Simon
Wren-Lewis, economista inglese, scrive cose che trovo generalmente interessanti
e condivisibili in merito alla crisi dell’eurosistema, e cose che mi lasciano
molto più dubbioso in merito alla Brexit (a giudizio suo – ma non mio – un
processo che il Regno Unito dovrebbe bloccare).
Un suo recente post afferma quanto segue:
“Ho sentito una
buona metafora l’altro giorno. Alcuni colleghi decidono che sarebbe un’ottima
idea cenare insieme usciti dal lavoro. Sono tutti entusiasti. E’ deciso,
dicono. Ma a quel punto, qualcuno chiede dove si va a mangiare. Uno dice,
sicuramente non un ristorante indiano. Un altro, abbiamo mangiato troppo
italiano ultimamente. E così via: qualunque sia la proposta, qualcuno dice che
non gli va bene. Ma tutti sono d’accordo che vogliono cenare insieme. Finiscono
per lasciar perdere”.
Una metafora
della Brexit, secondo Wren-Lewis: il referendum l’ha approvata senza che ci
fosse un’idea di come attuarla e di cosa fare dopo. Per questo motivo, il referendum
non avrebbe conferito legittimità alla Brexit.
Una metafora più
corretta da applicare, a mio giudizio, è un’altra. La Brexit non è paragonabile
alla decisione di cenare insieme. E’ paragonabile a un gruppo di amici che
decidono di andarsene, tutti quanti (perché le cose se le fanno, le fanno in
gruppo) da una festa che si sta rivelando molto noiosa.
La decisione di
andarsene è presa. Non si è deciso se poi si torna in albergo a piedi, in
metropolitana o in taxi. Ma PRIMA si esce, poi si vede che cosa conviene fare.
Torniamo al mio
punto espresso in un post precedente: il referendum non chiedeva “volete uscire dalla UE
a certe condizioni”. Chiedeva “volete uscire o no”.
Se si vuole
rispettare la volontà popolare, democraticamente espressa nel referendum, si
esce. Punto.
Theresa May, che
aveva fatto campagna elettorale per il remain,
non ha rispettato il risultato del referendum. Ognuno la pensi come crede: io
lo considero, in sé, un fatto molto,
molto grave.