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venerdì 2 settembre 2016

Helicopter Money, un equivoco da chiarire

Non conosco di persona Andrea Terzi, ma è un economista che apprezzo molto e con le cui idee mi trovo, in genere, ampiamente in sintonia. Qui, tuttavia, mi pare che una sua affermazione in merito all’”Helicopter Money” crei un equivoco su cui vale la pena di soffermarsi.

“L’Helicopter Money” è una modalità di gestione dei deficit fiscali che non comporta la creazione di debito pubblico. Tuttavia, la moneta emessa da una banca centrale è semplicemente un titolo governativo con una diversa durata, e ogni argomentazione che inizia assumendo che il debito pubblico è cattivo non farà molta strada proponendo un incremento di debito in una forma differente”.

La moneta può essere considerata un “titolo governativo con una diversa durata”, certamente, ma è un titolo governativo che non è soggetto a rimborso, e che evita quindi i rischi di default e le potenziali instabilità finanziarie connesse all’esistenza di un debito.

Casomai, è corretto affermare che il debito pubblico non comporterebbe rischi di default nel momento in cui la banca centrale del paese emittente lo garantisse illimitatamente. E’ possibile immaginare questo, com’è possibile concepire una banca centrale totalmente dipendente dal governo, o addirittura una funzione di emissione della moneta assunta direttamente dal governo, con la banca centrale che scompare del tutto. Ma attualmente siamo ben lontani da una situazione del genere.

Le banche centrali oggi esistono e hanno livelli di indipendenza dai governi più o meno alti (relativamente bassi, per esempio, nel Regno Unito, altissimi nell’Eurozona). Si può contestare che sia appropriato, si può auspicare che le cose cambino, ma oggi è così.

E se cambiassero, peraltro, non troverei corretto affermare che “la moneta di banca centrale è debito”, ma casomai che “il debito pubblico è una forma di moneta”.

In un sistema in cui – e mi riferisco qui anche e soprattutto all’Eurozona – la garanzia illimitata e incondizionata del debito pubblico da parte della banca centrale non esiste, effettuare azioni espansive della domanda mediante emissione di un titolo non soggetto a rischio di default è un’opzione estremamente interessante.

L’”Helicopter Money” è una possibilità. L’emissione di titoli fiscali un’alternativa da prendere serissimamente in considerazione - appunto in quanto i governi la possono effettuare autonomamente, senza dover chiedere nulla alle banche centrali.



martedì 16 agosto 2016

Attenzione a non criticare Renzi per i motivi sbagliati

Il dato preliminare sulla variazione di PIL reale italiano nel secondo trimestre 2016 ha evidenziato uno sconfortante zero. Le previsioni per l’anno dovranno essere riviste, per l’ennesima volta, al ribasso, e per l’ennesima volta si dovrà prendere atto che non è in corso alcuna ripresa degna di questo nome. L’Italia non sta recuperando il suo pauroso output gap, e non c’è alcuna prospettiva che, in costanza delle attuali politiche economiche, la situazione possa migliorare.

Vari articoli e commenti letti negli ultimi giorni, tuttavia, criticano l’azione del governo sulla base di argomentazioni sbagliate. Spesso si legge che l’errore di Renzi è stato di aver “sperperato risorse” con iniziative che avrebbero “creato debito e non crescita”. Prendiamo per esempio gli 80 euro. Sono costati complessivamente circa dieci miliardi, e il rilancio di domanda e consumi non si è visto. Uno spreco, quindi ?

Il punto da chiarire è che tutte le azioni espansive effettuate dal governo Renzi sono state effettuate in ossequio alla ferrea logica del “saldo zero”. Se do qualcosa in più all’economia reale da un lato, in altri termini, devo recuperare con tagli o tasse da qualche altra parte.

E’ il meccanismo delle “coperture”. Nel momento stesso in cui si cominciavano a erogare gli 80 euro, ad esempio, scattavano azioni compensative – aumenti e anticipazioni di imposte dirette, incrementi di accise, eccetera – che pareggiavano esattamente gli importi totali.

Le manovre a saldo zero evidentemente non sono espansive ma redistributive. Non alimentano maggiore domanda - da cui segue, se c’è capacità produttiva da rimettere al lavoro, maggiore produzione e occupazione. Le manovre a saldo zero, semplicemente, tolgono a qualcuno per dare a qualcun altro.

Se c’è un effetto positivo, può essere dovuto solo al fatto che si tolgono soldi a qualcuno che tende a spenderli di meno per darli a qualcun altro li spende in misura maggiore. Si gioca sulle differenze di propensione alla spesa, in altri termini: che sono molto difficili da misurare e alla fine tendono, comunque, in buona parte a elidersi.

Nel caso degli 80 euro, un po’ di effetto netto positivo forse c’è anche stato: chi li ha ricevuti – lavoratori a basso reddito – probabilmente ha una propensione alla spesa un po’ più alta di chi ha pagato le maggiori tasse. Ma per importi netti molto modesti. Inoltre l’impatto sulla produzione interna dell’espansione netta dei consumi, già di per sé limitato da questo effetto di elisione, è stata ulteriormente ridotto dalla tendenza ad alimentare, in parte, maggiori importazioni.

Diverso sarebbe stato l’effetto di una manovra senza coperture, e, inoltre, parzialmente rivolta a ottenere (anche) un immediato miglioramento di competitività delle aziende italiane, mediante una riduzione consistente e permanente del cuneo fiscale.

Il problema del governo Renzi non è stato quindi l’aver “speso più soldi senza risultati”, ma l’aver adottato politiche economiche che pretendono di avviare la ripresa senza immettere maggiori risorse nette nell’economia.

Prova ne è che il rapporto deficit pubblico / PIL italiano continua a diminuire, sia pure in modo molto lento, nonostante l’assenza di crescita economica. Diminuisce non perché sia stata avviata una ripresa che produce più gettito fiscale, ma perché l’orientamento netto delle azioni di politica economica continua a essere restrittivo. Pochissimi decimali di riduzione del rapporto deficit / PIL vengono ottenuti a costo di mantenere l’economia italiana in condizioni di depressione permanente, disoccupazione e sottoccupazione altissima, deterioramento continuo del tessuto produttivo, disagio sociale che continua a salire, sofferenze e incagli del sistema bancario a livelli inaccettabili, eccetera.

E le ultime dichiarazioni di vari esponenti governativi non danno indicazioni di inversioni di atteggiamento. Si parla di “ottenere maggiore flessibilità” dalla UE, ma questo che significa ? il rapporto deficit pubblico / PIL italiano nel 2015 è sceso al 2,6% rispetto al precedente 3%. Nel 2016 e nel 2017 erano programmate ulteriori discese rispettivamente al 2,3% e all’1,8%. La “maggiore flessibilità” a cui si punta consisterebbe nel continuare a ridurre il deficit, ma più lentamente. Magari, ad esempio, a 2,4% quest’anno e a 2,2% il prossimo.

In altri termini: stiamo andando nella direzione sbagliata “però” puntiamo non a invertire la rotta, ma a rallentarla. Dovrebbe essere chiaro (ma a quanto pare non lo è…) che, così, dall’obiettivo ci si continua ad allontanare.

Una vera inversione di percorso, che permetta di avviare, finalmente, una ripresa che si possa definire tale, richiede di immettere maggiore potere d’acquisto nell’economia. E si può farlo senza incrementare l’indebitamento pubblico e senza rompere l’euro: superando gli insostenibili vincoli dell’attuale eurosistema, con l’emissione di titoli fiscali.