Trovate qui un breve resoconto dell’incontro tenuto a San Marino, lo scorso giovedì 17
settembre, in merito al progetto di legge “Certificati di Compensazione Fiscali
Sammarinesi”, altrimenti detti “Titani”.
In questo post ritengo
opportuno sviluppare in modo più approfondito la risposta a un’obiezione specifica che è stato
sollevata durante l’incontro. Risposta che ho già fornito in sede di discussione,
ma il tema è tecnico e ci tengo a chiarirlo nel modo più preciso possibile
(cosa che in un dibattito non è facilissima).
L’obiezione si
collega a un tema menzionato anche nell’articolo: un progetto CCF non rischia
di risultare inefficace se applicato a un territorio e a un’economia di piccole
dimensioni, come quelli sammarinesi ?
Nello specifico:
un commerciante presente al dibattito ha formulato la domanda che segue. Io
compro prodotti che a San Marino non si producono – li compro in Italia,
pagandoli in euro – e li vendo all’interno della Repubblica del Titano.
Se accetto di
essere pagato in CCFS, non rischio di trovarmi titoli che non so come
utilizzare, e di non essere invece in grado di pagare gli acquisti che devo
effettuare in euro ?
Risposta.
Il PIL di San
Marino è pari a circa 1.400 milioni di euro, e il gettito fiscale annuo a 400.
Dei 1.400
milioni di PIL, semplificando possiamo ipotizzare che 200 siano retribuzioni dei
lavoratori pubblici, 600 redditi di attività commerciali (inclusi gli stipendi
dei loro dipendenti), e 600 redditi di attività produttive (anche qui, inclusi
gli stipendi dei dipendenti).
Immaginiamo di
emettere CCFS per un importo pari al 10% del gettito fiscale, quindi per 40
milioni.
Che cosa ne
consegue ? il settore commerciale avrebbe una situazione di questo tipo:
Settore commerciale
Vendite 2.000
Acquisti 1.400
Costi di lavoro 180
Margine 420
Tasse 140
Reddito del settore
commerciale 280
Contributo al
PIL (margine + costi di lavoro) 600
Nel caso limite
in cui tutti i CCFS emessi (40, come detto) vengano utilizzati per comprare
beni e servizi presso il settore commerciale, il settore commerciale avrà appunto
40 di incassi sotto forma di CCFS, a fronte di 140 di tasse da pagare che
potranno indifferentemente essere onorate in euro o in CCFS.
Il settore
produttivo avrà una situazione simile, con la differenza che tutti i ricavi e
tutti i costi saranno pagati in euro, perché si sta facendo l’ipotesi-limite che
tutti i CCFS vengano utilizzati presso il settore commerciale:
Settore produttivo
Vendite 2.000
Acquisti 1.400
Costi di lavoro 180
Margine 420
Tasse 140
Reddito del settore
produttivo 280
Contributo al
PIL (margine + costi di lavoro) 600
Da tutto questo deriva
che:
Il settore commerciale
incassa 40 CCFS e ha tasse da pagare per 140, quindi al suo interno ha spazio
in abbondanza per utilizzare tutti i CCFS.
Questa è la
situazione complessiva: alcuni esercizi commerciali potrebbero avere invece più
CCFS che tasse da pagare. Ma allora ce ne saranno altri interessati a comprare
CCFS con un piccolo sconto, per pagare le loro tasse con quelli invece che con gli
euro, conseguendo un beneficio sicuro (pari allo sconto).
A maggior
ragione sarà interessato il settore produttivo, che ha tasse da pagare e non
incassa nessun CCFS.
E saranno
inoltre interessati tutti i dipendenti sia del settore commerciale, sia del
settore produttivo, sia anche del settore pubblico – perché tutti devono pagare
tasse.
Tutto ciò che
serve è un meccanismo di intermediazione che consenta a chi detiene CCFS in
eccesso, di venderli a chi è interessato a risparmiare sul pagamento delle sue
tasse.
Ma dato che l’idea
è di emettere CCFS per un importo pari al 3% del PIL e al 10% del gettito
fiscale, e che solo una parte – probabilmente minore – dei CCFS emessi ha
bisogno di essere intermediata, il problema (che tale non è) risulta gestibile
con grande facilità.
Va notato che
non si sta neanche ipotizzando che le aziende – commerciali o produttive che
siano – propongano e ottengano dai loro fornitori e dai loro dipendenti di essere
pagati in CCFS. Cosa che in qualche misura, più o meno accentuata si vedrà, è
invece senz’altro plausibile.
Un’altra cosa da
sottolineare: non è nemmeno necessario che le banche siano compratori finali
dei CCFS, come alcuni partecipanti al dibattito dell’altra sera hanno
ipotizzato. Le banche sammarinesi potrebbero avere scarso interesse ad essere detentori di
CCFS perché hanno grossi crediti d’imposta dovuti alle perdite realizzate negli
anni scorsi e quindi hanno poco spazio di utilizzo.
Ma la funzione
delle banche è di essere un tramite, generando commissioni d’intermediazione.
Non c’è alcun bisogno che siano uno dei settori utilizzatori: aziende e cittadini hanno già spazi di utilizzo enormemente
superiori rispetto ai CCFS da emettere.