sabato 21 ottobre 2017

Quelli che “ma i CCF vanno iscritti al passivo”

Obiezione che spesso e volentieri mi viene rivolta: come fai a dire che i CCF non sono debiti ? non vanno iscritti come passività nel bilancio pubblico ? ma Cattaneo, le conosci la contabilità e la partita doppia ???

Beh con la partita doppia, scusate l’immodestia, penso di cavarmela in modo passabile o anche qualcosa di più.

E approfondendo il tema, ci si imbatte ad esempio in questo articolo, che, alla luce dei principi contabili internazionali (IFRS 15 e 18) dice tra le altre cose, nell’esempio 1, quanto segue:

“Buoni sconto: immaginate di gestire un e-shop che vende libri.
Per sostenere le vostre vendite, spedite un buono sconto di 5 euro che i vostri clienti possono utilizzare per ogni acquisto superiore a 100 euro.
Come dovreste contabilizzare il buono sconto ?
In questo particolare esempio, non dovete effettuare alcun accantonamento nei vostri libri contabili nel momento in cui il buono sconto viene distribuito.
Perché ?
Perché non c’è evento passato.
Ricordate, un cliente dovrà effettuare un acquisto superiore a 100 euro e solo in quel momento scatterà l’impegno a riconoscere uno sconto di 5 euro.
Dovrete, invece, semplicemente riconoscere un ricavo al netto dello sconto quando il buono sconto viene utilizzato”.

Si tratta esattamente della stessa logica che deve essere applicata ai non-payable tax credits (categoria che comprende i CCF) sulla base dei principi contabili Eurostat: i CCF non sono debiti, ma titoli che incorporano il diritto del titolare a vedersi riconoscere uno sconto fiscale, al verificarsi di condizioni predeterminate (decorrenza di un periodo di tempo prestabilito dall’emissione, e presentazione del titolo da parte di un soggetto d’imposta). In quel momento si misurerà l’effettivo gettito fiscale conseguito dalla pubblica amministrazione.

Questa è la situazione a stretto rigore di principi contabili. Bisogna comunque aggiungere che quand’anche i CCF fossero esposti come passività nel bilancio statale, esistono molte altre poste contabili che pur essendo inserite dal lato del passivo di uno stato patrimoniale (pubblico o privato) non sono debiti finanziari.

Due esempi particolarmente significativi:

Il capitale sociale di una società per azioni va al passivo dello stato patrimoniale. Perché mai è una passività ? perché a fronte dell’esistenza del capitale sociale, la società assume impegni nei confronti dei suoi azionisti: in particolare, l’impegno alla distribuzione dei dividendi secondo regole prestabilite, e al rimborso del capitale nell’evento di una liquidazione.

Questo rende il capitale sociale un debito ? evidentemente no, e tantomeno un debito finanziario.

Altro esempio: uno stato che emette la propria moneta nazionale (o la fa emettere a una banca centrale appartenente alla pubblica amministrazione statale).

La moneta in circolazione sarà registrata al passivo nello stato patrimoniale consolidato dello stato in questione. Va al passivo perché sussiste un impegno (liability): la moneta ha corso legale nello territorio dello stato, e tra le altre cose tutte le obbligazioni d’imposta, e anzi le obbligazioni finanziarie di qualsiasi natura nei confronti del settore pubblico, si estinguono utilizzando quella moneta. Il settore pubblico è obbligato ad accettarla.

Lo stato che emette moneta assume quindi un impegno, e lo registra contabilmente al passivo. Ma quell’impegno non è un debito, né tantomeno un debito finanziario. E’ un impegno di accettazione, non di rimborso / pagamento.

I CCF, quand’anche venissero esposti contabilmente come passività (cosa che – come ci fa sapere Eurostat - NON deve essere fatta) non sarebbero, e non sono, una componente del debito pubblico.


mercoledì 18 ottobre 2017

Perché l’espansione fiscale OGGI è indispensabile

Sento, di tanto in tanto, formulare affermazioni del tipo “la crisi c’è stata ed è stata pesante, ma la causa è lo scoppio della bolla finanziaria internazionale, culminata nel fallimento Lehman. Nove, dieci anni fa. Possibile che stiamo ancora a parlare della necessità di forti interventi anticiclici oggi ?”

Sì, non solo è possibile ma anche assolutamente necessario. Perché violente azioni di consolidamento fiscale sono state attuate nel 2011-2. In un momento completamente inopportuno, quando gli effetti della crisi Lehman erano ancora ben lontani dall’essere recuperati. E queste azioni sono state particolarmente intense in Italia, più che in qualsiasi altro paese dell’Eurozona (per non parlare di quelli fuori) con la sola eccezione della Grecia (che infatti è messa come sappiamo).

Anche rispetto al 2012, si dirà, è passato parecchio tempo – cinque anni. Certo. Ma se mentre guidi in autostrada freni violentemente e riduci la velocità dell’auto a 50 kmh, come ritorni alla tua velocità di crociera – diciamo 120 ?

La risposta è semplice: riaccelerando.

E dopo il 2012 si è riaccelerato ? No, il “consolidamento fiscale” è proseguito, semplicemente a un ritmo più lento. Il per la verità è stato sufficiente a invertire la tendenza delle variazioni del PIL reale: dai segni meno si è passati agli zero virgola e adesso agli uno virgola.

Ma recuperare lo spaventoso, inaccettabile output gap che si è prodotto tra il 2008 e il 2013 (output gap che significa disoccupazione e profondo disagio sociale) richiede alcuni anni di crescita a ritmi ben superiori: 3%, 4%.

Non perché il potenziale di crescita italiano sia, nel lungo termine, così elevato, ma perché c’è un buco di domanda da colmare. E proprio perché c’è un buco da colmare, 3-4% di crescita reale del PIL per 3-4 anni sono fattibilissimi: a condizione di introdurre nel sistema economico la domanda mancante.


Altrimenti, nella migliore delle ipotesi (cioè in assenza di shock esterni, che peraltro, prima o poi, arrivano) si va avanti con gli uno virgola. E non ci si può, assolutamente, accontentare, dire “meglio che niente, non è così male”. Perché con gli uno virgola disoccupazione, sottoccupazione e povertà NON si riducono. E i livelli – gli attuali – a cui rimangono non sono minimamente accettabili.

domenica 15 ottobre 2017

Ferruccio De Bortoli e la Moneta Fiscale

Ferruccio De Bortoli ha pubblicato su “Corriere Economia” un pezzo sulla Moneta Fiscale. Il Corriere ci ha dato disponibilità a pubblicare una replica, cosa che dovrebbe avvenire, credo, lunedì 23 prossimo. Vi anticipo intanto un mio primo draft; la versione finale della risposta dirà cose in parte simili ma anche (ovviamente…) in parte diverse nonché più estensive, grazie alle integrazioni di Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini.

Ferruccio De Bortoli va ringraziato per l’attenzione dedicata, nell'articolo del 9 ottobre u.s., alla nostra proposta di rilanciare l’economia italiana introducendo uno strumento finanziario denominato Certificato di Credito Fiscale (CCF) o Titolo di Sconto Fiscale (TSF). E’ appropriato, d’altra parte, cogliere l’occasione per una serie di chiarimenti in merito ai dubbi che sono stati espressi.

Una prima osservazione: purtroppo, l’ottimismo sull’economia italiana manifestato da De Bortoli è – allo stato attuale – difficile da condividere. Le esportazioni crescono e i saldi commerciali esteri sono ampiamente positivi, certo. A riprova che dove c’è domanda, le nostre aziende continuano a essere competitive. Ma il problema è appunto la carenza di domanda interna – conseguenza dei vincoli imposti dal “sistema euro” nella sua conformazione attuale.

Il +1,5% previsto per il PIL reale 2017 implica che permane un delta negativo di circa 100 miliardi (un buco del 6% circa) rispetto ai livelli 2007 – dieci anni fa ! La disoccupazione è doppia, le persone in povertà assolute triple, la qualità dei posti di lavoro che si creano è scadente, con ampie e crescenti sacche di precariato e lavoro a tempo limitato.

Crescite dell’uno virgola non migliorano il profondo disagio sociale in cui è caduto il nostro paese. Sono a stento sufficienti a non peggiorare la situazione.

E questo quadro è in realtà fortemente a rischio di peggiorare. L’establishment politico tedesco (sia il ministro delle finanze uscente Schaeuble, che Lindner, il leader del partito liberale FDP, probabile componente della prossima coalizione di governo) preme per un meccanismo di ristrutturazione automatica dei debiti pubblici dei paesi in difficoltà. Il costituendo governo olandese è su posizioni simili. E la vigilanza BCE spinge per accelerare lo smaltimento dei non-performing loans detenuti dalle banche.

Il rischio è affossare la debole e insufficiente crescita che in questo momento l’Italia è faticosamente arrivata a conseguire. La ristrutturazione automatica dei debiti pubblici, poi, ha forti probabilità di innescare l’uscita dall’Eurozona dei paesi interessati.

Di fronte a questi problemi, i CCF sono una soluzione estremamente plausibile.

Il loro valore è agganciato all’euro, in quanto a partire da una data futura prestabilita sono utilizzabili illimitatamente per ottenere sconti fiscali. Non possono quindi verificarsi significative discordanze di valore tra euro e CCF, purché ovviamente non giungano a utilizzo CCF in quantità prossima alle entrate pubbliche lorde. In questo caso la perdita di valore sarebbe causata dalla difficoltà di utilizzare tutti i CCF nell’anno in cui scatta il diritto allo sconto: ma il problema non sussiste in quanto il progetto prevede un’amplissima copertura (minimo 5:1, più probabilmente 10:1).

L’innesco di un “moltiplicatore fiscale” elevato – crescita di PIL superiore ai CCF emessi – è giustificato dagli attuali livelli di domanda aggregata, fortemente inferiori alle capacità produttive dell’economia. Ne sono prova proprio l’altissimo livello di disoccupazione e sottoccupazione, e il PIL reale enormemente inferiore ai livelli raggiunti una decade (!) fa. Il moltiplicatore fiscale è alto in contesti del genere (mentre è vicino a zero se le condizioni dell’economia sono già toniche: in assenza di risorse produttive da mettere al lavoro, introdurre domanda innalza i prezzi, non le quantità prodotte).

Del resto, una prova chiarissima dell’alto moltiplicatore in condizioni di depressione economica l’abbiamo avuta, disgraziatamente, a causa delle azioni di segno opposto (“consolidamento fiscale”) attuate nel 2011-2012: tredici trimestri di caduta consecutiva e cinque punti di PIL lasciati sul terreno (nonché un rapporto debito pubblico lordo / PIL che è salito invece di scendere, a causa della flessione del denominatore).

Quanto al dubbio che i CCF in circolazione dovrebbero essere conteggiati come parte del debito pubblico, trattati e regolamenti UE ed Eurostat sono chiarissimi: debito è solo quello a fronte del quale lo Stato è impegnato a un pagamento in euro. Il diritto a conseguire uno sconto d’imposta non lo è, altrimenti per assurdo dovrebbe essere “debito dello Stato” (un esempio tra molti) la minore imposta conseguente dal diritto ad ammortizzare un impianto industriale negli anni futuri di utilizzo.

De Bortoli commenta che sussiste il rischio di “caos che si scatenerebbe sui criteri di distribuzione”. Ma qualsiasi azione di politica fiscale (spesa e tassazione) comporta effetti distributivi: compito degli organi di governo è gestirli, ed è quanto avviene da sempre – non certo dal momento in cui si introducono i CCF.

Quanto all’osservazione (sempre di De Bortoli) che “non si riflette a sufficienza sugli effetti diseducativi di un reddito gratuito”: i CCF non nascono per questo. L’allocazione è per varie finalità – integrazione di reddito ai lavoratori, riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese, finanziamento di investimenti pubblici, spesa sanitaria, pubblica istruzione. Potere d’acquisto in più, quindi, a chi lavora, o per generare più lavoro. La critica di De Bortoli ha senso se rivolta a proposte quali il reddito di cittadinanza del M5S: che è una, ma solo una, delle tante cose che i CCF possono contribuire a realizzare – e se non piace, va criticata quella proposta, non lo strumento.

De Bortoli teme poi che la manovra “sarebbe percepita come una scorciatoia, una furbizia, rivelatrice di difficoltà di bilancio ben superiori alla realtà”. Ma le difficoltà – si è detto sopra – esistono: l’errore imperdonabile è ignorarle. I paesi del Nord chiedono che venga rigorosamente imposto un tetto massimo ai debiti pubblici, quelli del Sud (Francia inclusa) hanno invece bisogno di rilanciare domanda, produzione e occupazione.

La soluzione CCF riconcilia le due posizioni. Nessuno potrà mai forzare uno Stato a non onorare l’impegno di accettare CCF. D’altra parte, lo Stato che attuasse il programma in modo indisciplinato sarebbe punito dallo svilimento di valore dei suoi CCF (se ne emettesse una quantità che allunga i tempi di utilizzo effettivi) senza ricadute o rischi sugli altri paesi.

In sintesi: tetto massimo ai debiti pubblici in misura pari ai livelli attuali, in tutti i paesi. Ognuno è libero di emettere CCF nazionali, perché non richiedono garanzie e non implicano rischi per i partner dell’Eurozona. Ogni paese ritrova le leve d’azione necessarie per riportare domanda, occupazione, attività economica a livelli tonici.

E l’Eurosistema ottiene finalmente condizioni di efficienza e di sostenibilità, che oggi non sussistono.


mercoledì 11 ottobre 2017

Colpe dei governi e colpe delle banche centrali


Qualche giorno fa, uno scambio di idee con Biagio Bossone e Stefano Sylos Labini mi ha suggerito alcune considerazioni in merito alle responsabilità della crisi economica, e della sua mancata soluzione.

Nell’Eurozona, i governi hanno le mani legate, si afferma spesso, in quanto non emettono la moneta che utilizzano, e quindi (1) non possono effettuare le necessarie politiche di sostegno della domanda e (2) non sono in grado di garantire illimitatamente la solvibilità dei debiti pubblici. In quest’ottica, lo spossessamento della facoltà di emissione monetaria da parte degli Stati è, evidentemente, una disfunzione gravissima.

Questo affermazioni sono corrette. Biagio mi ha portato però a riflettere sul fatto che le azioni espansive sono state interrotte prima di quando sarebbe stato opportuno – in altri termini, si è fatta austerità senza motivo, grosso modo a partire dal 2011 – anche negli USA e nel Regno Unito, e a causa di consapevoli decisioni dei governi, non delle banche centrali.

La riduzione degli stimoli fiscali non è stata così feroce e assurda come nell’Eurozona, ma è stata sufficiente a rallentare il ritmo della ripresa produttiva anche nei due principali paesi anglosassoni. E incolpare di questo la Federal Reserve e la Bank Of England sarebbe francamente ingiusto.

Nulla lascia pensare che Fed e BOE avrebbero fatto mancare il loro sostegno a politiche maggiormente espansive, nella misura opportuna (un paio di punto di deficit / PIL in più per un paio d’anni). Governi sostenuti da maggioranze parlamentari democraticamente elette hanno però deciso altrimenti, ritardando così immotivatamente la ripresa, senza che le banche centrali abbiano fatto pressioni in quel senso.

La Fed e la BOE, essendo dotate di un mandato duale (tutela dell’occupazione e non solo stabilità dei prezzi) hanno, in effetti, rapidamente attivato azioni di Quantitative Easing. Ma il QE ha limiti ben noti riguardo alla sua capacità di sostenere domanda e ripresa produttiva. D’altra parte, sia pure con anni di ritardo, il QE l’ha avviato anche la BCE (motivandolo con l’inflazione troppo bassa). Se la BCE fosse stata dotata di un mandato duale (com’è per altri versi auspicabile) sarebbe cambiato poco o nulla, nel senso che senza la possibilità di fare espansione fiscale la crisi dell’Eurozona non sarebbe stata significativamente meno grave, sia in ampiezza che in durata.

Certo, la BCE tecnicamente potrebbe attuare un’azione espansiva diretta facendo Helicopter Money. Ma ci sono due problemi seri.

Il primo è che l’HE implica di prendere decisioni non solo sulla creazione di potere d’acquisto supplementare, ma anche sulla sua allocazione. E quest’ultima decisione è compito di governi e parlamenti, non di una banca centrale.

Il secondo è che le azioni espansive non servono nella stessa misura in tutti i 19 paesi dell’Eurozona: molto al Sud, molto meno o per nulla nel Nord “teutonico”. Lo stimolo fiscale deve essere differenziato.

Soluzione ? i Certificati di Credito Fiscale nazionali. Ogni paese li introduce nella misura necessaria al ripristino di un sano e corretto livello di impiego delle sue risorse produttive. I CCF danno diritto a sconti fiscali futuri, ma non devono essere rimborsati in euro e quindi non richiedono garanzie supplementari da parte della BCE.

Ogni paese, a questo punto, s’impegna senza più eccezioni a non effettuare spese in euro superiori agli incassi in euro. I debiti pubblici veri, quelli cioè da rimborsare in euro, si stabilizzano quindi definitivamente in valore assoluto, e calano in rapporto al PIL (via via che le economie crescono). Sono perfettamente centrati, quindi, gli obiettivi per cui è stato introdotto il Fiscal Compact. Quei livelli di debito pubblico sono garantiti dalla BCE – ma non un centesimo in più.

I livelli di CCF in circolazione potranno fluttuare in funzione delle esigenze di stabilizzazione del ciclo economico: in altri termini le emissioni potranno essere aumentate o diminuite in funzione della necessità, rispettivamente, di accelerare la ripresa, oppure di evitare il surriscaldamento delle economie.

E se un paese è indisciplinato, cioè se ne emette troppi, accadrà che i CCF perderanno valore in quanto finiranno per arrivarne a scadenza una quantità eccessiva, che renderà necessario attendere più tempo per riuscire a utilizzarli (perché il rapporto tra CCF in scadenza e entrate fiscali lorde diventerà troppo alto). Ma la penalizzazione toccherà solo i CCF di quel paese, non degli altri. E non creerà rischi alla stabilità finanziaria dell’Eurosistema nel suo complesso.


lunedì 9 ottobre 2017

venerdì 6 ottobre 2017

Video Cattaneo - Boldrin

Trovate qui la registrazione di una videoconferenza tra me e Michele Boldrin, tenuta ieri pomeriggio.

Le “considerazioni” che ho sentito esporre dal mio interlocutore hanno raggiunto notevoli vertici di comicità, immagino del tutto involontaria. Tra le altre segnalo:

La caduta del PIL italiano nel 2009 (-5%) NON è stata la conseguenza della crisi finanziaria internazionale perché “le banche italiane erano ancora sane, avevano pochi crediti deteriorati e poca esposizione ai derivati, o perlomeno così diceva Tremonti”. Il fatto che sia andata in blocco la circolazione del credito tra tutte le principali istituzioni finanziarie mondiali e che si siano interrotti dappertutto i flussi di ordini e commesse non rileva, naturalmente…

Le Banche Centrali non sono garanti di ultima istanza dei debiti pubblici. Quindi esiste un rischio significativo che Federal Reserve, Bank of England, Bank of Japan, Banca Nazionale Svizzera lascino andare in default i rispettivi governi su debiti pubblici espressi in dollari, sterline, yen, franchi svizzeri…

L’euroausterità non è responsabile della crisi italiana perché “altri paesi dell’Eurozona si sono ripresi”. Certamente: quelli per cui l’euro è una moneta sottovalutata (Germania in primis) e non viceversa, e che quindi hanno beneficiato di enormi surplus commerciali. E quelli che hanno fatto molta meno austerità dell’Italia (Francia, Spagna…)

Con più potere d’acquisto in circolazione l’occupazione in Italia non riprenderebbe comunque perché “non si saprebbe cosa saper fare ai disoccupati”. Invertire la tendenza alla contrazione degli staff e delle risorse nella sanità, nella pubblica istruzione, negli interventi sul territorio a seguito di catastrofi naturali no ?...

Nei limiti del tempo a disposizione queste “argomentazioni” le ho confutate. Mi trovavo però nella posizione di Rommel durante il D-Day: la contraerea sparando colpiva sicuramente qualcosa, ma i mezzi da sbarco erano troppi per affondarli tutti.


Ma in effetti è uno sforzo degno di miglior causa. Boldrin, al contrario delle truppe anglo-americane, si affonda da solo, basta lasciarlo parlare…

mercoledì 4 ottobre 2017

Video incontro GECOFE

Con moltissimi ringraziamenti agli amici di GECOFE, in particolare Claudio Bertoni e Claudio Pisapia, che con grande tempestività hanno messo a disposizione il video dell'incontro del 29 settembre scorso a Ferrara.

Lo trovate qui. Io intervengo a partire dal minuto 32, circa.

lunedì 2 ottobre 2017

Mi dice un imprenditore


“Ho macchine e operai per produrre il 50% in più di quanto faccio attualmente. E poi parlano di inflazione.

E quanto alla produttività, l’incidenza dei costi fissi cala via via che aumentano le quantità prodotte e vendute. I prezzi, anche con quella crescita di domanda e di produzione, non li toccheremmo per cinque anni almeno”.

Questo è un imprenditore (mi scuso se non ne cito il nome, è un contatto twitter e mi sono segnato le sue affermazioni scordando però di prendere nota dell’autore)

questo è UN imprenditore, dicevo, ma la sua situazione è quella in cui si trovano UN NUMERO ENORME di imprenditori – e quindi di aziende - italiani.

In quattro righe, da quanto sopra, emerge che:

uno, ci troviamo in una crisi di DOMANDA

due, introdurre nell’economia italiana un maggior livello di domanda comporta automaticamente di recuperare produttività e competitività, senza bisogno di (vaghe e fumose, quando non controproducenti) “riforme strutturali

tre, non c’è da preoccuparsi dell’inflazione fino al momento in cui non si è rimessa al lavoro, quantomeno in larga parte, la capacità produttiva oggi inutilizzata.

“Capacità produttiva inutilizzata” che significa disoccupati e sottoccupati, impianti fermi o che lavorano a mezzo servizio, capannoni che ospitano quattro linee produttive dove si potrebbe tranquillamente farne lavorare sei.

Significa, soprattutto, disoccupazione doppia rispetto al 2007, persone in povertà assoluta triplicate (tre milioni in più), enorme, ingiustificato, inaccettabile disagio sociale.

Tutti problemi che possono essere avviati a soluzione SUBITO, e risolti in pochi anni.


mercoledì 27 settembre 2017

Le elezioni tedesche e la posizione FDP sull'euro


Doveva essere una consultazione elettorale all’insegna della stabilità e dell’assenza di sorprese. E invece l’esito delle elezioni politiche tedesche potrebbe influenzare notevolmente l’evoluzione della UE e soprattutto dell’Eurozona, in un futuro molto prossimo.

La CDU-CSU si è confermata il partito di maggioranza relativa, ma con una sorprendente caduta di consensi. La SPD ha subito un tracollo, e ha deciso di non formare un’ulteriore Grande Coalizione con lo schieramento di Angela Merkel, passando invece all’opposizione.

La crescita della destra di AFD ha superato ogni previsione. Ma naturalmente è esclusa la volontà della CDU-CSU di prendere in considerazione loro o la sinistra di Die Linke come partner di governo.

Il che lascia, come unica possibilità – per default – una coalizione tra la CDU-CSU, i liberali di FDP e i Verdi. Ma l’accordo sul programma di governo è tutt’altro che semplice: le posizioni su vari temi (economia, immigrazione, ambiente) in molti casi sono alquanto distanti.

Il raggiungimento di un accordo, comunque, per quanto faticosi saranno i negoziati, appare abbastanza probabile (non c’è molta voglia di rifare le elezioni tra pochi mesi, senza alcuna garanzia che l’esito sia diverso da quello di domenica scorsa). E questo induce a riflettere sulla posizione di FDP in merito ai meccanismi di funzionamento dell’Eurozona, perché è plausibile che FDP spinga in quella direzione in caso di suo ingresso nel governo.

Come sintetizzato in un recente studio di Nordea Bank, FDP propone di (i) introdurre meccanismi per l’uscita dall’Eurozona senza necessariamente abbandonare la UE (ii) rafforzare le clausole che impediscono il bail-out di stati membri insolventi dell’Eurozona, introducendo invece meccanismi di ristrutturazione automatica dei debiti sovrani (iii) limitare la capacità di intervento del MES (iv) imporre sanzioni automatiche (e non più lasciate alla discrezionalità della Commissione Europea) in caso di superamento dei limiti di deficit pubblico.

Tutto questo confligge in modo pressoché totale con le proposte di Macron di istituire un Ministro dell’Economia dell’Eurozona con un budget di spesa a disposizione per politiche di intervento e di sostegno della domanda (proposte la cui accettazione da parte dei tedeschi, a un livello che non fosse puramente simbolico, era comunque già alquanto dubbia).

Se passerà la posizione FDP, l’introduzione di un meccanismo di Moneta Fiscale / CCF appare ancora più necessaria per ottenere un Eurosistema funzionale.

Prendiamo il caso dell’Italia. Il recentissimo aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, a cura del Ministero dell’Economia (settembre 2017) prevede che il debito pubblico italiano abbia raggiunto il picco in rapporto al PIL (132%) a fine 2016. Nel 2017 si registrerà un modesto calo (131,6%) che dovrà proseguire a ritmi accelerati negli anni successivi. Il rapporto deficit pubblico / PIL dal 2,1% nel 2017 si ridurrà all’1,6% nel 2019, e sostanzialmente arriverà al pareggio nel 2020.

Il bilancio pubblico dovrebbe restare in equilibrio anche dopo il 2020: il debito pubblico lordo italiano raggiungerebbe quindi un livello massimo di 2.346 miliardi a fine 2020 (contro 2.260 a fine 2017).

Il PIL reale manterrà nel 2018 e 2019 una crescita in linea con il 2017 (1,5%), mentre per il 2020 è previsto un +1,3%.

Un andamento di questo tipo da un lato è del tutto insoddisfacente in termini di crescita reale: siamo sempre agli “uno virgola”, insufficienti per un significativo miglioramento del quadro dell’occupazione e per alleviare il pesante disagio sociale di cui oggi l’Italia soffre.

Dall’altro lato, un qualsiasi evento esterno anche solo modestamente negativo – una blanda recessione internazionale, per esempio – è sufficiente a far deragliare queste (già di per sé insoddisfacenti) prospettive, riportando tra l’altro fuori binario l’andamento di deficit e debito pubblico.

La quadratura del cerchio, coerente anche con gli obiettivi del governo tedesco se passerà la posizione FDP, potrebbe essere la seguente.

L’Italia si impegna in modo tassativo, senza deroghe, a mantenere il debito pubblico lordo a un livello non superiore a un hard cap di 2.346 miliardi. Emette tuttavia moneta fiscale, in forma per esempio di CCF, per conseguire una rapida accelerazione della domanda e quindi della crescita reale, oltre il 3% per tre anni.

Questo è il livello necessario a rimettere in salute il mercato del lavoro italiano, e anche a far sì che il maggior PIL produca gettito fiscale addizionale sufficiente a restare nel limite dell’hard cap. I CCF in circolazione, ricordo, non sono debito pubblico e comunque non esiste nessuna possibilità che fenomeni speculativi o andamenti di mercato finanziario possano forzare l’Italia al default (appunto perché i CCF non comportano obbligo di rimborso, ma solo diritti a sconti fiscali futuri). Non si creano quindi, per i partner dell’Eurozona, rischi addizionali di bail-out.

L’Italia avrà a disposizione lo strumento CCF anche per gestire eventuali temporanee fasi congiunturali negative, rispettando l’hard cap ma attuando azioni non procicliche. Ad esempio, sostituendo quote di spesa pubblica con pagamenti in CCF, e/o imponendo prelievi fiscali addizionali ma compensati da erogazioni di CCF.

Sarà anche possibile accelerare il processo di riduzione del debito pubblico italiano, mediante emissioni di CCF che vadano a rimborsare debito in scadenza.

La totale messa in sicurezza del sistema è a questo punto garantita, a condizione che la BCE mantenga in essere il “whatever it takes” di Draghi: garantisca cioè il debito pubblico italiano (quello vero, da rimborsare in euro) purché non aumenti neanche di un centesimo rispetto all’hard cap.

Se il “whatever it takes” non verrà confermato, il che equivale a dire se la BCE non assicurerà di voler essere garante di ultima istanza (nei limiti, ripeto, dell’”hard cap”) rimane possibile (anche se molto meno probabile) che andamenti speculativi dei mercati possano forzare comunque l’Italia (o altri paesi) all’insolvenza. Nel qual caso scatterà quanto ipotizzato dal programma FDP: uscita dall’Eurozona mediante una procedura preconcordata, e ristrutturazione del debito pubblico (la cui modalità di gran lunga più sensata e indolore sarà la ridenominazione nella nuova moneta nazionale).

Quest’ultimo scenario, ribadisco, è comunque molto meno probabile (rispetto alla situazione odierna) in un contesto di CCF affiancati all’euro. E la BCE può escluderne completamente la possibilità con la semplice conferma del “whatever it takes”.



lunedì 25 settembre 2017

Moneta Fiscale: sfida all'euro o salvezza dell'economia europea ?


Si parla sempre più frequentemente, in Italia, di Moneta Fiscale come strumento di soluzione della crisi economica. Crisi assolutamente non risolta: nonostante l’ottimismo ostentato dal governo italiano e dalla UE, l’economia dell’Eurozona è ben lontana da una condizione complessiva accettabile, e questo è particolarmente vero per l’Italia.

Il PIL reale italiano crescerà nel 2017 dell’1,5% rispetto all’anno precedente, ma rimarrà comunque inferiore del 6% circa rispetto al 2007 – dieci anni dopo ! E sempre rispetto al 2007 la disoccupazione è doppia e le persone in povertà assoluta sono quasi triplicate, da meno di 1,8 milioni a quasi 5, e non accennano a diminuire.

Il sistema economico italiano viaggia molto al di sotto delle sue potenzialità: il gap si è creato per effetto della crisi finanziaria mondiale del 2008-9, e poi delle politiche di austerità “prescritte” dalla UE nel 2011-2.

L’Italia può risolvere questo problema introducendo un’adeguata quantità di potere d’acquisto nel suo sistema economico. Non può però farlo emettendo euro, né (a causa dei meccanismi di funzionamento dell’Eurosistema) con incrementi di deficit pubblico.

Tutte queste difficoltà si ricollegano al fatto che l’Italia utilizza una moneta (l’euro) che non emette. Una moneta non sovrana, quindi.

La Moneta Fiscale consente di superare questo problema senza “rompere” l’euro.

La Moneta Fiscale è un concetto riconducibile al “cartalismo”, teorizzato dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp all’inizio del Novecento, e recentemente esteso e sviluppato dagli economisti legati alla Modern Monetary Theory (MMT).

I principi base della proposta Moneta Fiscale sono che:

PRIMO, un titolo accettato dallo Stato per soddisfare le obbligazioni finanziarie nei suoi confronti, in particolare quelle fiscali, ha un valore, anche se il titolo stesso non è legal tender per nessun altro operatore economico. In altri termini, solo lo Stato si vincola (volontariamente) ad accettarlo, mentre aziende e cittadini sono libere di utilizzarlo o meno. L’accettazione da parte dello Stato è però sufficiente a conferire valore al titolo.

SECONDO, poiché il titolo non è destinato a essere rimborsato in una moneta che lo Stato non emette (quale l’euro), lo Stato è sempre in grado di onorare l’impegno preso. Appunto perché s’impegna ad accettarlo ma non a rimborsarlo, lo Stato non può essere forzato al default. Un titolo a valenza fiscale è sotto questo profilo assimilabile alla moneta sovrana (= emessa dallo Stato), o a un debito da rimborsare in moneta sovrana.



Come può funzionare la Moneta Fiscale

Attualmente, in Italia, tutti i tre principali partiti politici di opposizione stanno valutando schemi di Moneta Fiscale.

Per quanto riguarda Forza Italia, la proposta in esame è basata sui Certificati di Credito Fiscale (CCF), originariamente concepiti da Marco Cattaneo e sviluppati insieme a vari altri economisti e ricercatori in numerosi articoli, libri e in un ebook che ha raggiunto un’ampia diffusione.

I CCF sono un titolo emesso dallo Stato, che dà diritto a riduzioni di pagamenti per imposte (o per qualsiasi altro impegno finanziario nei confronti del settore pubblico) a partire da due anni dopo la loro emissione.

I CCF possono essere emessi e assegnati (senza contropartita) per una pluralità di scopi: ai lavoratori per integrare i loro redditi; alle aziende per ridurre il carico fiscale e contributivo sul lavoro (il che implica un immediato recupero di competitività ed evita che la ripresa economica squilibri i saldi commerciali esteri); ai ceti sociali disagiati per interventi di sostegno e di spesa sociale; possono inoltre finanziare programmi di investimenti pubblici, ecc.

Il CCF è un titolo di Stato (anche se non è un titolo di debito): potrà quindi essere venduto dall’assegnatario in cambio di euro, presumibilmente con un modesto sconto rispetto al valore facciale, utilizzando le piattaforme già ampiamente rodate e operative su cui oggi si compravendono BTP, BOT ecc.

Inoltre, con ogni probabilità molti operatori commerciali accetteranno (pur non essendovi obbligati) i CCF come contropartita per la vendita di beni e servizi.

I due anni intercorrenti tra l’emissione dei CCF e il loro utilizzo per conseguire sconti fiscali permettono all’economia di riprendersi, incrementare PIL e gettito fiscale, e compensare quindi l’effetto di riduzione delle entrate statali che altrimenti i CCF produrrebbero.

Il M5S ha da alcuni mesi reso noto il suo interesse per la Moneta Fiscale secondo le linee descritte da Gennaro Zezza. In questo caso lo strumento è concepito come un’unità di valore destinata a circolare tramite il supporto di un sistema di carte elettroniche diffuse presso il pubblico.

Resta fermo il concetto, anche in questo caso, dell’utilizzabilità per conseguire sconti fiscali. Non ci sarebbe un differimento temporale di due anni: l’utilizzabilità avrebbe partenza immediata ma a tranches scadenziate nel tempo (es. 20% all’anno per cinque anni, ma il primo 20% fin da subito).

Anche in questo caso, l’utilizzabilità fiscale garantisce il valore della Moneta Fiscale.

La Lega Nord e in particolare il suo responsabile economico, Claudio Borghi, propone l'emissione di Minibot, titoli di Stato destinati a circolare in forma cartacea e in piccoli tagli (gli stessi delle banconote in euro). E’ prevista l’attribuzione di Minibot a titolari di crediti verso il settore pubblico (aziende fornitrici, soggetti beneficiari di detrazioni fiscali ecc.).

Il Minibot è utilizzabile fin da subito per pagare tasse e imposte, e anche servizi erogati da aziende statali. Non incrementa, in effetti, le disponibilità patrimoniali del ricevente perché a fronte dell’erogazione si estingue un credito preesistente; trasforma, tuttavia, un credito differito e illiquido in uno strumento circolante e immediatamente utilizzabile.



Moneta Fiscale: soluzione permanente o provvisoria ?

La Moneta Fiscale è uno strumento gestibile da parte dei singoli governi nazionali, e consente di espandere la domanda interna e di migliorare la competitività delle aziende (abbassandone il carico fiscale effettivo).

Restituisce quindi all’Eurosistema il livello di flessibilità necessario per superarne le disfunzioni, senza che si debba arrivare a romperlo.

I livelli di emissione e la composizione delle assegnazioni di Moneta Fiscale possono essere dosati in modo da garantire nel tempo (i) alti livelli di occupazione (ii) equilibrio nei saldi commerciali esteri e (iii) rispetto dei vincoli di finanza pubblica.

Riguardo al punto (iii), in particolare, dato un obiettivo di deficit pubblico (inteso come differenza tra pagamenti e incassi dello Stato) il maggior livello necessario per uscire da una fase ciclica negativa dell’economia sarà ottenibile mediante un appropriato livello di emissione di Moneta Fiscale.

L’affiancamento della Moneta Fiscale all’euro consente di creare un Eurosistema stabile. In questo senso, la Moneta Fiscale deve costituire uno strumento disponibile in permanenza ai governi nazionali, per effettuare le necessarie manovre anticicliche e superare fasi di difficoltà dell’economia (a partire, naturalmente, dall’attuale).

E’ anche possibile che le emissioni di Moneta Fiscale scendano a zero in una fase del ciclo economico particolarmente favorevole. Lo strumento resterà comunque a disposizione e potrà essere riattivato in caso di difficoltà successive.



Moneta Fiscale: coerenza con trattati e regolamenti UE

La Moneta Fiscale non confligge con nessuna regolamentazione dell’Eurosistema.

Non è moneta legale in quanto la sua accettazione avviene su base volontaria e non è imposta dalla legge. Non si viola, quindi, il principio del monopolio BCE riguardo all’emissione della moneta legal tender, che rimane l’euro.

Non è neanche indebitamento pubblico, in quanto i regolamenti Eurostat chiariscono senza ambiguità che non si ha debito se non quando il settore pubblico è impegnato a effettuare pagamenti. La Moneta Fiscale è invece un non-payable tax credit: non dà diritto a pagamenti, ma a ridurre un carico d’imposta altrimenti dovuto (non diversamente dalla possibilità di ammortizzare un impianto, o di utilizzare una perdita fiscale pregressa, per citare due casi di diritti di natura fiscale che non sono, ovviamente, debito dello Stato).

Soprattutto, la regolamentazione dell’Eurosistema è basata sul principio di non incrementare i rischi di default sul debito pubblico degli stati membri. Emettere Moneta Fiscale non confligge con questo obiettivo, in quanto nessuno Stato può essere forzato all’inadempimento su un titolo che incorpora il diritto a riduzioni fiscali future, ma non a essere rimborsato in moneta che lo Stato non emette e di cui potrebbe non riuscire ad approvvigionarsi.

Naturalmente l’esistenza di una Moneta Fiscale nazionale può costituire un primo passo verso la fuoriuscita dello Stato emittente dall’Eurosistema, se a un certo punto la Moneta Fiscale fosse dichiarata legal tender in sostituzione dell’euro.

Va però sottolineato che quest’ultimo passaggio è comunque di complessa esecuzione. L’esistenza di un titolo che circola e che aziende e cittadini sono abituati a utilizzare lo agevolerebbe, ma tutta una serie di problemi giuridici e tecnici (non insormontabili, ma tutt’altro che semplici) rimangono in essere, a partire dalla ridenominazione dei contratti e dei rapporti di debito / credito stipulati in euro.

D’altra parte, è importante notare che i rischi legati all’assetto dell’Eurosistema non vengono a crearsi in quanto viene emessa la Moneta Fiscale. Questi rischi esistono già oggi, e rimarranno in essere fino a quando non saranno risolte le attuali, gravissime disfunzioni del sistema odierno. Disfunzioni che la Moneta Fiscale consente di superare.


giovedì 21 settembre 2017

mercoledì 20 settembre 2017

Su Project Syndicate

Project Syndicate non è esattamente il sito di economia e politica internazionale su cui è più facile essere pubblicati... quindi con piacere (mio) trovate qui il nostro articolo sui Tax Rebate Certificates, che poi sono sempre i Certificati di Credito Fiscale.

Quanto alla versione italiana, mi ero portato avanti: eccola.

sabato 16 settembre 2017

Moneta Fiscale: farla funzionare è semplice

Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini

In un recente articolo, Yanis Varoufakis dell’Università di Atene ha messo in evidenza l’utilità di dare ai governi nazionali maggiore autonomia nella creazione di moneta per fini interni. Varoufakis propone un nuovo sistema di pagamenti parallelo basato sulla “moneta fiscale”, nonché un complesso meccanismo per creare questo tipo di moneta.

In replica, desideriamo indirizzare i lettori alla nostra proposta di Moneta Fiscale, che sarebbe di più semplice e immediata applicazione rispetto al sistema descritto da Varoufakis. L’abbiamo delineata nel nostro “Manifesto per l’Italia (2014)”, a seguito della ricerca di uno strumento di politica economica in grado di rinvigorire la domanda aggregata in una economia con spazi fiscali limitati e priva di sovranità monetaria. Come abbiamo argomentato in quella sede, uno strumento di questo tipo permetterebbe all’Italia di riprendersi dalla sua crisi economica senza lasciare l’eurozona e senza violare le regole dell’Unione Europea.

La nostra proposta si è evoluta in un ebook molto letto e in una serie di articoli, nei quali abbiamo sviluppato una rigorosa definizione di Moneta Fiscale e simulato l’impatto di un programma di moneta fiscale utilizzando dati economici italiani. Abbiamo anche preso in considerazione come la Moneta Fiscale opererebbe in contesti differenti, confrontando la nostra proposta con vari schemi di moneta parellela ipotizzati per la Grecia, nonché con le politiche economiche di Hjalmar Schacht, l’architetto della ripresa economica tedesca negli anni Trenta.

Le proposte di Moneta Fiscale sono oggi decisamente centrali nel dibattito politico italiano, in particolare tra i maggiori partiti d’opposizione, tra cui Forza Italia (lo schieramento di Silvio Berlusconi, capo del governo in passato), il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord. Alcuni di questi considerano la Moneta Fiscale un potenziale complemento all’euro, altri un mezzo per attivare l’uscita dell’Italia dall’Eurozona.

Nella nostra proposta, il governo italiano emetterebbe “Certificati di Credito Fiscale” che danno diritto a riduzioni in pagamenti futuri di tasse, imposte, contributi sociali ecc., per un ammontare uguale al loro valore nominale. Un CCF sarebbe utilizzabile in futuro – ad esempio, due anni dopo l’emissione – ma avrebbe anche un valore immediato, in quanto rappresenterebbe un diritto futuro garantito. Un CCF da 100 euro (120 dollari) emesso oggi varrebbe gli stessi 100 euro quando diventa utilizzabile tra due anni; nel frattempo, sarebbe negoziabile con un modesto sconto.

Per assicurare che il valore di mercato del CCF resti costantemente in linea con il nominale, il governo potrebbe pagare un tasso d’interesse positivo sui CCF. Si creerebbe anche un sistema nazionale di pagamento, dove i CCF verrebbero scambiati contro beni e servizi ceduti da fornitori disposti ad accettarli, o anche contro euro o altre attività. Creato questo sistema, il governo potrebbe emettere CCF, senza contropartita, direttamente a lavoratori, aziende, ceti disagiati, o utilizzarli per finanziare investimenti pubblici e programmi sociali.

La nostra proposta fornisce maggiore capacità di spesa sia al settore pubblico che agli operatori privati, e inoltre consente alle aziende domestiche di ridurre gli oneri sui costi di lavoro. In tal modo si migliora, tra l’altro, la loro competitività nei confronti delle importazioni nonché i saldi commerciali esteri.

Le emissioni di CCF potrebbero essere calibrate in modo da azzerare l’output gap del paese. Ad esempio il governo italiano potrebbe emettere CCF per 30 miliardi di euro annui a partire dal 2018, e poi espandere le emissioni annue fino a 100 miliardi nel giro di tre anni. La prima emissione di CCF avrebbe un effetto espansivo sulla produzione durante i due anni di differimento di utilizzo, grazie all’incremento di spesa del settore privato. E, poiché ampi livelli di output gap e bassi tassi d’interesse hanno un effetto moltiplicativo sulla crescita del reddito, le emissioni di CCF incrementerebbero il gettito del settore pubblico, coprendo così il proprio costo fiscale.

Soprattutto, i CCF non violerebbero il monopolio BCE sull’emissione di moneta ad accettazione obbligatoria. E i CCF non danno diritto a essere rimborsati, e non costituiscono quindi debito pubblico come definito da Eurostat. L’implicazione è che i governi possono emettere CCF senza entrare in conflitto con i trattati UE e con la normativa che regola le passività pubbliche, in quanto non incrementano il rischio di default dei governi medesimi.

Certamente i CCF indebolirebbero nel tempo la posizione fiscale se non stimolassero in misura sufficiente l’attività economica (e di conseguenza le entrate pubbliche). Ma per evitarlo, le emissioni di CCF potrebbero essere accompagnate da incrementi di tasse o tagli di spesa da attuarsi al momento dell’utilizzabilità, condizionate all’eventuale mancato verificarsi di un’adeguata crescita di gettito. Queste misure decadrebbero quindi automaticamente nel momento in cui i CCF genereranno espansione economica sufficiente a coprire il loro costo fiscale.

Di conseguenza, anche in un ipotetico (e virtualmente impossibile) worst-case scenario, nel quale i CCF risultino privi di qualsiasi effetto espansivo – in pratica, se tutti i beneficiari li “stivassero sotto il materasso” – adeguate clausole di salvaguardia li rendono privi di effetti negativi sulla posizione fiscale dello stato emittente.

Nel complesso, i CCF costituiscono una proposta priva di rischi. In Italia, dove l’economia rimane debole e fragile, con ogni probabilità produrrebbero una crescita più veloce e più robusta, ridando inoltre stabilità al problematico sistema finanziario locale.


lunedì 11 settembre 2017

Titoli fiscali: il massimalismo è sterile


Sale l’interesse e l’intensità del dibattito sulle varie opzioni di titoli a valenza fiscale – CCF, Minibot, altre forme di Moneta Fiscale – da introdurre per superare le disfunzioni dell’Eurosistema e mettere fine alla crisi economica.

In parallelo, mi trovo spessissimo a dibattere con interlocutori la cui posizione si riassume come segue. Sì, va bene, abbiamo capito, sono strumenti utili, sulla carta magari anche risolutivi, ma non funzionerà così – saranno osteggiati, boicottati da UE e BCE, ci scateneranno contro la speculazione, i mercati, lo spread, la chiusura delle banche, Godzilla e King Kong – serve altro, serve il breakup secco immediato, e anche l’uscita da tutti i trattati, dalla UE, dalla NATO, dal sistema solare.

Cerco, quindi, di sintetizzare nel modo più chiaro possibile come vedo la situazione.

L’uscita “secca” dall’euro mediante breakup non è tecnicamente impossibile, ma è complessa e, soprattutto, le condizioni politiche non ci sono oggi né ci saranno neanche dopo le prossime elezioni (perché non ci sarà una maggioranza parlamentare pro-breakup). Dire “breakup o niente” quindi equivale a dire niente, oggi e per i prossimi svariati anni.

D’altra parte, introdurre uno strumento fiscale parallelo – che non viola trattati e regolamenti UE – è un’iniziativa che può essere fermata solo con azioni estremamente pericolose per la tenuta del sistema UE / euro stesso. Interrompere di colpo il QE ? revocare l’OMT (il whatever it takes di Draghi, per intenderci) ? sospendere i canali di rifinanziamento della BCE nei confronti di Bankitalia e quindi del sistema bancario italiano ?

Sono tutte azioni che, a parte configurare (quelle sì) rotture dei trattati, equivalgono a scatenare una pesante crisi finanziaria e bancaria. Mi sembra estremamente arduo che si formi, a Bruxelles e a Francoforte, il consenso necessario per attuare qualcosa di simile.

In altri termini, le difficoltà politiche che esistono per attuare il breakup secco e improvviso da parte dell’Italia non solo vengono meno, ma risultano, in larga misura, ribaltate su UE e BCE.

Ma, si dirà, queste pressioni la BCE le ha esercitate in passato. Ha condizionato misure di sostegno al debito pubblico italiano all’attuazione di un programma di austerità, nel 2011. Ha interrotto l’espansione di linee emergenziali di liquidità – l’ELA – alle banche greche a fine giugno 2015, nell’imminenza di un referendum sulle misure richieste dalla UE.

In tutti questi casi, però, la situazione di crisi (indubbiamente legata, anzi in buona sostanza prodotta, dall’assetto disfunzionale dell’Eurosistema) preesisteva: non è nata nel momento in cui la BCE ha attuato quelle azioni.

A scanso di qualsiasi equivoco: non le sto difendendo. Le azioni andavano in una direzione totalmente errata. Non hanno risolto la crisi, ma l’hanno esacerbata. L’analisi delle cause e le conseguenti “prescrizioni” erano, e sono, completamente sbagliate. Si è gestita una crisi di domanda – conseguente alla crisi finanziaria mondiale del 2008 – come se fosse causata da eccessi di debito pubblico, con il risultato di forzare l’introduzione di politiche procicliche che hanno depresso ulteriormente varie economie nazionali (e non hanno neanche invertito la tendenza alla crescita del rapporto debito pubblico / PIL).

Però la “crisi dello spread” del 2011 non è nata a causa di azioni specifiche della BCE. E’ stata gestita in modo totalmente inappropriato, ma non è stata innescata in quel momento.

E quando la BCE nel giugno 2015 ha sospeso l’estensione della liquidità di emergenza alle banche greche (provocandone la chiusura) si stava acutizzando una corsa agli sportelli iniziata parecchio tempo prima. E la Grecia aveva appena fatto default su una rata di rimborso al Fondo Monetario Internazionale.

In altri termini: non intervenire, o intervenire in modo inappropriato, quando una crisi è in corso e sta raggiungendo una fase di tensione particolarmente critica, è una cosa. Agire in modo violento – e in completa rottura dei trattati – per provocarne una, è un’altra faccenda. Molto, ma molto più grave.

A chi delinea scenari da tregenda, in definitiva, rispondo: non credo che le cose stiano come dite voi, e in ogni caso adottare il vostro punto di vista equivale a non fare nulla per n anni a venire.

Al contrario, l’opportunità di fare qualcosa di molto rilevante può esserci, e tra pochi mesi. Io, oggi, punto su quella.