Da alcuni mesi
circolano articoli e commenti relativi a un ampio gruppo di premi Nobel che si
sono espressi, alcuni di recente, altri in un passato ormai piuttosto remoto,
in termini fortemente negativi nei confronti dell’unione monetaria europea. In
ordine di attribuzione del premio:
Milton Friedman, 1976
James Tobin, 1981James Mirrless, 1996
Amartya Sen, 1998
Joseph Stiglitz, 2001
Paul Krugman, 2008
Cristopher Pissarides, 2010
Si è creato un
dibattito, tra le altre cose, in merito all’interpretazione delle loro
dichiarazioni. Dibattito che spesso è stato riassunto come segue: questi
signori sono a favore della fine dell’euro, o no ? Dove gli anti-euro hanno
citato questi studiosi a sostegno della tesi euroexit, mentre i
pro-euro hanno controbattuto che in realtà si tratta di un’interpretazione
forzata.
Posta in questi
termini, la domanda tende a sintetizzare il problema ma anche a semplificarlo e
a banalizzarlo un po’ troppo. Esaminando però con attenzione le effettive
recenti dichiarazioni dei sette Premi Nobel – o meglio di cinque di loro, visto
che Friedman e Tobin sono mancati alcuni anni fa – la loro posizione emerge con
molta chiarezza.
Le gravissime
inefficienze dell’Eurozona, nell’ambito dell’attuale governance economica dell’Unione
Europea, sono evidenti e incontrovertibili.
L’euro, inteso
come l’attuale sistema macroeconomico-monetario dell’Eurozona, è insostenibile.
Una
deflagrazione violenta e improvvisa, come quella che presumibilmente si
verificherebbe a seguito di una “spaccatura” della moneta unica, potrebbe
tuttavia portare a violente turbolenze sui mercati finanziari e a conseguenze negative per l’economia mondiale.
La “spaccatura”
non è quindi uno scenario da augurarsi, anche se sarebbe comunque da
percorrere se l’unica alternativa fosse la continuità con la situazione odierna.
Esistono strade diverse
? sul piano tecnico, sicuramente sì. E potrebbero tranquillamente essere
promosse dalla Commissione Europea e dalla BCE medesime.
L’attuale grave
malessere dell’economia europea è riconducibile a due fattori principali: (1)
necessità per la maggior parte delle economie nazionali, e in particolare per i
paesi mediterranei, di incrementare la domanda e di riavviare produzione,
redditi e occupazione; e (2) necessità di riallineare i costi di produzione,
omogeneizzando i paesi che hanno perso competitività rispetto a chi invece l’ha guadagnata
– in particolare, alla Germania – in modo da evitare sbilanci commerciali (senza
però passare da processi di deflazione salariale, che sono socialmente iniqui
e, peraltro, peggiorano la situazione in quanto comprimono domanda e redditi).
Può essere
fatto, tutto questo, mantenendo in essere l’euro ? Sotto il profilo tecnico, ripeto, certamente sì. Immaginiamo che
la BCE emetta moneta per un importo pari al 10% del PIL di ogni singolo paese
dell’Eurozona, e la metta a disposizione (senza contropartite, cioè non
sotto forma di credito) di ogni singolo paese.
Le nazioni che
non hanno necessità di sostenere la domanda delle rispettive economie – per
esempio la Germania – utilizzano la moneta per ricomprare titoli del loro
debito pubblico e annullarli. Ottengono quindi l’effetto di ridurre il passivo
statale.
Le nazioni che
hanno invece tale necessità sono anche quelle che hanno bisogno di riportare il
costo del lavoro per unità di prodotto delle loro aziende a livelli più vicini
a quelli tedeschi. Utilizzano quindi la moneta per incrementare la domanda, con
un’azione che passa in buona parte tramite la riduzione della fiscalità e, in
particolare, delle imposte che gravano sul costo del lavoro delle aziende.
La Germania
vedrebbe calare il suo debito pubblico. I paesi periferici riceverebbero una
forte spinta su domanda, produzione e redditi, senza però che si creino
sbilanci commerciali – in quanto a fronte della crescita della domanda interna
c’è anche un miglioramento della competitività verso l’estero. Anche per loro
il debito pubblico scenderebbe grazie all’incremento del gettito fiscale
prodotto dal maggior PIL, e ancora più velocemente si avrebbe un calo del
rapporto debito pubblico / PIL, dovuto all’aumento del denominatore.
Il recupero
delle economie rimetterebbe al lavoro risorse (persone e impianti)
inutilizzate, e non avrebbe quindi effetti nocivi sull’inflazione;
probabilmente ci sarebbe un leggero incremento che la risolleverebbe
dall’attuale livello prossimo (pericolosamente prossimo) allo 0%, fino al 2%
circa – che è peraltro l’obiettivo della BCE.
Questa azione
potrebbe essere protratta nel tempo, graduandola e via via riducendola, fino al
momento in cui i pesanti effetti della lunghissima fase di crisi che si è
aperta nel 2008 fossero totalmente recuperati.
Non c’è quindi
un motivo tecnico per il quale l’euro, inteso come meccanismo di gestione
macroeconomica-monetaria dell’Eurozona, non possa funzionare.
Esiste invece
una carenza di volontà politica, le cui possibili motivazioni ho cercato
di elencare qui.
Ma, anche
supponendo che la volontà politica continui a mancare, è possibile introdurre
modifiche del sistema di funzionamento dell’Eurozona, in grado di ottenere
effetti analoghi in conseguenza di azioni unilaterali effettuate dai singoli
paesi.
Chi segue questo
blog conosce i dettagli della Riforma Morbida / progetto CCF, che descrivono
una strada – implementabile da parte di ogni singola nazione che ne ha la
necessità e/o l’utilità – tramite la quale tutto questo può essere ottenuto.
A me pare, in
definitiva, che la posizione dei Premi Nobel si riassuma molto semplicemente
nei seguenti punti:
Così, è assurdo
andare avanti.
Riformare il
sistema senza “spaccare” la moneta unica è possibile.
Se questo non
avviene per effetto di un’iniziativa presa a livello degli organi centrali
dell’Unione Europea e dell’Eurozona è per effetto di carenza di volontà e/o di
diagnosi errate in merito alle origini della crisi.
In assenza di
quanto sopra, l’iniziativa può (e quindi deve) essere presa dalle singole
nazioni.
Esistono rischi
significativi se questa iniziativa è condotta con una procedura “deflagrante”
(il break-up dell’euro), anche se accettare questi rischi è di gran lunga
preferibile rispetto a proseguire con lo status quo.
Detto tutto ciò
(affermo io) la via non deflagrante esiste.