mercoledì 6 gennaio 2021

Ridefinire il concetto di “spazio fiscale”

 

Il pensiero economico dominante, quello delle grandi istituzioni sovranazionali (OCSE, FMI, World Bank, con più lentezza la BCE e con ancora più lentezza la Commissione UE) sta ormai arrivando a riconoscere che l’austerità è una politica economica fallimentare, che i deficit di bilancio pubblico sono attualmente indispensabili, e che sarebbe un gravissimo errore abbandonare le politiche fiscali espansive troppo presto.

Errore, quest’ultimo, che è stato commesso nel 2010, quando si è passati dall’espansione all’austerità molto prima che gli effetti della crisi Lehman fossero completamente riassorbiti.

Ben vengano questi ripensamenti. Ma sul piano teorico e metodologico, si è fatta ancora solo metà del percorso.

Si legge infatti che “oggi non è necessario fare austerità perché i tassi d’interesse bassissimi aumentano lo spazio fiscale degli Stati” e che “il debito pubblico non è un problema se il tasso di crescita dell’economia supera il costo del debito ed è quindi compatibile con la riduzione del rapporto debito / PIL”.

Bisogna andare MOLTO più in là. Per prima cosa, il concetto di “spazio fiscale” va ripensato. Il livello di deficit e di debito pubblico non è soggetto a nessun limite numerico predefinito.

Il deficit pubblico può infatti essere finanziato con moneta, o con debito risk-free (in quanto pienamente garantito da chi emette la moneta stessa). Non c’è quindi alcuna ragione per cui debba creare rischi d’insolvenza a uno Stato che emette la propria moneta.

Se il rischio d’insolvenza non esiste, lo “spazio fiscale”, ovvero lo spazio per attuare politiche fiscali espansive, ha poco o nulla a che vedere con il livello del deficit o del debito.

E se è possibile finanziare il deficit senza emettere debito, o alternativamente ridurre i tassi d’interesse sul debito fino a zero (basta che l’istituto di emissione si impegni a ricomprare il debito alla pari), non ha neanche senso preoccuparsi del rapporto tra tasso di crescita dell’economia e costo del debito.

Lo spazio fiscale non si esaurisce se non nel momento in cui le politiche fiscali spingono la circolazione di potere d’acquisto nell’economia e la conseguente domanda di beni e servizi a livelli tali da produrre inflazione eccessiva.

Il tetto dell’espansione fiscale è l’eccesso d’inflazione, che nasce nel momento in cui la domanda di beni e servizi incontra il limite delle risorse produttive reali (capitale fisico e lavoro, dato il livello di tecnologia in quel momento disponibile). Il 3%, il 60%, la relazione r<g – è tutto ciarpame di cui liberarsi.

Questo è il passaggio logico che le organizzazioni sovranazionali devono ancora effettuare.

E questo è il principio che deve essere alla base delle politiche fiscali degli Stati.

Sventuratamente, nell’Eurozona siamo distanti anni luce dall’averlo accettato. Il primo passo indispensabile è rottamare nella maniera più totale i deliranti vincoli dell’eurosistema.

Ma ancora non se ne parla.

 

2 commenti:

  1. Giuseppe Donati: Purtroppo lo scontro non si svolge sul piano tecnico, bensì sul piano ideologico. Credo che nei posti che contano e nei nei centri decisionali il concetto sia chiaro e la distinzione tra deficit e debito pubblico e privato sia ben chiara e consolidata. Poi a livello più basso troviamo i cani da guardia del regime che vengono scatenati per catechizzare il pubblico sulla necessità di attuare le politiche di austerità. Insomma gli utili idioti indispensabili per fare il lavoro sporco di propaganda funzionale al regime. Questi ultimi non serve che capiscano molto, anzi meno comprendono e con maggiore convinzione svolgeranno il proprio servile ma essenziale ruolo di piazzisti di fake news economiche.

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    1. "Credo che nei posti che contano e nei nei centri decisionali il concetto sia chiaro": mi pongo questa domanda costantemente anch'io ma sulla risposta sono meno certo.

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