domenica 9 marzo 2014

Non vorrei che qualcuno equivocasse


in merito all’articolo precedente. Ho scritto:

“Non c’è quindi un motivo tecnico per il quale l’euro, inteso come meccanismo di gestione macroeconomica-monetaria dell’Eurozona, non possa funzionare.

Esiste invece una carenza di volontà politica, le cui possibili motivazioni ho cercato di elencare qui.”

C’è da aggiungere una cosa a scanso, appunto, di equivoci. Se mai questa volontà politica esistesse, sarebbe possibile rendere inoffensivo un meccanismo che oggi è deleterio.

Ma se il progetto euro cessa di essere, come oggi è, gravemente, enormemente dannoso, rimane perfettamente inutile.

Non lo si sottolinea mai abbastanza: perché la fandonia che “in un mondo globalizzato non è possibile risolvere problemi economici tornando alla sovranità nazionale” è, appunto, una fandonia, ma continua a essere ripetuta e ribadita (dogmaticamente, ossessivamente, senza nessun supporto logico e scientifico perché nessun supporto logico e scientifico esiste).

Le monete nazionali e i cambi flessibili sono perfettamente in grado di funzionare.

Se propongo una via diversa dal loro puro e semplice immediato ripristino, per tornare alla sovranità monetaria e alla possibilità di sviluppare corrette politiche macroeconomiche, è solo per l’esigenza di disinnescare una mina senza che scoppi in faccia a nessuno.

Le nazioni devono gestirsi autonomamente, con piena sovranità su tutte le leve di politica economica e pieno controllo democratico sul loro utilizzo.

Oggi sono emersi grandi attori economici che vent’anni fa erano irrilevanti – la Cina, l’India, il Brasile, la Russia ?

Questo non significa assolutamente che si dialoghi e ci si confronti meglio con loro come parte di un superstato. Si possono definire tutti gli accordi di cooperazione appropriati, se è utile, e se è possibile, parlare con una voce unitaria come gruppo di nazioni europee (o anche non europee).

L’Unione Europea di oggi è una lobby antidemocratica dove alcuni soggetti promuovono interessi ristretti danneggiandone altri. Il gioco è a somma negativa, genera inefficienza e iniquità.

E comunque un’unione monetaria non è assolutamente necessaria per promuovere la cooperazione tra gli stati e qualsiasi altra forma utile di integrazione.

Cooperazione e integrazione che sono in realtà pesantemente danneggiate proprio da un’unione monetaria costruita e gestita con le catastrofiche modalità odierne.

venerdì 7 marzo 2014

Sette premi Nobel contro l’euro ?


Da alcuni mesi circolano articoli e commenti relativi a un ampio gruppo di premi Nobel che si sono espressi, alcuni di recente, altri in un passato ormai piuttosto remoto, in termini fortemente negativi nei confronti dell’unione monetaria europea. In ordine di attribuzione del premio:

Milton Friedman, 1976
James Tobin, 1981
James Mirrless, 1996
Amartya Sen, 1998
Joseph Stiglitz, 2001
Paul Krugman, 2008
Cristopher Pissarides, 2010

Si è creato un dibattito, tra le altre cose, in merito all’interpretazione delle loro dichiarazioni. Dibattito che spesso è stato riassunto come segue: questi signori sono a favore della fine dell’euro, o no ? Dove gli anti-euro hanno citato questi studiosi a sostegno della tesi euroexit, mentre i pro-euro hanno controbattuto che in realtà si tratta di un’interpretazione forzata.

Posta in questi termini, la domanda tende a sintetizzare il problema ma anche a semplificarlo e a banalizzarlo un po’ troppo. Esaminando però con attenzione le effettive recenti dichiarazioni dei sette Premi Nobel – o meglio di cinque di loro, visto che Friedman e Tobin sono mancati alcuni anni fa – la loro posizione emerge con molta chiarezza.

Le gravissime inefficienze dell’Eurozona, nell’ambito dell’attuale governance economica dell’Unione Europea, sono evidenti e incontrovertibili.

L’euro, inteso come l’attuale sistema macroeconomico-monetario dell’Eurozona, è insostenibile.

Una deflagrazione violenta e improvvisa, come quella che presumibilmente si verificherebbe a seguito di una “spaccatura” della moneta unica, potrebbe tuttavia portare a violente turbolenze sui mercati finanziari e a conseguenze negative per l’economia mondiale.

La “spaccatura” non è quindi uno scenario da augurarsi, anche se sarebbe comunque da percorrere se l’unica alternativa fosse la continuità con la situazione odierna.

Esistono strade diverse ? sul piano tecnico, sicuramente sì. E potrebbero tranquillamente essere promosse dalla Commissione Europea e dalla BCE medesime.

L’attuale grave malessere dell’economia europea è riconducibile a due fattori principali: (1) necessità per la maggior parte delle economie nazionali, e in particolare per i paesi mediterranei, di incrementare la domanda e di riavviare produzione, redditi e occupazione; e (2) necessità di riallineare i costi di produzione, omogeneizzando i paesi che hanno perso competitività rispetto a chi invece l’ha guadagnata – in particolare, alla Germania – in modo da evitare sbilanci commerciali (senza però passare da processi di deflazione salariale, che sono socialmente iniqui e, peraltro, peggiorano la situazione in quanto comprimono domanda e redditi).

Può essere fatto, tutto questo, mantenendo in essere l’euro ? Sotto il profilo tecnico, ripeto, certamente sì. Immaginiamo che la BCE emetta moneta per un importo pari al 10% del PIL di ogni singolo paese dell’Eurozona, e la metta a disposizione (senza contropartite, cioè non sotto forma di credito) di ogni singolo paese.

Le nazioni che non hanno necessità di sostenere la domanda delle rispettive economie – per esempio la Germania – utilizzano la moneta per ricomprare titoli del loro debito pubblico e annullarli. Ottengono quindi l’effetto di ridurre il passivo statale.

Le nazioni che hanno invece tale necessità sono anche quelle che hanno bisogno di riportare il costo del lavoro per unità di prodotto delle loro aziende a livelli più vicini a quelli tedeschi. Utilizzano quindi la moneta per incrementare la domanda, con un’azione che passa in buona parte tramite la riduzione della fiscalità e, in particolare, delle imposte che gravano sul costo del lavoro delle aziende.

La Germania vedrebbe calare il suo debito pubblico. I paesi periferici riceverebbero una forte spinta su domanda, produzione e redditi, senza però che si creino sbilanci commerciali – in quanto a fronte della crescita della domanda interna c’è anche un miglioramento della competitività verso l’estero. Anche per loro il debito pubblico scenderebbe grazie all’incremento del gettito fiscale prodotto dal maggior PIL, e ancora più velocemente si avrebbe un calo del rapporto debito pubblico / PIL, dovuto all’aumento del denominatore.

Il recupero delle economie rimetterebbe al lavoro risorse (persone e impianti) inutilizzate, e non avrebbe quindi effetti nocivi sull’inflazione; probabilmente ci sarebbe un leggero incremento che la risolleverebbe dall’attuale livello prossimo (pericolosamente prossimo) allo 0%, fino al 2% circa – che è peraltro l’obiettivo della BCE.

Questa azione potrebbe essere protratta nel tempo, graduandola e via via riducendola, fino al momento in cui i pesanti effetti della lunghissima fase di crisi che si è aperta nel 2008 fossero totalmente recuperati.

Non c’è quindi un motivo tecnico per il quale l’euro, inteso come meccanismo di gestione macroeconomica-monetaria dell’Eurozona, non possa funzionare.

Esiste invece una carenza di volontà politica, le cui possibili motivazioni ho cercato di elencare qui.

Ma, anche supponendo che la volontà politica continui a mancare, è possibile introdurre modifiche del sistema di funzionamento dell’Eurozona, in grado di ottenere effetti analoghi in conseguenza di azioni unilaterali effettuate dai singoli paesi.

Chi segue questo blog conosce i dettagli della Riforma Morbida / progetto CCF, che descrivono una strada – implementabile da parte di ogni singola nazione che ne ha la necessità e/o l’utilità – tramite la quale tutto questo può essere ottenuto.

A me pare, in definitiva, che la posizione dei Premi Nobel si riassuma molto semplicemente nei seguenti punti:

Così, è assurdo andare avanti.

Riformare il sistema senza “spaccare” la moneta unica è possibile.

Se questo non avviene per effetto di un’iniziativa presa a livello degli organi centrali dell’Unione Europea e dell’Eurozona è per effetto di carenza di volontà e/o di diagnosi errate in merito alle origini della crisi.

In assenza di quanto sopra, l’iniziativa può (e quindi deve) essere presa dalle singole nazioni.

Esistono rischi significativi se questa iniziativa è condotta con una procedura “deflagrante” (il break-up dell’euro), anche se accettare questi rischi è di gran lunga preferibile rispetto a proseguire con lo status quo.

Detto tutto ciò (affermo io) la via non deflagrante esiste.

mercoledì 5 marzo 2014

La ripresa sarà molto rapida


Non so quando inizierà, mi piacerebbe avere una data.

Comincerà quando verranno rimossi gli insensati vincoli dell’attuale eurosistema e dell’attuale governance imposta (per incompetenza, miopia, disonestà, illusione di grandezza ?) dall’Unione Europea.

Non so in che data, appunto. Ma quando le condizioni cambieranno la ripresa italiana sarà molto veloce. Come una stanza buia che si illumina quando si preme l’interruttore della luce.

Perché ? ma perché quella che è stata paurosamente compressa è la domanda interna.

Le aziende che hanno un mercato fortemente rivolto all’estero, una bassa incidenza di costo del lavoro, o che sono state in grado di delocalizzare, hanno tenuto, e in molto casi anche prosperato.

Con un recupero del potere d’acquisto interno e un riallineamento dei costi italiani rispetto a quelli esteri - che la sovranità monetaria permette di ottenere - faranno ancora meglio e riporteranno in Italia parecchie produzioni.

Ma soprattutto ripartirà il tessuto della piccolissima, piccola e media impresa italiana. Artigiani, piccoli imprenditori, PMI.

E’ il segmento dell’economia italiana che sta pagando di più, e senza colpe.

Ma sono anche aziende che fondano il loro successo – appena la domanda li assiste un minimo – su flessibilità, estro, innovazione.

Qualità storiche, culturali, oserei dire genetiche dell’imprenditore italiano.

E per ripartire non hanno bisogno né di tempi lunghi, né di molti capitali.

Hanno strutture produttive leggere, organizzazioni snelle, attività di ricerca e sviluppo informali (ma molto efficaci) legate all’intuito dell’imprenditore e di pochi dipendenti chiave.

Parecchie sono ancora attive, soffrono, lavorano a metà potenziale, ma sono in grado di tornare a regime molto in fretta.

Molte altre ahimè sono state falcidiate da chiusure e fallimenti, ma il grosso delle competenze e delle vocazioni non sono perdute, sono pronte a rimettersi in azione.

Ripristiniamo la domanda, solleviamo la tassazione oppressiva che le soffoca, abbassiamo il costo del lavoro alzando nello stesso tempo le retribuzioni nette.

Facciamo questo e la ripresa stupirà tutti per rapidità e intensità.

domenica 2 marzo 2014

Rileggendo Keynes…


…(o, nel caso, leggendolo per la prima volta)…

…anche limitandosi a estratti, sintesi e citazioni, non necessariamente leggendo la Teoria Generale da cima a fondo…

…ci si rende conto di come i corretti modelli di analisi e le soluzioni per risolvere la crisi economica in corso non sono cose inaudite. Anzi.

Rileggete Keynes, e sostituite:

“Crollo di Wall Street, 1929” con “Crisi dei subprime mortgages, 2008”.

“Gold standard” con “Euro”.

“Germania” con “Paesi periferici dell’Eurozona”.

“Trattato di Versailles” con “Trattato di Maastricht”.

“Potenze vincitrici della prima guerra mondiale” con “Unione Europea, BCE, Germania, Troika”.

Avrete così ottenuto tutta una serie di accurate analisi e descrizioni, del tutto applicabili al contesto odierno.

Una differenza è che la situazione di allora nasceva (anche) per effetto di una guerra mondiale. E peraltro fu completamente risolta solo a seguito di un’altra.

Non è indispensabile (e spero nemmeno lontanamente probabile) che debba accadere anche stavolta, beninteso. Ma questo è un problema di dinamiche storiche, di qualità dei gruppo dirigenti e, anche e soprattutto, di buon senso.

venerdì 28 febbraio 2014

Certificati di Credito Fiscale: M5S e proposte in sede parlamentare

Un breve aggiornamento sul tema, a beneficio dei molti che mi chiedono a che punto stanno i contatti con le forze politiche.

Come sapete, ho presentato il progetto a un gruppo di parlamentari M5S quasi un anno fa (aprile 2013).

Fin dall’inizio l’orientamento dei miei interlocutori è stato di introdurre i Certificati di Credito Fiscale in una forma limitata rispetto al progetto "completo". Di utilizzarli, cioè, per accelerare il pagamento di debiti scaduti della pubblica amministrazione verso aziende fornitrici. Non, invece, di proporre l’utilizzo dei CCF per ridurre i costi delle aziende, per integrare il reddito dei lavoratori e per altre forme di sostegno della domanda in genere.

A quanto ho capito, l’idea sottostante alla formulazione della proposta in forma limitata e non completa era che quest’ultima sarebbe stata molto più difficile da far approvare da parte della maggioranza di governo.

Apprendo dal deputato Laura Castelli, via Mauro Bonino, che in effetti la proposta è stata discussa (mi pare di aver capito due volte in sede di commissione parlamentare) ma rigettata. L’approccio “minimalista” (che una logica l’aveva, beninteso) non ha quindi funzionato.

Ora i M5S la stanno per riproporre come progetto di legge da discutere direttamente in aula, sempre nella versione "limitata".

Vediamo se il governo Renzi sarà mentalmente più aperto (o se si sentirà maggiormente pungolato dalla necessità) del governo Letta. Se volete una previsione penso che l’atteggiamento continuerà a essere questo. Ma magari mi sbaglio.

martedì 25 febbraio 2014

Eurocritici tedeschi


Anche nel paese che fin qui ha avuto più benefici (almeno in apparenza) dall’euro e dalla governance economica UE, i partiti eurocritici sono in crescita e hanno ormai raggiunto un peso molto rilevante.

Alternative Fuer Deutschland (AfD) è accreditato, da recenti sondaggi, di un 8% di consensi alle prossime elezioni europee (dopo che alle politiche di settembre 2013 ha conseguito il 4,7%, molto significativo per un partito al primo test elettorale nazionale, anche se insufficiente per superare la soglia di sbarramento del 5% ed entrare al Bundestag).

Sul fenomeno AfD continuo a mantenere la mia valutazione positiva. Sono dei liberal-conservatori coerenti, e comprendono correttamente i motivi per i quali l’attuale euroassetto è insostenibile.

E il loro approccio alle possibili soluzioni tecniche è omogeneo con un meccanismo di strumenti monetari paralleli, quindi con il progetto CCF e con la Riforma Morbida dell’euro.

Sono stati accusati di avere un atteggiamento "scaltro" in quanto puntano a mantenere in valuta forte (cioè a non svalutare) i crediti verso i paesi che si svincoleranno dal sistema euro.

Ma, a parte il fatto che sono disponibili a stralci (che nella loro ottica liberale devono gravare sul finanziatore privato, non su meccanismi di salvataggio pubblici) per i crediti verso controparti non in grado di onorare il cento per cento dell’impegno, un meccanismo di ripristino della sovranità monetaria con forte azione sul cuneo fiscale permette, in realtà, alla maggior parte dei paesi in difficoltà dell’Eurozona di avviare una forte ripresa delle loro economie e di rimanere solvibili in valuta forte.

E questo è particolarmente vero proprio per l'Italia, che oggi ha un grosso problema di competitività (che la Riforma Morbida risolve) ma non un alto livello di debito estero.

Nel frattempo, sono sempre più esplicite le posizione eurocritiche di Die Linke, che ha conseguito l’8,6% alle politiche del settembre 2013. In questa intervista, Sahra Wagenknecht rimarca le differenze tra il suo partito e AfD in materia tra l'altro di stato sociale, welfare, retribuzioni e distribuzione dei redditi.

Ma, nello stesso tempo, la critica di Die Linke all’eurogovernance economica è altrettanto esplicita, chiara e fondata.

A questo punto c’è da attendersi che, alle prossime elezioni europee del 25 maggio, partiti e movimenti fortemente negativi in merito all’attuale assetto economico dell’Eurozona e dell’Unione Europea ottengano consensi compresi tra il 15% e il 40% de minimis in Francia, Grecia, Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Germania e Austria.

Manca stranamente all’appello la Spagna, forse perché le posizioni critiche sono state “intercettate” dagli indipendentismi regionali (catalano e basco in particolare).

Maggio 2014, comunque, può essere un punto di svolta.

domenica 23 febbraio 2014

CCF locali: sono possibili ?


Era da tempo che intendevo scrivere in merito alla possibilità di applicare il progetto CCF a un’entità pubblica territoriale di dimensioni inferiori a quella dell’intero Stato nazionale.

E’ una richiesta che mi fanno in tanti. In attesa che maturino le condizioni politiche per risolvere il problema euro nella sua interezza, non sarebbe affatto male cominciare a sbloccare la situazione a partire da singoli comuni, o magari anche da singole regioni.

Esiste purtroppo un problema di fondo. Un ente pubblico territoriale locale (comune, provincia o regione) gestisce solo una frazione delle entrate complessive della pubblica amministrazione nel suo territorio di competenza. Praticamente solo una parte dell’IMU (o come diamine si chiama adesso), la TARES, le multe, il fatturato delle aziende municipalizzate e poco altro.

Immaginiamo per esempio che il Comune di Livorno (non è un esempio a caso, ho elaborato alcuni dati e li ho forniti a David Penco per esaminare la possibilità di formulare una proposta in vista delle prossime elezioni comunali) introduca i CCF livornesi.

Da recenti dati Istat, i residenti a Livorno sono 157.000, il PIL procapite circa 27.000 euro per un totale di PIL prodotto localmente di circa 4,2 miliardi.

Non ho verificato i dati, ma credo (analogamente a quanto constatato in altri casi) che il Comune di Livorno incassi annualmente imposte, tributi locali e fatturati delle aziende municipalizzate per un importo di circa 100 milioni di euro, quindi circa il 2 / 2,5% del PIL locale.

Come ricorderete, il progetto CCF applicato a livello Italia prevede di emettere e assegnare gratuitamente Certificati di Credito Fiscale, utilizzabili due anni dopo l’emissione per pagare imposte, tasse e qualsiasi altro tipo di obbligazione nei confronti della pubblica amministrazione NAZIONALE, per 200 miliardi di euro, che corrispondono al 13% dell’attuale PIL Italia.

I CCF vengono assegnati a lavoratori e aziende, e utilizzati per altre finalità di spesa pubblica. La domanda riparte, la disoccupazione viene riassorbita, il PIL recupera. La quota assegnata alle aziende è funzione dei costi di lavoro da esse sostenute e quindi riduce il costo di lavoro per unità di prodotto, ottenendo per vie diverse benefici simili a quelli di una svalutazione – ed evitando quindi che il recupero del PIL mandi in deficit la bilancia commerciale italiana.

Dopo due anni i CCF vengono utilizzati per pagare tasse e quant’altro, ma a quel punto il PIL è salito e anche le entrate pubbliche complessive. Deficit e debito pubblico rimangono sotto controllo e anzi il debito pubblico in percentuale del PIL cala fortemente.

Ora, i CCF hanno valore fin dal momento della loro assegnazione (anche se sono utilizzabili due anni dopo) perché il percettore sa che lo Stato italiano incassa complessivamente quasi 800 miliardi all’anno. I 200 miliardi che giungono a scadenza annualmente (a partire da due anni dopo l’emissione originaria) sono quindi solo una parte degli incassi statali complessivi. Sono a tutti gli effetti moneta che ha un valore certo A TERMINE, e quindi già nell’immediato saranno accettati e scambiati – con qualche punto percentuale di sconto per il fattore di attualizzazione, tipo 5% del facciale: ma avranno SUBITO un valore.

I CCF locali, per esempio “livornesi”, potranno essere emessi solo per un importo inferiore a quello degli incassi comunali annui. Altrimenti anche se li rendiamo utilizzabili a partire per esempio da due anni dopo l’assegnazione originaria, l’utilizzo effettivo si diluirà in svariati anni e il valore attuale sarà modesto.

Una possibile soluzione è quella di introdurre i CCF locali E CONTEMPORANEAMENTE una nuova imposta locale pagabile in CCF. Per esempio una “super-IMU” livornese.

Per esempio: a Livorno puntiamo a ottenere un recupero di PIL locale dell’8%, pari a circa 369 milioni annui. Facendo affidamento su un moltiplicatore keynesiano (rapporto tra incremento di PIL e stimolo della domanda) di 1,3, occorrerebbe immettere 284 milioni di potere d’acquisto.

Immaginiamo di farlo, destinando per esempio 120 milioni alle aziende, 106 milioni ai lavoratori e 58 ad altre iniziative di spesa.

Per le modalità di erogazione ad aziende e lavoratori, si può utilizzare uno schema di legge analogo a questo.

Le aziende private del comune di Livorno hanno costi di lavoro lordi stimabili in circa 1,2 miliardi di euro. Otteniamo quindi un 10% di riduzione del CLUP locale (120 / 1.200). Questo serve a evitare che l’incremento della domanda nell’area territoriale del comune livornese si rivolga a beni e servizi prodotti al di fuori di esso: o meglio, in parte succederà ma sarà all’incirca compensato da maggiore competitività delle aziende locali, quindi maggiori vendite fuori dal comune e sostituzione con produzione interna di beni e servizi attualmente acquistati da aziende situate all’esterno del comune.

Ora, 284 milioni di emissioni annue di CCF “livornesi” si confrontano però (abbiamo detto) solo con 100 milioni circa di incassi gestiti dalle pubbliche amministrazioni locali. Per cui al momento dell’emissione questi CCF locali non varrebbero “poco meno”, ma “parecchio meno” dell’importo facciale, perché occorrerebbero quasi tre anni in più per utilizzarli.

Altro problema: a termine, si crea un buco nelle casse comunali, perché la ripresa dell’economia locale produce sì maggior gettito, ma per la maggior parte si tratta di maggiore IVA, maggiori imposte dirette e in generale imposizioni che non vanno al Comune di Livorno, ma allo Stato italiano.

Tecnicamente una soluzione è la seguente. Il Comune di Livorno contestualmente ai CCF locali introduce una “super-IMU”, pagabile in CCF e dovuta solo nel momento in cui i CCF diventano utilizzabili (due anni o magari tre dall’assegnazione originaria).

Il gettito della super-IMU sarebbe pari alle emissioni annue di CCF, quindi sempre 284 milioni.

Se a Livorno esistono prime case pari al numero di famiglie locali e la famiglia media è formata da 2,75 persone, questo corrisponde (su 157.000 residenti) a circa 57.000 unità abitative. Per un valore medio stimabile in 150.000 euro, il valore di questo patrimonio immobiliare è pari a circa 8,6 miliardi di euro.

Immaginiamo che un ulteriore 50% di patrimonio immobiliare sia il totale di seconde case, immobili industriali e altri cespiti immobiliari tassabili. Arriviamo a un patrimonio di circa 13 miliardi di euro.

Quindi la super-IMU sarebbe pari a circa 284  / 13.000 = 2,2% del valore immobiliare, ovvero 3.300 euro annui per un’unità abitativa media (si può ridurre l’importo per le unità medie e medio-basse dando una struttura di progressività all’imposta).

Per il Comune, il cerchio si chiude nel senso che al momento della scadenza, i CCF locali pagano la super-IMU.

Naturalmente l’obiezione che sorge spontanea è: ma perché i cittadini livornesi dovrebbero sentirsi incentivati a spendere di più e a rimettere in moto l’economia, se sanno che a termine i mezzi finanziari a loro erogati serviranno a pagare una nuova tassa ? non entra in gioco l’”equivalenza ricardiana” ? problema, questo, che non esiste per il progetto CCF applicato a livello nazionale.

Su questo punto, le mie riflessioni sono le seguenti.

PRIMO, per chi riceve CCF ma non possiede immobili, il problema non sussiste.

SECONDO, chi riceve CCF che dopo un paio d’anni dovrà riversare, in quanto possiede immobili, sostanzialmente riceve un finanziamento che gli consente (nel frattempo) di consumare e/o di investire. Lo stimolo c’è, altrimenti non funzionerebbe il deficit spending keynesiano finanziato con debito (chiamiamolo deficit spending “tradizionale”, non quello finanziato con moneta versione MMT – anche se si sta sempre più comprendendo che proprio quest’ultima versione è quella più omogenea al pensiero keynesiano autentico e originario !)

TERZO, l’azienda che subirà la super-IMU sull’immobile strumentale ma si vede detassato il costo del lavoro è comunque incentivata a lavorare, produrre e assumere, anche se il vantaggio economico che ne deriva è eroso dalla maggior tassazione sull’immobile (ma vedi anche il punto successivo: il recupero dell’economia incrementerà i valori immobiliari e compenserà, a livello patrimoniale, l’effetto della maggior tassazione).

QUARTO, il proprietario immobiliare che subirà la super-IMU ma non è datore di lavoro né lavoratore ha un danno finanziario a termine. Tuttavia la ripresa economica incrementa il valore del cespite in misura probabilmente non inferiore al danno prodotto dalla maggior tassazione.

Ci sono poi un paio di importanti temi giuridici e fiscali da chiarire: (a) come evitare come l’assegnazione di CCF locali sia considerata reddito imponibile per il ricevente e (b) se la legislazione consenta l’introduzione di una super-IMU congegnata come descritto.

In sintesi, c’è spazio a mio parere per lavorare su un concetto di CCF locale. Anche se indubbiamente l’attuazione del progetto a livello nazionale è molto più semplice e diretta, e anche di efficacia più sicura.