Da alcuni giorni
si parla parecchio del recente libro di Tim Geithner, ex ministro del Tesoro
USA, e in particolare delle sue affermazioni in merito a proposte a lui
pervenute (nel 2011) da alti funzionari europei per collaborare a manovre
finanziarie finalizzate a destabilizzare il governo Berlusconi.
Che la “crisi
dello spread” sia stata uno strumento utilizzato per forzare il cambiamento del
governo e delle politiche economiche italiane (e di altri paesi, vedi Grecia in
particolare) in realtà è un fatto ormai incontrovertibile. La ricostruzione di
Geithner arriva dopo quelle di Zapatero, Bini Smaghi, Tremonti, e in questo
senso non rivela molto di nuovo.
C’è un elemento
di particolare gravità, tuttavia, ed è l’indicazione che non si trattò (non
esclusivamente, perlomeno) di sfruttare turbolenze di mercato: esisteva un
piano preordinato per generarle e strumentalizzarle. Il piano di cui parla
Geithner, a cui gli USA non hanno collaborato, ha tutta l’aria di essere stato
comunque messo in atto, con governi ed istituzioni europee che hanno alimentato
azioni speculative sui titoli di Stato dei paesi deboli dell’Eurozona.
Ora, una domanda
che viene posta da parecchi commentatori è la seguente: c’è un motivo per cui
Geithner rivela questi dettagli oggi ? le “rivelazioni” vanno considerate uno
strumento che l’amministrazione USA sta utilizzando per fare pressione e
stimolare cambiamenti nelle politiche economiche europee (o per essere più
esatti, della UE e dell’Eurozona) ?
E’ la tipica
domanda a cui è impossibile dare risposte molto affidabili. Mi limito a qualche
considerazione.
Geithner è stato,
ma non è più attualmente, una personalità di grande rilievo della prima
amministrazione Obama.
Allora come
oggi, gli USA non hanno mancato di lasciar trasparire la propria opinione
critica nei confronti della gestione dell’Eurocrisi. Di fatto sono state
costanti le “punzecchiature” e i segnali di insofferenza nei confronti della
pretesa di risolvere i problemi eurozonici imponendo austerità e deflazione
salariale ai paesi debitori.
Quello di
Geithner è un segnale in più. Ma non mi pare un salto quantistico nei rapporti
USA – Europa, o per essere più esatti USA – UE e USA – Germania.
Detto ancora più
chiaramente: gli USA gradirebbero un mutamento di rotta nelle politiche di
austerità europee. Vorrebbero un recupero di domanda e un ribilanciamento di
saldi commerciali che stimoli l’economia mondiale e riduca la necessità, per
loro, di fungere da “compratore di ultima istanza”. Sono convinti che l’atteggiamento
tedesco sia dogmatico e controproducente.
Ma schierarsi
non dico in termini espliciti, ma neppure in modo “sotterraneo”, a favore del
break-up dell’euro – no, siamo lontanissimi da una cosa del genere, e non
riesco a immaginare come e quando possa accadere. I timori di destabilizzazione
dei mercati finanziari e delle economie per effetto di un break-up sono troppo
elevati perché questo sia concepibile.
La dialettica
USA – Germania continuerà a svilupparsi come in passato. Toni critici da
oltreoceano, reazioni puntigliose e stizzite a Berlino. Una pressione larvata
che può aiutare quantomeno a non rendere ancora più controproducenti e
deleterie le politiche economiche dell’Eurozona. Magari a interpretare in senso
non restrittivo la complicatissima formulazione del Fiscal Compact (a non
applicarlo proprio, in pratica). A continuare a parlare di azioni della BCE
(quantitative easing e varianti sul tema), che magari verranno anche attuate (ma serve a poco o a nulla).
Se abbiamo in
mente il break-up dell’euro, però, non aspettiamoci i marines che sbarcano a
Omaha Beach. Gli USA vogliono la ripresa economica dell’Eurozona. Vogliono la
fine dell’austerità. Vogliono una soluzione stabile e permanente.
Ma non vogliono
nessuna di queste cose più di quanto temano le deflagrazione dell’Eurozona.
Per avere il
loro “benign neglect”, o magari anche il loro sostegno esplicito, la linea di
azione deve essere un’altra.
La Riforma Morbida, per esempio…