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domenica 3 agosto 2025

Cosa vogliono i sovranisti (segue)

 

Per tornare sul tema dell'ultimo post: i sovranisti desiderano appartenere a un’entità politica che si autodetermina democraticamente.

Che cosa significa ?

Significa che non delega le sue decisioni a entità esterne, e le affida invece a organismi eletti, e rimuovibili nel momento in cui l’elettorato valuti negativamente il loro comportamento.

La UE non è nulla di tutto questo. Limita e idealmente vorrebbe azzerare gli spazi di controllo democratico, sulla base del presupposto (inaccettabile e comunque costantemente smentito dalla realtà) che gli elettorati non siano in grado di decidere cosa sia opportuno per se stessi, e che una burocrazia tecnocratica sia invece in grado di farlo al meglio.

Questo è la UE, e questo è il motivo per cui ne auspico la sparizione.

 

venerdì 1 agosto 2025

Cosa vogliono i sovranisti

 

Un po’ a sorpresa, l’accordo USA-UE sui dazi è stato criticato soprattutto dagli europeisti. Forse perché hanno visto smentito (una volta di più) il dogma che l’Europona gigante ha più forza contrattuale, più potere, più influenza degli staterelli nanetti.

Si sono visti, e questo sorprende di meno, molti di loro commentare cose tipo “voi sovranisti fate barricate contro il trasferimento di poteri a Bruxelles ed ecco i risultati. La UE è debole ed esce male dai negoziati, e voi la attaccate invece di darle più autorità”.

Qui c’è un equivoco evidente.

I sovranisti non si lamentano del fatto che la UE avrebbe potuto condurre meglio i negoziati.

I sovranisti non vogliono una UE che conduce meglio i negoziati.

I sovranisti vogliono un’Europa in cui ogni stato si autodetermina.

I sovranisti NON vogliono che la UE conduca proprio nulla.

I sovranisti NON vogliono la UE.

I sovranisti vogliono che ogni stato persegua autonomamente i propri interessi, rendendone conto al suo elettorato.

Mediante, se del caso e su determinati temi, accordi con altri stati (europei o magari anche no). Ma caso per caso e per ragioni specifiche e adeguatamente meditate e motivate.

I sovranisti non vogliono la UE. Come concetto di principio. Certo, rafforzato dal dato evidente che la UE non risolve i problemi veri, e anzi ne inventa di immaginari, rendendoli reali (e non risolvendoli mai).

 

sabato 15 marzo 2025

La UE non è un condominio - purtroppo

 

Voi sovranisti, dicono i pro-UE, dovreste farvene una ragione. Criticate la UE, criticate le sue regole, criticate il fatto che esistano, ma dovete anche rendervi conto che se si abita nello stesso condominio le regole servono.

Il problema è che la metafora del condominio si poteva applicare alla vecchia CEE. Non all’Unione Europea.

I condomini sono vicini di casa, certo. E giustamente ogni anno fanno alcune assemblee dove si discute (magari per ore…) di temi epocali quali il costo del portinaio e la manutenzione dell’ascensore.

Però vicini di casa significa che ognuno STA NEL SUO APPARTAMENTO. Che ognuno sta A CASA SUA.

La UE ha trasformato, o quanto meno ci sta provando in tutti i modi, il condominio in una cosa diversa. Uno stanzone gigantesco in cui, abbattute tutte le pareti, tutti i soffitti, tutti i pavimenti, gli (ex) condomini stanno in un ambiente unico.

Da buoni vicini di casa, in Europa si può convivere ragionevolmente bene. Certo con collaborazioni, certo con momenti di discussione sui diritti di transito, sui diritti di pesca, sui sussidi all’agricoltura. L’equivalente del portinaio o dell’ascensore.

Ma se si pretende di trasformare in una megafamiglia qualcosa che famiglia non è, non funziona. Non funzionerebbe neanche se le regole non fossero spesso cervellotiche, spesso assurde e molte volte controproducenti. Come invece sono.

 

domenica 2 marzo 2025

Panico a Bruxelles

 

Gli eurocrati sono in completo loop mentale di fronte a un contesto economico in cui né USA né Cina sono più disponibili ad accettare una crescita della UE (ma sarebbe meglio dire della Germania) basata sull’export.

In realtà non ci sarebbe ragione di impanicarsi. E’ solo questione di cambiare paradigma, di rilanciare consumi e investimenti interni, e di accettare il riequilibrio dei saldi commerciali esteri.

L’ideale, si capisce, sarebbe buttare a mare l’euro, ma anche emettere Moneta Fiscale e far saltare il patto di stabilità raggiungono lo scopo.

La soluzione è addirittura banale. Non è banale invece farla passare, data la “quantità di capitale politico” spesa a Bruxelles e a Francoforte nell’ultimo quarto di secolo.

Tradotto in parole povere: hanno portato il continente su una china disastrosa, hanno impostato la gestione macroeconomica dell’area su presupposti privi di qualsiasi logica e razionalità, come fanno adesso ad ammettere di aver sbagliato tutto ?

Sarebbe difficile anche per persone differenti dalle teste di osmio che circolano da quelle parti.

mercoledì 22 gennaio 2025

Il più pesante limite

 

Qual è il più pesante limite alla crescita economica e alla riduzione delle diseguaglianze, non solo ma soprattutto in ambito UE, non solo ma soprattutto in ambito italiano ?

La convinzione che il normale processo di immissione di strumenti di scambio e pagamento nell’economia generi un debito.

Un debito non si capisce di chi, da ripagare non si sa a chi.

E’ un vincolo del tutto immaginario, ma le decisioni di politica economica vengono prese come se fosse reale, esistenziale, essenziale.

giovedì 9 gennaio 2025

La Groenlandia non è UE

 Probabilmente le uscite di Trump sulla possibile annessione della Groenlandia agli USA sono sparate delle sue solite, destinate a non avere seguito. Però gli zelanti europeisti dimostrano di non conoscere il contesto quando gli rispondono indignati che “non sono ammessi attacchi ai confini UE".


In primo luogo, perché l’Unione Europea non è un’unione politica, non è uno stato, e chi ne parla come se fosse tale scambia i suoi desideri per realtà che non si sono ancora concretizzate (né sembrano vicine a farlo).

In secondo luogo, la Groenlandia NON appartiene alla UE. La situazione è riassunta con molta chiarezza da Wolfgang Munchau nel suo sito Eurointelligence (articolo uscito ieri, 8.1.2025).


Chiaro ? la Groenlandia non fa parte della UE, e può secedere dalla Danimarca se la maggioranza della popolazione decide di farlo a seguito di un referendum. E a quel punto è anche libera di accettare un’eventuale proposta di adesione agli Stati Uniti d’America.

Succederà ? a me pare fantapolitica, però è un percorso possibile. Quello che invece è certo è che non si tratterebbe in alcun modo di un “attacco ai confini” del non-Stato noto come Unione Europea.

giovedì 7 novembre 2024

Svolta tedesca: possibile, non probabile

 

Si sente dire che la vera notizia della settimana non siano le elezioni USA ma la caduta della maggioranza di governo in Germania. Ed effettivamente è un evento raro, a Berlino non sono abituati a governi che non arrivano a fine legislatura.

Potrebbe essere una svolta per la politica economica tedesca, e per la UE ? lo pensano in parecchi e per quanto mi riguarda non lo escludo. Però non lo considero uno scenario ad alta probabilità.

Certo, la Germania sta pagando le conseguenze di un modello economico insostenibile. Tutto basato sui saldi commerciali esteri, sulla disponibilità di materie prime a basso costo (che la crisi ucraina ha fatto venir meno), sull’austerità fatta trangugiare ai partner europei.

Che a Berlino se ne stiano rendendo conto e siano disposti a comportarsi di conseguenza, però, non lo credo. Ci sono poche cose che pareggiano, nella mentalità e nei comportamenti tedeschi, l’efficienza e la disciplina. E sono l’ottusità, la rigidità, l’incapacità di ammettere i propri errori.

Un futuro governo a guida Merz / CDU non rinnegherà certo i dogmi euroausterici. Al massimo smetterà di devastare il settore dell’auto e altre industrie tradizionali con politiche ambientali autolesionistiche. E non sarebbe poco.

Ma rinnegare i vincoli di bilancio, quello no. Certo, sono diventati pesanti da far digerire ai francesi. Il che però significa che la Francia otterrà una, almeno parziale, esenzione. Come sempre in passato, del resto.

Quindi vere novità no. A meno che…

A meno che le prossime elezioni siano un tale disastro per i partiti tradizionali, con fortissime avanzate di AfD e BSW, da rendere impossibile formare un governo europeista, per quanto di ampia coalizione.

Però mi sembra che siamo ancora lontani da questa eventualità.

venerdì 20 settembre 2024

Come si sta fuori dalla UE

 

E’ interessante questo video del mio antico quasi-collega Alberto Forchielli, che conversa, come fa ogni tanto, con Fabio Scacciasestesso Villani.

Interessante non perché dica cose particolarmente originali, ma perché non mi sarei molto aspettato di sentirle dire a Forchielli, di cui è nota la vicinanza con Romano Prodi. 

E da una persona vicina a Prodi stupisce quanto esplicitamente confuti uno dei luoghi comuni più logori e stantii che gli europeisti hanno costantemente sulle labbra: che per quanti difetti di funzionamento possa avere la UE, non c’è speranza, non c’è possibilità, non c’è strada plausibile per migliorare la situazione economica e sociale dell’Italia, per “affrontare e superare le sfide del nostro tempo” se non fondendosi nella Grande Unione Europea.

L’argomentazione, semplice ma chiara e diretta, a contrario è che tantissimi paesi fanno bene al di fuori della UE, e comunque non pensano minimamente a integrarsi in chissà quale superstruttura politica.

Tra gli esempi citati, il Cile, la Svizzera, la Corea del Sud. Ma ovviamente se ne possono fare molti altri.

Perché la situazione è del tutto evidente: al mondo ci sono oltre 200 nazioni. La stragrande maggioranza, cioè quelli non appartenenti alla UE perché non ci sono voluti entrare o perché non sono neanche paesi europei, non stanno affatto definendo la creazione di un’Unione Americana o di un’Unione Asiatica o di un’Unione Africana (o meglio a quanto ne so un’Unione Africana esiste ma non ha minimamente funzioni o ambizioni simili a quelli della UE).

Tutto molto semplice. Fuori dalla UE, non c’è nessuna tendenza a creare nulla di simile in altre parti del mondo.

La UE è un progetto unico. E non funziona.

mercoledì 11 settembre 2024

Piano Draghi, dove sono (sarebbero) i soldi

 

Ancora sul mirabile piano Draghi, che buona parte della stampa italiana sta già incensando come la soluzione di tutti i guai della UE e anche del nostro paese.

Le probabilità che il piano decolli al momento appaiono nulle, semplicemente perché, ottimo, buono, scarso o pessimo che sia, dovrebbe essere finanziato (afferma Draghi) da debito comune, e i paesi frugali del nord – Germania in testa – non ne vogliono sapere mezza, come si dice a Bologna.

Va aggiunto che non si capisce perché queste “sfide epocali” a cui le UE va incontro dovrebbero essere affrontabili solo utilizzando debito comune. E neanche perché non potrebbero essere gestibili da singoli paesi, visto che le possibilità di azione sono comunque date dalla somma dei mezzi a disposizione di chi le azioni le vuole intraprendere. Non si moltiplicano, in altri termini, solo perché gli appiccichi l’etichetta UE.

Certo, alcune cose probabilmente si fanno meglio con uno sforzo congiunto e coordinato. Altre magari no. Ma se la volontà di attuare uno sforzo congiunto e coordinato esiste, si può benissimo procedere tramite un accordo tra Stati: magari alcuni e non tutti.

O meglio si potrebbe se non ci fossero i vincoli finanziari imposti dalla UE stessa, che sono stati rivisti ma assolutamente non superati dalla recente revisione del patto di stabilità, e sui quali non c’è volontà comune per ulteriori modifiche.

Il superamento del vincolo finanziario per attuare, in tutto, in parte, o in qualche misura, il piano Draghi o qualsiasi altra azione di dimensioni rilevanti, è possibile. Facilmente.

Basta consentire ai vari Stati di emettere la propria moneta. Per esempio sotto forma di Moneta Fiscale.

Se Draghi pensasse veramente che l’attuazione del suo piano è vitale, prenderebbe in serissima considerazione questa ipotesi.

Se non lo fa, mi pare evidente che l’attuazione del suo piano servirebbe ad altro. A spogliare di ulteriori leve d’intervento gli Stati, a trasferire ulteriori poteri all’euroburocrazia.

Stavo per concludere il post con quest’ultimo paragrafo. Ma poi, colpo di scena, scopro che nel documento presentato da Draghi (“The Future of European Competitiveness”) spunta, a pagina 38 della parte B, quanto segue (grazie a Fabio Conditi per la segnalazione)

Ohibò. Non me l’aspettavo. Ci sarebbe da chiedersi allora perché Draghi, da presidente del consiglio italiano, abbia insabbiato la libera circolazione dei crediti fiscali (quelli legati a Superbonus e crediti fiscali immobiliari in genere).

Continuo a pensare che non se ne farà nulla e che il rapporto Draghi resterà lettera morta.

Ma chissà, il mondo è strano.


martedì 3 settembre 2024

Chi ha bisogno della UE ?

 

Le elezioni regionali tenute domenica scorsa in Turingia e Sassonia hanno registrato un notevolissimo, e per la verità non inatteso, successo del partito di destra eurocritico AfD, che si è attestato intorno al 30% abbondante. Ma va anche notato che un’altra lista eurocritica, questa di sinistra, BSW, ha a sua volta ottenuto un eccellente risultato.

In un’intervista sulla Repubblica di oggi è citata la seguente dichiarazione di Alice Weidel, la leader di AfD: “La Germania, per sopravvivere, non ha bisogno della UE. La UE, al contrario, ha bisogno della Germania. La UE dovrebbe comportarsi di conseguenza. Solo a questa condizione l’uscita della Germania dalla UE non si renderà necessaria”.

Ora, senz’altro la Germania non ha bisogno della UE. Ma va aggiunto che nessun paese appartenente alla UE ha bisogno della UE. Nessun paese deve la sua esistenza alla UE, e nella maggior parte dei casi gli stati membri hanno una storia decennale, secolare, qualche volta millenaria che è partita quando la UE non era nell’immaginazione di nessuno.

La UE si giustifica solo se e in quanto la sua esistenza crea qualcosa di positivo per i suoi appartenenti. L’affermazione della Weidel quindi sarebbe condivisibile. Ma c’è un ma: quando poi andiamo a vedere di che cosa gli stati hanno bisogno, che cosa motiverebbe la loro appartenenza alla UE, scopriamo che le necessità e gli interessi sono difformi. Molto difformi.

Il che non stupisce. Sono paesi differenti per storia, lingua, tradizioni, condizioni economiche, e molte altre cose ancora.

Beninteso questo ai burocrati di Bruxelles non interessa. Com’è tipico delle burocrazie, la loro finalità è preservare la propria esistenza e accrescere la propria area di influenza. Che poi l’esistenza della burocrazia abbia un’utilità è secondario. Primario è l’interesse dei burocrati.

E infatti le reazioni ai risultati elettorali negativi (negativi dal loro punto di vista, s’intende) ogni volta è la stessa. Mai riflettere sul messaggio che sta trasmettendo l’elettorato. Sempre alzare cordoni sanitari. Sempre reprimere, mai analizzare le motivazioni, mai correggere la direzione di marcia.

Anche perché, appunto, la direzione di marcia utile a un paese non è la stessa appropriata per un altro. E quindi la UE ha l’alternativa tra fare ed essere dannosa, e non fare ed essere inutile.

L’autoscioglimento sarebbe una via raccomandabile. Ma qui entra in gioco l’istinto di conservazione, che esiste per le organizzazioni tanto quanto, o forse più, che per gli individui.

 

mercoledì 9 agosto 2023

Banche ed extraprofitti

 

Non so se la sovrattassa sugli extraprofitti bancari sia una buona o una cattiva mossa. Non ho ancora abbastanza dettagli. D’istinto sono scettico sulle proposte di nuove tasse. E sono invece molto più in linea con il concetto che sarebbe meglio rendere il sistema bancario più competitivo.

Motivo ? le banche stanno generando grossi utili perché i tassi d’interesse sono saliti rispetto al livello zero o giù di lì degli ultimi anni: senza che questo incremento sia stato condiviso con i depositanti. Sui conti correnti e sui depositi le banche continuano a pagare zero o zero virgola.

In passato, negli anni della lira, le cose non funzionavano così. E la domanda che mi pongo, ma me la ponevo anche prima, è la seguente: la cosiddetta “Europa”, cioè la UE, afferma che l’economia deve diventare il più concorrenziale e competitiva possibile. Fortemente competitiva.

Ma la cosiddetta “Europa”, in questo caso l’ente di riferimento che è la BCE, nello stesso tempo dice, in effetti da parecchio tempo, che le banche sono troppe e che bisogna stimolare il sistema bancario a concentrarsi, a ridurre il numero degli operatori.

Il che in effetti è avvenuto e il risultato lo stiamo vedendo. I benefici dell’incremento dei tassi non vengono condivisi con i risparmiatori. La concentrazione crea una rendita di posizione oligopolistica.

La motivazione di questa difformità di comportamento sarebbe interessante che qualche autorità UE / BCE, o anche solo qualche commentatore euroentusiasta (ce ne sono parecchi) la spiegasse. Perché spiegazioni non ne ho mai sentite, e francamente non riesco a ipotizzarne nessuna.

lunedì 17 luglio 2023

Salario minimo

 

Mi hanno fatto notare che tra i tanti temi economici che ho discusso in questo blog, non c’è stato (fino ad oggi) quello del salario minimo.

La ragione ? è un argomento che, nei limiti della mia non altissima competenza specifica, ritengo meno importante di quanto appaia.

Mi spiego. Un sistema economico che spinge verso l’alto i salari reali è un sistema economico in cui circola sufficiente domanda, sufficiente potere d’acquisto, per far lavorare le aziende a pieno regime e per creare un clima favorevole agli investimenti e alla crescita.

Buone retribuzioni non nascono dall’imposizione per legge di minimi salariali, ma da un clima in cui le aziende competono tra loro per assicurarsi forza lavoro. Questo contesto in Italia è esistito per lunghi periodi di tempo, dal secondo dopoguerra in poi, ed è poi svanito, "casualmente" a partire dalla creazione dell’Unione Europea e dall’ingresso dell’Italia nell’euro.

La legislazione UE e soprattutto la governance della moneta unica hanno generato un contesto favorevole alla compressione dei salari reali, soprattutto in un paese come l’Italia, che -

primo, da decenni soffriva il cambio fisso con la Germania

secondo, è stata inglobata in una camicia di forza per (non) risolvere il “problema” dell’alto debito pubblico. “Problema” che lasciandolo in lire (il debito) non esisteva e non sarebbe mai esistito.

Introdurre un salario minimo senza risolvere questi temi di governance economica non innescherà, temo, un significativo recupero di potere d’acquisto delle retribuzioni. Mentre potrebbe trasformare lavoratori sottopagati in disoccupati. Che non mi pare un miglioramento.

In parole povere, si può impedire a un’azienda di utilizzare lavoratori sottopagati e precari. Ma non si può obbligarla ad offrire posti di lavoro stabili e ben remunerati. Bisogna creare le condizioni che le rendano conveniente, opportuno, necessario farlo.

 

venerdì 28 aprile 2023

Il patto di stabilità UE è riformabile ?

 

Il patto di stabilità UE è certamente riformabile e può essere reso sensato, ma solo se prima o poi ci si renderà conto che effettivamente i debiti degli Stati sono un problema e vanno ridotti, ma SOLO per quanto concerne i debiti da rimborsare in MONETA STRANIERA.

E, in aggiunta a ciò, quando si riconoscerà che l’euro – non essendo emesso da nessuno Stato – è PER TUTTI una moneta straniera.

Il debito in moneta straniera espone chiunque al rischio di non riuscire ad approvvigionarsi della moneta necessaria a rimborsarlo.

Il debito in moneta propria (emessa dallo Stato “debitore”) per definizione NON comporta questo rischio.

Un patto di stabilità sensato può essere impostato su obiettivi di riduzione del debito pubblico in moneta straniera, MA SOLO A CONDIZIONE CHE ogni Stato che lo ritenga necessario / opportuno disponga di un mezzo alternativo di finanziamento della spesa pubblica e dell’economia.

Anche mantenendo l’euro in essere, questo mezzo alternativo esiste, ed è la Moneta Fiscale.

Ogni Stato dell’eurozona può emettere e gestire Moneta Fiscale in modo da conseguire appropriati obiettivi di piena occupazione, di stabilità nel livello dei prezzi, e di equilibrio nei conti con l’estero.

I parametri numerici e i “percorsi di rientro” previsti dai trattati UE e dal progetto di riforma del patto di stabilità attualmente in discussione scontentano tutti e non risolvono nulla, perché ignorano la reale natura del problema.

 

domenica 4 dicembre 2022

L’assurdità dei vincoli di bilancio UE

 

L’impalcatura della governance macroeconomica UE, e in particolare dell’eurozona, è fondata su un insieme di assurdità concettuali che ne rendono impossibile il funzionamento.

Per svariati anni, sono stati attuati deficit di bilancio troppo bassi, il che equivale a dire che gli Stati non hanno immesso sufficiente potere d’acquisto nell’economia, nonostante l’inflazione fosse decisamente inferiore agli obiettivi BCE – che infatti se ne lamentava in continuazione e cercava di aumentarla, senza alcun successo, con massicci interventi di quantitative easing.

Oggi c’è invece un eccesso d’inflazione, causato dalla rottura delle catene di approvvigionamento causata dai lockdown durante il periodo del Covid, e dal conflitto ucraino. C'è la possibilità di attuare interventi fiscali espansivi in chiave antiinflazionistica: possibilità che però si scontra con i sempiterni, insensati vincoli di bilancio.

Così ad esempio in Italia ci troviamo, da inizio dicembre, 12 centesimi di maggiori accise e quindi di incremento del prezzo dei carburanti, che vanificano il calo del petrolio verificatosi nelle ultime settimane. Esattamente il contrario di quanto sarebbe stato utile per mitigare la dinamica dei prezzi al consumo.

Occorre una classe politica che sappia rapportarsi alla UE e alla BCE con competenza e autorevolezza e spiegare che solo una corretta interazione tra politica fiscale e politica monetaria può creare condizioni di crescita economica, piena occupazione e stabilità monetaria. E che l’austerità in condizioni di inflazione troppo bassa è un non senso. E che l’espansione fiscale può essere utilizzata anche per contrastare l’inflazione quando invece è sopra i target.

Ma dove sono, nel governo e nel parlamento, le competenze e le autorevolezze di cui sto parlando ? o non esistono o sono state lasciate sullo sfondo del dibattito, anzi non ne sono proprio state coinvolte.

 

martedì 13 luglio 2021

Campioni d’Europa, non della UE


Naturalmente sono più che contento per la vittoria dell’Italia ai campionati europei di calcio. Ma come tanti altri, sono anche profondamente infastidito dai (numerosi) commenti di europeistoidi vari che hanno cercato di spacciare il risultato nella nostra nazionale come una “vittoria dell’Europa unita” se non come una “rivincita sulla Brexit”.

A costo di ripetere cose ovvie e banali (corredandole quantomeno di qualche dato) faccio notare che i campionati europei di calcio sono organizzati dalla UEFA (non dalla UE, naturalmente). La quale UEFA ha 55 federazioni nazionali affiliate, di cui 28 (contro 27) fanno capo a paesi non-UE.

Di questi 28 paesi non-UE, tra l’altro, alcuni sono prevalentemente asiatici per territorio (Russia), altri anche per popolazione (Turchia), un altro ancora (la Georgia) sta su una non ben definita linea di demarcazione tra Europa e Asia. Quattro, infine, sono interamente asiatici (Armenia, Azerbaigian, Kazakistan e Israele).

Se volessimo essere pignoli non dovremmo parlare di “campionati europei di calcio” ma di “campionati organizzati dalla UEFA con la partecipazione di tutti i paesi europei e di alcuni asiatici”. Ma sarebbe alquanto macchinoso e visto che i paesi europei ci sono tutti e sono ovviamente predominanti, vada pure per campionati europei.

Un dato in più: i paesi affiliati all’UEFA contano in totale quasi 900 milioni di abitanti; anche misurati in termini di popolazione, metà stanno in paesi UE, metà in paesi non-UE.

Morale ? l’Europa non è la UE, l’UEFA non è la UE, e i campionati europei di calcio li ha vinti l’Italia.

L’Italia, non l’Europa unita. Che non esiste.

lunedì 5 aprile 2021

Come “funziona” la UE

 

La vicenda vaccini – argomentavo qualche giorno fa su twitter - è la prova di come “funziona” la UE.

Molto semplice. La UE impedisce agli Stati membri di fare tutta una serie di cose, per poi scoprire che non è in grado di farle lei al loro posto.

Nel caso della vicenda vaccini, appunto, impone di centralizzare su di sé il negoziato d’acquisto con le case farmaceutiche che li producono. E poi gli approvvigionamenti non arrivano perché si è tirato sul prezzo, gli impegni di consegna non erano blindati, eccetera.

Tutto questo, quando gli Stati erano perfettamente in grado di procedere ognuno per sé, e anzi si stavano attivando (prima di essere stoppati).

“La UE impedisce agli Stati membri di fare tutta una serie di cose, per poi scoprire che non è in grado di farle lei al loro posto”, dicevo: con l’eccezione dell’euro. In questo caso siamo in presenza di un progetto che la UE in effetti è riuscita a mettere in atto – piccolo dettaglio: con risultati catastrofici.

Ma in effetti a ben vedere anche l’euro rientra nella casistica “vaccini”. Anche in questo caso, si sono sottratte agli Stati tutta una serie di strumenti di autogoverno – relativi alla sfera economica, nella fattispecie - allo scopo di trasferirli a un’entità esterna.

E anche in questo caso si è scoperto che la UE segue principi e regole privi di qualsiasi logica e razionalità, senza peraltro riuscire a correggerli e a renderli funzionali, neanche dopo anni e anni di effetti deleteri.

Tanto è vero che in presenza di un’emergenza – la crisi Lehman del 2008, la pandemia del 2020 – il massimo che la UE riesce a fare, l’unica cosa di una qualche utilità, è sospendere le regole che lei stessa si è data.

Questa è la UE. In sintesi: un progetto catastroficamente fallito.

 

venerdì 23 ottobre 2020

I (finti) soldi della UE ? meglio senza

 

Un addendum al post di settimana scorsa, dove si parlava di quanto NON stia meglio l’Italia (che riceve (?) i “mirabolanti” “sostegni” UE) rispetto al Regno Unito (che si stampa le sterline, senza chiedere permessi a nessun soggetto estero).

Sempre basandosi sulle recenti previsioni del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, ottobre 2020), scopriamo che il rapporto tra debito pubblico lordo e PIL tra il 2020 e il 2025 dovrebbe avere le seguenti dinamiche.

In Italia, discesa dal 161,8% al 152,6%.

Nel Regno Unito, aumento dal 108% al 117%.

Giusto la stessa variazione, ma con segno opposto. Nove punti in meno per noi, nove punti in più per loro.

Questo equivale a un mare di soldi in più che i britannici immetteranno nell’economia per assorbire l’impatto economico del Coronavirus.

Naturalmente qualche anima candida ipotizzerà che oltre Manica se lo possano permettere perché il loro debito è più basso (in rapporto al PIL).

Ma in Giappone, dove è molto più alto anche rispetto a noi, nel medesimo periodo è prevista sì una discesa, ma solo per due punti percentuali: dal 266,2% al 264%.

In altri termini, l’adesione all’Eurosistema forza l’Italia a un processo di riduzione del debito pubblico molto più accentuato di quanto avviene in Giappone, nonostante cento e passa punti di debito (in rapporto al PIL) in più.

Una volta ancora, il problema del debito pubblico esiste in quanto l’adesione a una scellerata unione monetaria l’ha convertito in moneta straniera, legando le mani al paese con una serie di vincoli, controlli e condizionamenti privi di qualsiasi senso economico.

All’Italia non servono “i soldi della UE” (che peraltro non è ancora dato sapere se realmente arriveranno, né quando, né con quali condizionamenti).

Serve liberarsi dai vincoli dell’eurosistema.

 

sabato 3 ottobre 2020

Perché la UE non funziona

 

La UE, e a maggior ragione l’Eurozona, non sono in grado di sviluppare politiche economiche funzionali perché è impossibile conciliare visioni diametralmente opposte in merito ai problemi che affliggono una parte importante degli Stati membri.

L’Italia, in particolare, aderendo all’euro si è sottoposta a un forma particolarmente accentuata di vincolo esterno, ha adottato da metà degli anni Novanta in poi politiche deflattive, si è privata della flessibilità del cambio e della possibilità di finanziare in moneta propria le necessarie politiche anticicliche, ha trasformato “debito” pubblico in moneta nazionale (un non-debito, in realtà) in debito pubblico in moneta estera (debito vero).

I paesi nordeuropei e in particolare la Germania esprimono con la massima fermezza (se in buona o in malafede possiamo discuterne, ma non rileva più di tanto) la convinzione che tutto possa essere risolto con le “riforme strutturali” di cui si parla da quasi dieci anni, e che si sono in effetti applicate – Legge Fornero, Jobs Act – senza risolvere nulla, anzi peggiorando gravemente la situazione.

Nello stesso tempo, una parte preponderante dell’opinione pubblica tedesca rifiuta di prendere in considerazione l’idea che l’attuale assetto la avvantaggi. Al contrario, si preoccupa di problemi inesistenti quali l'espansione dei saldi Target2, o di altre inefficienze quali i tassi d’interesse negativi che penalizzano il risparmiatore e il pensionato tedesco.

Quest’ultimo non è un problema inventato; ma è la conseguenza di politiche adottate dalla BCE per tenere in qualche modo unito un assetto disfunzionale e quindi costantemente a rischio di rottura.

L’accordo sul Recovery Fund, nella mente di qualche europeista in buona fede (altrimenti detto, di qualche illuso) dovrebbe essere un passo nella direzione giusta, verso una UE solidale, keynesiana, capace di contrastare (invece che di enfatizzare) gli effetti prociclici di eventi esogeni quali il Covid.

In realtà il Recovery Fund non piace a nessuno, non è affatto certo che parta, la dimensione è risibile rispetto ai problemi che dovrebbe gestire, è in effetti uno strumento di ulteriore controllo e potenzialmente di ulteriore disciplina dei paesi in difficoltà, è una mossa di propaganda per far credere all’opinione pubblica che siano in arrivo fantastiliardi gratis.

Molti stanno aprendo gli occhi, ma molti altri, sicuramente, continueranno a credere alla favole.

La politica è fatta di mediazione e compromesso, non c’è dubbio. Ma la mediazione è utile se spinge la politica ad adottare scelte che conducono, magari imperfettamente, magari parzialmente, nella direzione giusta.

Invece siamo sempre allo stesso punto. Si decide di partire da Milano tutti insieme in pullman, ma metà dei passeggeri ha necessità di andare a Venezia, l’altra metà a Torino.

Arrivati a Verona, di fronte alle proteste sempre più vivaci di chi deve andare a Torino, gli altri “come compromesso” accettano di andare… nella stessa direzione, ma un filino più lenti.

L’errore è viaggiare tutti insieme.

Il compromesso accettabile è risolvere le disfunzioni del sistema evitandone la rottura. La spaccatura dell’euro è tecnicamente molto complessa: la via sensata è il progetto Moneta Fiscale / CCF. Ridare flessibilità e autonomia agli Stati evitando deflagrazioni.

Questa è una soluzione. Quelle che la UE mette sul tavolo continuano a non esserlo.

 

mercoledì 4 marzo 2020

Munchau e il fallimento del progetto europeo


Cito spesso il sito gestito da Wolfgang Munchau (eurointelligence.com) perché ritengo il suo ideatore un “europeista disincantato” oltre che intelligente e ben informato. Munchau vorrebbe vedere il progetto d’integrazione aver successo, ma è da tempo (da parecchi anni, in effetti) sempre più scettico.

L’altro ieri, un articolo del sito (non tutti gli articoli, va precisato, sono scritti da Munchau stesso) è stato particolarmente esplicito sull’argomento:

“Per quanto ci riguarda, il test sarà il processo che condurrà alla prossima modifica dei trattati, a partire dalla conferenza sul futuro dell’Europa, quest’anno. Se non produrrà significativi cambiamenti, anche noi pro-UE dovremo concludere che la seconda fase del processo d’integrazione, quella che è partita con il trattato di Maastricht, è fallita. Questa conclusione, se ampiamente condivisa, avrà profonde implicazioni per il futuro della stessa UE”.

Personalmente, vado più in là e ritengo che il fallimento sia già oggi ampiamente conclamato. La UE ha miseramente fallito nel gestire tutte le emergenze e tutti i principali progetti di cui si è occupata.

L’eurozona rimane pesantemente disfunzionale, la crisi migratoria non è risolta e anzi sta entrando in una fase ancora più acuta con le tensioni al confine tra Turchia e Grecia, la Brexit ha avuto luogo e il Regno Unito appare molto serio in merito alla possibilità di interrompere i negoziati per un nuovo accordo commerciale.

L’emergenza Coronavirus è partita da poco quindi il giudizio è ancora prematuro: chiaramente, però, ogni paese può far conto solo sulle sue forze, e anche in merito alla gestione delle ricadute economiche UE e BCE danno chiari segni di volersi, come d’abitudine, contemplare l’ombelico, fino a quando non si vedranno degenerazioni (e danni) potenzialmente molto pesanti.

La cosa più logica e sensata sarebbe smantellare la UE e tornare alla cara vecchia CEE. Un’area di buon vicinato commerciale e di cooperazione economica: ma ognuno in casa propria.

Prima o poi “l’istinto delle combinazioni”, direbbe Vilfredo Pareto, prevarrà sulla “persistenza degli aggregati”. I tempi però sono imprevedibili.


martedì 8 ottobre 2019

La UE e i settant’anni di pace


Ringraziamo la UE per aver messo fine ai conflitti tra nazioni europee: quante volte l’avete sentito dire ? Settant’anni di pace giustificano bene qualche “piccola inefficienza” riguardo (per esempio) alla gestione dell’economia e dell’eurosistema.

Credo opportuno chiarire, molto sinteticamente, alcune cose.

La UE in effetti esiste dal 1992 (Trattato di Maastricht) e non da settant’anni, ma diciamo pure che questa è una pignoleria. La UE è l’evoluzione di istituzioni precedenti, la CEE (nata con il trattato di Roma del 1957) e la CECA (trattato di Parigi del 1951).

Più significativa mi sembra però un’altra riflessione. I conflitti armati tra potenze europee sono cessati grazie ai trattati di Parigi, di Roma, di Maastricht ?

Mi pare che le cause siano altre.

La prima è che la potenza continentale che nei decenni precedenti era stata più aggressiva, nonché militarmente più attrezzata, dopo la seconda guerra mondiale si è trovata priva di un esercito minimamente in grado di intraprendere azioni belliche su vasta scala.

Non voglio affermare che tutta la colpa delle guerre mondiali sia da attribuire alla Germania (non della prima, quantomeno). Ma l’averla messa in condizioni di (militarmente) non nuocere, ha avuto – diciamo – un certo peso.

La seconda causa è che la Germania, ma anche l’Italia e molti altri paesi, sono stati, a partire dal 1945, riempiti di basi NATO.

La terza, è che la tecnologica bellica e il potenziale distruttivo delle armi, anche convenzionali, sono diventati un forte dissuasore dell’opportunità di risolvere con le guerre i conflitti tra Stati.

Tutto questo, con la UE e con le istituzioni a lei precedenti, c’entra…

esattamente zero.