martedì 3 settembre 2013

Le partite correnti di Anna Karenina


“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Questo incipit lo conoscono novantanove persone su cento, anche i novantotto che il romanzo di Tolstoj non l’hanno letto (io sono uno dei novantotto).
 
L’eurocrisi è strettamente legata al fatto che, dal 1999 in poi, alcuni paesi dell’Eurozona hanno guadagnato competitività rispetto ad altri. L’Eurozona si è di conseguenza segmentata in tre aree.
 
Un “centro” che ha accumulato surplus commerciali e quindi crediti: l’ex “area marco” (Germania, Benelux, Austria e Finlandia).
 
Una “periferia” dove invece i flussi import – export sono stati sistematicamente deficitari, e si è quindi prodotto un accumulo di debiti verso l’estero. Questi paesi sono andati in crisi in quanto la crescita dei debiti ha reso i finanziatori progressivamente sempre più dubbiosi in merito alla loro solvibilità.
 
Un paese che si indebita in una valuta che non emette ha un rischio di insolvenza, che può prendere la forma di un default o (nel caso di un’unione monetaria come l’Eurozona) dell’abbandono della moneta comune, con reintroduzione di moneta nazionale e svalutazione.
 
I finanziatori, temendo queste eventualità, sono disposti a concedere credito solo a tassi più alti (lo “spread” e quant’altro). E’ quanto è accaduto ai PIIGS.
 
Poi c’è un gruppo di paesi intermedi, con sbilanci commerciali inferiori: qui i rischi di scivolare nel blocco periferico esistono ma non sono ancora conclamati. Il paese che pesa di gran lunga di più in questo gruppo è la Francia.
 
I numeri in gioco li trovate qui sotto (fonte Fondo Monetario Internazionale).
 
Le partite correnti, ricordo, sono i saldi export-import netti per beni e servizi, più i redditi netti degli investimenti esteri e le rimesse nette degli emigrati.



Saldi partite correnti

Mld di

% su

totale 1999 - 2012

euro

PIL 2012

Germania

 

1.360

51%

Paesi Bassi

447

74%

Finlandia

81

42%

Belgio

77

20%

Austria

69

22%

Lussemburgo

39

89%

Centro

 

2.075

50%

Francia

 

-85

-4%

Slovacchia

-34

-48%

Estonia

-10

-59%

Malta

-3

-49%

Paesi intermedi

-132

-6%

Spagna

 

-678

-64%

Italia

-249

-16%

Grecia

-241

-124%

Portogallo

-194

-117%

Irlanda

-27

-17%

Cipro

-14

-78%

Slovenia

-7

-19%

Periferia

 

-1.410

-44%

Totale Eurozona

533

6%

 
Esaminando la situazione dei PIIGS, va tuttavia notato che la situazione non è proprio omogenea. In Spagna, Grecia e Portogallo i deficit delle partite correnti si sono accumulati raggiungendo importi elevatissimi. Due terzi del PIL 2012, in Spagna. Più di un anno di PIL, in Grecia e Portogallo.
 
L’accumulo di deficit esteri in Italia e in Irlanda è stato invece decisamente inferiore, 16-17% del PIL 2012.
 
In Spagna, Portogallo e Grecia la crisi ha seguito le linee dell’ormai ben noto modello elaborato dall’economista argentino Roberto Frenkel.
 
Il “ciclo di Frenkel” descrive fenomeni come la crisi argentina del 2001, causata dall’adozione del cambio fisso peso – dollaro:
 
UNO, un paese entra in un’unione monetaria, o comunque adotta un regime di cambio fisso rispetto a valuta più forte della sua.
 
DUE, affluiscono finanziamenti dall’estero, per investire in un paese dove i tassi d’interesse sono più alti, ma è venuto meno il rischio di cambio.
 
TRE, la liquidità fa crescere consumi, investimenti, occupazione e PIL.
 
QUATTRO, aumentano inflazione, debito privato, prezzi di azioni e immobili.
 
CINQUE, a un certo punto scoppia la bolla dei prezzi. Un evento esterno può accelerare il processo, ma la crescita “drogata” da finanziamenti esteri non può che interrompersi, a un certo punto, bruscamente.
 
SEI, l’economia entra in depressione. Aggravata dal fatto che i finanziatori esteri fanno pressioni per tagliare la spesa interna e agevolare il rientro dei loro crediti.
 
Questa descrizione spiega gli avvenimenti della penisola iberica e della Grecia, che prima del 2008 avevano registrato buoni tassi di sviluppo (la prova che l’euro funzionava, si diceva ai tempi…) ma anche, come si è visto, fortissimi afflussi di capitale estero: quindi crescita dell’indebitamento del paese verso investitori stranieri.
 
L’Irlanda è un caso differente. E’ un’economia di piccole dimensioni che, prima della crisi, è cresciuta attirando aziende estere che hanno installato holding di coordinamento delle loro attività internazionali e call center. L’Irlanda ha sfruttato il fatto di essere una nazione di madrelingua inglese, e ha incentivato queste attività offrendo condizioni fiscali molto favorevoli.
 
Il problema dell’Irlanda non è stato di aver perso competitività rispetto alla Germania. E’ invece avvenuto che varie banche irlandesi hanno operato aggressivamente sui mercati finanziari internazionali, e hanno subito un pesante impatto, nel 2008, dallo scoppio della crisi finanziaria mondiale.
 
Queste banche, va aggiunto, hanno finanziato le loro attività speculative grazie a crediti erogati da istituzioni estere, in prevalenza britanniche.
 
I creditori esteri sono stati tenuti indenni dalle perdite, accollate in larga misura ai contribuenti irlandesi. Di fatto i creditori sono stati rimborsati con emissioni di debito pubblico. E le politiche di austerità imposte all’Irlanda hanno avuto la finalità di gestire l’improvvisa impennata del debito.
 
L’altra eccezione è l’Italia. Il cumulo di partite correnti negative del nostro paese non è stato minimamente paragonabile a quello di Spagna, Grecia e Portogallo.
 
Anche nei primi anni di presunto “successo dell’euro”, l’Italia non ha attirato finanziamenti esteri in quantità massicce. Non ha avuto quindi anni di forte crescita del PIL, ma neanche grandi esposizioni finanziarie verso investitori stranieri.
 
Non c’è stato neanche bisogno di rilevanti salvataggi bancari (“i Tremonti bond” sono stati un intervento di importo modestissimo rispetto a quelli avvenuti in USA, Regno Unito, Spagna ma anche Germania, Francia e Svizzera. Idem il salvataggio MPS, dove le cause del dissesto hanno, peraltro, poco a che vedere con la crisi finanziaria internazionale).
 
In Italia la perdita di competitività del settore manifatturiero non è stata “mascherata” da un forte “doping” dovuto al finanziamento estero dei consumi e del mercato immobiliare. I motivi di questa differente situazione non sono evidenti.
 
Può essere che, proprio in quanto il settore manifatturiero italiano, in particolare il sistema delle PMI, è più importante in Italia rispetto, per esempio, alla Spagna, la perdita di competitività nei confronti della Germania ha reso la crescita del PIL stagnante (da noi) fin dai primissimi anni dopo l’introduzione dell’euro.
 
Quindi – è una possibile interpretazione – i flussi di finanziamenti esteri non sono arrivati in Italia ma si sono rivolti a economie che apparivano più “dinamiche” (Spagna e Grecia…).
 
Se il “ciclo di Frenkel” per Spagna, Portogallo e Grecia è stato quello classico:
 
finanziamenti dall’estero – crescita di consumi e PIL – inflazione di costi interni, prezzi di azioni e (soprattutto) immobiliari – la bolla scoppia – i capitali fuggono – austerità per rimborsare i creditori – depressione dell’economia
 
il ciclo italiano è stato alquanto diverso:
 
perdita di competitività rispetto alla Germania – stagnazione dell’economia – dubbi che l’Italia possa rimanere nell’unione monetaria – gli investitori chiedono tassi più alti perché temono la fuoriuscita e la svalutazione – austerità per “rassicurarli” – depressione dell’economia.
 
La “famiglia” italiana è, in effetti, infelice in modo piuttosto diverso rispetto a quelle iberiche, greche e irlandesi.
 
Non cambiano le conclusioni sulle vie di uscita dalla crisi. Se un paese si lega a un sistema di cambi fissi o a un’unione monetaria e perde competitività rispetto agli altri, la sua crescita è penalizzata, a meno di non “drogarla” con massicci finanziamenti esteri (che fuggono quando arrivano le difficoltà).
 
L’austerità, pretendendo di risolvere il problema con compressioni di spesa interna e di retribuzioni, non fa invece altro che aggravarlo.
 
Rimane identica la soluzione: introdurre uno moneta propria, o uno strumento finanziario con natura monetaria. Utilizzarlo per sostenere la spesa. E per riallineare i costi di lavoro (senza però penalizzare le retribuzioni) riportando immediatamente la competitività al livello dei principali partner commerciali.

13 commenti:

  1. Guido Grossi: Ma dobbiamo proprio essere "competitivi" oppure possiamo immaginare qualcosa di diverso da questa trappola mentale?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Competitivi non nel senso di tirarci mazzate in testa l'un con l'altro. Nel senso che occorre sviluppare politiche di piena occupazione, ma se non puntiamo all'autarchia, se teniamo conto che ci sono materie prime che vanno comprate dall'estero perché non le abbiamo, che la specializzazione internazionale del lavoro è utile, se non la si esaspera, anche per utilizzare al meglio le differenze di competenze tra popoli e paesi, ogni paese deve essere in grado di mantenere un equilibrio import-export (ma non deprimendo la spesa interna). E' il concetto che esprimeva Kalecki (post del 27.8)

      Elimina
  2. Marco Caporaletti: Bello e molto utile. Una precisazione aggiuntiva: non è che fra le cause principali della perdita di competitività ci sta l'alta tassazione delle imprese e dei lavoratori? oltre al resto chiaro.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Potrebbe, anche se non ho verificato (dati alla mano) se da questo punto di vista la situazione italiana sia peggiorata, rispetto alla Germania, dopo il 1999. L'analisi va condotta in termini di differenze. Due cose sicure sono: (1) che la crescita delle retribuzioni in Germania dopo il 1999 è stata contenuta sotto la crescita della produttività, e negli altri paesi no (2) che una parte della possibile soluzione (via introduzione dei CCF) è, appunto, ridurre oggi (in Italia e in genere nella periferia dell'eurozona) il cuneo fiscale sul lavoro.

      Elimina
  3. Angelo Carbone: altra cosa il debito deve essere interno come in giappone e le banche per operare devono comprare titoli sul mercato primario in % al loro bilancio (come era prima del 1981 e come è in giappone dove anche per questo pagano lo 0,52% sui titoli)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ci sono varie vie, ma sono d'accordo sul concetto: il debito pubblico deve prendere forme che svincolino il paese emittente da rischi di default e da problemi creati dalle dinamiche dei mercati finanziari internazionali, come è avvenuto a metà 2011. Vedi post del 15.7.

      Elimina
  4. Molto tristemente mi chiedo:
    Ma perchè Queste Persone non leggono il suo BLOG?

    giovanni

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quanto a questo non leggono neanche il loro giornale... la prima versione del progetto CCF l'ho pubblicata sul Sole 24 Ore (vedi post del 27.1)...

      Elimina
  5. Guido Grossi: Forse sfugge il significato della parola "competere". Si compete per fare esattamente la stessa cosa, non cose diverse. Quindi la specializzazione del lavoro non c'entra nulla. Se si accetta di competere per produrre tutti le stesse cose inevitabilmente vince chi taglia di più i costi, cominciando dal costo del lavoro per continuare con tutti gli altri costi sociali. Il concetto di competizione va rifiutato in tutto e per tutto. Non ha nulla a che vedere con l'efficienza, ma solo con lo sfruttamento.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono d'accordo che bisognerebbe parlare di cooperare e di collaborare, e anche la specializzazione del lavoro è proficua se conduce a quello. L'equilibrio di competitività in termini puramente econometrici (allineamento di costo di lavoro per unita' di prodotto / produttività) evita scompensi commerciali e accumuli di debito estero e permette scambi equilibrati. Ma la collaborazione benefica nasce dal fatto che ognuno valorizza al meglio le sue competenze. Sono d'accordo che il termine competitività può fuorviare (sostituirlo con "parametro di efficace cooperazione" ? ma è un po' lungo...) come fuorvia il termine "spesa a deficit" (se non si chiarisce che il deficit - differenza tra spesa pubblica e tasse - va coperto con moneta o un suo equivalente, non con debito).

      Elimina
  6. 1) Se fosse possibile giuridicamente,perchè i Paesi debitori del centro(ossia le periferie) non pagano i creditori del centro creando moneta attraverso banche pubbliche?
    2) Perchè Dott. Cattaneo mi critica la transfer union tra nord e sud?8in fondo anche i ccf lo sono,o almeno assomigliano molto a questo processo,ossia ridurre il gap competitivo espresso attraverso le bilance commerciali tra centro e periferia.
    Lorenzo Zanellato

    RispondiElimina
    Risposte
    1. 1) Si può fare na la moneta creata dalla banca pubblica nazionale sarebbe comunque un debito verso la BCE - unica istituzione che, nel contesto attuale, crea moneta senza indebitarsi.

      Elimina
    2. 2) La transfer union che contesto e' quella che in pratica si è verificata tra Nord e Sud Italia, ma anche tra Ovest ed Est Germania: soldi dati dalla regione più sviluppata a quella meno, non per creare sviluppo produttivo sul territorio ma per comprare i prodotti della regione ricca. L'area meno sviluppata in questo modo rimane perennemente dipendente. In ogni caso, perché l'Italia deve chiedere soldi alla Germania (che non li darà mai) per rendere più competitiva la sua economia? Emettendo CCF fa da se'. Non abbiamo bisogno di nessuno, e chi dice il contrario vuole solo creare una situazione artificiale di dipendenza, per fini intuibili (e inaccettabili...).

      Elimina