Tra i
provvedimenti inclusi nella manovra economica 2019, uno dei più rilevanti – e anche
dei più discussi – è la modifica del sistema pensionistico con l’introduzione
di “quota 100” (la possibilità, in altri termini, di andare in pensione se la
somma dell’età e degli anni di contributi pagati da parte del lavoratore è
almeno pari a 100).
Al di là dei
dettagli, il dibattito è su una questione di base, in quanto molti commentatori
sostengono che l’anticipo dell’età pensionabile non ha effetti espansivi per l’economia,
non produrrà maggiore occupazione e provocherà, anzi, conseguenze negative sui
conti dell’INPS.
Come in altre
occasioni, mi pare che ricondurre il tema ai suoi effetti macroeconomici
essenziali sia il modo migliore per chiarirlo.
Un incremento
dei benefici pensionistici non compensato
da altre azioni di segno opposto produce l’immissione di maggior potere d’acquisto
nell’economia.
L’economia
italiana soffre di un'enorme carenza di potere d'acquisto rispetto alla capacità
produttiva del sistema: un’azione che mette in circolazione più potere d’acquisto
va quindi (a parità di altre condizioni) nella direzione giusta.
Se la domanda
aumenta, le aziende avranno bisogno di accrescere la produzione, e quindi di
assumere, in proporzione anche superiore al numero di dipendenti che lasceranno
il posto di lavoro per accedere alla pensione.
Al contrario, se
si pretende di effettuare manovre “a saldo zero”, senza che si crei un impulso
fiscale netto positivo – se a fronte di maggiori benefici pensionistici si
tagliano o si tassano altre cose, in altri termini – l’immissione netta di
potere d’acquisto non si verifica.
A quel punto, occorre
prendere in esame gli impatti effettivi dei singoli provvedimenti. I maggiori
benefici pensionistici sono un trasferimento, che si traduce in maggiore
domanda al netto della quota che viene risparmiata e non spesa, nonché (se non
si interviene sulla competitività delle aziende, per esempio con azioni sul cuneo fiscale) del peggioramento dei saldi commerciali esteri.
Questo però non
significa che i trasferimenti non abbiano effetto espansivo sulla domanda, come
a volte si legge. Significa che un’azione di incremento degli investimenti
pubblici (mettendo al lavoro risorse produttive al momento non occupate o
sottoccupate) o un potenziamento del pubblico impiego (e ci sono molti settori
di attività dove se ne sente il bisogno: sanità, istruzione, tutela del
territorio e molti altri) hanno probabilmente un impatto (un effetto espansivo)
maggiore, perché si traducono direttamente in maggior domanda e in maggior PIL,
senza l’erosione dovuta alla quota risparmiata e non spesa.
Va anche detto
che, in un contesto economico depresso come quello italiano di oggi, la
propensione marginale a risparmiare è bassa, quindi il moltiplicatore dei
trasferimenti è sì, con ogni probabilità, inferiore a quello della spesa diretta,
ma solo in misura modesta.
In ogni caso, si
sta parlando qui del mix più appropriato di interventi da effettuare: non è in
dubbio che - in un contesto di domanda depressa - maggiori pensioni abbiano di per sé un effetto espansivo sulla
domanda.
E come detto, se
c’è maggior domanda, le aziende dovranno assumere, in misura anche superiore al
numero di dipendenti che lasciano il posto di lavoro per pensionarsi. Il che
non crea problemi all’equilibrio del sistema pensionistico: anzi, buoni livelli
di occupazione sono l’unico sistema per
garantirlo.