Le più recenti dichiarazioni di vari esponenti del governo confermano l’intenzione di puntare
su un rafforzamento degli investimenti pubblici per ottenere un rilevante
effetto espansivo e portare la crescita economica 2019 almeno al 2%.
Lo si era già detto qui: è il livello minimo perché si possa affermare che è stata ottenuta una significativa discontinuità rispetto al recente passato. Per inciso, basterebbe un'applicazione anche solo parziale del progetto CCF per arrivare senza problemi al 3%.
Anche in assenza
di CCF, ad ogni modo, alcune leve di azione possibili sono state indicate dal
Ministro Tria, che ha citato 118 miliardi di investimenti già approvati in
passato, che sono già stati computati nei deficit pubblici degli anni scorsi,
ma che non sono stati attuati per problemi operativi e legali (ad esempio le
normative – da rivedere – che costringono gli enti pubblici territoriali, quali
comuni e regioni, a investire solo l’avanzo di cassa dell’anno, quando spesso
hanno liquidità accumulata negli anni precedenti).
Basta sbloccare solo una parte minore di quegli importi per ottenere un effetto
significativo sulla crescita reale del PIL.
Il Ministro
Savona ha da parte sua indicato che varie società partecipate dallo Stato –
Terna, Leonardo, ENI, ENEL – hanno importanti programmi di
investimenti, che daranno un ulteriore contributo se arriveranno a livelli
superiori a quelli del 2018 – e, va ricordato, se verranno attuati utilizzando
strutture organizzative e fornitori localizzati in Italia.
La terribile
sciagura del Ponte Morandi di Genova rafforza senz’altro la sensibilità della
pubblica opinione a favore dell’urgenza di investire su
infrastrutture, manutenzione e sicurezza. Anche rivedendo e ripensando il
sistema delle concessioni di pubblici servizi e imponendo (de minimis) ai concessionari vincoli molto più stringenti degli
attuali.
Due annotazioni,
però. Benissimo rilanciare gli investimenti pubblici (nel senso più ampio del
termine, quindi incluse le partecipate statali e i concessionari). Ce n’è la
necessità, anzi l’urgenza, e per incrementare lo sviluppo del PIL sono molto
efficaci. Non dimentichiamo però che, presa la decisione politica, vanno anche
valutati i vincoli operativi. Spesso non è banale, sul piano strettamente
pratico ed esecutivo, avviare un investimento anche quando ce ne sono mezzi e
volontà.
In secondo
luogo: l’opinione pubblica si sta, un po’ alla volta, liberando da dicotomie
errate – deficit brutto / pareggio di bilancio bello; pubblico brutto / privato
bello. Ma attenzione a non ricadere in una nuova contrapposizione, altrettanto
errata: spesa corrente brutta / investimento bello. Contrapposizione che sento
menzionare (come fosse una verità evidente) un po’ troppo spesso negli ultimi
tempi.
La spesa
pubblica corrente non ha nulla che la debba far considerare negativa a priori.
Anzi: spesa pubblica corrente è anche quella necessaria a dotare delle strutture
adeguate (personale e organizzazione) la sanità, le scuole, la pubblica sicurezza,
i vigili del fuoco, la tutela del territorio e molte altre cose.
Se oggi risulta
più facile far ripartire la crescita facendo leva sugli investimenti,
benissimo. Ma il più rapidamente possibile, vanno creati i presupposti per
irrobustire, invertendo le demenziali politiche di tagli che ci affliggono da
molti anni, anche la spesa pubblica corrente nei molti settori in cui il paese
ne ha grandissimo bisogno.