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giovedì 29 maggio 2025

La moneta fiscale, qualche anno dopo

 Ad anni di distanza, ho trovato interessante rileggere questo articolo di Roberto Perotti ma soprattutto il dibattito che si è sviluppato nei commenti, tra l'autore e i proponenti del progetto - Biagio Bossone, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini, Giovanni Zibordi e naturalmente il sottoscritto.

Qualcuno ha fatto considerazioni assennate, qualcun altro meno. A voi il giudizio.

martedì 8 maggio 2018

Debiti, impegni e albergatori


Sempre sul tema di quali siano i debiti, gli impegni e le passività che devono preoccupare l’Italia, e quali invece no: in questo post (scusate l’autocitazione) dicevo “apparentemente, la sua critica (NB di Roberto Perotti, ma vale anche per diversi altri commentatori) alla Moneta Fiscale è incentrata sul fatto che in ogni caso si tratta, in un modo o nell’altro, di una passività. E che aumentare le passività in circolazione sia qualcosa di intrinsecamente negativo, in particolare per l’Italia”.

Per riflettere una volta di più su questo (importantissimo) tema: immaginate di essere un albergatore. Possedete e gestite un piccolo albergo con dieci camere, ognuna delle quali ha un prezzo di listino di cento euro a giornata.

La capacità dell’albergo è sottoutilizzata. A volte risultano occupate tre camere su dieci, a volte cinque, a volte otto, mai però dieci su dieci.

Ora, quale delle seguenti due situazioni preferite:

un debito di centomila euro, da rimborsare cash

oppure

un impegno a far utilizzare, senza corrispettivo monetario, le camere per un totale di mille giornate.

Entrambe sono impegni, quindi passività. Anzi, stando alla definizione della Treccani, sono entrambi debiti: per debito s’intende infatti (secondo l’insigne dizionario enciclopedico) l’“obbligo del debitore di adempiere una determinata prestazione a vantaggio del creditore, consistente di solito nel dare o restituire qualcosa, soprattutto (ma non necessariamente, nota mia) denaro”.

Stando alla Treccani sono quindi, entrambi, debiti: ma…

Il primo dei due impegni comporta la fuoriuscita di centomila euro. E comporta anche un rischio d’insolvenza, perché i centomila euro potreste non averli.

Il secondo dei due impegni, nella sostanza, quale passività economica rappresenta ? nessuna. Siete solo vincolati a permettere l’utilizzo di camere d’albergo che altrimenti resterebbero sfitte.

Se avete capito la differenza tra le due situazioni (e francamente non mi sembra difficile…) non dovreste avere difficoltà a rendervi conto della differenza tra effettuare una manovra di politica economica espansiva emettendo debito da rimborsare in euro – oppure, emettendo Moneta Fiscale / CCF.

Tenuto conto naturalmente che, come si spiegava qui:

UNO, il potenziale produttivo italiano è fortemente sottoutilizzato (nell’albergo ci sono tantissime camere sfitte…).

DUE, sulla base di ipotesi cautelative, l’utilizzo dei CCF per conseguire sconti fiscali verrà compensato dal maggior gettito lordo prodotto dalla ripresa.

TRE, eventuali discrasie sono facilmente gestibili in quanto l’ammontare di CCF che diventano utilizzabili nei vari anni è solo una modesta frazione delle entrate totali percepite annualmente dalla pubblica amministrazione italiana.


venerdì 20 aprile 2018

Riflessioni sulla Perottiade


L’articolo sulla Moneta Fiscale pubblicato alcuni giorni fa da Roberto Perotti su Lavoce.info ha dato luogo a un vivace scambio di opinioni (vedi il folto numero di commenti).

Penso sia opportuno sintetizzare e approfondire un aspetto della sua posizione (e fugare, di conseguenza, i dubbi che ne deriverebbero in merito alla validità della proposta Moneta Fiscale / CCF).

Perotti NON contesta che la Moneta Fiscale non rientri nel “Maastricht Debt”, che è il debito pubblico rilevante per gli accordi che governano il funzionamento dell’Eurozona (in particolare, ai fini del Patto di Stabilità e Crescita e del Fiscal Compact). Al massimo dice cose tipo “sarebbe da approfondire”, “andrebbe sentita Eurostat”, ma non ha elementi per affermare che la Moneta Fiscale farebbe parte del Maastricht Debt. E in effetti, la Moneta Fiscale non vi rientra.

Apparentemente, la sua critica alla Moneta Fiscale è incentrata sul fatto che in ogni caso si tratta, in un modo o nell’altro, di una passività. E che aumentare le passività in circolazione sia qualcosa di intrinsecamente negativo, in particolare per l’Italia.

Probabilmente per questa ragione, appare più possibilista nei confronti dei Minibot proposti da Claudio Borghi, perché i Minibot trasformano (in titoli circolanti) crediti verso il settore pubblico già esistenti. Al momento della loro emissione, quindi, le passività delle pubbliche amministrazioni italiane (definite nel senso più ampio possibile, che non è quello del “Maastricht Debt”) non variano.

I Minibot nella forma attualmente proposta hanno però una serie di limitazioni:

UNO, appunto perché trasformano debiti NON compresi nel Maastricht Debt in titoli utilizzabili per ridurre pagamenti di tasse, nel momento in cui il diritto alla riduzione fiscale viene utilizzato il Maastricht Debt (a parità di condizioni) in effetti aumenta.

DUE, quanto sopra non avviene nella misura in cui i Minibot circolano senza essere utilizzati per ridurre pagamenti di tasse, ma a priori non è noto a quanto ammonterà l’utilizzo effettivo (e questa è la ragione per cui io ho proposto, invece, di emettere CCF con due anni di dilazione tra assegnazione e utilizzabilità per conseguire gli sconti fiscali: per far sì che la ripresa dell’economia produca entrate fiscali compensative, anche in caso di utilizzo integrale alla prima data possibile).

TRE, i CCF sono “fiat money”: li assegni dove ritieni che sia più utile per conseguire, in particolare, il maggior effetto espansivo su domanda e PIL; i Minibot vanno invece a chi già detiene crediti, che non necessariamente (anzi) coincide con i soggetti che hanno la maggiore propensione alla spesa.

En passant, rimane vero, nonostante tutto quanto sopra, che la proposta Minibot va nella direzione giusta e che i Minibot possono essere utilmente integrati con i CCF; vedi ulteriori considerazioni qui.

Tornando a Perotti, quello che sembra sfuggirgli è che una “passività della pubblica amministrazione” non è qualcosa di brutto o di negativo in quanto tale, e soprattutto non rappresenta un impoverimento del paese. Al contrario, l’aumento del passivo del settore pubblico è per definizione un incremento di attivo del settore privato.

Le “passività del settore pubblico” possono essere fonte di preoccupazione non in astratto, ma in funzione di due circostanze ben precise.

La prima, se comportano un obbligo di rimborso in una moneta che la pubblica amministrazione non emette. Qui c’è un rischio legato all’eventualità che lo Stato emittente non sia in grado di reperire, a scadenza, la moneta (euro nel nostro caso) necessaria al rimborso (o che lo possa fare solo a condizioni disastrose). Ed è uno dei fondamentali difetti d’impostazione del progetto euro: si è convertito un debito in moneta nazionale in debito in moneta straniera. Si è creato senza alcuna necessità un rischio d'insolvenza.

La seconda nasce se l’incremento delle passività della pubblica amministrazione mette a disposizione del settore privato un livello di potere d’acquisto eccessivo rispetto alla capacità produttiva del sistema economico. In quel caso si genera inflazione a livelli indesiderati. Ma è un problema che non sussiste quando la domanda è fortemente depressa e l’inflazione è troppo bassa: come, oggi, è il caso per l’Italia.

Se nelle condizioni attuali l’Italia finanziasse un maggior livello di deficit pubblico in moneta propria, l’operazione sarebbe positiva sotto tutti i profili: ripresa della produzione e dell’occupazione, nessuna inflazione indesiderata, e nessun rischio di credito aggiuntivo. Questo, nonostante la moneta emessa sia anch’essa una passività del settore pubblico - se per passività intendiamo “impegno”, “liability”: lo Stato emittente è infatti impegnato a riconoscere il valore legale della moneta e ad accettarla per estinguere le obbligazioni finanziarie nei suoi confronti (in primo luogo, le tasse).

Il punto fondamentale è che il debito in moneta estera comporta in primo luogo un rischio di credito; il debito in moneta propria (o il finanziamento monetario diretto del deficit), invece, un rischio d’inflazione. Sono due tipologie di rischio nettamente diverse e nella situazione odierna dell’Italia preoccupa il primo, NON IL SECONDO.

Per effettuare un’azione espansiva della domanda e uscire dalla depressione che attanaglia l’economia italiana, evitando di passare tramite la rottura della moneta unica europea, è necessario immettere potere d’acquisto nel sistema economico, a beneficio di cittadini e imprese.

I CCF si affiancano all’euro e mettono a disposizione dello Stato italiano un titolo che pur non essendo moneta legale né unità di conto (quella rimane l’euro) possiede altre caratteristiche della moneta: è una riserva di valore e un intermediario di scambio.

Come non esiste un rischio di credito su un’emissione di moneta, non esiste neanche per il CCF, in quanto non sussiste obbligo di rimborso.

I due anni di dilazione temporale tra assegnazione dei CCF e loro utilizzabilità per conseguire gli sconti fiscali permettono di evitare, sulla base di ipotesi prudenziali (recupero anche solo parziale dell’enorme output gap di cui soffre oggi l’economia italiana) che il Maastricht Debt (e quindi i connessi impegni di rimborso in euro) si incrementi. E questo corrisponde al raggiungimento dell’obiettivo fondamentale del Fiscal Compact.

Va anche notato che quand’anche non si realizzasse una perfetta corrispondenza, negli anni futuri, tra maggior gettito fiscale lordo e utilizzo dei CCF, basterebbe sostenere in CCF e non in euro una piccola parte degli incrementi futuri di spesa pubblica per gestire le potenziali discrasie. Sono poi possibili varie altre azioni, qui sintetizzate.

Solo se le emissioni di CCF raggiungessero livelli tali da far sì che in un anno futuro ne giungano a scadenza quantità molto elevate rispetto agli incassi lordi delle pubbliche amministrazioni, si avrebbe un rischio di “svilimento” del valore dei CCF, dovuto a un fenomeno di “intasamento di scadenze”. Ma è un’eventualità remotissima, tenuto conto che il livello massimo previsto delle scadenze annue è di 100 miliardi, contro incassi lordi delle pubbliche amministrazioni (già oggi) di 800 circa.

Vale la pena di commentare anche il probabile punto di vista degli altri stati membri dell’Eurozona. I tedeschi, in particolare, sono enormemente preoccupati dal rischio d’insolvenza dell’Italia sul suo debito pubblico. Si rendono conto che l’Italia è too big too fail, che un suo dissesto finanziario sarebbe disastroso e, in pratica, inaccettabile. Temono di dover subire enormi esborsi per evitarlo.

Ipotizzano, di conseguenza, meccanismi che dovrebbero evitare questi esborsi, introducendo sotto certe condizioni la ristrutturazione automatica dei debiti che non si riescono a rifinanziare sul mercato. Ma è un’idea totalmente irrealistica: se questi meccanismi venissero adottati il debito italiano perderebbe valore subito perché sconterebbe un rischio che oggi il mercato percepisce come modesto. I tassi d’interesse sui BTP decollerebbero; il meccanismo che dovrebbe rendere “morbida” la ristrutturazione rischierebbe, al contrario, di produrre un violento dissesto – e in tempi molto rapidi.

Oggi il mercato non crede a questi scenari perché fa affidamento sul whatever it takes di Mario Draghi. Il cui venir meno, con ogni probabilità, implicherebbe la fine – immediata – dell’euro. Il problema che rende tutti inquieti è: si può mantenere in essere il whatever it takes a garanzia di un debito pubblico italiano che continua ad aumentare ?

Da qui derivano le pressioni sull’Italia per mantenere in essere politiche fiscali restrittive (o addirittura inasprirle) e raggiungere il pareggio di bilancio. Sventuratamente, tutto ciò impedisce qualsiasi ripresa economica degna di questo nome e lascia il nostro paese in una situazione di pesantissimo disagio economico e sociale, senza che si intravedano svolte né a breve termine né oltre.

Utilizzare CCF per effettuare politiche economiche espansive permette, al contrario, una forte ripresa e nello stesso tempo blocca una volta per tutte l’incremento del debito garantito dal whatever it takes. I CCF non comportano impegni di rimborso e non hanno necessità di essere garantiti dalla BCE. Il loro valore è garantito dall’utilizzabilità a fini fiscali.

L’emissione di CCF non comporta rischi per i partner dell’Eurozona. Se l’Italia eccedesse con le emissioni, produrrebbe eccesso di domanda e quindi inflazione: ma solo qui, non negli altri paesi. E nel momento in cui i CCF diventano utilizzabili per conseguire sconti fiscali si potrebbe creare l’”intasamento di scadenze” sopra descritto. Ma lo subirebbero solo gli assegnatari italiani, o chi ha deciso di comprare CCF sul mercato secondario; rischio comunque assimilabile a una perdita su un investimento in valuta, senza passare da un evento traumatico come un default.

Quanto sopra, ricordo, si riferisce in ogni caso ad eventualità remotissime. Oggi il problema dell’economia italiana è una pesantissima carenza di domanda interna che si accompagna a un’inflazione troppo bassa, non troppo alta. E come visto il progetto prevede che giungano a utilizzabilità, nei singoli anni, quantità di CCF pari a una modesta frazione delle entrate lorde delle pubbliche amministrazioni.

In sintesi e in conclusione: il progetto Moneta Fiscale / CCF consente di colmare lo spaventoso output gap che affligge attualmente l’economia italiana

senza creare rischi di credito addizionali

se correttamente gestito (emissioni nella misura necessaria a recuperare l’output gap, e non oltre) senza rischi di inflazione indesiderata

senza che debbano essere richiesti trasferimenti finanziari né condivisioni di rischi (ulteriori rispetto al whatever it takes applicato allo stock di debito attuale)

con flessibilità operative molto vicine a quelle che si avrebbero emettendo moneta nazionale

e tutto questo, senza passare tramite la rottura dell’euro.


sabato 14 aprile 2018

Che cosa sfugge a Perotti


Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini


I nostri principali commenti all’articolo pubblicato ieri da Roberto Perotti su Lavoce.info.

La critica di Perotti al progetto CCF / Moneta Fiscale è basata sostanzialmente su tre punti, che possono essere riassunti – e confutati – come segue.

UNO: “i CCF sono debito pubblico”. No, non lo sono. I principi contabili internazionali adottati anche nella definizione del “Maastricht Debt” ai fini dello Stability & Growth Pact e del Fiscal Compact sono molto chiari al riguardo. Vedi per esempio qui . Il nocciolo è che titoli a utilizzabilità fiscale senza obbligo di rimborso in euro sono “non-payable deferred tax assets” e non hanno impatti sui conti pubblici fino al loro utilizzo per conseguire sconti fiscali (cioè due anni dopo l’emissione, quando produzione e gettito avranno recuperato).

DUE: “se non sono debito, i CCF sono comunque una passività per lo Stato”. Se per “passività” intendiamo “impegno” (di accettazione) lo è anche la moneta. Il punto è che l’economia italiana ha necessità di rilanciare la domanda, BLOCCANDO nello stesso tempo l’incremento delle passività su cui può essere forzata al default in quanto impongono un rimborso in una moneta (l’euro) che l’Italia non emette. I CCF risolvono il problema appunto perché NON richiedono un approvvigionamento sul mercato dei capitali.

TRE: “i CCF sono un progetto “Lafferista””. No: non fanno affidamento su un incentivo ad aziende e cittadini a lavorare di più perché le tasse sono più basse, ma su un’azione espansiva della domanda. L’utilizzabilità fiscale dello strumento è l’elemento che conferisce ai CCF potere d’acquisto e quindi spendibilità, ma la proposta è demand-side, non supply-side: vedi qui .



giovedì 28 dicembre 2017

Moneta Fiscale: la guerra dell’establishment agli spaventapasseri

Il progetto Moneta Fiscale è oggetto di un crescente fuoco di sbarramento (questo almeno è il tentativo…) da parte di vari esponenti dell’establishment.

Abbiamo una volta di più approfittato dell’ospitalità di Micromega per replicare alle obiezioni di Lorenzo Codogno e altri sul Sole24 Ore, richiamando inoltre altre confutazioni già da noi pubblicate (a Perotti – che ha scritto su Repubblica - a De Bortoli – che è uscito sul Corsera - nonché a Banca d’Italia).


Non amo le polemiche fini a se stesse, ma in questo caso mi sembra appropriato sottolineare che abbiamo debitamente richiesto a Repubblica, Corsera e Sole spazio di replica sulle medesime testate. Spazio che in tutti questi casi non è stato concesso: Corsera e Sole rispondendo “mandateci il pezzo” per poi sparire; Repubblica in modo (riconosciamolo…) molto più diretto: “assoluta mancanza di spazio” (su un sito online: erano finiti i bit, a quanto pare. Posizione coerente per chi sostiene che lo Stato non può spendere di più perché “sono finiti i soldi”…).

Pazienza. Altri media e altri siti online, come Micromega appunto, come Economia & Politica, coprono con efficacia lo spazio lasciato libero dai giornaloni paludati.

Trovo sempre importante usare parole e terminologia con la massima precisione che mi è possibile, quindi non accuso i giornaloni di aver attuato una censura. “Censura” è il controllo e la limitazione della libertà di espressione da parte di un’autorità politica. La nostra libertà di espressione ovviamente l’abbiamo utilizzata altrove, e nessuna autorità ce lo ha impedito.

No, Repubblica Corsera e Sole non hanno fatto censura. Però hanno adottato un atteggiamento che li qualifica in modo molto chiaro. Non si tratta di quotidiani di opinione. Un quotidiano di opinione mette a confronto temi e posizioni e dà al lettore modo di documentarsi e di valutare tesi e proposte.

Non si tratta di quotidiani di opinione ma di organi di propaganda. Tutto qui.