

Naturalmente una manovra di questo tipo provocherebbe un istantaneo collasso della già depressa domanda interna e una pesantissima ulteriore caduta del PIL. E la riduzione del rapporto NON sarebbe peraltro neanche utile a rilanciare successivamente la crescita, se non fosse poi possibile effettuare azioni di finanza pubblica espansiva: in altri termini, aumentare il debito subito dopo averlo tagliato (e aver fatto crollare il PIL…).

Tornando a riflessioni più serie, il debito pubblico italiano è un problema perché è denominato in una moneta controllata da un’entità terza, la BCE, che per la natura dell’Eurosistema non garantisce il debito pubblico degli Stati membri.

In tutti i paesi del mondo che emettono e gestiscono la propria moneta – tutti i paesi economicamente di un qualche rilievo Eurozona esclusa, in altri termini – la Banca Centrale Nazionale gode di livelli di autonomia più o meno elevata nei confronti delle autorità governative: ma nessuno pensa seriamente che negli USA, nel Regno Unito, in Svizzera, in Giappone, in Canada, la Banca Centrale consenta che lo Stato vada in default sul debito pubblico.

L’Eurozona è invece in una situazione diversa perché un’insolvenza si è già verificata – quella greca – e la probabilità che eventi del genere si ripetano ha di conseguenza un ordine di grandezza ben differente rispetto ai paesi che emettono e gestiscono la propria moneta.

L’Eurozona, si dice a volte, ha una situazione simile a quella degli USA, dove nessuno pensa seriamente a un’ipotesi di default sul debito federale, ma possono invece andare in insolvenza gli stati: la California nel 2009, per esempio.

Ma il contesto USA è totalmente diverso per un’altra ragione: il debito pubblico è quasi tutto federale. L’insolvenza di uno stato è quindi un problema di un ordine di gravità totalmente diverso rispetto all’Eurozona, dove i debiti pubblici sono invece tutti statali.

Tornando all’Italia, il vincolo all’effettuazione di manovre espansive è dovuto alla denominazione in moneta estera del debito pubblico, non al suo livello. Il Giappone, con un rapporto debito pubblico lordo / PIL del 230%, ma denominato in yen, non ha i problemi dell’Italia.

Questo non significa che se il debito pubblico italiano fosse rimasto in lire, si sarebbe potuto incrementarlo a livelli “grandi a piacere”. Immettere potere d’acquisto nell’economia, tramite spesa pubblica eccedente la tassazione, è utile fintantoché non si raggiungono adeguati livelli di occupazione e di utilizzo delle risorse produttive. Oltre, si crea inflazione invece di supportare l’espansione economica.

In buona sostanza, il debito pubblico in moneta propria se crea problemi li crea in conseguenza dell’aumento dell’inflazione, non del rischio di default.

L’odierna situazione italiana – inflazione troppo bassa e pesante sottoutilizzo delle risorse produttive – consente quindi, assolutamente, di effettuare azioni espansive purché non si incrementi il debito pubblico da rimborsare in euro. Azioni espansive condotte mediante erogazione di Moneta Fiscale, e non mediante emissione di debito in euro, rispondono perfettamente allo scopo.

L’alto livello di risparmio privato italiano, peraltro, può essere utilizzato per inserire nel progetto Moneta Fiscale un ulteriore livello di tutela e di solidità. Immaginiamo che in un anno futuro una situazione congiunturale sfavorevole crei uno sbilancio inatteso, tra entrate e uscite pubbliche, pari all’1% del PIL, che incrementerebbe quindi il debito da rimborsare in euro.

La situazione sarebbe tranquillamente gestibile con una manovra ben più morbida e sensata della (totalmente inverosimile) megapatrimoniale sopra descritta. Per esempio, mediante un’imposta straordinaria che raccolga l’1% del PIL (17 miliardi in base alle dimensioni del PIL odierne) dando però in cambio al contribuente Moneta Fiscale, magari sotto forma di CCF a scadenza medio-lunga, di valore sostanzialmente equivalente. Una forma di salvaguardia dei saldi di finanza pubblica, in pratica, sostanzialmente indolore e senza effetti recessivi.

venerdì 12 maggio 2017

La crisi di domanda dell'economia italiana


L’economia italiana soffre di un pesante deficit di domanda aggregata, che determina livelli di attività economica nettamente inferiori al potenziale produttivo del paese. Il confronto tra PIL 2007 (anno in cui è stato raggiunto il massimo storico di PIL reale) e 2016, disaggregati nelle loro principali macrocomponenti, lo rende evidente.


Confronto 2016 vs 2007 a euro costanti 2016
Dati 2007 riportati a potere d’acquisto 2016 sulla base del deflatore PIL – Fonti: ISTAT, MEF

2007
2016
Variazione
Variazione %
PIL
1.801
1.672
-129
-7,2%
Consumi
1.408
1.330
-78
-5,5%
Investimenti
389
284
-104
-26,8%
Domanda interna (C+I)
1.797
1.614
-183
-10,2%
Export
494
502
7
1,5%
Import
500
444
-57
-11,4%
Saldo commerc. estero
-6
+58


A nove anni di distanza, il PIL reale italiano è (nonostante il timidissimo recupero iniziato nel 2014) inferiore di circa 130 miliardi, pari a oltre il 7%. E la caduta è interamente dovuta al crollo della domanda interna: l’export è l’unica componente che evidenzia un segno positivo. Modesto fin che si vuole (+1,5% in nove anni) ma comunque un segno più.

Le importazioni sono cadute in misura simile e anzi un po’ più accentuata (-11,4%) rispetto alla domanda interna (-10,2%), il che ha portato il saldo commerciale estero da un leggero deficit (-6 miliardi) a una forte eccedenza (+58 miliardi). Il surplus italiano 2016 è stato in effetti il terzo al mondo per dimensione assoluta (dopo Germania e Cina) tra i paesi “trasformatori” (tra quelli, cioè, non significativamente dotati di materie prime e risorse naturali).

A volte si legge che questo andamento dell’economia italiana rifletterebbe lo scollamento tra aziende esportatrici, che hanno saputo vincere o quantomeno reggere la “sfida della globalizzazione”, e il resto del sistema produttivo, che non si sarebbe adeguato al nuovo contesto. Ma è una spiegazione che non tiene, appunto perché ancora più della domanda interna sono, come visto, crollate le importazioni: il che significa che nel complesso non si è verificato un fenomeno di perdita di quota nel mercato interno a vantaggio di importatori “globalizzati”, o comunque più efficienti. Molto più banalmente, il minor potere d’acquisto indotto prima dalla crisi finanziaria mondiale, e poi dall’euroausterità, ha fatto calare la domanda italiana di beni e servizi – a danno dei produttori italiani così come, in misura analoga e anzi leggermente più accentuata, degli stranieri.

E’ del tutto inverosimile che, se le aziende italiane vendono più di prima (poco, ma comunque di più) a San Francisco, a Shanghai o a Sidney, abbiano subito uno scadimento qualitativo o competitivo tale da produrre un calo a due cifre a Treviso, a Pesaro o a Cosenza. Si vende di meno in Italia perché, banalmente, girano meno soldi. Punto.

L’altro dato da evidenziare è che la discesa della domanda interna (-10,2%) risente di un calo dei consumi (-5,5%) ma ancora di più di un autentico crollo degli investimenti (-26,8%). Niente di sorprendente, perché la depressione della domanda crea pesantissimi disincentivi a investire: meno soldi per fare ricerca e aggiornamento tecnologico degli impianti, meno necessità di espandere la (fortemente sottoutilizzata) capacità produttiva. Ma quando si dice che le aziende italiane devono recuperare produttività e competitività – quanto vi sembra plausibile riuscirci in un sistema paese che investe in impianti e infrastrutture oltre 100 miliardi all’anno in meno rispetto al 2007 ?

Il recupero di un adeguato livello di circolazione interna di potere d’acquisto, e quindi di domanda, è imprescindibile per risolvere la crisi dell’economia italiana. La Moneta Fiscale permette di ottenerlo.

lunedì 8 maggio 2017

Le confusioni su Macron


Fino a qualche tempo fa, Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, poteva essere considerato un moderato eurocritico. Moderato nei toni, ma comunque in dissenso riguardo alle politiche di governance economica dell’eurosistema – in particolare l’austerità e il Fiscal Compact.

Ultimamente però mi dà l’idea di strizzare sempre più l’occhio all’establishment, e il suo breve primo articolo di commento alla vittoria elettorale di Macron conferma l’impressione. E’ anche, peraltro, un articolo molto, ma molto confuso.

Il successo di Macron induce l’Eurozona e la UE alla speranza, dice il testo, perché esprime una chiara volontà di “stare nell’Eurozona, e riformare” invece di abbandonarla.

Questa è la scelta corretta, secondo Munchau, perché in definitiva la crescita economica francese dall’introduzione dell’euro in poi è stata – contrariamente a quanto spesso si crede – allineata a quella tedesca. Il problema per Munchau a questo punto è – udite udite - ridurre il debito pubblico, che ha raggiunto il 100% del PIL.

In realtà, se è vero che la Francia dal 1999 è cresciuta quanto la Germania (un po’ meno per la verità in termini di PIL pro capite) questo è dovuto al fatto (citato nell’articolo) che la crescita francese è stata più alta fino al 2008, e inferiore successivamente.

Quanto piaccia agli elettori la bassa crescita è dimostrato dal fatto che il governo Schroeder, autore delle “riforme Hartz” che hanno precarizzato il mercato del lavoro, avviato un processo di compressione salariale, e causato diversi anni di crescita scadente in Germania, nel 2005 ha perso le elezioni.

La Germania da lì in poi ha sfruttato il vantaggio competitivo dovuto al contenimento delle retribuzioni all’interno di un sistema di cambi fissi (il sistema Euro), generando enormi surplus commerciali. Ma questo ha messo in grave difficoltà il resto dell’Eurozona: difficoltà dalle quali l'uscita non è alle viste.

La Francia risente di questa situazione, e la percezione di debolezza e disagio economico è forte, tanto è vero che al primo turno l’elettorato si è spaccato quasi 50-50% tra candidati anti- e pro-establishment. Se Macron ha vinto nettamente il ballottaggio, è perché – com’era prevedibile – la grande maggioranza degli elettori della sinistra eurocritica che ha sostenuto Mélenchon al primo turno non si è sentita di votare l’estrema destra al secondo.

Ma il disagio economico-sociale in Francia rimane profondo. Ora, che cosa propone Macron “per risolverlo” ? Riforme del lavoro ancora più incisive per precarizzarlo e contenere i salari, e tagli di spesa pubblica in parte compensati da riduzioni d’imposte – ma solo in parte, per ridurre comunque il deficit pubblico. Quindi un consolidamento fiscale che Munchau definisce “mild”, moderato, ma sempre consolidamento fiscale è.

In realtà, se il disagio in Francia è (per quanto significativo) meno accentuato che in Italia, è proprio perché le dosi di austerità a cui i transalpini sono stati sottoposti fin qui sono state meno violente. Un maggior consolidamento fiscale in Francia, per quanto “mild”, è un passo nella direzione sbagliata, non certo una soluzione.

Occorre sempre ricordare due cose in merito al successo dell’economia tedesca: in primo luogo, che le politiche di compressione salariale hanno avuto successo (a prezzo peraltro della marginalizzazione e dello scadimento delle condizioni di vita di ampi segmenti di popolazione) solo perché la Germania ha generato enormi surplus commerciali. E una strategia in cui TUTTA l’Eurozona accelera la crescita accumulando enormi surplus esteri è, semplicemente, impossibile da realizzare (per il banale motivo che il surplus di qualcuno è il deficit di qualcun altro).

E in secondo luogo, che in Germania le riforme del governo Schroeder sono state quantomeno accompagnate da espansione fiscale (incremento dei deficit pubblici) negli anni in cui venivano messe in atto. Mentre oggi la Francia (e l’Italia) dovrebbero “riformare” e “consolidare” in contemporanea.

La vittoria elettorale di Macron non dà proprio nessuna speranza a chi si augura un sensato ed efficace processo di riforma che metta termine alla crisi dell’Eurozona. Salvo che non faccia cose molto, ma molto diverse rispetto a quanto affermato nel suo programma…


domenica 7 maggio 2017

Vienna, 17 maggio 2017

Ho l'abitudine di comunicare gli eventi a cui partecipo come relatore. Mi rendo conto che Vienna è leggermente fuori mano (per la maggioranza di chi mi legge, quantomeno...) ma chissà che qualcuno non sia già in zona, o voglia unire l'utile (di assistere al convegno) al dilettevole (di fare del turismo).

Vienna a detta di tutti è peraltro una bellissima città. Ci credo per fede non essendoci mai stato prima (e anche stavolta riuscirò a vedere ben poco, a parte la sala conferenze...).



venerdì 5 maggio 2017

Un consiglio agli amici europeisti


Dove gli europeisti sono definiti come coloro i quali coltivano il sogno dell’unità politica europea.

Gli Stati Uniti d’Europa possono essere qualcosa di molto bello o qualcosa di per niente bello. Ogni opinione è a priori legittima, trattandosi di un’istituzione che oggi non esiste.

Tuttavia, anche chi ritiene che si tratterebbe di una cosa meravigliosa, dovrebbe (ritengo) avere chiare in mente quali siano le condizioni politiche minime perché gli Stati Uniti d’Europa nascano.

E le condizioni politiche minime consistono nel desiderio, da parte di tutti gli stati membri dell’Unione Europea, di fondersi in un’unica entità statale. Con un parlamento comune, dotato di effettivi poteri legislativi, e con un governo centrale comune.

Questo significa totale cessione di sovranità politica.

Ora, c’è come minimo uno stato membro della UE – casualmente il più grande per popolazione ed economia – che non ha mai fatto mistero di quanto segue.

Perché la Germania entri a far parte degli Stati Uniti d’Europa, occorre una modifica costituzionale.

La modifica costituzionale deve essere approvata da un referendum popolare a livello nazionale.

Ed è peraltro noto che:

Le probabilità che un referendum simile venga vinto dai proponenti, in Germania, sono oggi sostanzialmente pari a zero.

Nel frattempo, la Corte Costituzionale tedesca ha inequivocabilmente stabilito che gli interessi nazionali predominano rispetto ai trattati UE. Il che corrisponde a dire che la Germania si sente perfettamente autorizzata a, e anzi in dovere di, non rispettarli in caso di conflitto con gli interessi tedeschi.

Dati questi presupposti, cari amici europeisti, la mia calda raccomandazione è:

Smettete di dire che certe cose nella UE non funzionano – un esempio a caso: la governance economica dell’Eurozona – ma che qualsiasi tipo di riforma deve essere “concordata” – per non creare ostacoli al processo di integrazione politica. Perché il processo di integrazione politica in effetti non è iniziato, e anzi non c’è alcuna certezza che inizi.

E inoltre: andate in Germania. A fare che cosa ? a promuovere un movimento di opinione che convinca la popolazione a votare a favore, in un futuro referendum di modifica costituzionale che autorizzi a cedere sovranità agli (ipoteticamente nascituri) Stati Uniti d’Europa.

E che, nel frattempo e anzi prima ancora (evidentemente è una condizione preliminare) convinca governo e parlamento tedesco a convocare il referendum.

Quando ci siete riusciti, tornate qui e diteci che la Germania è pronta a cedere sovranità, e quindi gli Stati Uniti d’Europa si possono fare – se sono d’accordo anche gli altri stati membri UE, ovviamente.

Nel frattempo, per cortesia, prendete atto che la situazione oggi è un’altra: se lo stato di maggiore dimensione vede la UE come uno strumento di perseguimento dei propri interessi nazionali, gli altri stati membri hanno il diritto e anche il dovere di fare lo stesso.

Sempre per fare un esempio a caso, adottando unilateralmente un’efficace riforma dell’Eurozona (peraltro compatibile con i trattati). Cosa perfettamente possibile.


mercoledì 3 maggio 2017

La Moneta Fiscale l'hanno studiata molto bene

Mi riferisco ai gestori di questo sito, Gefira.org. La sintesi e una serie di riferimenti bibliografici, in merito al progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale, la trovate qui.

La versione originale dell'articolo è in inglese - metto il link anche a quella, per chi volesse "diffondere il verbo" (ulteriormente) dei CCF / MF a lettori non ferratissimi con l'italiano...

Un solo piccolo appunto, al titolo: "L'Italia può circonvenire la BCE con una moneta parallela". "Circonvenire" sostanzialmente significa raggirare, e l'intenzione mia e degli altri proponenti del progetto ovviamente non è di raggirare nessuno, ma di risolvere una gravissima disfunzione dell'euro così come è strutturato oggi.

Ma questo in realtà è chiaro anche agli autori del sito, che si definiscono "europeisti critici": favorevoli al progetto di integrazione europea ma convinti che alcune scelte siano controproducenti se non fallimentari. A partire dall'euro nella sua veste attuale, appunto.

lunedì 1 maggio 2017

Il “Wishful Thinking” europeista sulla Brexit

Theresa May ha convocato le elezioni politiche anticipate per l’8 giugno prossimo, forte di sondaggi che danno il suo consenso in notevole crescita e confidando di uscirne con una maggioranza parlamentare nettamente rafforzata.

Tra le altre cose, questo dovrebbe aiutarla a gestire con maggiore efficacia il complicato processo negoziale avviato a fine marzo, che porterà all’uscita del Regno Unito dalla UE.

Gli europeisti, definiti come coloro che inseguono il sogno dell’unità politica europea, non si sono messi ancora del tutto il cuore in pace e alcuni di loro continuano a ipotizzare che si verificherà un “pentimento”. Pochi per la verità a questo punto sognano ancora che il processo di uscita si blocchi. Qualcuno in più, piuttosto, spera che si riveli deleterio per l’economia britannica.

E’ una speranza poco nobile, perché il male al prossimo non si dovrebbe mai augurare. Ed anche autolesionista, perché queste ipotetiche difficoltà del Regno Unito impatterebbero negativamente sugli altri paesi europei. Ma in ogni caso, è ben poco fondata.

Quali sarebbero i danni che il Regno Unito potrebbe riportare da una contrazione dell’interscambio commerciale con l’Unione Europea ? o da limitazioni alla libertà di circolazione delle persone ?

Il Regno Unito ha un deficit nei saldi commerciali: compra dalla UE più di quanto vende. Se, per assurdo, l’interscambio si azzerasse, il danno sarebbe maggiore per la UE.

Anche perché la UE non fornisce al Regno Unito materie prime o prodotti o servizi che le isole britanniche (1) non abbiano capacità di produrre in proprio, oppure (2) non possano acquistare da altri paesi.

Detto questo, l’interscambio non si azzererà. Alla peggio, Regno Unito e UE commerceranno sulla base degli accordi WTO: cosa che entrambe già oggi fanno con Stati Uniti, Cina, Giappone e tanti altri paesi (tutt’altro che marginali, come si vede) con i quali non esistono accordi commerciali specifici (al di fuori delle regole WTO, appunto).

E la libera circolazione delle persone ? ogni tanto sento qualcuno parlare dei danni ciclopici che il Regno Unito potrebbe subire per la carenza di medici, infermieri, insegnanti esteri, eccetera.

L’aspetto elementare che sfugge è che se verrà meno il diritto AUTOMATICO per un cittadino di un paese UE di trasferirsi e lavorare nel Regno Unito, questo non impedirà, evidentemente, ai britannici di far entrare in casa loro qualunque persona le cui competenze professionali siano necessarie o utili.

O stiamo ipotizzando che sia la UE a bandire la possibilità di espatrio dei cittadini dei suoi paesi… ? a trasformarsi in un blocco sovietico con tanto di cortina di ferro ??

La Brexit, previsione mia, si concluderà nei tempi previsti, e non produrrà, per il Regno Unito, alcun danno economico significativo.

E per la verità neanche alla UE, che però a farsi male ci pensa già da sola


mercoledì 26 aprile 2017

Sergio Cesaratto, i saldi Target2 e la trimurti della pizza di fango


Sergio Cesaratto ha di recente elaborato un corposo documento in merito al tema dei saldi Target2, citando molti recenti articoli. Tra questi il mio, pubblicato su Micromega.

In una nota a piè di pagina, fornisce un’interpretazione alquanto curiosa delle mie argomentazioni, precisamente la seguente.

“Cattaneo non si esenta dal ribadire una proposizione di sapore MMT per cui basta stampare lire e offrirle nel mercato delle valute per procacciarsi gli euro per saldare i conti Target2: “utilizzare la sua ritrovata potestà di emissione monetaria per emettere NL (nuove lire) da convertire in euro sul mercato valutario – con i quali estinguere una parte del saldo verso BCE”. Questo farebbe naturalmente crollare il valore delle nuove lire. Peraltro, se bastasse la stampa di lire nella presunzione che essa sia una solida moneta di riserva, allora queste verrebbero direttamente accettate dalla BCE a regolazione dei saldi. Un’altra proposta è di “concordare swap di attività con BCE a riduzione dei saldi Target2”, ovvero la BCE ci dà euro in cambio di lire, e con quegli euro regoliamo i saldi T2: un evidente gioco delle tre carte, sempre euro dobbiamo alla BCE, prima come T2, ora come swap. Infine, si sostiene, si possono prendere i soldi a prestito: “acquisire finanziamenti garantiti dagli attivi”, sostituendo in debito con un altro!”

Cesaratto ha ritenuto necessario concludere la nota con un punto esclamativo, come se il rifinanziamento di un debito fosse una procedura di inusitata anomalia, invece di un’azione che aziende e governi effettuano su base quotidiana…

Subito dopo nel testo del documento, Cesaratto cita una mia proposta alternativa – “mantenere in vita Target2 per i pagamenti verso l’Italia”. E la commenta più avanti affermando che in questo modo “l’Italia perde valuta pregiata utile per le importazioni”. E quindi “buona fortuna ai cittadini italiani che vedrebbero la lira colare a picco e l’inflazione aumentare corrispondentemente”.

Allora, facciamo un po’ d’ordine. Le opinioni espresse da Sergio Cesaratto sono – con ogni probabilità lui non se n’è reso conto, ma è così – una riedizione della “teoria della pizza di fango”, cara a tanti opinionisti di quelli che una volta si definivano da bar e che oggi hanno a disposizione blog e social network per diffondere le loro opinioni con maggiore agio. La teoria, sic et simpliciter, è che la reintrodotta nuova lira sarebbe una moneta sostanzialmente senza valore, non in grado di essere scambiata sul mercato dei capitali a nessun rapporto di cambio sensato, come se non fosse l’unità di conto e di scambio di un paese da quasi 1.700 miliardi di PIL (una delle prime dieci economie mondiali, nonostante tutto).

Abbiamo naturalmente esempi di paesi il valore della cui moneta si è disintegrato per effetto di un volume di emissioni e di circolazione di potere d’acquisto abnorme rispetto alle capacità produttive dell’economia. E si inquadrano in tre casistiche:

Paesi la cui economia è fortemente dipendente da una materia prima il cui prezzo è crollato sul mercato internazionale.

Paesi funestati da violenti fenomeni di instabilità politica, ai limiti o oltre i limiti della guerra civile, con conseguente crollo della produzione economica.

Paesi in cui le medesime conseguenze sono state prodotte dall’occupazione militare straniera di una parte significativa delle proprie risorse economiche e del proprio apparato produttivo.

Insomma, la trimurti  Venezuela – Zimbabwe – Weimar, con cui gli opinionisti da bar si illudono di controbattere le tesi di chi propone manovre keynesiane di stimolo della domanda, finanziate con emissione monetaria – o di debito in moneta sovrana, o di moneta nazionale parallela quali i CCF / MF.

Queste manovre funzionano se l’azione espansiva riporta la domanda a livelli allineati con la capacità produttiva del sistema economico, ed hanno quindi un senso se esiste un rilevante output gap, alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, pesante sottoutilizzo del potenziale produttivo delle aziende: che è la situazione dell'Italia oggi. Altrimenti produrrebbero solo inflazione, e in quel caso non mi affannerei certo a sviluppare e a promuovere il progetto CCF / Moneta Fiscale.

Ma, ci dice Cesaratto, qui non abbiamo solo il tema di emettere moneta (o suoi equivalenti) per produrre la ripresa della domanda ed eliminare l’output gap, abbiamo anche quello di gestire l’uscita dall’Eurosistema e l’estinzione del saldo Target2. Bene, si tratta appunto del rifinanziamento di un debito estero, dell’ammontare di 358 miliardi di euro a fine 2016 (sarebbero 312 al netto di alcune poste attive compensative, ma trascuriamole), equivalenti a 465 miliardi di Nuove Lire nell’ipotesi di una svalutazione del 30%.

L’Italia nel 2016 ha prodotto un saldo attivo delle partite correnti di 45 miliardi di euro (il saldo dell’interscambio di beni e servizi è ancora più positivo, 58 miliardi) e la “net international investment position” – il saldo netto tra tutte le attività e passività patrimoniali italiane verso l’estero – era passivo solo per il 15% del PIL, ovvero 250 miliardi di euro. In effetti esclusi i saldi Target2 (che sono compresi nei 250) l’Italia detiene un’eccedenza di attivi patrimoniali all’estero rispetto ai passivi.

Immaginate un’azienda che sviluppa un valore aggiunto di 1.700 milioni di euro (il PIL italiano in milioni invece che in miliardi). Se il valore aggiunto è pari al 40% del fatturato (grosso modo il dato medio per l’aggregato delle aziende nazionali) quest’ultimo (il fatturato) è pari a 4.250 milioni. Il debito finanziario netto di questa azienda “similItalia” – 250 – sarebbe circa il 6% del fatturato. C’è da gestire la sostituzione di una linea di credito da 465 milioni, l’11% del fatturato, quindi con ogni probabilità meno del suo capitale circolante netto (che tipicamente si aggira sul 15-20% delle vendite).

Sarebbe perfettamente normale per questa azienda finanziare l’esposizione con debito a breve revolving, e rinnovarlo senza nessuna difficoltà di anno in anno. La sostituzione di una linea di credito di quelle dimensioni è gestibile senza ansie. Tanto più che l’azienda in questione produce un flusso di cassa netto (e per netto s’intende dedotte tutte le esigenze di investimento, dividendi, pagamenti d’imposte ecc.) di 45 milioni annui. Quindi viaggia a un ritmo che azzera in poco più di sei anni il debito finanziario netto.

La linea di credito da rifinanziare – il saldo Target2 – tra l’altro, come argomentavo nel mio articolo, non è da estinguere dalla sera alla mattina. La soluzione più logica è in effetti a mio avviso di mantenerla in essere in un’unica direzione, rendendola cioè utilizzabile per pagamenti di altri paesi dell’Eurozona verso l’Italia (ma non viceversa). Se questi pagamenti fossero tutti per esportazioni di beni e servizi, l’estinzione della linea richiederebbe non meno di due anni: l’export italiano verso il resto dell’Eurozona è infatti pari a circa 220 miliardi (nel 2016), quindi i beni e servizi esportati sono meno della metà del saldo Target2 (465, già considerata la svalutazione della Nuova Lira rispetto all'euro).

Naturalmente l’estinzione può essere ben più rapida se – e in qualche misura sicuramente questo avverrà – una parte degli utilizzi dei saldi Target2 avvenisse a fronte di investimenti finanziari e non di acquisti di beni e servizi. Ma gli investimenti finanziari, nella misura in cui si verificano, sono appunto un rifinanziamento di parte del debito – quello che tanto spaventa Cesaratto…

In ogni caso, le esportazioni saldate con Target2 sottraggono valuta all’economia italiana, e ci sarà quindi, dice Cesaratto, il problema di finanziare le importazioni. Beh a essere sinceri questo è principalmente un problema di chi esporta verso l’Italia. Che tutto sommato non mi è mai parso così in difficoltà nel gestirlo. Esperienza mia recente: dopo parecchi anni, in famiglia ci siamo finalmente decisi a rinnovare il parco automobili (parco si fa per dire, due…). Abbiamo acquistato marche estere (non eurozoniche peraltro, una giapponese e un’anglo-indiana) e ricevuto finanziamenti per oltre il 90% dell’importo totale…

Naturalmente, post svalutazione può essere che qualche produttore sia meno competitivo sul mercato italiano, e rinunci quindi ad alcune vendite. Più Fiat e meno Lexus e Jaguar quindi (ma magari anche più Audi, Bmw e Mercedes con i tedeschi che aumentano la quota di componenti acquistati in Italia). Insomma può essere che calino le importazioni nette italiane. Il che riduce di per sé il problema di finanziarle…

In sintesi, un paese con forti attivi commerciali e poco debito finanziario estero non ha problemi a rifinanziare il debito Target2, se si trova nella necessità di estinguerlo (gradualmente) nel contesto di un’azione di rilancio dell’economia abbinata a un riallineamento del cambio reale che lascia invariato il surplus commerciale.

Che sono, tra parentesi, le caratteristiche del progetto CCF / Moneta Fiscale. Il quale però non prevede la rottura dell’euro e quindi alcun ipotetico problema a fronte dei saldi Target2. Ma che tuttavia, mi si dice, Cesaratto vede con scetticismo. Ho il sospetto che non l’abbia ancora esaminato attentamente e che quindi ritenga che sia una nuova riedizione del “principio della pizza di fango”. Non è così e lo invito alla lettura di questo documento – sintetico ma, credo, completo ed esaustivo.

Mi auguro che avremo il piacere di accoglierlo tra le fila dei sostenitori. E devo dire che mi sento ottimista al riguardo, perché Sergio Cesaratto è un eccellente economista e quindi – come disse un giorno Charlie Munger a Warren Buffett – “ you will end up agreeing with me Warren, because you are smart and I am right !”